Speciale

Malessere da esodi - Numero 46

La fine del contenzioso italo-libico non chiude le vecchie ferite

La ratifica del trattato concluso nella scorsa estate dal Presidente Berlusconi e dal Colonnello Gheddafi è puntualmente arrivata col voto di fine gennaio alla Camera, in cui il Governo, come ai tempi di Osimo od in quelli più lontani del "diktat", ha potuto contare su un’ampia maggioranza trasversale, sebbene non sia mancato il voto contrario dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori, e si siano udite voci negative nelle stesse forze governative: memorabili, fra gli altri, l’intervento dell’On. Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, e quello dell’ex Ministro degli Esteri Antonio Martino, che non hanno lesinato critiche tanto più motivate, in quanto gli esuli dalla Libia, dopo circa 40 anni di attesa, si sono visti riconoscere un risarcimento di 150 milioni, oltre tutto spalmato in tre anni, a fronte di danni effettivi calcolati in una cifra superiore di venti volte. Le motivazioni di chi non ha votato per il Governo od ha scelto la strada dell’astensione sono diverse, e si possono riassumere nella sperequazione di fondo fra dare ed avere, a tutto vantaggio della Libia e di qualche potentato economico con interessi specifici per la chiusura del contenzioso a qualsiasi condizione, sia pure molto onerosa: è appena il caso di ricordare che il suo costo assomma a non meno di cinque miliardi. Fra le tante considerazioni negative a posteriori, vale la pena di ricordare che l’Italia aveva già saldato vecchi debiti prima dell’avvento di Gheddafi, mentre questi, come è stato ricordato, ha fatto piazza pulita di tutti i precedenti ed ha imposto nuove condizioni jugulatorie, non solo di tipo economico. Va aggiunto che, fra gli scopi dell’accordo, il Governo italiano aveva esaltato le intese per la prevenzione degli sbarchi clandestini, rimaste senza esito per tutto il 2008, tanto che il Ministro dell’Interno Maroni, dopo averne denunciato l’incremento nella misura del 130 per cento, aveva minacciato più volte di opporsi alla ratifica, visto che tale obiettivo prioritario rimaneva puntualmente sulla carta. Comunque, la ratifica stessa non costituisce una sorpresa: la ragione di Stato non poteva prevedere soluzioni diverse, anche se le dissociazioni nell’ambito della coalizione di Governo, e l’avallo contestuale del più forte partito di opposizione, fanno pensare. Detto questo, è il caso di sottolineare come, ancora una volta, si sia perduta una buona occasione per venire incontro alle attese degli esuli, invece di tacitarli con la consueta elemosina, e soprattutto, con l’avallo di una legge inesorabile come quella del tempo. Spiace dover aggiungere che nel mondo giuliano e dalmata sia emersa qualche protesta per l’erogazione dei 150 milioni ai profughi dalla Libia, definiti per l’occasione di "serie" superiore: a parte il fatto che l’elemosina è stata offerta a suo tempo anche ad istriani, fiumani e dalmati, e che talune loro Associazioni si limitarono a ringraziare, non sarebbe stato il caso di "fare sistema", come si usa dire al giorno d’oggi, e di unificare proteste che nell’uno e nell’altro caso sono oggettivamente sacrosante? Del resto, non va dimenticato che gli esuli dalle altre ex colonie sono stati trattati anche peggio, forse perché in numero quantitativamente trascurabile, e travolti, più degli altri, dalla citata legge del tempo. La protesta giuliana e dalmata è stata supportata, fra l’altro, dal rilievo secondo cui i profughi d’Africa avrebbero avuto meno diritti in quanto "colonizzatori", e non autoctoni costretti a lasciare la propria terra da un trattato di pace decisamente iniquo. L’osservazione, a prima vista, ha un fondamento ovvio, ma trascura il fatto fondamentale che tutti gli esuli, senza distinzioni, sono figli della stessa Patria, e nella stragrande maggioranza dei casi, immuni da qualsiasi colpa.

