Speciale

 

Partito unico? Federazione del centrodestra? Il futuro ci propone interessanti novità che cambieranno l’attuale teatro della politica. Che sia finalmente arrivato il momento, prospettato ormai da anni, per la nascita di un nuovo soggetto che incarni anche in Italia il conservatorismo che in piu’ Paesi ha gia’ prodotto notevoli risultati?

L’obiettivo finale deve essere necessariamente la nascita di un partito unico. Una realta’ politica nuova che non annulli le identita’ oggi presenti nel Polo ma le sintetizzi per offrire agli italiani risposte moderne ai problemi di tutti i giorni. Ma come arrivarci? Non e’ certo cosa semplice giungere ad un partito unico e probabilmente i tempi non sono ancora maturi. Ed ecco quindi arrivare in auge l’idea della federazione del centrodestra. Una sorta di "step" intermedio. Una fase transitoria. Un treno che porti i soggetti politici di oggi verso il partito unico… facendo magari qualche fermata per prendere qualche nuovo passeggero o un po’ di manutenzione alle carrozze.
Ma quali sono le "stazioni" in cui dovrebbe passare il treno?

Ciuf Ciuf…
Come prima cosa il treno deve partire e i primi passeggeri sono sicuramente quelli che faranno il tragitto piu’ lungo. Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc si dovranno unire in una federazione che mostri agli elettori una rinnovata coesione tra i partiti di centrodestra.

Ciuf Ciuf…
Poi arrivera’ ovviamente la Lega. Forse siedera’ in un’altra carrozza, ma sempre nello stesso treno. E’ prospettabile un’alleanza elettorale e politica per raggiungere determinati obiettivi. Molti temi sono assolutamente condivisibili. Sicurezza, immigrazione, difesa dei nostri mercati dall’aggressione commerciale estera (in particolare cinese) sono problemi che possono, anzi devono essere affrontati insieme.

Ciuf Ciuf…
In qualche stazione e’ auspicabile salgano anche i radicali e i riformisti. Molte sono le divergenze attuali ma importanti sono anche i punti di incontro su temi come l’economia, il rinnovamento delle istituzioni e la politica estera. E poi… come dimenticare il tentativo, per quanto fallimentare al tempo, dell’elefantino (AN + Segni e Taradash)? Forse un segnale premonitore di quel soggetto politico nuovo che negli anni potrebbe formarsi. L’errore del tempo forse era l’aver preso un EuroStar per andare da Milano a Cinisello Balsamo. Oggi invece e’ stato definito un percorso piu’ lungo e impegnativo ma che offre sicuramente un panorama piu’ bello dai finestrini e soprattutto un meta affascinante da raggiungere.

Ciuf Ciuf…
Qualche rallentamento tecnico ci dovra’ essere. Il piu’ importante sicuramente sara’ quello di mettere le basi per un vero bipolarismo. E’ decisamente auspicabile una riforma elettorale che faccia sparire la quota proporzionale tanto cara al partitismo. Ma non solo… Ci vuole anche una cultura del bipolarismo condivisa tra centrodestra e centrosinistra. L’impegno per riformare le istituzione, per aggiornare la Costituzione, creare una Repubblica presidenziale dove il "Ciampi" di turno non sia solo il rappresentante del Paese ma abbia un ruolo piu’ operativo e decisionale.

Ciuf Ciuf…
E cosi’ finalmente arriveremo all’ultima fermata. Il partito unico.

Vito Andrea Vinci

 

Riportiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal nostro Claudio Antonelli al Teatro Verdi di Trieste il 10 febbraio scorso, alla presenza di Mirko Tremaglia e Roberto Menia, in considerazione dell’alto valore morale e di testimonianza di cui è portatore.

SI STENTA QUASI A CREDERLO

Si stenta quasi a crederlo, eppure è tutto vero: noi, venuti da così lontano, siamo qui assieme a voi, rappresentanti dell’Italia; voi che avete strappato un popolo dall’ombra, il popolo giuliano-dalmata, per restituirgli ufficialmente identità e continuità. Il diniego dell’identità, il non riconoscimento del suo passato è il torto più grave che si possa fare ad un individuo, ad un gruppo, ad un popolo. E noi questo diniego l’abbiamo subito per tanti anni.

