Speciale

 

Per i comunisti italici "il Migliore" era Palmiro Togliatti, un signore che quel superlativo lo meritava tutto, sia per le sue indiscusse doti politiche sia per la capacità che ebbe nel mantenere talune relazioni internazionali non sempre supportate da limpidi sentimenti democratici. Per Jacques Chirac invece, parlando a nome della destra francese, "il migliore di tutti noi" è Alain Juppé, eletto a capo dell’"Unione per un movimento popolare", nata sulle ceneri del "rassemblement" gollista. Si tratta del più grande partito della destra europea, che raccoglie sotto un’unica bandiera tante anime diverse, sul modella della spagnola "Alleanza popular". La nuova formazione della droite - in Francia non si usa parlare di "centro-destra" - è stata infatti benedetta dall’ospite d’onore del congresso fondatore, tenutosi nella banlieu di Parigi, quel Josè Maria Aznar, primo ministro spagnolo, homo novus di un’Europa che ha messo in minoranza le sinistre. Aznar, illuminato dai giochi di luce di una fastosa scenografia all’americana, sfoggiando un francese fluente ha fornito ai presenti, vogliosi di grandeur ma per nulla imbarazzati delle baguettes portate da casa, la sua ricetta tanto semplice quanto terribilmente complicata ad altre latitudini: "Per vincere non servono tre o quattro équipe, ma una sola, non tre o quattro progetti, ma uno solo. Non tre o quattro partiti alleati ma uno solo…". Alle sfarzose assise parigine che hanno dato i natali all’Ump (stessa sigla dell’Unione per una maggioranza presidenziale, la vittoriosa macchina elettorale di Chirac), erano presenti anche il premier portoghese, José Manuel Barroso e la presidente della Cdu tedesca Angela Markel, a cui l’onorevole sconfitta di Edmund Stoiber contro il cancelliere Schroeder nulla toglie in quanto a meriti. A dir la verità è da ritenersi modesta la rappresentanza italiana, affidata ai forzisti Antonione e Tajani. In ogni caso esponenti politici di mezza Europa erano lì, oltre che per rendere omaggio, per studiare questa destra francese che vuole fermamente essere e restare unita a dispetto delle diverse componenti, che pur esistono, e dei tanti galletti, è proprio il caso di dirlo, nel pollaio. I "colonnelli", come si direbbe da noi, scalpitano, dal ministro-gendarme Nicolas Sarkozy, responsabile dell’Interno, al moderato François Fillon, ministro del Lavoro. Per ora si registra l’ascesa, anzi la ri-ascesa di Alain Juppé, già primo ministro bocciato alla prima prova elettorale, personaggio piuttosto antipatico, elitario e spocchioso. Eppure Chirac per guidare il governo dopo la vittoria delle ultime politiche ha chiamato Jean-Pierre Raffarin, un anti-Juppé, il teorico della "France d’en bas", della Francia provinciale, popolare, conservatrice ed anti-elitaria, qualcuno dice anti-parigina. È una destra eterogenea, dunque, quella transalpina, ma carica di entusiasmo. Questa droite si guarda allo specchio e si piace molto e piace molto soprattutto a Jaques Chirac, "le roi de la République", che allontanati i fantasmi delle inchieste giudiziarie a carico suo e di qualche familiare (niente paragoni, s’il vous plais…) si ritrova un governo che sta recuperando la fiducia dei connazionali, attraverso la politica per la sicurezza, la moderazione fiscale e il dialogo sociale. Mentre lui, "le président", liberatosi della scomoda coabitazione, può dedicarsi all’alta politica internazionale dimostrando, nel dibattito e nelle trattative sulla questione Iraq, che può esistere una destra che, quando serve, sa dire "no" agli americani e sfidando sul Patto di stabilità la Commissione europea che contesta i conti di Parigi. Non c’è che dire: questi francesi sono un ottimo modello e se sono antipatici, pazienza, quelli bravi lo sono quasi sempre. Di simpatici coglioni (chiediamo scusa per il francesismo…) l’Europa ne ha avuti e ne ha fin troppi. E poi a noi non dispiace affatto il nome di "Maison bleu" che qualche osservatore ha utilizzato per definire la destra d’Oltralpe. Ha un qualcosa di familiare, senza parlare di "fratellanze, sorellanze, cuginanze o di altre parentele bastarde…".

Fabio Pasini

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • CHE COS’E’ LA MUSICA ALTERNATIVA
  • UN PO’ DI STORIA


    CHE COS’E’ LA MUSICA ALTERNATIVA

    Il patrimonio musicale definito "alternativo" fa riferimento ad un genere di canzoni e brani musicali scritti e interpretati non al fine di realizzare prodotti "di mercato", né a scopo ludico o commerciale, bensì finalizzati ad esprimere, interpretare e condividere l’evoluzione ideologica, la polemica politica, i valori sociali e morali, la ricerca storica e, ovviamente, anche le emozioni, i sentimenti e i sogni dei giovani appartenenti ad un’area politica mantenuta per oltre cinquant’anni in stato di isolamento. Questo movimento musicale ha connotazioni culturali e storiche molto particolari che lo rendono unico ed esclusivo. Innanzitutto, per quanto ostracizzato, non si è mai chiuso in se stesso e, pur essendo l’espressione di una cultura non conforme, di una gioventù antagonista, di un modo di far politica "alternativo" ai consueti strumenti della propaganda, proprio per la sua tenace ricerca poetica e per il costante adeguamento ai nuovi linguaggi musicali, è andato configurandosi come un importante strumento di mediazione culturale e politico, un "ponte" ideale tra un’élite di ribelli al conformismo e il circostante mondo giovanile soggetto alla omologazione delle mode. Altro fattore sorprendente di questo fenomeno culturale è la sua durata temporale. La "musica alternativa", così come noi la conosciamo, infatti, si sviluppa in maniera costante e ininterrotta, attraverso oltre trent’anni (dalla fine degli anni ’60 ad oggi). Non siamo di fronte quindi a un evento musicale legato all’emotività di una fase storica particolare, come si verifica, per esempio, nel caso dei canti di guerra o delle canzoni di protesta sociale, ma a una forma di espressione, di comunicazione, di divulgazione e - anche - di propaganda consolidata nel tempo e ormai acquisita come tale nel bagaglio ideologico e culturale di tutti gli appartenenti all’area politica di riferimento. C’è poi un altro aspetto assolutamente unico di queste canzoni: la sostanziale omogeneità del messaggio da esse diffuso. Pur nelle differenti fasi storiche e politiche del Paese, nella complessa dinamica dei gruppi e dei solisti e nonostante le sempre nuove e diverse forme musicali adottate, le canzoni "alternative" - da oltre trent’anni - utilizzano tematiche comuni. In esse si raccontano le avventure, le battaglie, le sofferenze ma anche le aspirazioni, i sogni ed i valori di oltre due generazioni di militanti; mentre è sempre costante il richiamo alla riscoperta dei valori tradizionali e di temi storici totalmente dimenticati dalla cultura "ufficiale". Dunque la "musica alternativa" può anche essere definita come uno straordinario esempio (unico nell’Italia del trasformismo, anche canoro) di fedeltà e di continuità ideale. Infine l’aspetto veramente saliente, che qualifica come tale la "musica alternativa", distinguendola dal panorama di ogni e qualsiasi altro genere musicale: popolare, politico, etnico, folk o tradizionale che sia: è la sua divulgazione fuori dai canali commerciali. Nessuno dei quasi 400 prodotti ufficiali realizzati dagli oltre 100 tra gruppi e solisti italiani fin qui censiti, è stato venduto nei circuiti commerciali dei negozi musicali; né alcuna delle oltre 1.000 canzoni del repertorio "alternativo" è stata pubblicizzata attraverso radio o televisioni. Della "musica alternativa" si è occupata quasi esclusivamente la stampa di area, con qualche importante eccezione di articoli, di taglio più che altro politico, anche su media a larga diffusione. Questo grande patrimonio musicale, politico e sociale è stato quindi diffuso e conosciuto (da ormai più di due generazioni) solo attraverso lo strumento tipico delle culture clandestine: il "passaparola". In pieno secolo di comunicazione globale siamo pertanto di fronte a un enorme, quanto misconosciuto, fenomeno di espressione artistica antagonista, "alternativa" appunto, che rompe gli schemi della comunicazione di massa. Per entità di produzione, durata temporale, quantità di materiale prodotto e veicolato, numero di persone coinvolte e/o interessate, nessun altro fenomeno culturale "carbonaro", "clandestino" o "underground" ha mai avuto le dimensioni che si possono attribuire alla "musica alternativa", che può dunque essere definita come: il più complesso, duraturo e macroscopico esempio di cultura sommersa che l’Italia abbia mai riscontrato nel corso della sua storia.


