Speciale

NUOVA LINFA PER AZIONE GIOVANI: NASCE "GIOVENTU’ IDENTITARIA"

Alla fine del mese di agosto si è svolta a Consigliano la VI edizione di Campobase, tradizionale momento di incontro nazionale della Destra giovanile.

Un’esperienza straordinaria, che ha visto la partecipazione di circa ottocento militanti da tutta Italia. Quattro giorni di incontri, approfondimenti, momenti comunitari, concerti; quattro giorni per ricreare un tessuto comunitario forte in vista di una stagione decisiva per la Destra giovanile.

Campobase 2002 ha sancito la nascita di una nuova realtà aggregativa interna: Gioventù Identitaria. Qualcosa di più e di diverso da una semplice compagine congressuale, Gioventù Identitaria è una comunità in cammino.

Gioventù Identitaria nasce per dare voce a tutte quelle comunità militanti che in questa lunga traversata, iniziata nel ’96 con la nascita di Azione Giovani, hanno mantenuto vivo il movimento nonostante la paralisi burocratica che lo ha ben presto colpito. Aderiscono a Gioventù Identitaria molte delle realtà più attive e prestigiose del panorama nazionale.

Gioventù Identitaria muove dall’esperienza di quelle comunità che si riconoscono nei valori e nelle istanze della Destra Sociale ma si apre a tutte quelle realtà che condividono il nostro patrimonio ideale e la nostra volontà di rinnovamento.

Gioventù Identitaria si batte per una nuova Rivoluzione Conservatrice Italiana, un progetto di profondo rinnovamento della società fondato sull’attualizzazione della nostra tradizione sociale, nazionale ed europea.

Gioventù Identitaria promuove una radicale riforma organizzativa di Azione Giovani, fondata sulla partecipazione della base, sulla valorizzazione delle comunità locali e regionali, sul rilancio delle strutture studentesca ed universitaria.

Eretica, visionaria, coerente, contagiosa, rigorosa, dissacrante, comunitaria…questa è Gioventù Identitaria.

Bellezza, stile, visione, autonomia, eroismo, movimento, potenza, azione…in due parole: Gioventù Identitaria.

Carlo Fidanza
Dirigente Nazionale di Azione Giovani

Riportiamo in questo numero una riflessione sulle elezioni del maggio scorso di Guido Giraudo. Per gentile concessione dell’Autore il brano viene estrapolato dalla testata che ora Giraudo dirige e che, per chi non è alieno dalla politica, richiama tempi passati, ma sempre attuali, senza temere di cadere nella retorica. Si tratta della mitica testata dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini che ora rivive come mensile online www.uomoqualunque.it e che segnaliamo a tutti i lettori. Questo articolo è in effetti solo l’inizio di una collaborazione. che speriamo lunga, con Giraudo. Per chi conosce il mondo della Destra il nome di Giraudo è noto, non solo come uomo di cultura nel senso più stretto del termine, ma anche come curatore di musica alternativa, quella musica che è presente nel sito www.lorien,it e che costituisce senza dubbio una pietra miliare per la cultura di Destra.


LA "CRISI DEL SETTIMO ANNO"
L’Ulivo riprende forza?

A giudicare dai risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative sembrerebbe di sì. Almeno al Nord dove una serie di comuni, anche importanti come Verona, Gorizia, Monza, Asti, Alessandria, precedentemente amministrati dal centrodestra, saranno guidati da sindaci di centrosinistra. Tuttavia è vero anche che il conto complessivo dei risultati non è così grave come apparirebbe dall’esito dei ballottaggi, perché la Casa delle Libertà chiude la tornata elettorale con una provincia in più (Reggio Calabria) e con un bilancio di sconfitte al Nord bilanciato da vittorie al Sud per ciò che riguarda i comuni. Ma il campanello d’allarme - per chi lo vuol ascoltare - è suonato. E come!
Vediamo allora di analizzare il significato del voto dei ballottaggi partendo da alcuni presupposti.

  1. Fattore geografico. La CdL perde al Nord dove aveva iniziato la sua "lunga marcia" amministrativa già sette anni fa. Perde all’interno di quelle Regioni che per prime scelsero il centrodestra e, tra esse, maggiormente in Piemonte e in Veneto. Nelle regioni del Sud, invece, strappate solo successivamente e con maggiore fatica al sodalizio DC-PCI i successi si susseguono a valanga.
  2. Fattore elettorale. Il sistema del ballottaggio è sempre stato favorevole alla sinistra e questo per una serie di motivi: tra questi la maggiore facilità a coalizzarsi anche "turandosi il naso" da parte dei militanti di partiti storicamente dittatoriali; al contrario la tendenza dell’elettorato moderato a disinteressarsi velocemente, a preferire una gita all’impegno politico.
  3. Fattore amministrativo. Questo non era un voto politico, nelle città conta davvero il candidato, così come contano una serie di situazioni locali risolte o meno. I voti si spostano dunque con maggiore facilità soprattutto al seguito di piccole lobby: i commercianti, i comitati, le famiglie, le parrocchie. Conta dunque aver ben governato, ma soprattutto essere credibili e radicati.

