Speciale

Furbi e fessi - Numero 52

L’Italia è in grandi difficoltà economiche e morali; la situazione sociale è in fibrillazione; si vanno costituendo nuove formazioni politiche, il Paese sta, insomma, cambiando. No, non è l’Italia di oggi. E’ l’Italia alla fine della I Guerra mondiale. Nel 1921 Giuseppe Prezzolini pubblica il "Codice della vita italiana", un testo di drammatica e vivace attualità, qualche anno fa ripubblicato dall’editore Robin. Ecco alcuni aforismi.


I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.

Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla,spendono e se la godono.

Chiudete gli occhi e pensate : ecco l’Italia di oggi. E’ invece l’Italia di quasi cento anni fa; ma quanto è cambiata? Perché cambiano le mode, i vestiti, le abitudini alimentari e l’informazione, il modo di mettere su famiglia e le abitudini sessuali, l’educazione dei figli, la scuola, la leva militare, ecc. ecc., ma l’italiano è lo stesso di sempre. Nel suo DNA c’è il furbo che pensa di fregare il fesso, sempre; c’è il furbo che crede di essere più in gamba degli altri, più "furbo" degli altri, di arricchirsi alle spalle degli altri. Siamo un popolo di straccioni, morali prima che economici. E’ l’Italia descritta da Alberto Sordi, da Totò, dalla "commedia italiana" . E’ l’Italia che viene sbugiardata da "Striscia la notizia", l’Italia dei guaritori, dei lestofanti, degli ospedali che non funzionano, del maltrattamento degli animali, degli arricchiti in modo disonesto, dei falsi invalidi. L’Italia. Allora sfociò in una dittatura e oggi? Per ora abbiamo perso la sovranità economica. Il futuro è nelle mani di Dio: speriamo che non si distragga!

A.F.V.

 