    UN PO’ DI STORIA

    La definizione di "musica alternativa" nasce a metà degli anni Settanta ad indicare la produzione musicale di gruppi o solisti appartenenti all’area della Destra politica italiana. La scelta di questa espressione era motivata dal fatto che si trattava di un movimento musicale "alternativo" nei contenuti delle canzoni e nella forma di divulgazione dei prodotti - anche se non nei linguaggi musicali utilizzati - tanto alla "musica leggera", quanto ai cantautori "impegnati" e miliardari di sinistra. Canzoni "di destra", però, erano già state scritte anche prima degli anni Settanta, tanto che si può ben dire che la "musica alternativa" nasce avendo alle spalle quasi un decennio di background culturale, che andava dalla tradizione cabarettistica del "Bagaglino" e del "Giardino dei Supplizi" - cui si rifà buona parte della ricca produzione di Leo Valeriano - ai canti di protesta anticomunista del gruppo "Europa e Civiltà", alle ballate militariste o anticonformiste di alcuni cantautori italiani e francesi. La "musica alternativa" nasce in un periodo di grande fermento culturale per la destra, contrapposto però ad una fase di gravissima oppressione fisica e di forte riduzione degli spazi politici. Un periodo drammatico, segnato anche dalla morte di molti giovani militanti. In questo contesto, nel 1977, si tiene a Benevento "Campo Hobbit 1", primo raduno libero (non organizzato da un partito) della gioventù di destra, che offre per la prima volta un palcoscenico comune a una decina di gruppi musicali che avevano incominciato a mettere in note la loro militanza spesso senza neppure conoscersi. In quegli anni nascono anche le radio libere, di cui molte anche di destra, che contribuiscono a diffondere queste canzoni e a renderle, a volte, persino popolari. Nel corso di tutti gli anni Settanta, con il moltiplicarsi dei gruppi e dei cantautori, si avvia anche la produzione ufficiale di musicassette, 45 giri e LP, sempre però diffusi informalmente nel corso di concerti o di campi musicali e poi quasi sempre "duplicati" e passati di mano in mano in migliaia di esemplari. I "Campi Hobbit" (1977, 1978, 1980) rappresentano altrettante tappe di crescita del movimento musicale "alternativo" sempre in cerca di una migliore qualità musicale a supporto di testi fortemente politicizzati, ma spesso anche altamente poetici. Con gli anni Ottanta la ricerca musicale raggiunge, per alcuni gruppi, buoni risultati qualitativi, ma i canali di divulgazione e diffusione diminuiscono drasticamente in quanto chiudono quasi tutte le radio libere e anche i principali settimanali nazionali di destra come "Candido", "Linea", "Dissenso" che avevano sempre dato ampio spazio alla "musica alternativa". E’ il periodo del cosiddetto "riflusso" che, come qualsiasi altro mutamento del quadro storico, sociale o politico italiano, viene recepito anche dai cantautori "alternativi" che si trovano, da una parte a fare i conti con la fine di un periodo buio e durissimo e, dall’altra, ad affrontare un modo nuovo di fare politica. Ai gruppi ancora in attività (anche se con formazioni a volte rinnovate) si affiancano nuovi complessi e nuovi solisti con un netto prevalere - tra i più giovani - del genere musicale rock. Negli anni Novanta nuovi gruppi e nuove tendenze musicali arricchiscono il panorama della "musica alternativa". Anche alcuni gruppi "storici" non disdegnano l’uso del rock o persino del rap, mentre i gruppi più giovani esprimono nuove sperimentazioni musicali spesso d’avanguardia. Da qui l’uso, da parte di alcuni gruppi di area (non solo italiani), della nuova definizione di "rock identitario" al posto dell’ormai vecchia "musica alternativa". Ma, al di là dei generi musicali utilizzati, ciò che distingue la Musica Alternativa (come definizione generale) rimangono i contenuti espressi e l’identificarsi degli artisti in un’area politica ben definita. Sempre attenti all’evoluzione tecnologica, i gruppi musicali di destra in quest’ultimo decennio hanno fortemente migliorato la qualità tecnica e l’immagine dei prodotti realizzati, sia per quanto attiene agli arrangiamenti e a tutte le fasi di produzione musicale, sia per ciò che riguarda l’uso di nuove tecnologie: digitali, video o informatiche. Molti gruppi e case musicali hanno ormai i loro siti Internet e i prodotti oggi si possono acquistare anche "on line"; tuttavia ciò che continua a mancare, sia a causa del predominio della lobby comunista nel mondo musicale, sia - a volte - per una precisa scelta degli stessi gruppi militanti, è la possibilità di far entrare la "musica alternativa" nei grandi circuiti nazionali di pubblicizzazione, divulgazione e distribuzione. Siamo giunti così all’inizio del Terzo millennio e la "musica alternativa" è ancora fiorente. Nuovi gruppi sono nati, anche negli ultimi mesi, all’interno dei movimenti giovanili della Destra (parlamentare e non). Ogni anno sono almeno una dozzina le nuove produzioni e centinaia i concerti organizzati. Inoltre l’evoluzione politica nazionale sta portando, anche se lentamente, a qualche forma di riconoscimento ufficiale. La speranza è che oggi, anche grazie all’opera di raccolta, catalogazione storica e divulgazione svolta dall’Associazione culturale Lorien (che ha raccolto nel suo sito www.lorien.it tutto il materiale esistente sull’argomento) nonché, ovviamente, grazie anche al rinnovato clima politico nazionale sia possibile uscire dall’isolamento -spesso anche volontario - in cui ci si è trovati per trent’anni Vorremmo sperare che sempre più le pubbliche amministrazioni, rette dal centrodestra si accorgano di questo vasto fenomeno culturale "sommerso" che ha segnato la storia del nostro Paese, ma anche i media nazionali, gli organizzatori di spettacoli, festival o eventi musicale e - persino - le Università prendano atto al più presto dell’esistenza e delle potenzialità di un movimento socio-culturale che ha una così lunga storia e una così grande forza creativa. Intanto alla Facolta di Scienze politiche dell’Università di Roma è stata depositato il primo titolo di tesi su questo argomento: "Trent’anni di storia della destra politica giovanile in Italia analizzati attraverso il fenomeno della "musica alternativa"… E’ un primo passo.