Fatte queste premesse veniamo ad analisi più politiche. Sanno tutti che alla base della sconfitta a Verona c’è la faida interna a Forza Italia. Ricostruiamola brevemente. La sindaco uscente, Michela Sironi è da tempo in lite con il potente governatore del Veneto, Giancarlo Galan. IL candidato ideale per Verona, però, doveva essere il senatore di Alleanza Nazione, Paolo Danieli, stimato e apprezzato anche dall’opposizione. Galan però punta i piedi "non esiste che lasciamo una città ad AN": è la strategia della terra bruciata , della cancellazione dell’alleato, che deve appiattarsi sulle posizioni del più forte. AN manda giù, ma a questo punto rispunta la Sironi che candida il senatore Aventino Frau, ex-democristiano appoggiato dalla curia. E ancora una volta Galan dice no. Il candidato lo vuole scegliere lui e indica di autorità Pierluigi Bolla, presidente della Fiera. La Sironi esce da Forza Italia e fonda una sua lista civica. Al voto Bolla distacca Zanotto - indipendente e figlio di un ex-sindaco democristiano - di quasi dieci punti cosa che, apparentemente, dovrebbe bastargli per vincere anche considerando il 6 per cento che la Sironi porta in dote al centrosinista "tradendo" i suoi elettori. Ma la "dote" che porta la Sironi è ben altra: è una sorta di credibilità, di contrappeso a destra dell’appoggio dato da Rifondazione comunista. Non solo ma Frau garantisce l’aiuto della Curia e una sorta di etichetta "localista" che ha molto peso in un’elezione amministrativa. Tutta la campagna è basata, infatti, contro l’arroganza di Forza Italia e di Galan e questo sposta una fetta consistente di elettori - soprattutto leghisti - verso Zanotto. Il risultato è noto… ben 10.000 voti di scarto ai danni della Casa delle Libertà.
Vediamo un altro esempio simile: Monza. Qui la frattura è causata da un ex-assessore di Alleanza Nazionale, Giampiero Mosca, uscito dalla giunta accusandola di perseguire l’interesse di una lobby favorevole alla costruzione di un grande Centro commerciale. Mosca forma la sua lista civica con l’appoggio dei commercianti. Il candidato della Casa della Libertà - l’ex ministro Radice - sfiora l’elezione al primo turno, il centro-sinistra è lontanissimo, Mosca raccoglie un buon 8 per cento e - inopinatamente - anche lui, si apparenta con l’Ulivo. Stesso risultato finale favorito anche da un astensionismo senza precedenti che consente al candidato sindaco del centrosinistra di essere eletto con meno voti di quelli che Radice aveva ottenuto al primo turno.
In entrambi i casi, andando a scavare nei risultati elettorali si scopre che, oltre alla "fuga al mare" dell’elettorato moderato, la colpa della sconfitta ha un nome solo: Lega Nord. Le faide sono state lanciate da Forza Italia o, nel caso di Monza, da AN ma i voti in fuga sono quelli leghisti e, infatti, sia a Verona che a Monza le liste della Lega hanno avuto un crollo di quasi 10 punti.
L’elettorato leghista ha, infatti, una sua connotazione ben precisa. E’ il meno fidelizzato della coalizione anche perché, nelle sue varie fasi, la Lega è stata con tutti e con nessuno, questo significa che i suoi elettori sono abituati a guardare esclusivamente al "proprio cortile", a valutare il loro personale e locale tornaconto e non l’interesse nazionale o generale della coalizione.
La controprova viene proprio dalle nette affermazione ottenute laddove il candidato era un leghista, sia che fosse appoggiato dal centrodestra, sia - anzi, persino di più - laddove correvano da soli contro entrambe le coalizioni, come nel caso della provincia di Treviso.
Naturalmente situazioni di profondo e forte radicamento leghista come Treviso sono molto particolari, tuttavia sono anche molto conosciute e non si capisce perché Forza Italia (Galan, ancora lui!!) abbia voluto a tutti i costi contrapporre un suo candidato. O, meglio, lo si capisce molto bene se si entra nel delirio di onnipotenza che sta contraddistinguendo alcuni dei vertici del partito di maggioranza relativa abituati ormai a fare i conti solo sui sondaggi o sulla sommatoria aritmetica di percentuali ottenute un anno fa.
Sono in molti, purtroppo, a non essersi accorti di quanti cambiamenti siano ormai intercorsi nella mentalità e nell’attenzione degli elettori. Finito il tempo dei grandi partiti ideologici, entrati nell’era della comunicazione globale attraverso un travaglio di continue destabilizzazioni dei punti di riferimento, si può dire che ormai non esiste più l’elettore "zoccolo duro" di un partito, mentre si è rafforzato l’egoismo, il personalismo, l’attenzione ai proprio interessi; così come si è rafforzata anche l’attenzione ai contenuti che - soprattutto in sede locale - non sono occultabili sotto nessun tipo di propaganda.
In un voto nazionale, fortemente radicalizzato come è stato quello del 13 maggio 2001 che ha portato Berlusconi al governo è stato ancora possibile che grandi strati di elettorato non abbiano minimamente guardato al nome del candidato che era segnato sulla scheda, ma abbiano votato solo "per Berlusconi" o "per Rutelli". Ma in sede locale e in una situazione politica di stanca, l’attenzione si sposta sui problemi e sui nomi… senza etichette, senza bandiere.
Il risultato di questa maggiore attenzione dei cittadini al privato è amplificato anche dalla crescente disaffezione al voto. Il numero dei votanti è in continuo calo ed è evidente che chi si reca a votare lo fa sempre di più per precisa scelta e non per abitudine o per obbligo civico. La "precisa scelta" a sua volta è spesso figlia di un preciso interesse dettato dall’appartenenza a una delle tante piccole, grandi lobby che cercano di influenzare le scelte politiche locali non solo votando per tizio o per caio, ma - sempre più sovente - votando "contro" tizio o contro caio.
C’è poi da tenere presente un altro dato significativo, questa volta tutto politico. La crepa nel muro di successi della Casa della Libertà si è aperta nel Nord e soprattutto nelle tre regioni che fecero da apripista al successo del centrodestra: Piemonte, Lombardia e Veneto. Anche qui un’analisi impietosa porta a dover parlare di una sorta di "crisi del settimo anno".
I nuovi governi delle tre regioni del Nord erano partiti indubbiamente con il piede giusto: buongoverno, grandi riforme, risposte giuste ai cittadini, stabilità… Poi, due anni fa, con l’elezione diretta dei presidenti e con i tre governatori del Nord portati sugli scudi da maggioranze inappellabili, anche qui deve essere scattato qualche meccanismo di esaltazione che ha portato a posizioni sempre più personalistiche, ad un neo-centralismo regionale spacciato per federalismo e ad una frattura tra il potere esecutivo -sempre più esercitato dal governatore - e il legislativo - in mano ai partiti. Ne è derivata una paralisi legislativa, un rallentamento della spinta riformista, un distacco tra gli eletti e gli apparati politici e, a scendere, tra i partiti e i cittadini.
Al Sud la situazione è opposta - simile a quella del Nord di quattro-cinque anni fa. Qui il Polo è arrivato al Governo da poco e sta mettendo mano a riforme e innovazioni che stanno scardinando la credibilità della vecchia sinistra così come fecero Ghigo, Formigoni e Galan negli anni passati. Attenzione però, perché a questo punto bisogna rapidamente fare un salto di qualità nelle regioni del Nord per tornare a livelli di efficienza e di qualità nei risultati politici e bisogna imparare la lezione per evitare che, tra qualche anno, i travolgenti risultati ottenuti in Sicilia, Sardegna e Calabria possano ritorcersi contro. Per concludere, l’unica nota veramente allarmante è il ritorno del "centrismo" inteso come forza eternamente in bilico tra i poli, eternamente pronta a qualsiasi compromesso pur di rimanere al potere, eternamente legate a quei "poteri forti" che rappresentano unicamente ai propri interessi. Il centro - questo nuovo "centro" buono per tutte le stagioni, pronto a darsi l’etichetta di "lista civica" per poter poi barattare i voti al miglior offerente - è in realtà il volto nefando di quei particolarismi, di quegli egoismi che sono antitetici con lo sviluppo civile, sociale ed economico di una collettività, sia essa una città o una nazione Come si vede sono molti gli spunti di riflessione emersi dalla recente consultazione elettorale a conferma di un momento di grande fermento e di profondo cambiamento delle abitudini politiche (quasi sempre negative) degli italiani.
Un piccolo contraccolpo dopo un anno di governo è accettabile. Fare finta di niente è invece pericoloso. Auspicare che siano Berlusconi e i suoi ministri più giovani e dinamici a dare una vera svolta al Paese è lecito; sperare che tale spinta sia sufficiente a risolvere tutti i mali e ad accreditare qualsiasi scelta locale è sbagliato; essere convinti che la sinistra sia arrivata ormai al capolinea della storia non autorizza a pensare che, automaticamente, d’ora in poi qualsiasi cosa faccia il centrodestra sarà premiata dall’elettorato.
Se questa lezione si capisce, sarà stata più che utile, addirittura salutare. Ci spiace solo per i veronesi, i monzesi e gli altri che avranno immolato cinque anni della loro pubblica amministrazione sull’altare di una ritrovata spinta al cambiamento.