2. In questo senso, sarebbe il caso che la polemica si stemperi in un grande abbraccio e che le Organizzazioni da cui è giunta la protesta si rendano conto di quanto sia preferibile un comportamento meno rigido. Del resto, è sembrato di capire che, vista la sostanziale pochezza del risarcimento statuito a favore degli italo-libici, quelle medesime Organizzazioni non abbiano escluso di potersi accontentare di ulteriori elemosine, invece di battersi fino in fondo per il famoso indennizzo "equo e definitivo" su cui si è insistito più volte nel confronto coi Governi dell’una e dell’altra estrazione politica. Non c’è dubbio che l’esodo giuliano e dalmata sia stato di gran lunga più consistente, e che sia stato suffragato dal sacrificio di troppe Vittime innocenti, ma questa non è una buona ragione per insorgere contro chi, a sua volta, è stato oggetto di un altro "diktat" in termini immediatamente cogenti come quello del settembre 1970: al contrario, avrebbe dovuto costituire motivo di comprensione e di ricerca dell’unità, che nella dialettica politica ed economica è sempre arra di forza. Nel nuovo millennio, ciò di cui non si avverte affatto il bisogno è un comportamento simile a quello dei capponi di Renzo. Se le forze residue consentono tuttora di esprimere proteste e proposte, si cerchi di evitare le tradizionali baruffe chiozzotte, e si metta in mora chi è responsabile, nei confronti di tutti gli esuli, di attendismo, incomprensioni e beffe.

Carlo Montani

 

La "chiusura" del cosiddetto contenzioso italo-libico da parte del Presidente Berlusconi e del Colonnello Gheddafi risponde, come è facilmente intuibile, alle esigenze sempre attuali della ragione di Stato, ma ciò non significa che, almeno nel linguaggio politico e diplomatico, e persino nella scelta del luogo per la firma dell’accordo, si siano perse buone occasioni, se non altro per manifestare la pari dignità che compete a due Stati liberi e sovrani.In effetti, non sarebbe stato affatto necessario che la cerimonia fosse programmata nella vecchia sede del Quartier Generale italiano di Bengasi, quasi a sottolineare, anche sul piano simbolico, la condizione di sostanziale inferiorità di Berlusconi nei confronti di Gheddafi, che avrebbe potuto recarsi a Roma, dove sarebbe stato accolto con gli onori dovuti al suo rango, o quanto meno, accogliere l’ospite nella residenza ufficiale di Tripoli.La stessa restituzione della Venere di Cirene, che era stata trafugata circa 90 anni or sono dagli archeologi italiani, e che fa seguito a quella dell’obelisco di Axum, spedito all’Etiopia in tre pezzi e ricostruito non senza qualche approssimazione, ha voluto sottolineare la persistenza di un atteggiamento nobile quanto si vuole, ma difforme da una consolidata prassi internazionale: la Gran Bretagna ha forse restituito alla Grecia i fregi del Partenone? E la Francia ha forse restituito all’Italia le opere d’arte sottratte da Napoleone?

Prescindendo dagli aspetti formali, che in diplomazia hanno rilevanza talvolta essenziale, non sembra di poter dire che questa "chiusura", al di là delle espressioni di giubilo manifestate dai Ministri Bossi e Maroni, sia stata un buon affare per l’Italia, cui compete l’obbligo di versare alla controparte cinque miliardi di dollari in 20 anni, anziché nei 25 che erano stati ipotizzati fino alla vigilia dell’incontro, ricevendo, in cambio, la sola "promessa" di controllare con maggiori attenzioni il flusso dell’emigrazione clandestina (che dovrebbe essere affare interno dell’Italia cui compete il controllo delle proprie coste e dell’eventuale diritto all’asilo politico da parte degli interessati), e di promuovere gli investimenti dell’ENI nel settore petrolifero. Oggettivamente, c’è una forte sperequazione, anche volendo tenere conto del differenziale imposto dalle esigenze "risarcitorie" o presunte tali.I mezzi finanziari erogati dall’Italia, come è stato detto, serviranno a costruire 1600 chilometri dell’autostrada costiera di cui si parla da decenni, a varare un programma di edilizia popolare, a completare l’opera di sminamento del territorio libico, e ad attivare l’erogazione di pensioni a favore dei cittadini libici mutilati in conseguenza delle operazioni belliche (dovrebbe trattarsi di una piccola pattuglia di ultra-ottantenni).

A parte il fatto che gli ultimi due interventi hanno scarso valore economico, e che non potranno essere oggetto di controlli esaustivi, ancorché doverosi sul piano morale, la realizzazione dell’autostrada e la costruzione delle case "potranno" essere appannaggio di imprese italiane, ma come è facile comprendere, non può esistere nessuna garanzia formale in tal senso, perché l’affidamento di tali opere dovrà essere oggetto di regolari gare d’appalto.La sperequazione tra i vantaggi acquisiti dalla Libia e le opportunità che ne scaturiscono a favore dell’Italia non potrebbe essere più evidente, ma si giustifica, appunto, con l’intento di chiudere un contenzioso pluridecennale, e di versare un giusto "risarcimento" a fronte degli "eccidi" e delle "violenze" del periodo coloniale. A questo proposito, va detto a chiare note che davanti alla ragione di Stato non esistono argomenti che tengano, ma va aggiunto che il Colonnello Gheddafi, salito al potere con il colpo di stato del 1970, e quindi a ben 25 anni dalla fine della presenza coloniale italiana nel suo Paese, non perse tempo nel denunciare le intese precedenti, ed a cancellare i rapporti di costruttiva collaborazione che il Governo di Roma aveva instaurato con la Monarchia senussita: come si ricorderà, gli italiani presenti in Libia vennero espulsi con singolare immediatezza, nello spregio di ogni civile consuetudine, e furono costretti a prendere la via dell’esilio, oltre tutto senza un equo indennizzo di cui sono tuttora in attesa, al pari dei profughi giuliano-dalmati e di quelli dall’Africa Orientale e dall’Egeo.