    Guido Giraudo

NUOVA LINFA PER AZIONE GIOVANI: NASCE "GIOVENTU’ IDENTITARIA"

Alla fine del mese di agosto si è svolta a Consigliano la VI edizione di Campobase, tradizionale momento di incontro nazionale della Destra giovanile.

Un’esperienza straordinaria, che ha visto la partecipazione di circa ottocento militanti da tutta Italia. Quattro giorni di incontri, approfondimenti, momenti comunitari, concerti; quattro giorni per ricreare un tessuto comunitario forte in vista di una stagione decisiva per la Destra giovanile.

Campobase 2002 ha sancito la nascita di una nuova realtà aggregativa interna: Gioventù Identitaria. Qualcosa di più e di diverso da una semplice compagine congressuale, Gioventù Identitaria è una comunità in cammino.

Gioventù Identitaria nasce per dare voce a tutte quelle comunità militanti che in questa lunga traversata, iniziata nel ’96 con la nascita di Azione Giovani, hanno mantenuto vivo il movimento nonostante la paralisi burocratica che lo ha ben presto colpito. Aderiscono a Gioventù Identitaria molte delle realtà più attive e prestigiose del panorama nazionale.

Gioventù Identitaria muove dall’esperienza di quelle comunità che si riconoscono nei valori e nelle istanze della Destra Sociale ma si apre a tutte quelle realtà che condividono il nostro patrimonio ideale e la nostra volontà di rinnovamento.

Gioventù Identitaria si batte per una nuova Rivoluzione Conservatrice Italiana, un progetto di profondo rinnovamento della società fondato sull’attualizzazione della nostra tradizione sociale, nazionale ed europea.

Gioventù Identitaria promuove una radicale riforma organizzativa di Azione Giovani, fondata sulla partecipazione della base, sulla valorizzazione delle comunità locali e regionali, sul rilancio delle strutture studentesca ed universitaria.

Eretica, visionaria, coerente, contagiosa, rigorosa, dissacrante, comunitaria…questa è Gioventù Identitaria.

Bellezza, stile, visione, autonomia, eroismo, movimento, potenza, azione…in due parole: Gioventù Identitaria.

Carlo Fidanza
Dirigente Nazionale di Azione Giovani

Riportiamo in questo numero una riflessione sulle elezioni del maggio scorso di Guido Giraudo. Per gentile concessione dell’Autore il brano viene estrapolato dalla testata che ora Giraudo dirige e che, per chi non è alieno dalla politica, richiama tempi passati, ma sempre attuali, senza temere di cadere nella retorica. Si tratta della mitica testata dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini che ora rivive come mensile online www.uomoqualunque.it e che segnaliamo a tutti i lettori. Questo articolo è in effetti solo l’inizio di una collaborazione. che speriamo lunga, con Giraudo. Per chi conosce il mondo della Destra il nome di Giraudo è noto, non solo come uomo di cultura nel senso più stretto del termine, ma anche come curatore di musica alternativa, quella musica che è presente nel sito www.lorien,it e che costituisce senza dubbio una pietra miliare per la cultura di Destra.


LA "CRISI DEL SETTIMO ANNO"
L’Ulivo riprende forza?

A giudicare dai risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative sembrerebbe di sì. Almeno al Nord dove una serie di comuni, anche importanti come Verona, Gorizia, Monza, Asti, Alessandria, precedentemente amministrati dal centrodestra, saranno guidati da sindaci di centrosinistra. Tuttavia è vero anche che il conto complessivo dei risultati non è così grave come apparirebbe dall’esito dei ballottaggi, perché la Casa delle Libertà chiude la tornata elettorale con una provincia in più (Reggio Calabria) e con un bilancio di sconfitte al Nord bilanciato da vittorie al Sud per ciò che riguarda i comuni. Ma il campanello d’allarme - per chi lo vuol ascoltare - è suonato. E come!
Vediamo allora di analizzare il significato del voto dei ballottaggi partendo da alcuni presupposti.

  1. Fattore geografico. La CdL perde al Nord dove aveva iniziato la sua "lunga marcia" amministrativa già sette anni fa. Perde all’interno di quelle Regioni che per prime scelsero il centrodestra e, tra esse, maggiormente in Piemonte e in Veneto. Nelle regioni del Sud, invece, strappate solo successivamente e con maggiore fatica al sodalizio DC-PCI i successi si susseguono a valanga.
  2. Fattore elettorale. Il sistema del ballottaggio è sempre stato favorevole alla sinistra e questo per una serie di motivi: tra questi la maggiore facilità a coalizzarsi anche "turandosi il naso" da parte dei militanti di partiti storicamente dittatoriali; al contrario la tendenza dell’elettorato moderato a disinteressarsi velocemente, a preferire una gita all’impegno politico.
  3. Fattore amministrativo. Questo non era un voto politico, nelle città conta davvero il candidato, così come contano una serie di situazioni locali risolte o meno. I voti si spostano dunque con maggiore facilità soprattutto al seguito di piccole lobby: i commercianti, i comitati, le famiglie, le parrocchie. Conta dunque aver ben governato, ma soprattutto essere credibili e radicati.