Guido Giraudo

Il vento della Destra spira, finalmente, in Italia; un vento forte, che ci ripaga di tante amarezze, di tante delusioni, di tante incomprensioni. Chi viene da una lunga militanza sa quanto il nostro passato sia stato fatto oggetto di accuse, recriminazioni, falsi storici, ma soprattutto incomprensioni. Incomprensioni quotidiane da parte di chiunque, amici del bar o colleghi di lavoro. Ora un altro tabù è caduto. Ora la gente guarda con occhi diversi alla Destra, sa distinguere. Sa scegliere. Ora sta a noi non disperdere questo patrimonio, questa ricchezza: bisogna ben amministrarla, non deludere chi si è affidato a noi. Anche perché altre volte, in altre situazioni, è accaduto. Il partito innanzi tutto. Il che per noi di Destra vuol dire, e non sembri retorica, il Paese, l’Italia, e non si abbia paura a dirlo : la Patria. Poi tutto il resto. Poi le pur legittime aspirazioni personali. L’Italia viene sempre prima. E per essa bisogna sapersi sacrificare, anche nel piccolo, anche nella banalità del quotidiano. Quelli che accorrono in aiuto ai vincitori…possono trovare altrove il carro che li trasporti. Di seguito alcuni articoli di nostri collaboratori che ci scrivono da più parti d’Italia.

Barbarossa


E’ TEMPO CHE LA DESTRA…

Quello che differenzia la Destra, quello che ci differenzia dal resto del panorama politico, è la sua capacità di interagire con valori fondamentali quali la vita, la famiglia (nel senso più tradizionale del termine), l’identità personale, l’affermazione dell’individuo in quanto tale, ricco di dignità e componente della collettività, le libertà tutte. Ideali che non si limitano ad un insieme di natura politica o sociale, ma che traspaiono da valori universali e intrinseci ad ogni essere umano. Con un movimento di centrosinistra, cattocomunista, che tende sempre di più l’orecchio ma soprattutto strizza l’occhio rapace ai voti del centro, con reale trasformismo, in virtù del fatto di essere stati partiti di governo, è assurdo pensare oggi ad una destra impegnata nel raggiungimento di particolaristici obiettivi economici, tralasciando il campo del dibattito sociale e culturale su cui si possono portare oggi, più che mai prima, gli argomenti forti che da sempre hanno fatto della destra un elemento radicato nelle coscienze. Oggi la gente ha bisogno di sentirsi rassicurata sui temi della legalità, della sicurezza, di una giustizia giusta, della certezza del diritto e della pena, di una buona magistratura, di una sanità coerente e sana. Non bisogna dimenticare, altresì, le forze dell’ordine e le forze armate, demotivate e vincolate. Questi, alcuni dei valori forti della Destra che vogliamo promuovere perché senza ordine, sicurezza e legalità non vi può essere vera libertà e libera espressione delle identità, personali o sociali che siano. E’ lecito sostenere che tali principi siano fondamento stesso della democrazia e in ferma contrapposizione con le demagogiche tesi sociali, libertine e buoniste, cavalli di battaglia della sinistra.

Ma è tempo che s’inizi a sostenere coi fatti queste splendide certezze filosofiche, è ora che si accantonino i nostalgismi, i tentativi di rifondazione di un qualcosa di vetusto, anacronistico...
...sulla scorta degli insegnamenti che abbiamo ricevuto dai nostri maestri, ci piace citare il primo vero "europeista" della politica italiana, Giorgio Almirante, il quale spesso diceva: "...non rinnegare, non restaurare..."

E’ tempo che ci si proietti verso il futuro, voltandosi indietro solo per misurare quanta strada s’è fatta, è tempo che i "vecchi" sostengano i "giovani", e che i "giovani" rispettino i "vecchi". E’ tempo che chi si professa di destra, la pianti d’imitare la sinistra e una volta per tutte FACCIA LA DESTRA!

Giuseppe Mallamaci


CASTROVILLARI: SOFFIA IL VENTO DELLA DESTRA GIOVANILE

Si sapeva che avevamo buone possibilità di vittoria, ma sicuramente non ci aspettavamo una disfatta così clamorosa della sinistra. A Castrovillari il vento di Destra che soffia in tutta Europa ci ha spinti a compiere una grande impresa, stravolgere cioè la storia del più importante centro del Pollino, ora amministrato per la prima volta dal dopoguerra, da un governo di centro-destra. La sinistra è stata finalmente punita per la sua politica scellerata, conservatrice e autocelebrativa che ha isolato i giovani piuttosto che coinvolgerli. Molti degli interessi giovanili non sono stati presi in considerazione dalla passata Amministrazione comunale la quale ha illuso e spesso deluso le speranze di noi ragazzi con una politica distante, non protesa a soddisfare le nostre esigenze ma rivolta solamente a soddisfare le aspettative di una fascia ristretta della popolazione. In questi ultimi cinque anni del loro governo non si è pensato affatto di far partecipare attivamente i ragazzi alla vita amministrativa ma piuttosto si sono illusi di risolvere i nostri problemi con la loro sinistra mentalità di adulti. Era dunque prevedibile che gli stessi giovani avrebbero contribuito alla sonora sconfitta del sindaco uscente. L’impegno diretto e sincero nella campagna elettorale, che ha visto trionfare il centro-destra e il sindaco Blaiotta, del gruppo di Azione Giovani è testimonianza di volontà di cambiamento e di maggiore attenzione alle problematiche giovanili. Cambiare significa un diverso modo di fare politica; tra le tante cose che abbiamo intenzione di fare vi è la voglia di prevenire la devianza giovanile grazie a spazi per un’aggregazione spontanea e coinvolgente, degna alternativa dell’occasionale "comitiva", ove la crescita della persona viene spesso subordinata alla simpatia per una moda, e degli altrettanto celebri "centri sociali", luoghi d’illegalità diffusa e portatori di una pseudo-identità individualista che si spaccia per "collettiva", senza neanche aspirare ad essere organica e comunitaria. Noi vogliamo costruire i presupposti affinché si interrompa l’esodo dei giovani da Sud verso Nord, vogliamo una città più a misura d’uomo che investa sui giovani perché in effetti "il domani appartiene a noi". Nella zona del Pollino continuano dunque ad aumentare i comuni governati dal centro-destra: ad Acquaformosa, Laino Borgo e Mormanno si aggiunge ora anche Castrovillari, il più grande centro dell’area. In questo comprensorio del Pollino è oramai diventata una realtà la presenza continua, filtrante e proficua del movimento giovanile di destra che mi onoro di rappresentare.