E’ amaro, e storicamente inaccettabile, che di tutto ciò si sia perduta la memoria storica, e prima ancora, quella etico-politica, e non è certo commendevole che l’accordo del 2008 con la Libia significhi, al di là delle espressioni di circostanza, accettazione proclive delle prevaricazioni altrui: dopo tutto, l’Italia avrebbe potuto venire incontro alle attese di Tripoli, e salvaguardare (resta da vedere con quali reali prospettive) i suoi interessi economici, senza concedere a Gheddafi, oltre ai mezzi finanziari, il privilegio di infliggere un’umiliazione che ricorda quella di Canossa. Non è fuori luogo aggiungere che in alcune sedi si è parlato della necessità di porgere le "scuse" per i conclamati "crimini fascisti", senza tenere conto che quando l’Italia entrò in guerra con la Turchia per andare in Tripolitania e cantarne le prerogative di "bel suol d’amore", il fascismo era di là da venire; e che il Governo era guidato da un vecchio liberale come Giolitti. Al pari di altre esperienze coloniali da questo punto di vista certamente peggiori, come quelle inglesi, belghe, portoghesi, e via dicendo, l’Italia non usò il guanto di velluto, sia nel conflitto del 1912, sia nella cosiddetta "riconquista" che si sarebbe compiuta all’inizio degli anni trenta, come la storiografia ufficiale ha ampiamente dimostrato, in primo luogo nelle opere di Angelo Del Boca; ma nessuno ha potuto negare che, accanto al pugno di ferro, il colonialismo italiano seppe corrispondere, almeno in parte, alla sua vecchia vocazione civilizzatrice, costruendo strade, bonificando terreni, offrendo occasioni di lavoro alla manodopera indigena, promuovendo la cultura e l’educazione popolare: in una parola, avviando una vera cooperazione, degna di questo nome.

Oggi, di tutto ciò non si vuole o non si può tenere conto, ma la verità, come direbbe Giusti, "è li che parla a chi la vuol sentire", con buona pace del Colonnello Gheddafi, e prima ancora, del Governo italiano.

Carlo Montani

 

Il primo gennaio 2008, con un provvedimento unilaterale di rinnovata prepotenza e presunzione, la Croazia ha istituito una "zona ecologica e di pesca protetta" nelle acque dell’Adriatico. Nella sostanza delle cose, l’atto, al di là della formulazione vagamente ambientalista, equivale ad un ampliamento immotivato e certamente illegittimo della sovranità di Zagabria, che si traduce nel divieto d’accesso ai pescherecci con bandiera diversa da quella croata, in una fascia di acque territoriali ben più ampia di quella consentita dalla normativa internazionale. L’Italia, ancora una volta, è stata a guardare, confidando nell’intervento europeo come era già accaduto nel 2003 in occasione di analogo "pronunciamento", poi sospeso a seguito di accordi con l’Unione che ora sono diventati carta straccia. Evidentemente, la trattativa avviata per l’ingresso in Europa ha importanza secondaria, per il Governo nazionalista di Ivo Sanader, rispetto alle questioni di politica interna. I danni per l’economia italiana sono gravi perché il valore della pesca in Adriatico effettuata dalle flottiglie venete, marchigiane, abruzzesi e pugliesi è di oltre 630 milioni annui, destinati a ridursi drasticamente a vantaggio della Croazia grazie al suo "ukase", messo subito in pratica, visto che appena tre giorni dopo, le sue solerti motovedette hanno provveduto a sequestrare un peschereccio di Manfredonia ed a processare per direttissima il malcapitato equipaggio, condannandolo al pagamento di una forte multa ed al sequestro del pescato. Può darsi che il "proclama" di Zagabria sia destinato a rientrare perché in sede europea è stato già detto che bisogna "trovare una soluzione a tutti i costi", ma intanto i limiti delle acque territoriali croate sono stati estesi in deroga all’ordinamento giuridico internazionale, e la Marina italiana, come ha scritto la stessa stampa di sinistra, "non ha avuto ordini particolari circa la protezione delle nostre imbarcazioni". Si deve aggiungere che la questione riguarda anche i rapporti fra Croazia e Slovenia, in misura ovviamente ridotta; e che Lubiana sembra attendere le mosse dell’Italia e dell’Europa, pur avendo manifestato ben altra insofferenza, a fronte dell’atteggiamento governativo croato. A parte la "guerra del pesce" che dura da decenni e che ha avuto le sue incolpevoli vittime, come quel Bruno Zerbin che negli anni Ottanta venne ucciso nel Golfo di Trieste dai "graniciari" di turno, ciò che preme sottolineare è che ancora una volta il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Nello stesso tempo, l’agnello italico è diventato paradossalmente ancora più sacrificale limitandosi a cedere alla violenza ed a confidare in aiuti esterni sollecitati da compassionevoli belati di circostanza. Attendersi da questa Croazia e soprattutto da questa Italia soluzioni organiche e ragionevoli dei problemi in essere, non esclusi quelli dei beni sottratti agli esuli istriani e dalmati, e della doverosa tutela delle tombe avite, sembra piuttosto velleitario. Se non si cambia registro, cosa improbabile ma pur sempre fattibile, le possibilità di successo sono pari a quelle del cane che latra all’indirizzo della luna.