Fatte queste premesse veniamo ad analisi più politiche. Sanno tutti che alla base della sconfitta a Verona c’è la faida interna a Forza Italia. Ricostruiamola brevemente. La sindaco uscente, Michela Sironi è da tempo in lite con il potente governatore del Veneto, Giancarlo Galan. IL candidato ideale per Verona, però, doveva essere il senatore di Alleanza Nazione, Paolo Danieli, stimato e apprezzato anche dall’opposizione. Galan però punta i piedi "non esiste che lasciamo una città ad AN": è la strategia della terra bruciata , della cancellazione dell’alleato, che deve appiattarsi sulle posizioni del più forte. AN manda giù, ma a questo punto rispunta la Sironi che candida il senatore Aventino Frau, ex-democristiano appoggiato dalla curia. E ancora una volta Galan dice no. Il candidato lo vuole scegliere lui e indica di autorità Pierluigi Bolla, presidente della Fiera. La Sironi esce da Forza Italia e fonda una sua lista civica. Al voto Bolla distacca Zanotto - indipendente e figlio di un ex-sindaco democristiano - di quasi dieci punti cosa che, apparentemente, dovrebbe bastargli per vincere anche considerando il 6 per cento che la Sironi porta in dote al centrosinista "tradendo" i suoi elettori. Ma la "dote" che porta la Sironi è ben altra: è una sorta di credibilità, di contrappeso a destra dell’appoggio dato da Rifondazione comunista. Non solo ma Frau garantisce l’aiuto della Curia e una sorta di etichetta "localista" che ha molto peso in un’elezione amministrativa. Tutta la campagna è basata, infatti, contro l’arroganza di Forza Italia e di Galan e questo sposta una fetta consistente di elettori - soprattutto leghisti - verso Zanotto. Il risultato è noto… ben 10.000 voti di scarto ai danni della Casa delle Libertà.
Vediamo un altro esempio simile: Monza. Qui la frattura è causata da un ex-assessore di Alleanza Nazionale, Giampiero Mosca, uscito dalla giunta accusandola di perseguire l’interesse di una lobby favorevole alla costruzione di un grande Centro commerciale. Mosca forma la sua lista civica con l’appoggio dei commercianti. Il candidato della Casa della Libertà - l’ex ministro Radice - sfiora l’elezione al primo turno, il centro-sinistra è lontanissimo, Mosca raccoglie un buon 8 per cento e - inopinatamente - anche lui, si apparenta con l’Ulivo. Stesso risultato finale favorito anche da un astensionismo senza precedenti che consente al candidato sindaco del centrosinistra di essere eletto con meno voti di quelli che Radice aveva ottenuto al primo turno.
In entrambi i casi, andando a scavare nei risultati elettorali si scopre che, oltre alla "fuga al mare" dell’elettorato moderato, la colpa della sconfitta ha un nome solo: Lega Nord. Le faide sono state lanciate da Forza Italia o, nel caso di Monza, da AN ma i voti in fuga sono quelli leghisti e, infatti, sia a Verona che a Monza le liste della Lega hanno avuto un crollo di quasi 10 punti.
L’elettorato leghista ha, infatti, una sua connotazione ben precisa. E’ il meno fidelizzato della coalizione anche perché, nelle sue varie fasi, la Lega è stata con tutti e con nessuno, questo significa che i suoi elettori sono abituati a guardare esclusivamente al "proprio cortile", a valutare il loro personale e locale tornaconto e non l’interesse nazionale o generale della coalizione.
La controprova viene proprio dalle nette affermazione ottenute laddove il candidato era un leghista, sia che fosse appoggiato dal centrodestra, sia - anzi, persino di più - laddove correvano da soli contro entrambe le coalizioni, come nel caso della provincia di Treviso.
Naturalmente situazioni di profondo e forte radicamento leghista come Treviso sono molto particolari, tuttavia sono anche molto conosciute e non si capisce perché Forza Italia (Galan, ancora lui!!) abbia voluto a tutti i costi contrapporre un suo candidato. O, meglio, lo si capisce molto bene se si entra nel delirio di onnipotenza che sta contraddistinguendo alcuni dei vertici del partito di maggioranza relativa abituati ormai a fare i conti solo sui sondaggi o sulla sommatoria aritmetica di percentuali ottenute un anno fa.
Sono in molti, purtroppo, a non essersi accorti di quanti cambiamenti siano ormai intercorsi nella mentalità e nell’attenzione degli elettori. Finito il tempo dei grandi partiti ideologici, entrati nell’era della comunicazione globale attraverso un travaglio di continue destabilizzazioni dei punti di riferimento, si può dire che ormai non esiste più l’elettore "zoccolo duro" di un partito, mentre si è rafforzato l’egoismo, il personalismo, l’attenzione ai proprio interessi; così come si è rafforzata anche l’attenzione ai contenuti che - soprattutto in sede locale - non sono occultabili sotto nessun tipo di propaganda.
In un voto nazionale, fortemente radicalizzato come è stato quello del 13 maggio 2001 che ha portato Berlusconi al governo è stato ancora possibile che grandi strati di elettorato non abbiano minimamente guardato al nome del candidato che era segnato sulla scheda, ma abbiano votato solo "per Berlusconi" o "per Rutelli". Ma in sede locale e in una situazione politica di stanca, l’attenzione si sposta sui problemi e sui nomi… senza etichette, senza bandiere.
Il risultato di questa maggiore attenzione dei cittadini al privato è amplificato anche dalla crescente disaffezione al voto. Il numero dei votanti è in continuo calo ed è evidente che chi si reca a votare lo fa sempre di più per precisa scelta e non per abitudine o per obbligo civico. La "precisa scelta" a sua volta è spesso figlia di un preciso interesse dettato dall’appartenenza a una delle tante piccole, grandi lobby che cercano di influenzare le scelte politiche locali non solo votando per tizio o per caio, ma - sempre più sovente - votando "contro" tizio o contro caio.
C’è poi da tenere presente un altro dato significativo, questa volta tutto politico. La crepa nel muro di successi della Casa della Libertà si è aperta nel Nord e soprattutto nelle tre regioni che fecero da apripista al successo del centrodestra: Piemonte, Lombardia e Veneto. Anche qui un’analisi impietosa porta a dover parlare di una sorta di "crisi del settimo anno".
I nuovi governi delle tre regioni del Nord erano partiti indubbiamente con il piede giusto: buongoverno, grandi riforme, risposte giuste ai cittadini, stabilità… Poi, due anni fa, con l’elezione diretta dei presidenti e con i tre governatori del Nord portati sugli scudi da maggioranze inappellabili, anche qui deve essere scattato qualche meccanismo di esaltazione che ha portato a posizioni sempre più personalistiche, ad un neo-centralismo regionale spacciato per federalismo e ad una frattura tra il potere esecutivo -sempre più esercitato dal governatore - e il legislativo - in mano ai partiti. Ne è derivata una paralisi legislativa, un rallentamento della spinta riformista, un distacco tra gli eletti e gli apparati politici e, a scendere, tra i partiti e i cittadini.
Al Sud la situazione è opposta - simile a quella del Nord di quattro-cinque anni fa. Qui il Polo è arrivato al Governo da poco e sta mettendo mano a riforme e innovazioni che stanno scardinando la credibilità della vecchia sinistra così come fecero Ghigo, Formigoni e Galan negli anni passati. Attenzione però, perché a questo punto bisogna rapidamente fare un salto di qualità nelle regioni del Nord per tornare a livelli di efficienza e di qualità nei risultati politici e bisogna imparare la lezione per evitare che, tra qualche anno, i travolgenti risultati ottenuti in Sicilia, Sardegna e Calabria possano ritorcersi contro. Per concludere, l’unica nota veramente allarmante è il ritorno del "centrismo" inteso come forza eternamente in bilico tra i poli, eternamente pronta a qualsiasi compromesso pur di rimanere al potere, eternamente legate a quei "poteri forti" che rappresentano unicamente ai propri interessi. Il centro - questo nuovo "centro" buono per tutte le stagioni, pronto a darsi l’etichetta di "lista civica" per poter poi barattare i voti al miglior offerente - è in realtà il volto nefando di quei particolarismi, di quegli egoismi che sono antitetici con lo sviluppo civile, sociale ed economico di una collettività, sia essa una città o una nazione Come si vede sono molti gli spunti di riflessione emersi dalla recente consultazione elettorale a conferma di un momento di grande fermento e di profondo cambiamento delle abitudini politiche (quasi sempre negative) degli italiani.
Un piccolo contraccolpo dopo un anno di governo è accettabile. Fare finta di niente è invece pericoloso. Auspicare che siano Berlusconi e i suoi ministri più giovani e dinamici a dare una vera svolta al Paese è lecito; sperare che tale spinta sia sufficiente a risolvere tutti i mali e ad accreditare qualsiasi scelta locale è sbagliato; essere convinti che la sinistra sia arrivata ormai al capolinea della storia non autorizza a pensare che, automaticamente, d’ora in poi qualsiasi cosa faccia il centrodestra sarà premiata dall’elettorato.
Se questa lezione si capisce, sarà stata più che utile, addirittura salutare. Ci spiace solo per i veronesi, i monzesi e gli altri che avranno immolato cinque anni della loro pubblica amministrazione sull’altare di una ritrovata spinta al cambiamento.