Raffaele Forte

I giovani in an - Numero 09

Il Congresso di Bologna ha mostrato una presenza giovanile attenta, informata, pronta a dire la sua : presentiamo la preparazione ad esso attraverso due realtà, quella milanese e quella sarda.

I GIOVANI IN AN

Abbiamo ricevuto questa lettera da Carlo Fidanza, in risposta ad un articolo scritto dal nostro Apota; la pubblichiamo con piacere, specialmente in considerazione dei chiarimenti che potrà apportare, e ci alleghiamo la risposta di Apota.

> Caro Direttore,
>
> ti manifesto la mia meraviglia di fronte all’articolo
> che ho letto sull’ultimo numero in merito alla
> situazione congressuale milanese.
>
> Mi fa specie che proprio un momento di grande
> importanza strategica e di grande visibilità per la
> Destra Sociale milanese venga fatto passare
> dall’articolista come una fase di "disintegrazione".
>
> Mai come ora la Destra Sociale, grazie a questo
> accordo politico con Destra Protagonista ha
> riconquistato una centralità politica a Milano, che
> porta ad un valore aggiunto di molto superiore
> rispetto al quasi 10% di voti espressi sul totale
> (quasi 15% nello schieramento vincente pro Gamba).
>
> La collaborazione di Peppe Nanni con Ignazio La Russa
> non è di oggi, essendo i due da sempre legati da una
> profonda amicizia personale; Nanni è un fattore di
> arricchimento del dibattito interno, è un patrimonio
> di AN e le caratterizzazioni correntizie oggi gli
> stanno molto strette.
>
> Non vedo inoltre alcuna spaccatura in Azione Giovani
> su questo accordo, in particolar modo a Milano.
> In provincia la situazione è la medesima fatta salva
> una trascurabile eccezione monzese, dovuta ad evidenti
> ragioni locali nonché a legami familiari che porta una
> parte degli iscritti di AG a non sostenere Alboni.
>
> Del resto l’autonomia del mondo giovanile rimane un
> valore per noi fondamentale che abbiamo affermato
> spesso contro tutto il Partito (compresi amici ed
> avversari di oggi) e non sarà certo la dirigenza
> giovanile milanese a fare pressioni ed ingerenze
> contrarie a questo spirito.
>
> Questo accordo tra La Russa e la Destra Sociale va
> letto nel giusto senso: il sottoscritto ed i dirigenti
> giovanili, Paola Frassinetti, molti Consiglieri
> Comunali della Provincia di Milano, non hanno ritenuto
> di far parte di cartelli che facevano del risentimento
> personalistico l’unico collante.
>
> Abbiamo scelto ancora una volta la strada della
> politica, dei contenuti, del confronto nel merito; su
> questa strada ci siamo divisi in passato e forse
> torneremo a dividerci in futuro, per ora facciamo un
> tratto comune per la crescita di tutta Alleanza
> Nazionale.
>
> Mi pare che questa sia tutt’altro che disintegrazione,
> anzi la Destra Sociale a partire da questi congressi
> provinciali si rimette in cammino e si riconquista un
> ruolo di interlocutore primario nelle dinamiche
> interne ed esterne del Partito.
>
> Carlo Fidanza
> Presidente Provinciale di Azione Giovani


Caro Fidanza,
lo riconosco: la destra sociale non è in disintegrazione. Tieni però presente due cose a mia parziale, parzialissima discolpa: il mio articolo è stato scritto prima del congresso. E mi risulta che in fase pre-congressuale qualche dissenso all’interno del tuo gruppo giovanile ci fosse: alcuni dirigenti mettevano in dubbio l’allenza con destra protagonista. Dissenso che non ha comunque portato a nessuna scissione al congresso: dunque nessuna disintegrazione nella destra sociale. Ma qualche mugugno (e forse qualcosa di più) sì, c’è stato. Almeno a quanto ho appreso da fonti che ritengo attendibili. Per quanto riguarda i risultati del congresso cittadino, scusa ma non ritengo che un misero 10% sul totale dei votanti possa riportare la destra sociale meneghina alla "centalità politica a Milano". Dove sono le iniziative politiche che provano questa centralità? Io non le vedo ma magari sono un cattivo osservatore… Peraltro si sono perse le tracce da mesi delle iniziative di An in generale (cioè di tutte le correnti). Capitolo Beppe Nanni. Penso che un dato sia inconfutabile. Nanni era uno dei componenti storici della componente rautiana, poi diventata destra sociale. Ora mi risulta che sia più vicino a La Russa che ad Alemanno. Va benissimo la collaborazione tra membri dello stesso partito (l’ho sempre sostenuto), ma da chi ha fatto dell’appartenza correntizia un vero e proprio credo politico questi avvicinamenti alle correnti prima considerate "nemiche" mi continuano a fare un certo effetto. Non so a te… Alla prossima "polemica".