Sul trattato di Osimo, con cui l’Italia permise la cessione dell’Istria nord-occidentale alla Jugoslavia, senza alcuna contropartita, continua un annoso silenzio. Si è parlato di un convegno sulla materia, da organizzare entro il 2011, ma nel frattempo il trentacinquesimo anniversario dell’accordo stipulato a Villa Leopardi dai Ministri degli Esteri Mariano Rumor e Milos Minic è stato sostanzialmente ignorato, quanto meno in Italia, dove perdurano quel clima di reticente riservatezza e quell’atmosfera di colpevole consorteria che distinsero trattative, firma e ratifica. I profughi da Buie, Capodistria, Pirano, Umago e dalle altre cittadine della ex Zona "B" oggetto del trasferimento di sovranità, sono invitati a non disturbare il manovratore. In Croazia e Slovenia, eredi della Jugoslavia, non è esattamente la stessa cosa. Boris Snuderl, oggi ottantenne, che condusse le trattative per il Governo di Belgrado in qualità di Presidente del Comitato economico del Parlamento federativo, ha rilasciato per l’occasione una significativa intervista al quotidiano lubianese "Dnevnik" ricordando con dovizia di particolari "gli incontri segreti e le telefonate in codice" col suo principale interlocutore: Eugenio Carbone, Direttore generale del Ministero dell’Industria, a cui l’Italia aveva affidato un compito opinabile anche formalmente, perché accantonava o per meglio dire, esautorava i normali canali diplomatici. Snuderl e Carbone si conoscevano da tempo, avendo collaborato nell’ambito della Commissione mista preposta alla cooperazione economica italo-jugoslava e conclusero nel giro di poco tempo la pur complessa trattativa. In effetti, come ha ricordato il plenipotenziario di Belgrado, le sollecitazioni per "chiudere" erano giunte da Roma (!), il cui Governo riteneva che fosse "venuto il momento di accettare la realtà ed evitare qualsiasi tipo di crisi o disordini su una questione così delicata come i confini di Stato": ciò, onde prevenire possibili complicazioni nell’area balcanica a seguito della probabile scomparsa di Tito, che sarebbe sopraggiunta cinque anni più tardi. Secondo l’intervista di Snuderl, la Jugoslavia assunse un atteggiamento prudente e si volle ulteriormente cautelare ponendo limiti ristretti di tempo per la conclusione delle trattative segrete, che del resto avevano avuto la benedizione dello stesso Tito e del Segretario comunista Berlinguer incontratisi a Brioni. La maggior parte degli incontri si svolse nel castello sloveno di Strmol che Snuderl raggiungeva in aereo da Belgrado, ma alcuni ebbero luogo anche a Ragusa e Strugnano. Da parte italiana vi fu la massima disponibilità, a costo di superare ogni vincolo di carattere giuridico e politico, come le successive ricerche su Osimo hanno ampiamente dimostrato. Paradossalmente, la questione dei confini, compresi quelli marittimi, venne risolta in tempi ancora più rapidi rispetto a quelli che occorsero per mettere a punto i problemi delle minoranze ed a quelli connessi alla creazione della Zona Franca Industriale del Carso, che secondo i protocolli del 10 novembre 1975 avrebbe dovuto realizzarsi a monte di Trieste con apporto territoriale sostanzialmente paritetico di Italia e Jugoslavia: un’altra iniziativa che stava a cuore a Roma ed in modo particolare ad alcune importanti Aziende italiane interessate al possibile reperimento di manodopera a basso costo, in specie bosniaca, kosovara e serba. Non è un mistero che Gianni Agnelli si fosse personalmente speso in favore di Osimo perorandone la causa anche in Confindustria. Per Snuderl, quella di avere utilizzato i canali segreti per accelerare la stipula di Osimo sarebbe stata una scelta vincente, in quanto capace di superare le difficoltà che avrebbero caratterizzato i canali ordinari: anzi, lo stesso Snuderl ha colto l’occasione per esprimere il rammarico che quel tipo di trattativa non sia stato ripreso dopo lo sfascio della Repubblica federativa per risolvere al meglio il contenzioso fra Slovenia e Croazia. In realtà, se l’Italia perse su tutta la linea, la Jugoslavia non vinse: è vero che il trasferimento di sovranità conferiva carattere legittimo al possesso ormai trentennale della Zona "B" ma è pur vero che il progetto della ZFIC, al pari di altre utopie come quella di un’idrovia faraonica tra Adriatico e Danubio, sarebbe caduto come un castello di carte grazie alla ferma opposizione triestina corroborata dalle 65 mila firme di protesta e dal clamoroso successo dei patrioti locali. L’intervista di Snuderl non ha aggiunto molto all’informazione storica su Osimo, ma non è stata inutile perché ha ribadito come le responsabilità di gran lunga prioritarie dell’infausto trattato debbano essere ascritte proprio all’Italia: del resto, almeno per la questione dei confini, la Jugoslavia non aveva un interesse stringente a rivedere lo "statu quo" anche se colse l’occasione per acquisire ulteriori vantaggi di natura economica, trascurando taluni aspetti formali come quello delle acque territoriali che sarebbe esploso quando Croazia e Slovenia, un quindicennio più tardi, diventarono Stati indipendenti. Con buona pace di tanti pervicaci "osimanti" avevano visto giusto, eticamente, politicamente, economicamente e giuridicamente, tutti coloro che si opposero anche in Parlamento, dove non mancarono significative dissociazioni nell’ambito della stessa maggioranza di Governo e dove si levò alta e solenne, a futura memoria, la voce di quanti condannarono la vergogna di una rinnovata "cupidigia di servilismo" che nella fattispecie si traduceva, sul piano penale, nel reato imprescrittibile di alto tradimento.

Carlo Montani

 