Carlo Montani

 

L’ultimo 21 dicembre, con il cosiddetto ingresso della Slovenia nel trattato di Schengen, si è consumata l’ennesima pioggia di celebrazioni, soprattutto a Trieste, dove è stato inneggiato con autentici fiumi di parole alla nuova amicizia tra Roma e Lubiana, alla "caduta" di un confine storico che avrebbe aperto una nuova era di pace e di prosperità, e naturalmente, all’abbattimento di vecchi steccati, anche sul piano psicologico. Il quotidiano locale, non contento dell’orgia di parole che aveva già dedicato alla questione, è uscito con un inserto di venti pagine confezionato per la circostanza, grazie all’apporto di penne prestigiose come quelle di Claudio Magris e di Predrag Matvejevic, ed alla giustificazione buonista offerta dalla presenza di parecchi esponenti della classe politica nazionale e regionale.
In realtà, nulla avrebbe giustificato un diluvio di giaculatorie che si era già manifestato nel 2004, quando la Slovenia era entrata a far parte dell’Unione Europea e lo stesso Romano Prodi, all’epoca Presidente della Commissione, era corso a Gorizia per dispensare a destra ed a manca i suoi celebrati sorrisi e le sue affermazioni scontate circa l’importanza della svolta storica che si stava attuando, senza dire che più tardi la cosa si era ripetuta quando Lubiana aveva proceduto alla già programmata sostituzione del tallero con l’euro, salvo provarne direttamente, di lì a poco, i duri effetti sui prezzi e sul costo della vita, già sperimentati in Italia.
Parecchi personaggi anche autorevoli si sono sciacquati la bocca nel ripetere ad oltranza che il 21 dicembre sarebbero finite divisioni ed incomprensioni, grazie alla scomparsa del vecchio confine, che naturalmente non è affatto caduto. Infatti, con l’adesione a Schengen, da considerarsi comunque benvenuta per le positive conseguenze di ordine pratico, se non altro per lo snellimento dei traffici di frontiera, la Slovenia ha semplicemente fatto proprio il principio europeo di libera circolazione: tutto sommato, un atto dovuto, a seguito dell’ingresso nell’Unione di tre anni or sono. Caso mai, si potrebbe aggiungere qualcosa sulle preoccupazioni indotte da una mancanza di controlli che favorisce l’immigrazione di non pochi soggetti indesiderabili, ma questo è un altro discorso.
Qui, preme sottolineare come non sia accaduto alcun fatto di rilevanza straordinaria, pur potendoci associare alla soddisfazione del mondo industriale e commerciale per le facilitazioni che derivano al sistema economico, e indirettamente a chiunque, da una decisione ormai dovuta "ope juris ac necessitatis". Del resto, assimilare l’allargamento di Schengen alla Slovenia, come è stato fatto con enfasi davvero soverchia, ad un’opera di pacificazione e di comprensione reciproca ormai indilazionabile, è quanto meno surreale, visto che concetti analoghi erano stati espressi non soltanto nel 2004, ma già nel 1975, quando il trattato di Osimo, regalando alla Jugoslavia la cosiddetta Zona "B" del TLT con un atto in cui erano ravvisabili gli estremi dell’alto tradimento, all’epoca punibile con l’ergastolo, era stato presentato come strumento idoneo a chiudere il contenzioso ancora in essere, ma prima ancora, a stringere nuovi vincoli di amicizia, sia pure tra sistemi politici ed istituzionali del tutto diversi.
Il mondo degli esuli giuliani e dalmati, almeno in parte, si è correttamente dissociato dalle "feste" che hanno caratterizzato l’evento, da entrambe le parti del confine, ed ha ricordato con sobrie iniziative un dramma le cui ferite, a più forte ragione, sono ben lungi dall’essere rimarginate: non solo perché i suoi diritti sono clamorosamente negati, come ha confermato emblematicamente, negli stessi giorni del gaudio italo-sloveno, l’approvazione definitiva, in sede di legge finanziaria, di un provvedimento retroattivo che nega il diritto degli esuli a fruire pienamente dei benefici pensionistici statuiti sin dal 1985, facendosi beffa di una costante giurisprudenza ad essi favorevole, compresa quella di Cassazione; ma prima ancora, perché le persecuzioni ed i torti che furono subiti nella stessa Italia matrigna sono ben lungi dall’essere stati riconosciuti.
Qualcuno obietterà che l’istituzione sia pure tardiva del "Giorno del Ricordo" ha sopperito a tale obbligo morale, ma il rilievo non appare oggettivamente condividibile, alla luce di fatti concreti che la declassano ad evento di facciata, privo di contenuti reali. Gli esuli non sono stati indennizzati delle perdite subite, compresa quella eticamente prioritaria delle tombe, né potranno esserlo a seguito dell’adesione slovena a Schengen, che nulla cambia nella loro triste vicenda, tanto più amara visto che oltre 60 anni non sono stati sufficienti a promuovere una vera giustizia, e che, al contrario, hanno introdotto nuove discriminazioni. Soprattutto, non è mai caduto il muro di gomma costruito sulla pervicace incomprensione di una scelta davvero plebiscitaria dell’esilio, dettata da principi universali di giustizia e di civiltà, e dalla necessità vitale di sfuggire alla pulizia etnica voluta da Tito per giustificare le pretese jugoslave al tavolo della cosiddetta pace.
Per farla breve, si inneggi pure, se possibile in toni meno enfatici, e conformi alla reale dimensione dell’avvenimento, alla caduta delle garitte e delle brevi zone di nessuno che le separavano, e non certo di confini che restano giuridicamente e sostanzialmente tali pur nell’ambito dell’Unione, una realtà istituzionale che, giova rammentarlo ad uso degli ignari e degli immemori, non è uno Stato federale unico; ma nello stesso tempo non si offendano ancora una volta gli esuli, affermando "in alto loco", con un falso davvero totale, che le posizioni assunte dalla loro maggioranza in occasione del 21 dicembre avrebbero un carattere "estremista", se non anche "marcatamente di destra". Fra l’altro, è appena il caso di ricordare che in un contesto democratico, o presunto tale, tutte le opinioni espresse nell’ambito di un civile confronto dovrebbero avere pari diritto di cittadinanza. O no?