L’Apota


LA GIOVANE DESTRA CRESCE

Cos’è la giovane Destra? questa domanda deve essere sempre il primo punto delle nostre discussioni, in quanto deve essere lo stimolo per non interrompere il cammino di tutti noi che è finalizzato a costruire una identità capace di realizzare un movimento reale, effettivamente costruito sulle persone e sui fatti concreti. La Giovane Destra è una comunità di persone che credono nei valori della Destra italiana, sono dei giovani che hanno voglia di mettersi in discussione, coscienti del fatto che la società cresce con noi e abbiamo il dovere di crescere con essa, con i suoi problemi, con le sue contraddizioni, con le sue tante diversità.
Dico noi perché tutto ciò che, come militanti di Azione Giovani in Sardegna facciamo, rappresenta una sfida continua che serve per portare avanti i nostri ideali, la nostra fedeltà alla tradizione quale patrimonio indispensabile della nostra Nazione e la convinzione che, per crescere, bisogna guardare avanti senza, però, mai perdere di vista il nostro faro che sono, come già detto, i nostri ideali, che sono un punto di riferimento insostituibile.
Come militante di Azione Giovani non posso non ricordare il grande impegno che, tutti noi, ogni giorno, nei paesi e nelle città della Sardegna dimostriamo costantemente, orgogliosi del fatto che chi lotta per ciò in cui crede avrà la certezza di rendere un servizio alla società, perché si conferma il fatto che gli ideali vivono anche grazie al nostro impegno, cercando di sensibilizzare la gente sui problemi che riteniamo degni di considerazione, proponendo le nostre soluzioni, dando un punto di riferimento a quei giovani che si riconoscono nelle stesse idee in cui crediamo noi. Per quanto riguarda la Provincia di Cagliari noi stiamo attuando una politica che ci consenta di attuare una tangibile espansione di Azione Giovani testimoniato dal fatto che, vari nuovi circoli sono nati sul nostro territorio, dimostrando come i giovani sardi, come gli altri ragazzi del nostro movimento nel resto d’Italia, hanno la volontà di difendere, con orgoglio, le idee e la tradizione che ci rendono fieramente dei giovani italiani appartenenti alla Giovane Destra.
Non è vero quello che dicono alcuni che, parlando dei giovani d’oggi, affermano che non sappiamo più riconoscere i buoni ideali da quelli falsi determinati dalla sterile filosofia delle mode e dall’indifferenza per qualsiasi cosa che possa nobilitare l’uomo in quanto espressione della sua interiorità, del suo essere un individuo che ha ben chiare le sue radici, la sua storia, le sue tradizioni.
Riteniamo inoltre che serva un serio confronto col partito al quale appartiene il nostro movimento giovanile; infatti, pur non avendo l’esperienza dei vari militanti di Alleanza Nazionale che hanno fatto militanza per tanti anni nel Movimento Sociale Italiano, abbiamo tanta buona volontà e la speranza di fornire un valido contributo per una evoluzione positiva di tutti.
Conosciamo i problemi delle nostre comunità locali e dei giovani che ne fanno parte, e pensiamo che unire esperienza e nuove proposte possa concretamente migliorare la nostra società e dimostrare come i militanti della Destra sappiano difendere i propri ideali e permetterne una crescita concreta perché dotata di solide fondamenta capaci di dare una stabilità al nostro essere cittadini e uomini liberi.

Giuseppe Corda
Azione Giovani Assemini (CA)

I giovani in an - Numero 08

I giovani in AN

Con questo articolo inizia la collaborazione di Cosimo Zecchi alla nostra testata. La passione che infonde in questo pezzo testimonia il suo impegno politico e per questo già ci sembra degno di nota. Certo, il malessere giovanile all’interno del partito non è cosa nuova. Chi ha esperienza di militanza sa quanto sia un vecchio problema, da sempre, ma non vuol dire che non si debba guardare alla sua risoluzione. AN è un partito giovane : che non commetta errori del passato.

Durante questi ultimi anni Azione Giovani è stata sempre più indebolita all’interno del partito; sembra quasi che il nostro movimento sia considerato solo come sfiato di tensioni giovanili o palestra per iscritti al di sotto dei 30 anni … Questo mio sfogo trae spunto da un fatto recente: infatti non tutti i presidenti provinciali di Azione Giovani, rappresentanti dunque della base giovanile, saranno candidati di diritto al prossimo congresso di AN. Una scelta discutibile della dirigenza, che potrebbe "solo" lasciare di stucco, se non fosse che cade in un periodo in cui le varie direzioni locali di AG sono sempre più lasciate a se stesse. Forse sto ingigantendo tutto, forse è solo l’ennesima esternazione di un giovane sognatore. Questo però è quanto mi appare: è quanto uno dei tanti ragazzi percepisce dai fatti e anche dall’atmosfera in cui vive quotidianamente.

Purtroppo spesso, quando non siamo completamente abbandonati a noi stessi (certo i giovani non sono un gruppo di potere, non servono alla "politica della poltrona"), ci ritroviamo ad essere considerati come semplici distributori di volantini e la sensazione è che a volte le nostre manifestazioni vengano prese più come gesti goliardici che come lotta politica. Io invece ho imparato proprio in questo partito che la gioventù è una forza reale e concreta: è il domani in divenire; ho imparato che sui giovani è importante investire e che ai giovani è importante dare delle solide basi e tramandare le radici, per proiettare le proprie idee nel futuro. In fondo siamo come un campo da seminare, che prima o poi, se curato a dovere, è destinato a far nascere una rigogliosa foresta. Un tempo proprio il F.d.G era la vera forza trainante della Destra, una realtà concreta e tenuta in considerazione. La stessa classe dirigente rivolgeva spesso ai giovani le sue attenzioni, perché sapeva che il futuro lo avrebbero costruito i ragazzi di allora (i tanti Fini, Gasparri, Storace, La Russa...). Certo non mancavano problemi anche a quella realtà, ma l’approccio era ben diverso da quello attuale. Tutti sapevano che non si può vivere solo alla giornata, ma che per vincere bisogna conquistarsi il futuro. Il MSI ha vinto, perché ha coltivato il cambiamento del nostro paese, perché ha formato una classe dirigente che ora sta governando. Ha vinto grazie ai giovani su cui ha sempre puntato. Un domani AN potrà dire di aver vinto? Sta lavorando per questo obbiettivo (oltre a quello di essere una valida forza di governo ovviamente..)? Io lo spero, ma per ora pare che i ragazzi di allora credano di poter andare avanti all’infinito e che il futuro spetti ancora a loro... Un bellissimo esempio di "pensare come se non dovessi morire mai", per carità, ma l’uomo è sempre un mortale e il ricambio generazionale (a tutti i livelli.. nazionale, locale, ecc. ecc.) è indispensabile.

Io non voglio essere polemico a tutti i costi, però in questo momento l’impressione è che Azione Giovani non conti assolutamente nulla all’interno del partito e l’unico modo per legittimare la propria esistenza sia quello di muoversi per conto proprio. Si vuole davvero creare uno strappo così grande con i giovani? Oppure questa è una (triste) mossa precongressuale che serve a preventivarsi da "eventuali" giovani che vorrebbero una politica più audace e carica d’ideali rispetto a quella di adesso?

Resta il fatto che se AG non potrà contribuire alle scelte del partito, sempre più noi giovani non ci riconosceremo nell’azione politica di questo.

Spero che i nuovi dirigenti riescano a riportare il nostro movimento come cardine di AN e a farci riguadagnare la dignità che nel partito abbiamo sempre avuto. Avanti dunque camerati, vi aspetta un duro lavoro, ma non sarete soli se imboccherete questa strada!

Cosimo Zecchi
AG Prato.

ISRAELE E TERRORISMO: SCONTRO SENZA FINE?
A pochi giorni dall’ ultimo terribile triplice attacco terroristico, Israele conteggia i morti dell’ennesima strage che ha debilitato il già precario processo di normalizzazione tra le aree autonome palestinesi e lo Stato ebraico.