I ritorni più belli sono quelli che coronano i viaggi più lunghi. E noi profughi-emigrati abbiamo compiuto un doppio, lungo viaggio: fummo strappati alla nostra terra e, dopo un soggiorno in Patria, emigrammo verso altri lidi. Noi siamo giunti qui dai quattro angoli del mondo. Io vengo dal Canada.Voglio parlarvi in maniera diretta, senza perifrasi, senza sottintesi. L’estero è una scuola. No, non l’estero mitizzato così caro all’esterofilia italiana. Ma l’estero reale con le sue lezioni spesso dure. Quest’estero insegna agli emigrati che la patria non è un’invenzione di retori, una costruzione ideologica imputabile ad una certa Italia d’anteguerra, ma una realtà dello spirito con le sue misteriose leggi alle quali la nostra anima non potrà mai dar scacco. L’Italia è una. L’estero insegna che non esistono, o non dovrebbero esistere, un’Italia del Nord e un’Italia del Sud, contrapposte. Noi all’estero siamo tutti considerati italiani "sic et simpliciter", con tutti i clichés negativi che le razze più forti trovano gratificante affibbiarci. Hollywood docet. Una vita all’estero ci ha insegnato che onore e dignità nazionali, senso della storia, continuità, appartenenza, identità non sono vuote parole ma esigenze insopprimibili dello spirito. Il vivere a confronto costante con altri popoli aumenta l’importanza delle radici, amplifica il passato, dilata i ricordi. Tra i profughi-emigrati, il mondo perduto - io ho l’esempio dei miei compianti genitori - riesce ad assumere la trascendenza dei valori assoluti, con il culto della memoria e con ricordi in cui i teneri colori dell’infanzia si mescolano alle aspre tinte della violenza e della morte.
In Canada, negli Stati Uniti e nel mondo intero, gli esuli d’Israele continuano a commemorare i loro drammatici esodi avvenuti migliaia di anni fa. E noi non potremmo piangere un esodo che ha stravolto le vite dei nostri genitori e le nostre, spazzandoci via lontano dal solco che i nostri antenati avevano tracciato?
Il patriottismo dei profughi giuliano-dalmati è un sentimento mite e civile. Credetemi. Dove sono i nostri estremisti? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso? Io ho ricevuto, dai miei genitori, fin dalla nascita, un insegnamento costante di patriottismo, e, osiamo dirla la parola, di nazionalismo. In cosa è consistito questo insegnamento? Con le parole e con l’agire, essi mi hanno dato esempi di onestà, altruismo, sacrificio, lealtà, solidarietà nazionale. E da questi miei genitori per così dire "estremisti", facilmente etichettabili con il marchio ben noto, mai una lezione di odio, di disprezzo o di superiorità verso il nostro cosiddetto nemico. Nemico da affrontare e da combattere a piede fermo, se necessario, venuto il momento, ma anche in fondo da capire e da rispettare, proprio per i suoi valori patriottici e guerrieri così lontani dall’opportunismo e dall’antipatriottismo diffusi invece tra i nostri fratelli italiani, pronti a "portare avanti il discorso", a fare polemiche e ad inchinarsi di fronte alla bandiera altrui.

Forse fu questa la tragedia dei miei genitori e di tanti altri: noi, popolo dei confini, dall’identità che è stata sempre una scelta dell’anima e non un dato anagrafico, noi credemmo veramente...Il patriottismo è amore. Amore per i propri. Dopo tutto anche il mondialismo, l’amore universale, al quale a parole gli italiani sembrano tanto sensibili, deve cominciare dalla propria gente, da chi ci è vicino. Ma quanto più facile è amare tutta l’umanità che provare un reale senso di comprensione, simpatia e solidarietà per chi ci sta intorno! Nel passato, quelle poche volte che avevo cercato di parlare delle vicende particolari della nostra gente, vittima della storia, avevo dovuto fare una constatazione dolorosa: anche amici intimi apparivano sorpresi, disorientati e direi infastiditi da questa mia storia. Mi dicevano proprio così: "Non capisco questa tua storia..." Ebbene "la mia" storia, la storia di noi esuli, nella quale quasi nessuno si riconosceva in Italia, oggi invece grazie ai francobolli di Maurizio Gasparri, all’azione di Mirko Tremaglia, a quella di Roberto Menia, e alle tante iniziative di questo governo volte a ricordarci, potrà infine essere considerata parte della storia d’Italia. Perché nel bene e nel male noi non possiamo non riconoscerci nella patria comune: l’Italia. E nessun gioco di bussolotti, nessuna azione di propaganda potrà cambiare le tragiche pagine di una storia che ci ha visti sconfitti, con la perdita di una parte del territorio nazionale e con l’esodo di una popolazione inerme tra episodi di un’allucinante ferocia. I miei genitori si sono spenti a Baie d’Urfé, Québec, Canada, lontani dalla loro amata Pisino, dove non avevano mai più voluto ritornare perché ciò avrebbe significato vedere i nuovi occupanti nelle nostre case e perché, mia madre mi disse, "temerei che il cuore mi si schiantasse in petto". Occorre girare la pagina - sì, sono d’accordo - ma per poterlo fare occorreva questo riconoscimento, occorreva il giorno del ricordo. Occorreva riconosce il popolo che per molti, troppi italiani non era mai esistito. Non ne parlavano i libri di scuola. I mass media usavano il nome slavo per designare le nostre località di nascita dall’antico nome italiano. I burocrati dei consolati italiani scrivevano nato a Pola, Fiume, Zara, aggiungendo "Jugoslavia".
Diverse cose da allora sono cambiate da allora e la nostra presenza qui lo attesta in modo esemplare. L’Italia, dopo tutto, è una madre cha sa essere generosa. E noi, a dire il vero, abbiamo sempre saputo distinguere tra il paese e la Patria, tra il governo - i governi - e la nazione, tra il discorso politico e il discorso autenticamente nazionale. Noi italiani all’estero abbiamo tributato a Mirko Tremaglia ovazioni senza fine, commossi di ritrovare finalmente qualcuno per il quale gli emigrati italiani sono dei fratelli da proteggere e da amare.