Carlo Montani

 

Il Presidente del Consiglio, nonostante la bufera politica che si va addensando sul Governo Prodi in maniera sempre più corrusca, ha trovato il tempo di volare a Lubiana dove ha conferito con il suo omologo Jansa, sottolineando le grandi occasioni di sviluppo economico e culturale che sorriderebbero ai rapporti fra l’Italia e la Slovenia. Ad ascoltare certe espressioni trionfalistiche, si ha la sensazione che la piccola Repubblica ex-jugoslava possa costituire un toccasana per il nostro export, ma come spesso accade, si tratta di opportunità quasi marginali riservate ai soliti noti (del resto, con tutto il rispetto, questo Paese ha la consistenza di mezza Lombardia). Va detto che il buon Romano non è nuovo a dichiarazioni di conclamata simpatia per la Slovenia, sulle orme del miglior Craxi, di cui si ricorda ancor oggi l’attestato di "partner assolutamente preferenziale" rilasciato alla Jugoslavia, e quel che è peggio, senza alcun apprezzabile ritorno. Non a caso, tre anni or sono Prodi volle partecipare in prima persona ai festeggiamenti per l’ingresso di Lubiana in Europa, e glorificare l’abbattimento del cosiddetto "muro" di Gorizia. Negli incontri che il Presidente del Consiglio ha avuto nella visita oltre confine, è stato accennato alla questione giuliano-dalmata ed alle attese degli esuli superstiti in merito alla questione dei beni nazionalizzati e dei relativi risarcimenti, ma la controparte ha ricordato che per quanto concerne la Slovenia, la questione è chiusa. Prodi, stando alle cronache, si è limitato a prenderne atto, in difformità da quanto era accaduto nella visita di mesi or sono, resa a Lubiana dal Ministro degli Esteri D’Alema, che si era già impegnato, se non altro, a discutere la questione con le categorie interessate. Del resto, il viaggio in Slovenia ha avuto luogo senza alcun contatto informativo con gli esuli, tanto da farli sentire "ripudiati" nei loro diritti, a cominciare da quello, davvero elementare, ad essere ascoltati. Si sono fatte nuove promesse di finanziamenti sostanzialmente illimitati, anche dal punto di vista della durata, alle piccole comunità italofone che sono rimaste nelle terre cedute dall’Italia a seguito del trattato di pace, raccogliendo il compiacimento di Lubiana e di Zagabria, mentre ai profughi vengono riservate decisioni pervicacemente negative. Palazzo Chigi ignora, o vuole ignorare, che le promesse circa la razionalizzazione anagrafica, in modo da evitare l’insulto per cui gli esuli ante 1947 si vedono attribuire sui documenti ufficiali la nascita in Jugoslavia, o nei Paesi ad essa subentrati, sono rimaste regolarmente sulla carta, con la beffarda aggiunta di nuove circolari governative che ribadiscono, ma senza sanzioni, i contenuti della normativa del 1989 che statuisce il divieto di detta attribuzione. Lo stesso dicasi per quanto riguarda i benefici pensionistici rivenienti da leggi dello Stato come la 140/85, che continuano ad essere derogate, costringendo gli aventi causa a lunghe azioni legali, avviate sia pure vittoriosamente