Guido Giraudo

Il vento della Destra spira, finalmente, in Italia; un vento forte, che ci ripaga di tante amarezze, di tante delusioni, di tante incomprensioni. Chi viene da una lunga militanza sa quanto il nostro passato sia stato fatto oggetto di accuse, recriminazioni, falsi storici, ma soprattutto incomprensioni. Incomprensioni quotidiane da parte di chiunque, amici del bar o colleghi di lavoro. Ora un altro tabù è caduto. Ora la gente guarda con occhi diversi alla Destra, sa distinguere. Sa scegliere. Ora sta a noi non disperdere questo patrimonio, questa ricchezza: bisogna ben amministrarla, non deludere chi si è affidato a noi. Anche perché altre volte, in altre situazioni, è accaduto. Il partito innanzi tutto. Il che per noi di Destra vuol dire, e non sembri retorica, il Paese, l’Italia, e non si abbia paura a dirlo : la Patria. Poi tutto il resto. Poi le pur legittime aspirazioni personali. L’Italia viene sempre prima. E per essa bisogna sapersi sacrificare, anche nel piccolo, anche nella banalità del quotidiano. Quelli che accorrono in aiuto ai vincitori…possono trovare altrove il carro che li trasporti. Di seguito alcuni articoli di nostri collaboratori che ci scrivono da più parti d’Italia.

Barbarossa


E’ TEMPO CHE LA DESTRA…

Quello che differenzia la Destra, quello che ci differenzia dal resto del panorama politico, è la sua capacità di interagire con valori fondamentali quali la vita, la famiglia (nel senso più tradizionale del termine), l’identità personale, l’affermazione dell’individuo in quanto tale, ricco di dignità e componente della collettività, le libertà tutte. Ideali che non si limitano ad un insieme di natura politica o sociale, ma che traspaiono da valori universali e intrinseci ad ogni essere umano. Con un movimento di centrosinistra, cattocomunista, che tende sempre di più l’orecchio ma soprattutto strizza l’occhio rapace ai voti del centro, con reale trasformismo, in virtù del fatto di essere stati partiti di governo, è assurdo pensare oggi ad una destra impegnata nel raggiungimento di particolaristici obiettivi economici, tralasciando il campo del dibattito sociale e culturale su cui si possono portare oggi, più che mai prima, gli argomenti forti che da sempre hanno fatto della destra un elemento radicato nelle coscienze. Oggi la gente ha bisogno di sentirsi rassicurata sui temi della legalità, della sicurezza, di una giustizia giusta, della certezza del diritto e della pena, di una buona magistratura, di una sanità coerente e sana. Non bisogna dimenticare, altresì, le forze dell’ordine e le forze armate, demotivate e vincolate. Questi, alcuni dei valori forti della Destra che vogliamo promuovere perché senza ordine, sicurezza e legalità non vi può essere vera libertà e libera espressione delle identità, personali o sociali che siano. E’ lecito sostenere che tali principi siano fondamento stesso della democrazia e in ferma contrapposizione con le demagogiche tesi sociali, libertine e buoniste, cavalli di battaglia della sinistra.

Ma è tempo che s’inizi a sostenere coi fatti queste splendide certezze filosofiche, è ora che si accantonino i nostalgismi, i tentativi di rifondazione di un qualcosa di vetusto, anacronistico...
...sulla scorta degli insegnamenti che abbiamo ricevuto dai nostri maestri, ci piace citare il primo vero "europeista" della politica italiana, Giorgio Almirante, il quale spesso diceva: "...non rinnegare, non restaurare..."

E’ tempo che ci si proietti verso il futuro, voltandosi indietro solo per misurare quanta strada s’è fatta, è tempo che i "vecchi" sostengano i "giovani", e che i "giovani" rispettino i "vecchi". E’ tempo che chi si professa di destra, la pianti d’imitare la sinistra e una volta per tutte FACCIA LA DESTRA!