DAL LONTANO PARAGUAY

Da Fiume a Rijeka: la storia di un tragico Ribaltone

Dalla lontana Asuncion, Paraguay, ho ricevuto un disco CD, inviatomi dall’autore, Luciano Benzan, con "la storia inedita del ribaltone del settembre 1943 a Fiume e zone adiacenti, in cui più di 400.000 militari italiani furono coinvolti in una grande tragedia umana"; o ancora più sinteticamente: "Una cronaca inedita dell’armistizio dell’8 settembre 1943 a Fiume e zone adiacenti". Gli avvenimenti trattati comprendono, ci spiega Benzan,"pure la storia inedita di 500.000 civili italiani della Venezia Giulia abbandonati dallo Stato italiano a se stessi e sottoposti nel settembre del 1943 alle rapine, alle spoliazioni dei propri beni ed alla morte per foiba per parte dei titini." Questa sofferta opera di ricostruzione storica è di un grande interesse per la ricchezza della trattazione e delle analisi, rivelanti spesso una conoscenza diretta di fatti, di luoghi, di personaggi. La bibliografia che l’autore include nello scritto dimostra l’approfondimento delle fonti documentarie sui temi trattati. A questo proposito, essendo io di Pisino, ho constatato con soddisfazione la precisione dell’analisi e la pertinenza delle fonti su cui Benzan si è basato, tra cui lo scritto di Nerina Feresini "Quel terribile settembre". Le parti più valide sono quando l’autore, grazie alla conoscenza diretta dei fatti o attraverso la testimonianza fornitagli da amici e conoscenti, presenti in quel tempo sui luoghi, rende il lettore edotto di avvenimenti presentati forse per la prima volta. Ma l’autore non si limita ai fatti, poiché continuamente allude ad una regia prestabilita da cui essi discenderebbero. Il suo è un vero leitmotiv: "Niente fu casuale. Niente fu improvvisato. Tutto era stato organizzato... Qui è cieco solo chi non vuole vedere. I fatti sono sempre testardi. Dopo di noi nessuno, dopo di noi il nulla." Nello scritto di Luciano Benzan vi è una costante allusione a piani prestabiliti "a monte". Piani che restano elusivi e come fantomatici, e che mai divengono oggetto di un’indagine concreta perché l’autore, dato il loro numero e la loro concordanza, li ritiene una prova in sé circa la reale presenza di una regia occulta. Degna di grande encomio è quest’opera, almeno per il mio sentire, a motivo della straordinaria passione che la anima dall’inizio alla fine, e senza la quale le ricerche ch’essa presuppone non sarebbero state mai condotte a termine. Essa quindi merita una diffusione quanto più ampia possibile, in primo luogo tra i giuliano-dalmati. E fortunatamente l’autore ci annuncia che il contenuto del CD verrà edito, entro breve, in un libro: "Il testo è composto da 85 capitoli ed occupa circa 300 pagine-libro." Questa ricostruzione storica è basata sull’esperienza personale dell’autore, e su testimonianze fornitegli da chi visse quegli avvenimenti, e su ricerche e letture di libri, articoli, documenti. Ma cediamo la parola all’autore: "Questa storia del R43 [Ribaltone del 1943], in quell’area geografica, è praticamente e volutamente sconosciuta e questa mia cronaca è il frutto di una ricerca iniziata più di 40 anni fa. Moltissimi documenti, che avrebbero potuto aiutare in questo lavoro da certosino, sono stati distrutti già prima dell’8 Sett. del 1943, la sera dell’8 Sett. stesso e nei giorni immediatamente successivi. Naturalmente le tracce più o meno evidenti non poterono essere cancellate tutte, a parte il fatto che la preparazione del Ribaltone italiano del Sett.1943 ebbe inizio diversi anni prima e quindi le dette tracce, sia pure mimetizzate, sono moltissime. Il lavoro più arduo fu quello di trovare i fili conduttori e metterli insieme. Ho avuto però la fortuna di poter accedere a diversi diari personali di ufficiali italiani che avevano vissuto in carne propria il R43 [Ribaltone del 