da una minoranza ristretta di ex combattenti, profughi ed assimilati. Intendiamoci: nessuno contesta l’interesse dell’Italia a potenziare i rapporti di collaborazione con chiunque, ed in primo luogo coi Paesi contigui, anche se gli effetti economici non sono di rilievo generale e finiscono per essere subordinati a quelli politici, ma nel caso della Slovenia si dovrebbe avere la buona creanza di non offendere il mondo giuliano e dalmata. Dopo tutto, il grande esodo plebiscitario dei 350 mila è rimasto nella storia ad attestare una grande scelta di civiltà e di giustizia, suffragata dalle Vittime delle foibe e dal contestuale abbandono di ogni bene, compreso quello sacro delle tombe avite (la cui tutela in larga misura carente richiama ulteriori e pesanti responsabilità, in primo luogo del Governo italiano). Per una ragione o per l’altra, la storia dell’ultimo sessantennio abbonda di concessioni, se non anche di genuflessioni, ripetutamente intervenute a favore della Jugoslavia prima, e di Slovenia e Croazia poi, e nello stesso tempo, di prevaricazioni a danno degli esuli e dei loro diritti morali ancor prima che sostanziali.

Oggi, gran parte delle ragioni di politica internazionale che potevano motivare, sebbene non giustificare, quelle scelte molto pragmatiche e poco etiche, è venuta meno. Sarebbe il caso di adeguarsi, se non altro per una questione di stile, ma andarlo a cercare nell’odierna compagine governativa è quanto meno azzardato. Presto o tardi, il Governo Prodi dovrà passare la mano. E’ quindi auspicabile che quello nuovo sia più consapevole del bisogno di fare in modo che il perseguimento di relazioni internazionali congrue e produttive non ignori le attese di comunità che hanno molto sofferto, non certo per responsabilità proprie, e che nulla chiedono, se non un riconoscimento chiaro e definitivo dei loro sacrifici, lungi da discriminazioni assurde e dalla cancellazione dei loro diritti naturali e di quelli positivi sia pure marginalmente già riconosciuti dallo Stato. E’ stato detto che senza memoria storica si compromettono i valori fondanti di una giusta convivenza civile. Si può aggiungere che comportamenti come quelli tenuti dal Presidente Prodi durante la recente visita a Lubiana promuovono ulteriori delusioni e spinte centrifughe, confermando anche per questo aspetto il timore di una navigazione a vista governata dallo stellone: senza garanzie, e soprattutto senza riferimenti etico-politici di cui si è perduta persino la memoria.

Carlo Montani

CUORE ALPINO - Numero 41

 

Quante mai saranno le bandiere tricolori di un’Adunata Alpina? Nessuno le ha contate, ma tutti sanno che quelle migliaia di vessilli, grandi e piccoli, sono il simbolo di un’immensa anima collettiva, in cui tutti gli Alpini si riconoscono senza distinzioni di gradi e di ruoli. In questo caso, il tricolore italiano non è retorica, ma simbolo degli autentici valori di sano patriottismo e di profonda umanità consolidati da 135 anni di storia, in cui gli Alpini hanno sempre creduto, nella buona e nell’avversa fortuna.