Giuseppe Mallamaci


CASTROVILLARI: SOFFIA IL VENTO DELLA DESTRA GIOVANILE

Si sapeva che avevamo buone possibilità di vittoria, ma sicuramente non ci aspettavamo una disfatta così clamorosa della sinistra. A Castrovillari il vento di Destra che soffia in tutta Europa ci ha spinti a compiere una grande impresa, stravolgere cioè la storia del più importante centro del Pollino, ora amministrato per la prima volta dal dopoguerra, da un governo di centro-destra. La sinistra è stata finalmente punita per la sua politica scellerata, conservatrice e autocelebrativa che ha isolato i giovani piuttosto che coinvolgerli. Molti degli interessi giovanili non sono stati presi in considerazione dalla passata Amministrazione comunale la quale ha illuso e spesso deluso le speranze di noi ragazzi con una politica distante, non protesa a soddisfare le nostre esigenze ma rivolta solamente a soddisfare le aspettative di una fascia ristretta della popolazione. In questi ultimi cinque anni del loro governo non si è pensato affatto di far partecipare attivamente i ragazzi alla vita amministrativa ma piuttosto si sono illusi di risolvere i nostri problemi con la loro sinistra mentalità di adulti. Era dunque prevedibile che gli stessi giovani avrebbero contribuito alla sonora sconfitta del sindaco uscente. L’impegno diretto e sincero nella campagna elettorale, che ha visto trionfare il centro-destra e il sindaco Blaiotta, del gruppo di Azione Giovani è testimonianza di volontà di cambiamento e di maggiore attenzione alle problematiche giovanili. Cambiare significa un diverso modo di fare politica; tra le tante cose che abbiamo intenzione di fare vi è la voglia di prevenire la devianza giovanile grazie a spazi per un’aggregazione spontanea e coinvolgente, degna alternativa dell’occasionale "comitiva", ove la crescita della persona viene spesso subordinata alla simpatia per una moda, e degli altrettanto celebri "centri sociali", luoghi d’illegalità diffusa e portatori di una pseudo-identità individualista che si spaccia per "collettiva", senza neanche aspirare ad essere organica e comunitaria. Noi vogliamo costruire i presupposti affinché si interrompa l’esodo dei giovani da Sud verso Nord, vogliamo una città più a misura d’uomo che investa sui giovani perché in effetti "il domani appartiene a noi". Nella zona del Pollino continuano dunque ad aumentare i comuni governati dal centro-destra: ad Acquaformosa, Laino Borgo e Mormanno si aggiunge ora anche Castrovillari, il più grande centro dell’area. In questo comprensorio del Pollino è oramai diventata una realtà la presenza continua, filtrante e proficua del movimento giovanile di destra che mi onoro di rappresentare.

Raffaele Forte

I giovani in an - Numero 09

Il Congresso di Bologna ha mostrato una presenza giovanile attenta, informata, pronta a dire la sua : presentiamo la preparazione ad esso attraverso due realtà, quella milanese e quella sarda.

I GIOVANI IN AN

Abbiamo ricevuto questa lettera da Carlo Fidanza, in risposta ad un articolo scritto dal nostro Apota; la pubblichiamo con piacere, specialmente in considerazione dei chiarimenti che potrà apportare, e ci alleghiamo la risposta di Apota.

> Caro Direttore,
>
> ti manifesto la mia meraviglia di fronte all’articolo
> che ho letto sull’ultimo numero in merito alla
> situazione congressuale milanese.
>
> Mi fa specie che proprio un momento di grande
> importanza strategica e di grande visibilità per la
> Destra Sociale milanese venga fatto passare
> dall’articolista come una fase di "disintegrazione".
>
> Mai come ora la Destra Sociale, grazie a questo
> accordo politico con Destra Protagonista ha
> riconquistato una centralità politica a Milano, che
> porta ad un valore aggiunto di molto superiore
> rispetto al quasi 10% di voti espressi sul totale
> (quasi 15% nello schieramento vincente pro Gamba).
>
> La collaborazione di Peppe Nanni con Ignazio La Russa
> non è di oggi, essendo i due da sempre legati da una
> profonda amicizia personale; Nanni è un fattore di
> arricchimento del dibattito interno, è un patrimonio
> di AN e le caratterizzazioni correntizie oggi gli
> stanno molto strette.
>
> Non vedo inoltre alcuna spaccatura in Azione Giovani
> su questo accordo, in particolar modo a Milano.
> In provincia la situazione è la medesima fatta salva
> una trascurabile eccezione monzese, dovuta ad evidenti
> ragioni locali nonché a legami familiari che porta una
> parte degli iscritti di AG a non sostenere Alboni.
>
> Del resto l’autonomia del mondo giovanile rimane un
> valore per noi fondamentale che abbiamo affermato
> spesso contro tutto il Partito (compresi amici ed
> avversari di oggi) e non sarà certo la dirigenza
> giovanile milanese a fare pressioni ed ingerenze
> contrarie a questo spirito.
>
> Questo accordo tra La Russa e la Destra Sociale va
> letto nel giusto senso: il sottoscritto ed i dirigenti
> giovanili, Paola Frassinetti, molti Consiglieri
> Comunali della Provincia di Milano, non hanno ritenuto
> di far parte di cartelli che facevano del risentimento
> personalistico l’unico collante.
>
> Abbiamo scelto ancora una volta la strada della
> politica, dei contenuti, del confronto nel merito; su
> questa strada ci siamo divisi in passato e forse
> torneremo a dividerci in futuro, per ora facciamo un
> tratto comune per la crescita di tutta Alleanza
> Nazionale.
>
> Mi pare che questa sia tutt’altro che disintegrazione,
> anzi la Destra Sociale a partire da questi congressi
> provinciali si rimette in cammino e si riconquista un
> ruolo di interlocutore primario nelle dinamiche
> interne ed esterne del Partito.
>
> Carlo Fidanza
> Presidente Provinciale di Azione Giovani


Caro Fidanza,
lo riconosco: la destra sociale non è in disintegrazione. Tieni però presente due cose a mia parziale, parzialissima discolpa: il mio articolo è stato scritto prima del congresso. E mi risulta che in fase pre-congressuale qualche dissenso all’interno del tuo gruppo giovanile ci fosse: alcuni dirigenti mettevano in dubbio l’allenza con destra protagonista. Dissenso che non ha comunque portato a nessuna scissione al congresso: dunque nessuna disintegrazione nella destra sociale. Ma qualche mugugno (e forse qualcosa di più) sì, c’è stato. Almeno a quanto ho appreso da fonti che ritengo attendibili. Per quanto riguarda i risultati del congresso cittadino, scusa ma non ritengo che un misero 10% sul totale dei votanti possa riportare la destra sociale meneghina alla "centalità politica a Milano". Dove sono le iniziative politiche che provano questa centralità? Io non le vedo ma magari sono un cattivo osservatore… Peraltro si sono perse le tracce da mesi delle iniziative di An in generale (cioè di tutte le correnti). Capitolo Beppe Nanni. Penso che un dato sia inconfutabile. Nanni era uno dei componenti storici della componente rautiana, poi diventata destra sociale. Ora mi risulta che sia più vicino a La Russa che ad Alemanno. Va benissimo la collaborazione tra membri dello stesso partito (l’ho sempre sostenuto), ma da chi ha fatto dell’appartenza correntizia un vero e proprio credo politico questi avvicinamenti alle correnti prima considerate "nemiche" mi continuano a fare un certo effetto. Non so a te… Alla prossima "polemica".