Ma non è stato sempre così. Ho un ricordo netto. Anni fa, ebbi un incontro alla Casa d’Italia con un alto funzionario italiano, giunto a Montréal non ricordo più per che tipo di missione. Aveva voluto incontrare me e un paio di altri giornalisti della modesta stampa locale di lingua italiana. Pensavo che ci avrebbe rivolto delle domande per meglio capire la realtà canadese, i nostri problemi, i nostri bisogni. E invece tenne un discorso politico. Rinfocolò divisioni nazionali. Accusò il governo italiano d’anteguerra per i problemi nostri presenti. Tenne in definitiva un comizio. Apro una parentesi. Una vita all’estero fa apparire grottesca questa ossessione ideologica da cui tanti italiani appaiono afflitti. Spesso, dottrinari all’estremo, si pongono al servizio della tessera di un partito, non accorgendosi di mancare di un senso elementare di coscienza e di solidarietà nazionali. Coloro, in Italia, e sono ancora tanti, che temono, riconoscendo il nostro dramma, di diminuire i drammi altrui, manifestano un’arida mentalità contabile, quasi che le vittime di un campo e di un altro fossero da trattare come le iscrizioni in un libro di partita doppia, dove la cifra che si mette in una colonna la si deduce all’altra. E questa non è neppure una partita di pallone tra due squadre, dove un goal fatto è anche un goal subito. Basta poi con questo cercare sempre "a monte" le cause di questo o quell’obbrobrio, per giustificarlo. Mi compiaccio, quindi, che un nuovo sguardo sia oggi rivolto ai patimenti e alle ingiustizie subite dalle popolazioni civili tedesche. Non esistono razze angeliche e razze tarate. E così non esiste, non deve esistere un monopolio delle lacrime. Ma ritorno a questo rappresentante dell’Italia, di tutti gli Italiani, che uomo di parte, teneva un comizio a noi emigrati di Montréal. Allora il mio compianto amico Nereo Lorenzi, nativo di Fiume, lo interruppe per sapere se il governo italiano intendesse fare qualcosa per porre fine ad un’ingiustizia. E gli spiegò che il passaporto italiano, se recava la scritta "nato a Fiume (Italia)", benché dotato di regolamentare visto ottenuto all’ambasciata jugoslava ad Ottawa, non veniva riconosciuto alla frontiera jugoslava. Infatti, certi suoi amici fiumani, residenti in Canada, si erano visti negare l’ingresso dai doganieri jugoslavi, proprio a causa di quell "Italia" invece di "Jugoslavia", dopo "Fiume". Ma l’alto funzionario, rappresentante del governo italiano, non capiva il problema. Non lo poteva capire. Ecco, l’estero ci ha mostrato ad abundantiam che la nota dominante in Italia, per tanti anni, è stata lo spirito di parte e l’antipatriottismo, con l’assenza di un senso istintivo e elementare di solidarietà nazionale.Troppo spesso gli italiani considerano un normale, sano, indispensabile amor patrio come una pericolosa involuzione dello spirito. Il confronto con le altre etnie, all’estero, ci dimostra invece che il nazionalismo di noi profughi giuliano-dalmati è ben poca cosa rispetto ai nazionalismi altrui. Anzi, la stessa parola "nazionalisti", se applicata a noi, mi appare abusiva. Ripeto: dove sono gli estremisti giuliano-dalmati? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso in tutti questi anni?Il popolo franco-quebecchese piange ancora i suoi 12 patrioti impiccati dagli inglesi più di centosessanta anni fa. Gli ebrei commemorano con lacrime, cerimonie e canti i loro esodi, avvenuti migliaia di anni or sono. I serbi piangono ancora la disfatta subita ad opera degli Ottomani, più di mezzo millennio fa. Molti croati all’estero, in Australia, in Germania, in Canada e altrove, durante l’epoca di Tito, ordivano trame di rivincita guerriera, educando i figli al culto dell’antica patria, la Croazia, da riscattare, un giorno, col sangue. Noi giuliano-dalmati abbiamo invece educato i nostri figli, che sono nati all’estero, al rispetto e all’amore per la terra che li ha visti nascere, e per la quale noi stessi proviamo un profondo senso di riconoscenza e di lealtà.