1943] fiumano o quello delle zone adiacenti, il che mi hanno permesso di riunire i diversi indizi e le stranissime coincidenze e giungere a conclusioni logiche." Fiume, città amatissima, occupa il centro di quest’opera. Anzi ne è il cuore. Un cuore sanguinante, se mi si permette quest’immagine che non è teorica e romantica, ma semplicemente veritiera per la tragica sorte toccata a Fiume, da città di D’Annunzio divenuta Rijeka paesone slavo. "La città adagiata sulla sponda settentrionale del Golfo del Quarnero è il porto naturale dell’Europa Centrale. Fiume situata in un punto di incontri e di scontri tra popoli e culture diverse era una città molto civile, dotata di grande spirito autonomistico, dove regnava la tolleranza e la comprensione." "Il suo carattere era veneto-latino e mitteleuropeo e così la sua cultura. Da sempre la lingua in uso era il latino (prima) e quindi l’italiano. Vi convivevano italiani, croati, tedeschi, ungheresi, sloveni, ceco-slovacchi, greci, cattolici, protestanti, ortodossi ed ebrei." E ancora: "Fiume, una piccola città... situata nel punto più a Nord del Mare Adriatico orientale, ha vissuto nei tempi un drammatico travaglio storico di opulenze e saccheggi, di servaggio e di ribellione, di passioni politiche e di gloria, di dolori e di sangue, di bombe, di distruzioni e di genocidio. La storia recente di Fiume in generale, e quella degli anni della II Guerra Mondiale è coperta oggi in Italia da poderosi coni d’ombra. I motivi di tanta oscurità sono innumeri. Uno di questi è dovuto al fatto che è stata vittima della pulizia etnica jugoslava, un altro al fatto che dopo la fine della II Guerra Mondiale il 90% dei fiumani scelsero la via dolorosa dell’esodo piuttosto che accettare l’oppressione titina. Con l’esodo i fiumani, gli istriani ed gli zaratini persero tutte le loro proprietà che vennero ‘nazionalizzate’ da Tito." L’8 settembre 1943: data fatidica dell’armistizio dell’Italia con le potenze fino allora sue nemiche, e del capovolgimento nei confronti anche dei tedeschi, fino allora nostri alleati e tramutatisi istantaneamente in nemici. È il "Ribaltone" come l’hanno sempre chiamato i miei genitori, profughi istriani, e come lo chiama anche Luciano Benzan. L’8 settembre 1943 e le altre date ben note dell’"Italia nata dalla Resistenza" indicano giorni che non significano assolutamente la stessa cosa per il presidente degli italiani Giorgio Napolitano, installato tra i velluti del Quirinale a Roma, e per l’esule Luciano Benzan, che vive ad Assuncion nella lontana Paraguay. Benzan, 81 anni, è un "italiano all’estero" per usare la terminologia consacrata. In realtà - se mi permettete - Benzan è qualcosa di più: è un esule fiumano. È un figlio di quella città, Fiume, la cui identità storica italiana di cultura, di passione, di destino è stata spazzata via per sempre - come per le altre terre cedute alla Jugoslavia - a causa delle tremende vicende della seconda guerra mondiale di cui l’8 settembre appare l’epitome cupa e dolorosa. Data quest’ultima quindi non degna certo di proclamazioni trionfalistiche e di celebrazioni, perché bandiera listata a lutto di una guerra civile e di una sconfitta militare che si tradussero nella perdita del bene più prezioso che possa esistere per i Benzan e per gli altri italianissimi abitanti di quelle terre, privati per sempre della loro piccola patria e andati esuli per il mondo. Piccola sì, geograficamente, la nostra terra natale, ma grande, immensamente grande, perché essa ci ha fatti quali noi siamo... Giorgio Napolitano, dopo gli abbagli causatigli dall’adesione ad un comunismo internazionalista e nei fatti filosovietico ed antitaliano, ha finalmente ritrovato il sentimento di una profonda italianità. Questo gentiluomo napoletano è certamente una persona degna. Inoltre, quale presidente della Repubblica