Si evidenzia per l’ennesima volta la differenza tra l’azione terroristica e quella di ritorsione dello Stato ebraico che però, a onor di verità, insiste in un pericoloso gioco di opposte tendenze legate al problema dei coloni e dei nuovi insediamenti: il terrorismo compie attacchi indiscriminati che minano la credibilità dei vecchi leader che dichiarano di accettare l’ esistenza dello Stato di Israele e di non condurre guerre di "sterminio" contro civili senza distinzione per sesso, condizione ed età; mentre dall’ altra parte le azioni di riflesso sono sempre piuttosto misurate e contro obiettivi militari o terroristici, con l’effetto negativo di rendere sempre più nervose le comunità dei nuovi insediamenti e soprattutto i partiti ortodossi.

Sharon e Arafat si ritrovano così in balìa dei rispettivi estremismi senza troppo possibilità di frenare l’azione di coloro che, da una parte come dall’ altra, cercano di impedire ogni forma possibile di dialogo nell’illusione che lo stato di guerra permanente possa infiammare la già calda area del Vicino e del Medio Oriente.

Dopo l’attentato dei kamikaze della Jihad Islamica, definizione che a seconda delle occasioni tattiche nasconde varie strutture terroristiche anche molto differenziate ostili ad Israele, è certo che gli USA non potranno non sostenere la serie di dure reazioni militari da parte delle Forze Armate israeliane nei territori occupati e nelle aree sotto controllo del leader palestinese che forse non riesce ad avere più quel carisma militare di un tempo che permetteva se non di sedare, almeno di tenere sotto stretto controllo le attività terroristiche dei gruppi meno concilianti.

Il Ministro degli Esteri Shimon Peres ha convocato d’urgenza il Consiglio di Difesa e il Segretario di Stato americano Colin Powel, lo stratega della Guerra del Golfo, e responsabile degli sforzi diplomatici per il cessate il fuoco, revocando gli impegni per monitorare al meglio la situazione.

Da parte Palestinese, Arafat ha come sempre condannato l’attentato ma questo non ha fermato il furore di Sharon che ha dichiarato l’imminente reazione proporzionata alla gravità dell’orribile attentato.

Per il Leader dell’Autorità palestinese il raggio d’azione circa le quasi unanimi richieste per bloccare le iniziative terroristiche sta diventando sempre più ristretto e la scelta si fa sempre più difficile sia dal punto di vista del prestigio sia dal punto di vista pratico. Arafat non potrà più dare il classico calcio al cerchio, Israele, e uno alla botte, i palestinesi, proprio perché entrambi non sono assolutamente soddisfatti della sua mancanza di coerenza e per l’ombra di un atteggiamento di accondiscendenza verso coloro che proseguono le azioni intraprese dall’ O.L.P. fin dalla fine degli anni ’60.

La Destra italica, proprio per sfatare il presunto estremismo di pochi vetero-nostalgici, ha in questi anni avviato una politica di avvicinamento proprio alle complesse realtà del Vicino Oriente che inevitabilmente hanno portato a prendere le distanze da quel terrorismo palestinese di carattere prettamente espansionista Islamico che nessuno può e deve nemmeno tentare di legittimare. Sharon non è Arafat e se lo fosse lo sarebbe per una necessità tattica e non certo per il presunto desiderio del morente sionismo socialista dei primi coloni dei kibbutz negli anni ’20 di creare quella "Grande Israele" che grande non potrebbe mai essere semplicemente perché è circondata da milioni e milioni di Arabi.

Dalla svolta di Fiuggi, in cui si rigettavano gli ultimi residui della simpatia di taluni verso quelle insensate "Leggi Razziali" che furono l’inizio del decadimento del fascismo costruttivo del ventennio, l’avvicinamento a Israele è stato costante anche se tra le molte reticenze di alcuni da ambo le parti e certo ostruzionismo di chi non voleva capire la moderna realtà tradizionale della Destra di AN e dei suoi militanti. Il che però non significa voler criminalizzare i sacrosanti diritti del popolo palestinese ad avere una Patria. Esistono però dei punti oscuri, delle problematiche di base che non possono far certo pendere la bilancia di un appoggio a quest’ultima legittima rivendicazione : basti pensare che è stato da AN segnalato che nel sito web dell’ International Presse Center dell’Autorità nazionale palestinese http://www.ipc.gov.ps/ipc_a/ipc_a-1/a_map/palcit-e.html appare una cartina nella quale figurano il Libano, la Siria, la Giordania e l’Egitto, mentre scompare completamente la Stato di Israele. Al suo posto, il territorio corrispondente ai suoi confini attuali viene indicato con il nome di Palestina. AN ritiene che la cancellazione di uno Stato nazionale (e dei suoi cittadini come diretta conseguenza) da un documento ufficiale dell’Autorità nazionale palestinese rappresenti un inquietante e pericoloso attentato, non solo al processo di pace in Medio Oriente, ma anche un avallo ufficiale alle posizioni oltranziste e terroriste di coloro che in questi anni hanno lavorato e lavorano - Bin Laden compreso - per l’annientamento di Israele e l’affermazione del panarabismo fondamentalista. E questo è solo un esempio. Basti pensare che dinanzi ad un attentato indiscriminato contro cittadini israeliani di ogni sesso ed età, non corrisponde lo stesso da Sharon che, da militare qual è sempre stato, colpisce le basi dei terroristi e le loro unità operative limitando al massimo le possibilità di ferire civili innocenti che però, in fondo, poi così innocenti forse non sono. La responsabilità vile di determinate aree della Sinistra sono poi evidentissime: le armi fornite ai Paesi Arabi fin dalla guerra di indipendenza del 1948 sono state fornite dall’ ex U.R.S.S. e dai suoi servi che ambivano a distruggere una nazione di sopravvissuti che però si glorificavano di aver liberato dai campi di sterminio nazisti e di averli sostenuti fino a quando non avevano "peccato" per non essere diventati parte della loro sfera di influenza.

E lo sono quelle Sinistre italiane di oggi che, subdolamente, fanno bruciare ai loro raduni e alle loro "pacifiche marce" la bandiera con la Stella di David dichiarandoli "fascisti" e "sterminatori" del popolo palestinese per poi arrogarsi la gloria di aver sempre sostenuto i diritti dei sopravvissuti di Auschwitz e Sobibor alle cui commemorazioni partecipano sempre numerosi e con i vessilli del caso.

In questa fase di lotta contro il mostro del terrorismo internazionale che non finirà certo con la cattura di Bin Laden e la sconfitta dei Talebani, occorre sostenere il diritto alla difesa da parte di chiunque venga colpito dai vili gesti del terrorismo di ogni matrice e colore. Il problema è che da tempo quest’ultimo viene sempre dalla stessa parte: quella dei folli martiri di Allah.