Dopo una vita all’estero, ci appare grottesco il gusto per la polemica, l’oralità incontinente, la rissosità di tanti, troppi italiani. Quella che potrebbe apparire espressione dello spiccato gusto italiano per l’oralità, la teatralità, il protagonismo ha assunto ormai le dimensioni di una perenne, assordante logomachia. Un altro ben più tremendo male salta agli occhi di chi ritorna in patria da paesi ben amministrati e dominati dal pragmatismo. Mi riferisco al controllo di una fetta del territorio nazionale da parte delle varie criminalità organizzate. Ciò non è solo una palla al piede per l’economia del Sud, ma è un’offesa alla dignità del nostro paese. Dignità di cui noi siamo i sensibili termometri in terra straniera. La burocrazia semplicemente demenziale è un altro grave male che svilisce la nostra Patria. Perché oso parlarvi di queste cose? Perché una vita all’estero ci ha dato una sensibilità particolare nei confronti della Patria. L’emigrato riesce a vedere la Patria come un tutt’uno da cui egli non potrà mai prescindere, nel bene e nel male, e con cui il rapporto è d’amore, e non funzionale, strumentale, opportunistico. La patria è come un essere caro che vorremmo migliorare. E noi, rientrando in Italia, siamo quindi colpiti e direi offesi dal disordine immigratorio, così evidente, che noi vediamo come una manifestazione, ancora una volta, di abusivismo, e non una conseguenza dell’umanità degli italiani, come sostengono certe anime pie Mi viene in mente un episodio. Qualche anno fa venni a vivere in Italia per un lungo periodo. Fui trattato dalla burocrazia come extracomunitario. Proprio così: extracomunitario. Il luogo di nascita sul mio passaporto - Pisino, Istria - suscitò ulteriori motivi di diffidenza nell’addetto all’immigrazione della questura di Via Genova a Roma. Da allora, veramente tante cose sono cambiate. L’Italia ci ha permesso di riacquistare la cittadinanza italiana. Pisino, amatissimo mio luogo di nascita, simbolo di sofferta italianità, ha avuto gli onori di un francobollo. Un francobollo: sembra una cosa da poco eppure è una cosa immensa. Peccato che le lettere con quel francobollo siano giunte troppo tardi per mio padre e mia madre, spentisi oltreoceano. Il francobollo è giunto ugualmente troppo tardi per mia zia Adalgisa Bresciani, vedova di quel Lino Gherbetti (Gherbetz) che morì da eroe, per mano degli infoibatori titini. Mia zia si trovava in ospedale, a Montréal. Sarebbe morta in quella stanza il giorno poco. Vaneggiava e ripeteva: "Dove sono le valige? Dobbiamo tornare a Pisino." Ma non vi tornò. Sulla sua fossa venne sparsa la poca terra dell’Istria che aveva portato con sè in un vasetto, al momento dell’esodo. La terra.... Una terra che ha saputo creare in noi i sentimenti d’amore più belli e più nobili. Una terra che è diventata un’anima. Mio cugino, Bruno Gherbetti, figlio di Adalgisa, morì anni dopo a Edmonton, in Alberta. I suoi due figli, Bruce e Brian, purtroppo conoscono molto poco dell’Istria. Non parlano neppure l’italiano. Bruce e Brian portano sì, il nome "Gherbetti", ma hanno dovuto pagare caramente a scuola, subendo gli sfottò dei compagni, lo scotto di avere un nome che fa rima con "spaghetti". Sapete: la nostra storia all’estero non è sempre trionfalistica. I nostri figli, nati nelle nuove terre, vengono inghiottiti da altri universi. La loro patria è diversa dalla nostra. Loro conosceranno un altro destino nazionale. E noi non ce la sentiamo di trasmettere a loro una fiaccola che brucia e che fa male. Questa forse è la più amara lezione dell’estero: questo non poter continuare nei figli. Mio zio Oliviero Bresciani, nato a Pisino, morì a Buenos Aires. Sua figlia, Luciana, mia cugina, presente in questa sala, è potuta tornare per la prima volta in Italia, grazie a voi. Mi ha detto che potrà finalmente rivedere Pisino, da dove venne via bambina. Come vedete, occorreva il giorno del ricordo. Era giusto rendere gli onori al nostro giuramento di fedeltà all’Istria, Fiume, Dalmazia. Il nostro giuramento all’Italia. Una memoria nazionale condivisa, al di là di certe inevitabili divisioni d’interpretazione di questo o quell’aspetto del passato, è auspicio di una definitiva riconciliazione degli italiani.

Vi ringrazio di nuovo, a nome di tutti i profughi-emigrati come me, e di quelli che si sono spenti nei cinque continenti, lontani dall’amata terra natale, che oggi non è più Italia, e lontani dalla nostra Italia.

Claudio Antonelli (Canada)

LE GUERRE DI CAMORRA - Numero 28

 

Le guerre di camorra che insanguinano Napoli stanno vendicando la memoria di Achille Lauro, il famoso - ed infamato - sindaco di Napoli. Ricco armatore, uomo intraprendente, coraggioso, monarchico fino al midollo, amato visceralmente dal popolino dei bassi, egli fece tanto per la sua città. Ma fu odiato e denigrato dai "progressisti" di tutte le salse. E finì che Lauro perse le elezioni e perse infine anche la flotta, e per Napoli naufragò un sogno di riscatto.

Da Lauro in poi, le classi politiche illuminate e stuoli di professoroni attribuiscono tutti i mali di Napoli a lui, il "Comandante", il re Mida borbonico di Napoli che, secondo la vulgata, prima delle elezioni, per assicurarsi il voto, dava pacchi di pasta ed una sola scarpa, promettendo l’altra per il dopo-elezioni. "La colpa è di Lauro e dei suoi metodi borbonici", è stato da allora la condanna senza appello. Lauro, laurismo: sono parole che suscitano l’esecrazione tra l’esercito dei professionisti dell’ideologia ed i patiti della disquisizione bizantina, così numerosi a Napoli e sempre pronti a risolvere a tavolino, anche retroattivamente eliminando Achille Lauro, tutti i problemi del Mezzogiorno e della sua storica capitale. Accanto al mito nero mai tramontato di Lauro, sindaco "borbonico", da anni risplende il mito luminoso di Bassolino, sindaco "progressista", che, secondo la leggenda, sarebbe riuscito a fare di Napoli una città pulita, funzionale, vivibilissima. E il caos, l’arbitrio, lo sfacelo che le guerre di camorra fanno intravedere? La verità è che tutto è peggiorato nell’ex perla del Mediterraneo, o se vogliamo nell’ex feudo laurino. A Napoli oggi trionfa l’abusivismo più sfrenato, e la colpa non è certo di Achille Lauro. Anzi, dopo il regno dell’ "ultimo re di Napoli" - come lo chiamò Montanelli - il degrado e l’abusivismo hanno conosciuto un salto di qualità. Oggi anche le forze dell’ordine sono abusive: le forze dell’ordine camorrista, l’unico ordine che incuta rispetto nella città orfana del "Comandante".