L’Apota


LA GIOVANE DESTRA CRESCE

Cos’è la giovane Destra? questa domanda deve essere sempre il primo punto delle nostre discussioni, in quanto deve essere lo stimolo per non interrompere il cammino di tutti noi che è finalizzato a costruire una identità capace di realizzare un movimento reale, effettivamente costruito sulle persone e sui fatti concreti. La Giovane Destra è una comunità di persone che credono nei valori della Destra italiana, sono dei giovani che hanno voglia di mettersi in discussione, coscienti del fatto che la società cresce con noi e abbiamo il dovere di crescere con essa, con i suoi problemi, con le sue contraddizioni, con le sue tante diversità.
Dico noi perché tutto ciò che, come militanti di Azione Giovani in Sardegna facciamo, rappresenta una sfida continua che serve per portare avanti i nostri ideali, la nostra fedeltà alla tradizione quale patrimonio indispensabile della nostra Nazione e la convinzione che, per crescere, bisogna guardare avanti senza, però, mai perdere di vista il nostro faro che sono, come già detto, i nostri ideali, che sono un punto di riferimento insostituibile.
Come militante di Azione Giovani non posso non ricordare il grande impegno che, tutti noi, ogni giorno, nei paesi e nelle città della Sardegna dimostriamo costantemente, orgogliosi del fatto che chi lotta per ciò in cui crede avrà la certezza di rendere un servizio alla società, perché si conferma il fatto che gli ideali vivono anche grazie al nostro impegno, cercando di sensibilizzare la gente sui problemi che riteniamo degni di considerazione, proponendo le nostre soluzioni, dando un punto di riferimento a quei giovani che si riconoscono nelle stesse idee in cui crediamo noi. Per quanto riguarda la Provincia di Cagliari noi stiamo attuando una politica che ci consenta di attuare una tangibile espansione di Azione Giovani testimoniato dal fatto che, vari nuovi circoli sono nati sul nostro territorio, dimostrando come i giovani sardi, come gli altri ragazzi del nostro movimento nel resto d’Italia, hanno la volontà di difendere, con orgoglio, le idee e la tradizione che ci rendono fieramente dei giovani italiani appartenenti alla Giovane Destra.
Non è vero quello che dicono alcuni che, parlando dei giovani d’oggi, affermano che non sappiamo più riconoscere i buoni ideali da quelli falsi determinati dalla sterile filosofia delle mode e dall’indifferenza per qualsiasi cosa che possa nobilitare l’uomo in quanto espressione della sua interiorità, del suo essere un individuo che ha ben chiare le sue radici, la sua storia, le sue tradizioni.
Riteniamo inoltre che serva un serio confronto col partito al quale appartiene il nostro movimento giovanile; infatti, pur non avendo l’esperienza dei vari militanti di Alleanza Nazionale che hanno fatto militanza per tanti anni nel Movimento Sociale Italiano, abbiamo tanta buona volontà e la speranza di fornire un valido contributo per una evoluzione positiva di tutti.
Conosciamo i problemi delle nostre comunità locali e dei giovani che ne fanno parte, e pensiamo che unire esperienza e nuove proposte possa concretamente migliorare la nostra società e dimostrare come i militanti della Destra sappiano difendere i propri ideali e permetterne una crescita concreta perché dotata di solide fondamenta capaci di dare una stabilità al nostro essere cittadini e uomini liberi.

Giuseppe Corda
Azione Giovani Assemini (CA)

I giovani in an - Numero 08

I giovani in AN

Con questo articolo inizia la collaborazione di Cosimo Zecchi alla nostra testata. La passione che infonde in questo pezzo testimonia il suo impegno politico e per questo già ci sembra degno di nota. Certo, il malessere giovanile all’interno del partito non è cosa nuova. Chi ha esperienza di militanza sa quanto sia un vecchio problema, da sempre, ma non vuol dire che non si debba guardare alla sua risoluzione. AN è un partito giovane : che non commetta errori del passato.

Durante questi ultimi anni Azione Giovani è stata sempre più indebolita all’interno del partito; sembra quasi che il nostro movimento sia considerato solo come sfiato di tensioni giovanili o palestra per iscritti al di sotto dei 30 anni … Questo mio sfogo trae spunto da un fatto recente: infatti non tutti i presidenti provinciali di Azione Giovani, rappresentanti dunque della base giovanile, saranno candidati di diritto al prossimo congresso di AN. Una scelta discutibile della dirigenza, che potrebbe "solo" lasciare di stucco, se non fosse che cade in un periodo in cui le varie direzioni locali di AG sono sempre più lasciate a se stesse. Forse sto ingigantendo tutto, forse è solo l’ennesima esternazione di un giovane sognatore. Questo però è quanto mi appare: è quanto uno dei tanti ragazzi percepisce dai fatti e anche dall’atmosfera in cui vive quotidianamente.

Purtroppo spesso, quando non siamo completamente abbandonati a noi stessi (certo i giovani non sono un gruppo di potere, non servono alla "politica della poltrona"), ci ritroviamo ad essere considerati come semplici distributori di volantini e la sensazione è che a volte le nostre manifestazioni vengano prese più come gesti goliardici che come lotta politica. Io invece ho imparato proprio in questo partito che la gioventù è una forza reale e concreta: è il domani in divenire; ho imparato che sui giovani è importante investire e che ai giovani è importante dare delle solide basi e tramandare le radici, per proiettare le proprie idee nel futuro. In fondo siamo come un campo da seminare, che prima o poi, se curato a dovere, è destinato a far nascere una rigogliosa foresta. Un tempo proprio il F.d.G era la vera forza trainante della Destra, una realtà concreta e tenuta in considerazione. La stessa classe dirigente rivolgeva spesso ai giovani le sue attenzioni, perché sapeva che il futuro lo avrebbero costruito i ragazzi di allora (i tanti Fini, Gasparri, Storace, La Russa...). Certo non mancavano problemi anche a quella realtà, ma l’approccio era ben diverso da quello attuale. Tutti sapevano che non si può vivere solo alla giornata, ma che per vincere bisogna conquistarsi il futuro. Il MSI ha vinto, perché ha coltivato il cambiamento del nostro paese, perché ha formato una classe dirigente che ora sta governando. Ha vinto grazie ai giovani su cui ha sempre puntato. Un domani AN potrà dire di aver vinto? Sta lavorando per questo obbiettivo (oltre a quello di essere una valida forza di governo ovviamente..)? Io lo spero, ma per ora pare che i ragazzi di allora credano di poter andare avanti all’infinito e che il futuro spetti ancora a loro... Un bellissimo esempio di "pensare come se non dovessi morire mai", per carità, ma l’uomo è sempre un mortale e il ricambio generazionale (a tutti i livelli.. nazionale, locale, ecc. ecc.) è indispensabile.

Io non voglio essere polemico a tutti i costi, però in questo momento l’impressione è che Azione Giovani non conti assolutamente nulla all’interno del partito e l’unico modo per legittimare la propria esistenza sia quello di muoversi per conto proprio. Si vuole davvero creare uno strappo così grande con i giovani? Oppure questa è una (triste) mossa precongressuale che serve a preventivarsi da "eventuali" giovani che vorrebbero una politica più audace e carica d’ideali rispetto a quella di adesso?

Resta il fatto che se AG non potrà contribuire alle scelte del partito, sempre più noi giovani non ci riconosceremo nell’azione politica di questo.

Spero che i nuovi dirigenti riescano a riportare il nostro movimento come cardine di AN e a farci riguadagnare la dignità che nel partito abbiamo sempre avuto. Avanti dunque camerati, vi aspetta un duro lavoro, ma non sarete soli se imboccherete questa strada!

Cosimo Zecchi
AG Prato.