F.B.

ALLEANZA NAZIONALE, "GRANDI MANOVRE" IN VISTA DEL CONGRESSO

Da una parte i "più belli". Dall’altra gli "intelligentones". Una strana contrapposizione quella che si è venuta profilando nella due giorni di discussioni (il 24-25 novembre scorsi) tra le due principali correnti di Alleanza Nazionale. Da una parte la Destra sociale di Alemanno e Storace, la destra dei "belli": "Perché - dice il presidente della Regione Lazio - ci sarà anche qualche differenza, e non solo estetica, tra Daniela Santanché e Alessandra Mussolini". Dall’altra, Destra protagonista, la corrente di La Russa e Gasparri, che all’accusa di essere i "berluscones" hanno risposto - con le parole del ministro della Comunicazione - di essere "gli intelligentones, perché abbiamo capito le scelte giuste da fare fin dai primi anni ’80". Lo confessiamo: siamo presi dallo sconforto. In tempi di Destra al governo nessuno si aspetta voli di fantasia o grande strategie politico-filosofiche, ma un onesto e indissolubile pragmatismo. Da qui però a dividersi tra belli e intelligenti ce ne passa…

Correnti in movimento. Va beh… cerchiamo di tornare a parlare di politica. E partiamo dai movimenti correntizi, che tanto (troppo?) appassionano i militanti di An. C’eravamo lasciati con 4 gruppi politici contrapposti. Le già citate Destra sociale e Destra protagonista. E poi Destra e Libertà di Urso e Matteoli, di impronta liberal-liberista. E Destra plurale di Domenico Nania, i cui componenti sono noti come i "descamisados", per la discutibile scelta nell’abbigliamento (sic!). Le due ultime correnti (quelle di Urso e Nania) si sono riunite in un’aggregazione più ampia: il nome della corrente è Nuova Alleanza. Quest’ultima sembra vicina ad un accordo politico con Destra protagonista in vista del congresso di An del prossimo aprile. Così come la mini-corrente "Iniziative" di Giulio Maceratini. Dunque la situazione sembrerebbe profilarsi in questi termini: la Destra sociale contro tutti. O tutti contro la Destra sociale, a seconda dei punti di vista. Appare però uno scontro almeno numericamente impari. Da sola la Destra protagonista larussian-gasparriana può contare, infatti, su un grandissimo peso nel partito: 52 deputati sui 99 di An, 20 senatori su 43, un ministro (Gasparri), un viceministro (Martinat), il presidente del gruppo di Montecitorio (La Russa), 60 tra consiglieri e assessori regionali, oltre 200 consiglieri comunali. Non solo. Nella riunione di sabato e domenica scorsi ad Arezzo, Destra protagonista si è presentata con 1.200 delegati. Un esercito. Quantificando, un 70 per cento abbondante dei delegati più gli innesti delle correnti "alleate" contro un 30 per cento scarso della Destra sociale. Il nodo dell’articolo 18.

Ma lasciamo perdere i numeri, che in politica sono importanti ma non sono tutto, e passiamo ai programmi. Qui la contrapposizione tra correnti si basa su due punti fondamentali: l’abolizione (o meno) dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello sul licenziamento per giusta causa. E l’ingresso (o meno) nel Partito Popolare europeo. Partiamo dal nodo dell’articolo 18. Gasparri sostiene: "Sì, l’art. 18 va soppresso perché è il solo modo per favorire nuove assunzioni. Il sistema è troppo rigido e a farne le spese sono soprattutto i giovani in cerca di lavoro nelle aree più deboli". Non è d’accordo Alemanno: "No, l’art. 18 non va toccato. Un intervento specifico diverrebbe simbolo di lacerazione sociale: può essere modificato solo nel quadro di una revisione globale dello Statuto". Logiche diverse alla base delle due scelte. Destra protagonista vuole una "modernizzazione" a tappe forzate. Il rischio è quello di creare uno scontro sociale. E, visto come andò a finire nel 1994, con un milione di persone in piazza, forse sarebbe meglio evitarlo. La Destra sociale persegue una logica di rottura dell’unità sindacale della Triplice per mezzo di un avvicinamento alla Cisl di Pezzotta, vicina alle politiche sulla partecipazione dei lavoratori agli utili, da sempre cavallo di battaglia di Alemanno e soci. Il rischio di questa scelta è un eccesso di "conservatorismo" nel mercato del lavoro. Seguendo il sindacato, cioè, si rischia di non cambiare nulla. E tutti sanno, ormai, che il mondo del lavoro in Italia va al contrario di come dovrebbe andare: tutela i privilegi ingiusti e dà poche opportunità di lavoro ai più giovani. La discussione appare fin qui seria. Come sempre la soluzione sembra essere nel mezzo. Dunque, tutelare la vocazione sociale del partito, evitando scontri sociali. Non farsi però "cofferatizzare", come ha sostenuto la Russa criticando Storace. Da rifuggire comunque la contrapposizione tra iperliberisti e ultrasociali. Ribadiamo, con i padri latini: in media res stat virtus.

Morire democristiastiani? Secondo nodo da sciogliere in vista del congresso è se avviare un cammino che porti Alleanza nazionale all’interno del Partito Popolare nel parlamento europeo. Non è la prima volta che si parla di questa possibilità. Ma nella due giorni delle correnti l’argomento è tornato prepotentemente alla ribalta. Per Gasparri, "parlare di ingresso nel Ppe è ancora prematuro, e tuttavia quel passaggio è inevitabile". Per Alemanno non è inevitabile ed è certamente "prematuro, per due motivi: anzitutto perché nel Ppe devono prima uscire Rosi Bindi e Castagnetti, e poi perché dobbiamo prima concertare una posizione con tutti i nostri partner dell’Uen, l’Unione delle destre europee". Anche in questo caso ci sono rischi in entrambe le posizioni. Destra protagonista vuole affermare il bipolarismo anche in Europa, dopo che in Italia il binomio Forza Italia-Allenza nazionale pare essere indissolubile. Qual è il rischio? Che, una volta entrati nel Ppe, il passo successivo sia il partito unico con Forza Italia. E allora addio ad ogni specificità politica e culturale della Destra italiana. Il rischio dell’"isolazionismo" perseguito dalla Destra sociale è invece quello di rimanere in un gruppo (l’Uen) che conta poco ed è stretto tra i due "giganti" del parlamento europeo: il Partito popolare e il Partito socialista. Rischi da calcolare con cura: certo che morire democristiani, sia detto con franchezza, non ci sembra una fine né allettante né tantomeno auspicabile. Una specificità "di destra" andrebbe conservata, anche perché i Berlusconi passano, mentre i nostri valori restano.