Claudio Antonelli (Canada)

 

Marcello Pera, professore universitario di filosofia della scienza e di filosofia teoretica, Presidente del Senato della Repubblica e Joseph Ratzinger, nominato da papa Giovanni Paolo II nel 1981 Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, presidente della Pontificia commissione biblica e della Pontificia commissione teologica internazionale. Cosa hanno in comune? E’ da poco uscito un loro libro, Senza radici. Europa, relativismo, cristianesimo, islam, Mondadori, frutto di due conferenze e di due lettere reciproche di chiarimenti.
Il titolo non lascia dubbi. Pera sottolinea con veemenza i guasti del " linguaggio politicamente corretto". Con questa "neolingua" che permette all’Occidente di ammiccare, alludere, insinuare - dice Pera - ma non di dire, affermare, sostenere non è più consentito fare una scala di valori, non è più consentito dire che la nostra cultura è migliore di altre, ma solo che ormai ci troviamo di fronte a culture diverse. Di fronte alla paralisi dell’Occidente che non sa affermare la sua identità e teme lo scontro con l’islam, Pera ne esce con forza:
"Nego che da questo confronto non si possa concludere che le istituzioni occidentali siano migliori delle loro corrispondenze islamiche. E nego che da un confronto nasca necessariamente uno scontro. Non nego però che, se a una profferta di confronto si risponde con uno scontro, lo scontro non dovrebbe essere accettato. Affermo piuttosto il contrario. Affermo i principi della tolleranza, della convivenza, del rispetto, oggi tipici dell’Occidente, ma sostengo che, se qualcuno rifiuta la reciprocità di questi principi e ci dichiara un’ostilità o la jihad, allora si deve prendere atto che è un nostro avversario. In sostanza, rifiuto l’autocensura dell’Occidente".
Parole che hanno tutto il loro peso, non solo per la forza dei contenuti, ma anche per la personalità istituzionale che le pronuncia. Pera poi prosegue con un’analisi approfondita quanto chiara dei guasti causati dal relativismo, vero colpevole di questa cultura della resa occidentale. Ma il relativismo si è impossessato anche della teologia cristiana. E qui Pera prende a prestito le parole proprio di Ratzinger che evidenzia i motivi per cui un credente dovrebbe convertirsi al relativismo anche nell’ambito della fede: "ritenere che vi sia realmente una verità, una verità vincolante e valida nella storia stessa, nella figura di Gesù Cristo e della fede della Chiesa, viene qualificato come fondamentalismo". Il fondamentalismo: nuova bestia della cultura contemporanea. Quindi meglio scegliere il relativismo, scegliere di non scegliere.
Il passaggio, da queste premesse, alla mancanza di radici nell’Europa, è breve: "il relativismo che predica l’equipollenza dei valori o l’equivalenza delle culture orienta non tanto alla tolleranza quanto all’arrendevolezza e più alla resa che alla consapevolezza, più al declino che alla forza di convinzione,penetrazione,missione (la quale, un tempo, fu tipica del cristianesimo, dell’Europa, dell’Occidente)".
Tremende le parole delle ultime pagine: "Soffia sull’Europa un brutto vento. Si tratta dell’idea che basta aspettare e i guai spariranno da soli, o che si può essere accondiscendenti anche con chi ci minaccia e potremo cavarcela. E’ lo stesso soffio del vento di Monaco del 1938".
Ratzinger non può che essere d’accordo con l’analisi condotta dal Presidente del Senato. Il cardinale vede questa debolezza dell’Occidente, anzi una "sincronia paradossale : con la vittoria del mondo tecnico-secolare posteuropeo, con l’universalizzazione del suo modello di vita e della sua maniera di pensare, si diffonde, specialmente nei paesi strettamente non europei dell’Asia e dell’Africa, l’impressione che il sistema di valori dell’Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, sia giunto alla fine e sia anzi già uscito di scena; che sia giunta l’ora dei sistemi di valori di altri mondi, dell’America precolombiana, dell’islam, della mistica asiatica". Questo declino dell’Europa è anche un declino etnico, demografico; è quella che l’alto prelato chiama "mancanza di voglia di futuro" : i figli come un pericolo per il presente, una minaccia per il raggiunto o raggiungibile benessere. La risposta a questo scenario desolante Ratzinger la trova nella forza di "minoranze creative". Cosa sono? "Simili minoranze creative non hanno nulla di settario ma, attraverso la loro capacità di convincere e la loro gioia, offrono anche ad altri un diverso modo di vedere le cose e raggiungono tutti". Queste del cardinale sono parole che possono far sorridere per la loro semplicità, quasi ingenuità. Eppure è la forza delle parole semplici. E’ la forza della testimonianza di chi crede veramente in quei valori dell’Occidente - perché non si parla solo di fede, ma anche di società civile - che intende non dimenticare, ma sorreggere e far conoscere. E non sfugga che Ratzinger parli di "gioia", quella gioia che l’Occidente ha perso.
Non si tratta, allora, di chiudersi al dialogo, anzi; non si tratta di chiudersi alla tolleranza, anzi.
Si tratta di avere la consapevolezza che il dialogo non serve a nulla se uno dei dialoganti, piegandosi al nuovo mito del relativismo, dichiari che una posizione vale l’altra. Il dialogo è, invece, utile per sottoporsi a critiche reciproche, per rintracciare se non la verità, la posizione migliore. Ed è migliore perché resiste alle critiche.
L’analisi condotta da Pera e da Ratzinger non è nuova, ma assume un valore particolare in un momento in cui - fra l’altro - ci si è rifiutati di riconoscere le radici cristiane della Costituzione europea; in un momento in cui Buttiglione è stato rifiutato quale commissario europeo perché ha fatto testimonianza di credente.
Dietro la pretesa di rispettare tutte le posizioni si nasconde il pericolo già denunciato da Hegel di trovarsi nella "notte in cui tutte le vacche sono nere".