egli rappresenta tutti gli italiani, esuli giuliano-dalmati inclusi. Ma comunque si interpretino i passati avvenimenti, ossia l’Armistizio e la Liberazione, le parole di Napolitano, celebranti ogni volta quelle date, risvegliano in molti di noi un senso di lutto e di perdita, poiché esaltano le tragica guerra civile da cui l’Italia intera uscì sconfitta, ed evocano la disfatta militare, subita con disonore, da cui uscì amputata delle terre del confine nord-orientale. Particolare, quest’ultimo, eternamente assente nei bollettini con cui l’Italia, sommersa dal marasma, dalla corruzione e dalla criminalità mafiosa, celebra ogni anno, con esultanza, quei tragici giorni. Immaginate ora l’eco funesto che tali celebrazioni possono suscitare in un uomo come Benzan, rimasto, dopo tanti anni, vigile sull’ultima trincea dell’amor patrio, col cuore, con la memoria, con lo spasmodico desiderio che tutti sappiano dell’iniquo tradimento, del "Ribaltone", che apportò a noi esuli di quelle terre tanti lutti. L’editorialista-scrittore-politologo Ernesto Galli della Loggia, reagendo alla vulgata resistenziale trionfante in Italia che periodicamente esalta il ricordo della guerra civile ed inneggia alla sconfitta militare con la conseguente perdita di una parte del territorio nazionale, si è sentito in dovere di scrivere un saggio profondo e doloroso dal titolo quanto mai eloquente: "La morte della Patria". Noi esuli non gli saremo mai abbastanza grati per la sua interpretazione storica che mostra la normalità del nostro senso di lutto per quei tragici avvenimenti, oggetto invece di celebrazioni da parte dell’Italia ufficiale, Napolitano in testa. Sarà più facile per certuni capire adesso la passione con cui Luciano Benzan ha trattato gli avvenimenti che si svolsero a Fiume, e nelle terre della Venezia Giulia e Dalmazia, a ridosso dell’8 settembre, questa data fatidica per lui e per tanti altri poiché spesso segnò la morte dei loro cari, la fuga l’esilio e l’inizio di un eterno rimpianto. Sarà allora anche più facile capire una certa ossessione di Benzan per la ricerca delle cause "a monte"; come se tutto fosse stato preparato a tavolino - non giorni ma mesi e addirittura anni prima - da eminenze occulte, e quindi attuato nei minimi particolari, giunto il momento, da stuoli di fedeli esecutori. Se a questo aspetto, diciamo così, di cospirazione è più difficile talvolta aderire, è altrettanto difficile escludere a priori la validità di certe nuove piste da lui tracciate. In quest’opera, Luciano Benzan all’inizio non è stato solo. Ma adesso lo è, poiché gli altri che lo avevano accompagnato nell’arduo lavoro sono tutti morti. Lo scritto contenuto nel CD, come egli ci spiega "è il frutto di una ricerca effettuata da 8 esuli nel giro di 60 anni. Degli 8 co-autori è ancora in vita solo uno, che ha 81 anni." L’ottantunenne beninteso è lui, Luciano Benzan. Solo dopo queste ripetute spiegazioni anche i profani potranno capire - almeno spero - l’impeto ansioso di Benzan di testimoniare affinché si sappia la verità. E in questa sua ansia di verità Benzan rifiuta le spiegazioni semplici che lui giudica pure apparenze, attratto sempre dalle cause nascoste, dai retroscena, dai piani prestabiliti, dal disegno globale. "Niente fu casuale. Niente fu improvvisato. Tutto era stato organizzato con molti mesi di anticipo. Tutti hanno cercato di nascondere la verità del ribaltone del 1943 a Fiume, ma le tracce non sono sparite." Questo concetto ricorre continuo nella sua opera. Esso esprime l’ossessione di chi sa che le versioni ufficiali degli avvenimenti di quel tempo abbandonano - relegandoli nel buio della pieghe di una storia parziale e partigiana - fatti, personaggi, luoghi che invece continuano a vibrare nei petti ormai vecchi dei testimoni diretti, sempre più radi, di quei tremendi giorni.