ISRAELE E TERRORISMO: SCONTRO SENZA FINE?
A pochi giorni dall’ ultimo terribile triplice attacco terroristico, Israele conteggia i morti dell’ennesima strage che ha debilitato il già precario processo di normalizzazione tra le aree autonome palestinesi e lo Stato ebraico.

Si evidenzia per l’ennesima volta la differenza tra l’azione terroristica e quella di ritorsione dello Stato ebraico che però, a onor di verità, insiste in un pericoloso gioco di opposte tendenze legate al problema dei coloni e dei nuovi insediamenti: il terrorismo compie attacchi indiscriminati che minano la credibilità dei vecchi leader che dichiarano di accettare l’ esistenza dello Stato di Israele e di non condurre guerre di "sterminio" contro civili senza distinzione per sesso, condizione ed età; mentre dall’ altra parte le azioni di riflesso sono sempre piuttosto misurate e contro obiettivi militari o terroristici, con l’effetto negativo di rendere sempre più nervose le comunità dei nuovi insediamenti e soprattutto i partiti ortodossi.

Sharon e Arafat si ritrovano così in balìa dei rispettivi estremismi senza troppo possibilità di frenare l’azione di coloro che, da una parte come dall’ altra, cercano di impedire ogni forma possibile di dialogo nell’illusione che lo stato di guerra permanente possa infiammare la già calda area del Vicino e del Medio Oriente.

Dopo l’attentato dei kamikaze della Jihad Islamica, definizione che a seconda delle occasioni tattiche nasconde varie strutture terroristiche anche molto differenziate ostili ad Israele, è certo che gli USA non potranno non sostenere la serie di dure reazioni militari da parte delle Forze Armate israeliane nei territori occupati e nelle aree sotto controllo del leader palestinese che forse non riesce ad avere più quel carisma militare di un tempo che permetteva se non di sedare, almeno di tenere sotto stretto controllo le attività terroristiche dei gruppi meno concilianti.

Il Ministro degli Esteri Shimon Peres ha convocato d’urgenza il Consiglio di Difesa e il Segretario di Stato americano Colin Powel, lo stratega della Guerra del Golfo, e responsabile degli sforzi diplomatici per il cessate il fuoco, revocando gli impegni per monitorare al meglio la situazione.

Da parte Palestinese, Arafat ha come sempre condannato l’attentato ma questo non ha fermato il furore di Sharon che ha dichiarato l’imminente reazione proporzionata alla gravità dell’orribile attentato.

Per il Leader dell’Autorità palestinese il raggio d’azione circa le quasi unanimi richieste per bloccare le iniziative terroristiche sta diventando sempre più ristretto e la scelta si fa sempre più difficile sia dal punto di vista del prestigio sia dal punto di vista pratico. Arafat non potrà più dare il classico calcio al cerchio, Israele, e uno alla botte, i palestinesi, proprio perché entrambi non sono assolutamente soddisfatti della sua mancanza di coerenza e per l’ombra di un atteggiamento di accondiscendenza verso coloro che proseguono le azioni intraprese dall’ O.L.P. fin dalla fine degli anni ’60.

La Destra italica, proprio per sfatare il presunto estremismo di pochi vetero-nostalgici, ha in questi anni avviato una politica di avvicinamento proprio alle complesse realtà del Vicino Oriente che inevitabilmente hanno portato a prendere le distanze da quel terrorismo palestinese di carattere prettamente espansionista Islamico che nessuno può e deve nemmeno tentare di legittimare. Sharon non è Arafat e se lo fosse lo sarebbe per una necessità tattica e non certo per il presunto desiderio del morente sionismo socialista dei primi coloni dei kibbutz negli anni ’20 di creare quella "Grande Israele" che grande non potrebbe mai essere semplicemente perché è circondata da milioni e milioni di Arabi.

Dalla svolta di Fiuggi, in cui si rigettavano gli ultimi residui della simpatia di taluni verso quelle insensate "Leggi Razziali" che furono l’inizio del decadimento del fascismo costruttivo del ventennio, l’avvicinamento a Israele è stato costante anche se tra le molte reticenze di alcuni da ambo le parti e certo ostruzionismo di chi non voleva capire la moderna realtà tradizionale della Destra di AN e dei suoi militanti. Il che però non significa voler criminalizzare i sacrosanti diritti del popolo palestinese ad avere una Patria. Esistono però dei punti oscuri, delle problematiche di base che non possono far certo pendere la bilancia di un appoggio a quest’ultima legittima rivendicazione : basti pensare che è stato da AN segnalato che nel sito web dell’ International Presse Center dell’Autorità nazionale palestinese http://www.ipc.gov.ps/ipc_a/ipc_a-1/a_map/palcit-e.html appare una cartina nella quale figurano il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto, mentre scompare completamente la Stato di Israele. Al suo posto, il territorio corrispondente ai suoi confini attuali viene indicato con il nome di Palestina. AN ritiene che la cancellazione di uno Stato nazionale (e dei suoi cittadini come diretta conseguenza) da un documento ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese rappresenti un inquietante e pericoloso attentato, non solo al processo di pace in Medio Oriente, ma anche un avallo ufficiale alle posizioni oltranziste e terroriste di coloro che in questi anni hanno lavorato e lavorano - Bin Laden compreso - per l’annientamento di Israele e l’affermazione del panarabismo fondamentalista. E questo è solo un esempio. Basti pensare che dinanzi ad un attentato indiscriminato contro cittadini israeliani di ogni sesso ed età, non corrisponde lo stesso da Sharon che, da militare qual è sempre stato, colpisce le basi dei terroristi e le loro unità operative limitando al massimo le possibilità di ferire civili innocenti che però, in fondo, poi così innocenti forse non sono. La responsabilità vile di determinate aree della Sinistra sono poi evidentissime: le armi fornite ai Paesi Arabi fin dalla guerra di indipendenza del 1948 sono state fornite dall’ ex U.R.S.S. e dai suoi servi che ambivano a distruggere una nazione di sopravvissuti che però si glorificavano di aver liberato dai campi di sterminio nazisti e di averli sostenuti fino a quando non avevano "peccato" per non essere diventati parte della loro sfera di influenza.

E lo sono quelle Sinistre italiane di oggi che, subdolamente, fanno bruciare ai loro raduni e alle loro "pacifiche marce" la bandiera con la Stella di David dichiarandoli "fascisti" e "sterminatori" del popolo palestinese per poi arrogarsi la gloria di aver sempre sostenuto i diritti dei sopravvissuti di Auschwitz e Sobibor alle cui commemorazioni partecipano sempre numerosi e con i vessilli del caso.

In questa fase di lotta contro il mostro del terrorismo internazionale che non finirà certo con la cattura di Bin Laden e la sconfitta dei Talebani, occorre sostenere il diritto alla difesa da parte di chiunque venga colpito dai vili gesti del terrorismo di ogni matrice e colore. Il problema è che da tempo quest’ultimo viene sempre dalla stessa parte: quella dei folli martiri di Allah.

F.B.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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