Barbarossa

 

Sabato 23 ottobre, Sala Congressi della Provincia di Milano. Si riunisce lo stato maggiore di Nuova Alleanza, la corrente di AN capitanata dagli on. Matteoli, Urso, Nania, presenti al Convegno. Il titolo scelto è quanto mai significativo : Identità e futuro - La Destra cambia l’Italia. Fanno gli onori di casa il senatore Servello e l’on. Cristiana Muscardini. Numerose le presenze di senatori, onorevoli, assessori, consiglieri che rappresentano un po’ tutta l’Italia. Fra i lombardi si riconoscono il consigliere regionale Silvia Ferretto e l’ex assessore regionale alla Formazione Guido Bombarda. Prende subito la parola il senatore Franco Servello.La sua relazione introduttiva chiarisce immediatamente che il binomio - identità e futuro - non è una scelta destinata solo a colpire l’immaginazione dei presenti : "Se è vero, infatti, che un eccessivo e acritico attaccamento a radici e identità produce irrilevanza politica e sclerosi delle idee, è altrettanto vero che la cancellazione delle radici ideali produce un machiavellismo di quart’ordine e un pragmatismo cieco e di corto respiro". La zampata del vecchio leone si fa subito sentire. Ma non è che l’inizio. Perché se il quadro generale è quello di un processo di modernizzazione "non dell’individuo astratto, ma della persona concreta, con i suoi legami familiari, sociali e comunitari", è la situazione interna ad Alleanza Nazionale che sta a cuore a Nuova Alleanza e al senatore Servello. L’ immagine del partito, appannata come viene percepito da alcuni, è un segnale importante, perché AN ha perso il gusto della discussione politica nelle sedi opportune, dando l’immagine di una tensione interna tra le diverse componenti. Inoltre, citando un’analisi del Foglio di Ferrara, il partito appare come privo di un forte tema di riferimento della propria azione politica , contrariamente a Forza Italia e alla Lega; e questo per la volontà di voler rappresentare tutti gli aspetti nazionali, senza una particolare vocazione sociale. Servello chiude il suo intervento affermando :" Intendiamo insomma dire che il nostro partito o rappresenta l’elemento propulsore delle riforme sociali e politiche necessarie per la modernizzazione italiana, oppure si deve accontentare di gestire una rendita di posizione tutt’altro che esaltante". Il senatore Collino, pur riconoscendo sinceramente ed ampiamente a Fini la figura del leader, ne sottolinea l’atteggiamento che fa del "divide et impera" la sua regola. Già le regole. E’ quanto a più voci viene chiesto in questo Convegno nazionale. E Collino è stata magna pars, perché se lo scioglimento, così come viene proposto da alcuni, sa di ipocrisia, è lo stabilire delle regole ben precise all’interno del partito che darà vita alla scomparsa del correntismo. Collino propone un’alleanza di volenterosi per dar vita ad un laboratorio politico che sappia riscrivere le regole, che porti a governare il partito con equità. Diversamente gli elettori, già dalla prossima tornata , quella regionale, spazzeranno via AN. E Cristiana Muscardini, a proposito di correttezza, già all’omaggio di Servello che saluta la sua quarta elezione al Parlamento europeo, ricorda come si sia fatto di tutto per ostacolarla in queste elezioni. E si riferiva, ovviamente, alle strutture lombarde del partito. Quel partito che alla Muscardini appare sempre più "virtuale". Questa la domanda che l’europarlamentare nel suo breve, ma al solito chiaro e netto, intervento ha posto: in Lombardia abbiamo perso più che nelle altre elezioni. Cosa si intende fare? E così via. Non intendiamo stancare i nostri lettori con il resoconto di tutti gli interventi, ma la certezza che viene fuori da questo Convegno è che un partito che appare governato sempre più da una logica spartitoria di cariche, incarichi, prebende, assessorati, consigli di amministrazione, e chi più ne ha più ne metta, per il solo fatto di appartenere ad una corrente piuttosto che ad un’altra, un partito siffatto non fa molta strada. Le prime avvisaglie, i primi scricchiolii li vediamo già da tempo, sia come calo del consenso elettorale che come abbandono di militanti ed iscritti. E’ pur vero che parecchi abbandonano per saltare su un altro carro, magari sempre della Casa della libertà (particolarmente gettonato pare ultimamente l’UDC…) ma il fiuto ( che non sbaglia mai…) di chi scappa via prima che la barca affondi è migliore di qualsiasi sondaggio d’opinione…E sono sempre di più i transfughi… Chi guarda ad AN ha l’impressione, e non è solo un’impressione superficiale, che si stia combattendo una guerra di e tra correnti, senza esclusione di colpi. L’essere diventati un partito di governo ha destato appetiti vecchi e nuovi per interessi personali, dimenticando la vecchia tradizione del MSI. Quando essere missini significava solamente perdere - tempo, denari, elezioni - c’era indubbiamente uno spirito diverso, forse più romanticamente carbonaro, ma certamente politicamente più etico, esaltante, forse unico. Ci si sentiva un po’ i reietti, i maledetti, gli appestati della politica italiana, ma si combatteva per dei valori e degli ideali nei quali si credeva quasi per DNA. Ora, passi per chi si è avvicinato ad AN senza aver fatto l’anticamera nel vecchio MSI, perché non può sapere l’aria che si respirava, quando ad essere dichiarati "fascisti" si correva anche il rischio di perdere la vita. Ma i vecchi iscritti hanno proprio dimenticato quegli anni? La lezione di Almirante è rimasta buona solo per citarla nelle riunioni di partito? Il vecchio MSI veniva visto come un partito di nostalgici, ma sostanzialmente onesti, dediti con passione alla politica nel senso vero del termine, senza compromessi. Non vorremmo che avesse ragione, oggi, chi allora diceva che ciò era possibile solo perché, allora, eravamo un partito ai margini del potere…