L’Adunata Alpina, da un anno all’altro, è testimonianza di fede e di amicizia, basi sicure di una vera ricchezza spirituale e morale, tanto più apprezzabile in un mondo come quello di oggi in cui tutto va di fretta, nella sterile rincorsa dell’edonismo fine a se stesso. Proprio per questo, costituisce sempre un’emozione che si rinnova e che diventa sempre più viva, sia per gli Alpini, sia per tutti coloro che hanno la fortuna di condividerla: la difesa dell’altruismo, della gratuità e dell’impegno civile nella gretta epoca dei consumi elevati a sistema, coinvolge, commuove e conquista.

A Cuneo, città civile ma non per questo meno partecipe, l’appuntamento si è rinnovato con forte entusiasmo e manifestazioni di passione vibrante, condivise da uno straordinario concorso, in apparenza di folla, ma nella sostanza, di 450 mila cuori. Come non avvertire un nodo alla gola, al cospetto di un reduce della campagna d’Abissinia e dei superstiti di quelle d’Albania e di Russia? Come impedire il toccante turbamento indotto dalle memorie della Grande Guerra, con le crocerossine, le portatrici, le salmerie e gli indicibili sacrifici dell’Arma Alpina? Come non provare partecipe gratitudine per i ragazzi che si prodigarono nel nobile volontariato per il Vajont o per i terremotati del Friuli e dell’Irpinia? Come non ammirare i ragazzi di oggi, missionari di pace in tante contrade del mondo?

Coi loro cori e le loro fanfare, ma nello stesso tempo, con la loro disciplina e semplicità, gli ????¤?Alpini sono in grado di impartire parecchie lezioni, a cominciare da quella che permette di coniugare al meglio il nobile sentire con il forte agire: cosa non semplice che richiede, innanzi tutto, una profonda onestà ed una straordinaria pulizia morale, di cui è specchio quella fisica, unitamente al rispetto per l’ordine e per le cose.

Per dirla con un aforisma d’epoca ma sempre attuale, se gli Alpini non fossero esistiti si sarebbe dovuto inventarli. In ogni caso, debbono essere apprezzati, non solo per la grande storia di cui sono stati protagonisti dall’Africa alle Dolomiti o da Perati a Nikolajewka, ma nello stesso tempo, per la matura consapevolezza civile con cui hanno accettato la recente trasformazione del Corpo in unità specializzate su base volontaria: cosa che non pregiudica le vocazioni tradizionali, ed in qualche misura le corrobora, come dimostrano le presenze in Afghanistan e nel Kosovo, improntate a spirito di servizio, e nello stesso tempo ad una ragionevole duttilità che non è segno di debolezza ma di intelligenza.

Il Cuore Alpino è sempre giovane, e l’Adunata di Cuneo, ammesso che ve ne fosse bisogno, lo ha confermato ancora una volta, portando alla ribalta un’Italia profonda da additare ad esempio per le ragioni etiche da cui è sorretta, ma nello stesso tempo, per l’organizzazione e per la tradizionale autonomia operativa, nell’ovvio rispetto istituzionale. Ecco un monito da memorizzare, e naturalmente, da meditare.

E’ un insegnamento che trascende latitudini e longitudini ed annulla quasi miracolosamente le distanze: altrimenti, come avrebbero potuto sfilare gli Alpini emigrati in Argentina od in Australia, in Canada o negli Stati Uniti, in Scandinavia od in Brasile? E come potrebbero farlo, a 60 anni dall’esodo, gli Alpini di Fiume, Pola e Zara, preceduti, al pari di tutti gli altri, da quelli che sono "andati avanti "? E’ un insegnamento che vale la pena di rammentare a quanti hanno potuto apprezzarlo, ma soprattutto, di illustrare a tutti coloro che, spesso non per colpa propria,????¤? continuano ad ignorarlo: una mancanza da cancellare con solerzia nel comune interesse, perché quella degli Alpini è proprio una lezione di vita.

Carlo Montani

LA TIGRE CINESE - Numero 40

 

Ultimamente, il problema della Cina, sulla cresta dell’onda da parecchi anni, è diventato ancora più dibattuto, con interventi calibrati e propositivi come quelli di Innocenzo Cipolletta, Presidente della Editrice Il Sole-24 Ore e del Gruppo Ferrovie, e di Giovanni Sartori, massimo politologo italiano, e docente alla prestigiosa Columbia University, oltre che alla Facoltà Cesare Alfieri di Firenze. Ne è sorta una disputa garbata ma stimolante, che vale la pena di riepilogare per sommi capi, perché investe le radici di un problema generale.