Il futuro di An Quale il bilancio della due giorni delle correnti? Francamente non entusiasmante. La contrapposizione sembra tornare ad assumere toni che speravamo superati. Insomma, il vecchio scontro tra "liberali" e "sociali", che ha lacerato il partito negli anni scorsi, ritorna alla ribalta. Uno scontro superato nella conferenza programmatica di Verona: lì erano stati indicati dei "paletti" che ci paiono gli unici capaci di tenere insieme e sintetizzare le diverse anime di An. Allora era uscita fuori una Destra "law and order", da sempre perseguita da Gasparri. Ma una Destra anche "sociale", attenta cioè al mondo del lavoro e alle politiche di partecipazione nelle imprese, seguendo alcune proposte di Alemanno. Si riparta, dunque, dalle tesi di Verona, evitando che il partito si riavviti in una polemica tra correnti che lascia il tempo che trova. E che non consente di avere un’identità definita e riconoscibile per gli elettori e l’opinione pubblica. Rischio gravissimo. Se si chiedesse infatti a qualche elettore qual è l’identità politica di An, cosa risponderebbe? Che An è una Destra liberale, o sociale, o nazionalista, o statalista? Non vorremmo che dicesse che è la Destra delle correnti e dei colonnelli. E non ci confortano certi slogan politici emersi durante la due giorni delle correnti. Che vuol dire, ad esempio, il "Far fare", lanciato da La Russa come obiettivo politico? "Far fare" a chi? E, soprattutto, cosa? E con quali riferimenti politici? E con quale strategia politico-culturale? Nodi da sciogliere nel congresso di aprile. Per ora ci verrebbe sommessamente da suggerire: ripartiamo dal programma di Verona. Per andare avanti. Allora An si autodefinì un "partito di programma". Il programma c’era e c’è. Perché non farlo valere anche nelle politiche di governo? E infine, come ha suggerito a ragione il professor Fisichella, "smettiamola di pensare al 2006, a Fini premier! Si tratta di discorsi intempestivi, affrettati. Pensiamo piuttosto ai programmi. Preoccupiamoci di tener fede ai valori di An".

L’Apota

Il nuovo Palio del nuovo Millennio

La storia del Palio di Legnano è una storia di alti e bassi: l’attenzione è alta quando alta è la tensione, l’interesse per la vittoria in prossimità dell’ultima domenica di maggio. Allora Legnano si trasforma in una città in attesa del derby cittadino, un derby ad otto. I manieri sono quasi sempre affollati in quel mese di maggio; si terminano gli ultimi ritocchi agli abiti, si portano avanti le ultime contrattazioni per acquisti, noleggi, addobbi floreali; soprattutto gli ultimi, faticosi, accordi per la gara, per aggiudicarsi il "Crocione". E questa tensione dura ancora per alcuni giorni dopo la corsa, con i suoi inevitabili strascichi di polemiche, recriminazioni, confronti, accuse, veri o presunti tradimenti rinfacciati, vere o presunte incompetenze segnalate. Durante il resto dell’anno è normale amministrazione: spesso uno stanco incontrarsi in maniero, un torneo di scala quaranta, una cena medievale, per poi il rialzarsi della tensione in occasione della festa di contrada e, soprattutto, dell’investitura, che capita solitamente ogni due anni. Quante volte è stato ripetuto questo? Un’infinità. Per chi non è legnanese, o per lo meno per chi non vive questa esperienza, sembra l’inutile rituale di un aggregato di persone che giocano a proiettarsi nel passato. Eppure questa è la vita sociale per un migliaio di cittadini; questa è la vita silenziosa, di volontariato, di alcune centinaia di contradaioli che confezionano abiti, riparano armature, si riuniscono per decidere la vita comune del maniero, della loro associazione. A volte è un po’ kitsch, con quel premiarsi tra di loro, quel nominarsi a cariche altisonanti: priore, gran priore, capitano, castellana, scudiero…Eppure dietro si nascondono spesso piccole faide, accordi, camarille, tresche di fazioni, di famiglie le une contro le altre armate… Ora siamo nel nuovo millennio…e il Palio è ancora lì, con il corredo delle sue tradizioni, delle sue investiture, del rituale delle elezioni. Alcuni lo vedono superato, altri come il palco su cui pavoneggiarsi, altri come il cuore della storia cittadina, altri… Legnano è Legnano anche grazie al Palio. Ma forse è ora di cambiare. Forse è giunto il momento di trovare il vero significato di questa Sagra, di queste manifestazioni, di questa vita associativa. E’ inutile arroccarsi nella stantia ripetizione di un cerimoniale fine a se stesso, se questo cerimoniale non viene vissuto dall’interno. Molte volte tutto questo darsi da fare, lavorare come volontari per le mille piccole cose della vita di contrada, organizzare feste e cene e lotterie e bancarelle per racimolare un po’ di denaro per essere più forti, per prendere il fantino più bravo, per acquistare gli abiti più belli, tutto questo sembra un po’ come una vuota armatura, senz’anima. E’ forse il momento, questo tragico momento, di riscoprire la vera anima del Palio. Che è sì ricordo, tradizione, ma soprattutto solidarietà.
Abbiamo un sogno: che la vita di contrada, che lo spirito del Palio, non si riduca ad inutile, esteriore cerimonia, ma che sappia aprirsi alla realtà circostante, intervenendo nella città. Non si tratta di copiare gli interventi sociali, assistenziali, culturali di altre associazioni; fra l’altro episodiche manifestazioni di simili interventi già avvengono da parte delle contrade. Si tratta di incidere nella vita della città, realmente; pur nelle forme e nei modi che la tradizione paliesca saprà portare alla luce. Il Palio e la vita delle contrade ora sembra ingessata; la crisi di partecipazione è tangibile in più contrade. Non è nemmeno più il Palio di una volta, quando si facevano degli scherzi, delle burle, tra le varie contrade (spariva il fantino della contrada avversaria; si "rapiva" la castellana del vicino maniero; si mettevano centinaia di rane dipinte di giallo-verde nella fontana di piazza San Magno, ecc. ecc.). Legnano sta cambiando dal punto di vista sociale, urbanistico, occupazionale. Possa il Palio essere interprete di queste trasformazioni. Come? Non sta a noi dirlo in modo circostanziato, ma indubbiamente rendere la corsa dell’ultima domenica di maggio meno uno sforzo economico e più una partecipazione di popolo, di competizione cittadina sarebbe un grande passo avanti. Questo potrà dispiacere qualcuno, ma limitare i costi dei fantini, che si sono arricchiti in tutti questi anni di Palio, ed investire piuttosto parte di quel denaro nella vita e nella crescita civile e morale della città. Il Palio così sembrerà meno una tifoseria da stadio e più un organismo vivente, sincero, non legato solo all’ultima domenica di una tarda primavera.

Antonio F.Vinci

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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