Barbarossa

MA QUALE LOTTA ARMATA! - Numero 25

 

Cesare Battisti fa parte di quella fauna politica che, come Scalzone, Sofri e compagni, gode, presso la sinistra internazionale, di una sorta di extraterritorialità dalle Leggi, dai codici, ma soprattutto dalla logica e dai sentimenti di giustizia e di umanità che vincolano tutti noi. Quella sinistra estrema, arrabbiata e frustrata da insuccessi e fallimenti ideologici, politici e strategici, pretende per i suoi adepti, quasi con una spocchia di casta, una deroga a quei principi di eguaglianza di diritti e doveri tra tutti i Cittadini ( e quindi anche nella soggezione alla Legge) per i quali dice di lottare. Insomma, come diceva Orwell, "..siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri..". Il ridicolo è che vorrebbero mettere in atto per i loro compagni, quanto affermava e praticava Giolitti, epigono del liberalismo più retrivo, che dichiarava: "..le Leggi, per i nemici si applicano rigorosamente, ma per gli amici si interpretano.." Cesare Battisti è stato condannato a due ergastoli per avere commesso tre omicidi ed essere stato il mandante di un quarto. Ed ecco chi erano questi "nemici del popolo" assassinati da Cesare Battisti per gravi colpe sociali:

  1. Antonio Santoro, guardia carceraria di servizio a Udine che non voleva fare "favori" e pretendeva di applicare lo stesso regolamento per tutti i detenuti
  2. Pier Luigi Torreggiani, orafo di Milano che ha osato opporsi alla rapina proletaria per difendere l’avvenire della sua famiglia ed il cui figlio, anch’esso colpito dalle armi dei rapinatori, è tuttora, e per sempre, paralizzato
  3. Lino Sabbadin, di professione macellaio in provincia di Venezia
  4. Andrea Campagna, agente semplice della Digos

Come si vede, tutti personaggi politici importanti ed influenti che erano determinanti nella strategia capitalistica che opprime il proletariato! Altro che lotta di classe armata! Ma, dicono i suoi compagni, ora Cesare Battisti si è ritirato dalla lotta armata e fa lo scrittore, affermato, di libri gialli. Ma, dicono i suoi compagni, sono passati tanti anni ed è giunta l’ora di dimenticare quanto successe negli "anni di piombo". Ma, dicono i suoi compagni, non si tratta di vere e proprie colpe, ma di peccati politici. E delle vittime cui è stata stroncata la vita? E delle famiglie spaccate, rovinate, segnate per sempre? E del valore etico delle Leggi che devono assoggettare tutti in modo eguale? E del diritto violato che richiede un prezzo previsto per ristabilire l’equilibrio della convivenza civile? Di tutto ciò, agli amici di Cesare Battisti non fanno cenno, non gliene potrebbe fregare di meno..! Ebbene, noi diciamo che non punire Cesare Battisti sarebbe ingiusto, diseducativo per i Cittadini che riceverebbero un messaggio distorto e pericoloso per il precedente giuridico che stabilirebbe! Cesare Battisti ha rubato anni ed anni di vita spensierata e famigliare a Parigi ed ha quindi avuto molto di più di quanto gli spettasse. Cesare Battisti si faccia i suoi due ergastoli e non rompa le scatole a chi, anziché spassarsela a Parigi, combatte ogni giorno la vita per sopravvivere in questo schifoso mondo!

Alessandro Mezzano

 

Un elemento caratterizza le proteste di docenti, studenti, famiglie contro la riforma Moratti:il numero di frottole, bugie, menzogne, chiamiamole come vogliamo, non cambia la sostanza. Mi viene spontaneo chiedermi come mai, dato che secondo costoro si tratta di una riforma così negativa, c’è bisogno di inventarsi tante falsità e non si muovono critiche invece su problemi reali. Si parla di grave attacco alla scuola statale, si accusa il governo di voler privatizzare la scuola e di finanziare la scuola privata a discapito di quella pubblica, ma non si dice che la legge di parità fu voluta dal governo di centro-sinistra con la legge 62 del 10/3/2000. Si grida contro i tagli ai finanziamenti per la scuola: guardiamo le cifre. Le risorse destinate alla scuola hanno avuto un notevole incremento :nel 2002 i finanziamenti complessivi sono stati di 36.840 milioni di euro, nel 2003 di 37.603 milioni di euro , nel 2004 vi è una previsione di spesa di 39.240 milioni di euro. Infine il Piano programmatico degli interventi finanziari della scuola prevede lo stanziamento di 4.037 milioni di euro già iscritti a bilancio per il periodo 2004-2008. Con questi soldi verrà garantito l’insegnamento dell’inglese e l’alfabetizzazione informatica nella scuola dell’infanzia e nella prima elementare su tutto il territorio nazionale, nonché l’attuazione reale del doppio canale che mette la scuola italiana al passo con i più avanzati paesi europei. Sono questi i tagli di cui parlano i sinistri contestatori? Si accusa il ministro di visione aziendalistica della scuola. Sia pure, qual è il problema? Considerare la scuola una particolare forma di azienda che produce istruzione, formazione, cultura e prepara efficacemente i giovani ad affrontare il mondo universitario e del lavoro è un fatto positivo o negativo? Altro cavallo di battaglia di una contestazione sempre più colorata, vivace e fantasiosa che organizza anche allegre scampagnate in bicicletta per le vie della città è l’accusa che il tempo pieno è morto e che ci sarà solo uno "spezzatino didattico" che non assomiglierà neanche lontanamente alla gloriosa ed efficiente ( ????) scuola attuale. Basta leggere l’art. 15 del Decreto legislativo 23/1/04 che recita: "è confermato ….il numero dei posti attivati complessivamente a livello nazionale per l’anno scolastico 2003/2004 per le attività di tempo pieno e di tempo prolungato…..Per gli anni successivi, ulteriori incrementi di posti per le stesse finalità...". Si possono formulare tre ipotesi:

  1. I signori contestatori non sanno leggere.
  2. I signori contestatori leggono, ma non capiscono.
  3. I signori contestatori sono palesemente in malafede.