Cipolletta, anche alla stregua di una lunga esperienza come Direttore Generale di Confindustria, afferma che la Cina odierna è un "fattore di sviluppo più che di freno", e riconosce che l’idea di condizionarne la concorrenza tramite dazi e quote può essere "seducente" in prima battuta, ma assimilabile all’antica proposta dei "luddisti che volevano distruggere le macchine per evitare che distruggessero il lavoro esistente". Aggiunge che se l’Italia non cresce, non è colpa della Cina, bensì delle sue strozzature, ricorda che i prezzi cinesi sono spaventosamente bassi ma nascondono spesso clamorose sottofatturazioni, al pari di quanto facevano gli esportatori italiani quando c’era il controllo dei cambi, e conclude sostenendo che il problema della Cina sarà risolto solo dal progresso, sia pure a lungo termine, grazie all’aumento dei suoi costi ed alla conseguente trasformazione del gigante giallo da concorrente in acquirente.

Sartori, assai noto anche come editorialista del Corriere della Sera, replica sostenendo che quello della Cina è il massimo problema del secolo, perché "a parità di tecnologia, nell’economia globalizzata l’Occidente ad alto costo di lavoro è destinato a restare senza lavoro": se le scarpe cinesi rese in Europa costano due euro, contro i venti di quelle italiane più economiche, non ci può essere partita, perché per quanto si faccia, non si riuscirà a ridurre il costo se non di pochi punti percentuali, e quindi, di uno o due euro. Tutti dicono che bisogna incentivare la competitività, ma bisogna tenere presente che l’Italia è parecchio indietro anche rispetto ai suoi partners europei nel fattore energetico, nella lentocrazia e nell’onerosità dei trasporti, e prima ancora negli oneri indiretti di lavoro. Alla fine, bisogna ammettere che gli elementi decisivi sono il costo della merce e quello della manodopera, ma che la "liberalizzazione" è stata perseguita soltanto nel primo: pertanto, spiega Sartori, in siffatte condizioni i conti dell’Italia non torneranno mai.

Come si vede, entrambe le posizioni pongono questioni ineludibili, e lo fanno con la credibilità che scaturisce dall’alta qualificazione professionale e scientifica degli interlocutori. Intanto, si tratta di un confronto stimolante perchè ha il merito di escludere la delocalizzazione dell’impresa come rimedio a tutti i mali, in quanto premia soltanto il fattore produttivo, ma non il lavoro nazionale, che anzi ne soffre in misura ovviamente crescente. Poi, perché sottintende che il problema è soprattutto politico, e che in sede politica dovrebbe essere affrontato e risolto: caso mai, si sarebbe potuto aggiungere che ne manca la volontà, sia nelle maggioranze che nelle opposizioni, perché presume interventi impopolari, e quindi estremamente difficili.

Cipolletta e Sartori, al di là di talune apparenze formali, hanno esposto due aspetti di uno stesso rompicapo, che andrebbero affrontati congiuntamente. E’ giusto affermare che non si possono attribuire alla Cina tutte le colpe del nostro malessere, anche se l’argomento è piuttosto comodo nell’ottica della classe politica, ed è altrettanto vero sostenere che senza una reale competitività nel costo energetico, senza la necessaria sburocratizzazione, e senza soluzioni degli annosi problemi infrastrutturali che distinguono l’Italia, la decadenza progressiva è assicurata, a prescindere dalle ripresine più o meno contingenti: non è forse vero che la sua quota di mercato mondiale è scesa in pochi anni dal cinque per cento a meno del tre? Nondimeno, con buona pace dei sindacati, la questione del lavoro e del suo differenziale di costo rimane centrale e prioritaria, con l’aggravante che talune imprese sopravvivono grazie al sommerso ed alla manodopera a basso costo importata dall’Africa, o guarda caso, dalla stessa Cina.

Si obietterà che resta la carta qualitativa, per niente trascurabile, e dei mercati di nicchia che essa consente di promuovere proficuamente, ma tutti sanno che essa presume investimenti importanti dalla produzione alla distribuzione, a loro volta condizionati da una redditività delle imprese tendente al minimo per effetto della concorrenza, e dalla scarsa accessibilità di mezzi finanziari effettivamente agevolati per tutti, in primo luogo per le piccole e medie aziende, oltre che da adeguati incentivi alla ricerca (un altro fattore nel quale l’Italia occupa posizioni non certo avanzate).

Va da sé che i comparti maggiormente penalizzati, per un comprensibile paradosso, sono quelli ad alto contenuto professionale, dove il lavoro italiano e la qualità del suo "know-how" hanno costituito per tanto tempo la ragione prima della sua competitività, che ora si ritorce sulle imprese del bel Paese come un vero e proprio boomerang. E’ una ragione in più, non certamente marginale, per sottolineare come, scomodità elettorali a parte, si debba prendere coscienza consapevole del problema, invece di fare la politica dello struzzo, e di dilettarsi con una serie di confronti stimolanti quanto si vuole, ma pur sempre accademici. Non dimentichiamo mai che mentre a Roma si discuteva, Sagunto cadeva.

Carlo Montani

 

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