A voi la scelta. Non si capisce poi come mai e perché, essendo gli insegnanti che oggi organizzano tanto efficientemente la didattica gli stessi che la organizzeranno domani, dovrebbe crollare la qualità della scuola. La libertà didattica, la responsabilità organizzativa, la competenza e professionalità dei docenti garantisce e garantirà la qualità della scuola. Anche sull’insegnamento della lingua inglese e dell’informatica la falsità è imperante. L’insegnamento dell’inglese viene introdotto sin dal primo biennio della scuola primaria su tutto il territorio nazionale,l’alfabetizzazione informatica mira ad avvicinare i più piccoli alle nuove tecnologie nelle prime classi della scuola primaria. E’ vero che alcune scuole in aree privilegiate del paese garantiscono ben più di un’ora settimanale di inglese e hanno un’utenza che è già ben più che alfabetizzata a livello informatico, ma stiamo parlando di una legge che si rivolge al territorio nazionale. Curiosa poi e incomprensibile è l’ostilità alla partecipazione delle famiglie. L’art. 30 della Costituzione riconosce ai genitori il diritto e il dovere di "istruire ed educare i figli" , i decreti delegati del 1974 introducono la partecipazione dei genitori e oggi, dopo 30 anni, si contesta il coinvolgimento delle famiglie. Si contesta che la legge Moratti citi più volte la centralità della famiglia nella vita dello studente. Ma le famiglie che vanno in piazza con gli striscioni si rendono o no conto che stanno manifestando contro il loro diritto-dovere di educare i propri figli? Sono tutte d’accordo di delegare in toto alla scuola? E’ vero che nel nostro paese in troppi imparano per prima cosa e declinare le proprie responsabilità, ma mi sembra che un auto-esproprio del proprio ruolo di genitore sia veramente eccessivo. Contestare è lecito, può e deve essere costruttivo, ma occorre coerenza, preparazione, propositività. Nelle recenti manifestazioni di piazza mi sembra che abbia regnato la demagogia, la disinformazione, il tanto peggio - tanto meglio, la voglia di contestare tutto, comunque e a prescindere. Che squallore!

Pierangela Bianco

Casa Pound - Numero 23

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • CASA POUND
  • CASA MONTAG
  • FORO 753


    OCCUPAZIONI NON CONFORMI

    Cosi’ le hanno chiamate… e cosi’ allora le racconteremo. Occupazioni non conformi. Giovani e non che promuovono uno spirito comunitario.

    Al di la’ dall’essere d’accordo o meno con il concetto stesso di occupazione bisogna ammettere che questo fenomeno sociale si presenta in modo originale ed insolito anche a destra. Di seguito vi segnaliamo i siti e i riferimenti di tre casi, tutti di Roma. Cerchiamo in questo speciale dedicato ai giovani di presentarvi queste particolari esperienze di occupazione attraverso le loro parole e i loro documenti.


    CASA POUND - www.casapound.org
    Via Napoleone III - Roma - foto

    "L’Associazione di Promozione Sociale CasaPound utilizza la forza del volontariato per propagandare avanzate visione sociali. Non e’ assistenzialismo. Non tappiamo le falle aperte in un mondo pietrificato e pronto all’implosione. Non cerchiamo di sistemare la vita delle persone con poche inutili migliorie. CasaPound urla: costruiremo il mondo che vogliamo!"

    Di seguito riportiamo dei volantini esplicativi delle attivita’ svolte dalla comunita’ di Casa Pound:
    Volantino 01 - Volantino 02 - Volantino 03
    Volantino 04 - Volantino 05 - Volantino 06
    Volantino 07 - Volantino 08 - Volantino 09
    Volantino 10



    CASA MONTAG - www.casamontag.org
    Via Tiberina 801 - Roma - foto

    "L’associazione culturale CasaMontag da anni agisce nel volontariato al fine di aiutare quelle fasce sociali piu’ deboli e quindi piu’ a rischio. Assistenza ai senza tetto, agli anziani soli, ai ragazzi con problemi fisici o mentali, alle ragazze madri, alle vittima dell’usura. Le nostre mani hanno coperto, sfamato, consolato e toccato drammi dimenticati, nascosti…"


    FORO 753 - www.753.it
    Via Capo D’Africa 27 - Roma - foto

    "Chi siamo: uomini e donne che si riconoscono nei valori dell’identita’ nazionale, della giustizia sociale, della visione comunitaria e spirituale della vita. I nostri ideali. Volonta’: di proporre un’esperienza alternativa a schemi imposti dal sistema. Tradizione: per coniugare i valori della tradizione con la modernita’ attraverso il modello comunitario. Cultura: per recuperare e valorizzare la nostra identita’ culturale e storica. Futuro: per noi, per i nostri figli, per le generazioni future."

    Di seguito riportiamo dei volantini esplicativi delle attivita’ svolte dalla comunita’ di Foro 753:
    Volantino 01 - Volantino 02 - Volantino 03
    Volantino 04 - Volantino 05 - Volantino 06
    Volantino 07 - Volantino 08 - Volantino 09
    Volantino 10


Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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