Claudio Antonelli (Canada)

Campo Dieci - Numero 49

Non omnis moriar: ovvero, non tutto morirà con me. Il verso di Orazio si addice, forse meglio di ogni epitaffio, agli oltre mille Caduti della Repubblica Sociale Italiana i cui sepolcri occupano il Campo Dieci del Cimitero milanese di Musocco: un Campo della Memoria che potrebbe essere intitolato all’Onore, o quanto meno alla coerenza, anche se costoro continuano ad essere discriminati in peggio, al pari dei Combattenti superstiti di Salò, cui viene sistematicamente negata, a prescindere dal colore dei Governi in carica, l’equiparazione agli altri. Esistono Campi analoghi distribuiti in tanti Cimiteri italiani, ma su quello di Musocco conviene attirare qualche attenzione specifica, assumendolo a simbolo di una realtà scomoda che si vorrebbe rimuovere dal comune ricordo. Lo impongono, da un lato, l’alto numero di Caduti presenti, fra cui 166 Ignoti e 57 Ausiliarie, e dall’altro, l’importanza storica di alcuni Nomi, a cominciare da tutti quelli insigniti di Medaglia d’Oro: fra i tanti, Carlo Borsani, grande Mutilato di guerra, trucidato dai partigiani a guerra finita, e Francesco Barracu, anch’egli Mutilato, e giustiziato a Dongo, dove gli venne negata, quale supremo oltraggio, la "grazia" della fucilazione al petto. A Musocco sono sepolti, poi, Nicola Bombacci, un altro componente molto noto dell’ultima "colonna Mussolini", protagonista di una vita avventurosa che lo aveva portato a ripudiare la fede marxista e ad abbracciare il fascismo repubblicano fino alle conseguenze estreme; Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, su cui gravava la colpa di avere prestato i propri volti all’effimera cinematografia di Salò, tanto da essere freddati sulla pubblica via nella tragica primavera del 1945; Pietro Cosmin, che era stato Prefetto di Verona durante il terribile processo a Ciano ed agli altri gerarchi condannati a morte per un tradimento giuridicamente inesistente; ed Alessandro Pavolini, che si era fatto carico, quale Segretario del Partito Fascista Repubblicano, di un compito tanto più ingrato, a tratti lugubre, in quanto le sorti del conflitto erano fortemente segnate. Sono esperienze umane che fanno parte di un mosaico tragico assai più ampio, e consentono di approfondire valutazioni storiche per quanto possibile oggettive su quel periodo plumbeo della storia italiana, caratterizzato dalla sostanziale scomparsa della "mente pura" che era stata cara a Giambattista Vico, e dalla violenza elevata a sistema, laddove il momento giuridico risulta decisamente affievolito se non anche cancellato. Si deve aggiungere che la maggior parte delle tombe di Musocco è quasi abbandonata, e che le carenze di manutenzione istituzionale sono fin troppo evidenti, sottolineando l’esistenza di un ostracismo sistematico, di cui si sono rese responsabili, a prescindere dal colore, tutte le Amministrazioni locali. Altrove non è così: anche in Germania ed in Giappone, sebbene si tratti di Stati che hanno perso la guerra. A 65 anni da eventi tanto drammatici non sembra il caso di riproporre la questione ormai logora della "parte sbagliata" e di quella giusta, ma non può sfuggire la necessità per taluni aspetti assoluta di perseguire una reale condivisione pacificatrice che non sia fondata sulle discriminazioni ma sulla realtà oggettiva di un comune sacrificio, laddove quello dei Caduti di parte repubblicana venne certamente compiuto in nome della Patria. Quegli Ignoti, quelle Ausiliarie, quei Combattenti nel campo dell’Onore hanno diritto ad un pensiero di pietà supplementare perché sapevano che la partita era perduta ma non si erano tratti indietro, a fronte di una realtà che nella migliore delle ipotesi poteva offrire soltanto la "bella morte": un sogno romantico negato a tutti coloro, e furono tanti, che non ebbero scampo nella mattanza delle nuove "radiose giornate di maggio", il più delle volte senza l’assistenza religiosa in altri tempi concessa a tutti i condannati. La guerra civile si è sempre distinta per l’inosservanza radicale di ogni norma giuridica, diversamente da quanto avviene nel diritto internazionale bellico; e quindi, per la crudeltà con cui le parti si fronteggiano: basti citare, tra gli Stati cosiddetti civili, la Francia della grande Rivoluzione, l’America della Secessione, la Spagna degli anni trenta. Nondimeno, nella generalità dei casi trova spazio, alla fine, una palingenesi civile in cui tornano alla luce sprazzi di umanità e di pur sofferta pacificazione, come accadde proprio negli Stati Uniti o nella stessa Spagna, dove le Vittime dell’uno e dell’altro fronte hanno trovato onorata sepoltura nel Santuario di Santa Maria del Valle de los Caidos. Ed allora, sorge spontanea una domanda: perchè mai si continuano a discriminare come reprobi i "ragazzi di Salò" e tutti coloro che vollero rispondere all’appello della Repubblica, talvolta per necessità, ma più spesso per la convinzione di doversi battere all’insegna delle "alte non scritte ed inconcusse leggi" cui si ispirano i valori della Patria, della famiglia, della fede? E’ una domanda triste, perché sottintende una risposta allucinante: in Italia, almeno sul piano etico, la guerra civile non è ancora finita.


c.m.

Wiston Churchill, nel corso di una vacanza in Italia, dichiarò in un’intervista a un tabloid inglese: "Non invidio De Gasperi, si è accollato un compito insormontabile. Infatti, pensare di governare gli italiani non è impossibile, semplicemente è inutile" Noi siamo una nazione "zoppa". Infatti per creare una nazione occorrono tre elementi fondamentali:

  • il territorio
  • la cultura
  • la lingua

Malgrado il nostro ostentatissimo europeismo, al nostro interno condividiamo totalmente il territorio; in apprezzabile misura la lingua (il dialetto, le lingue minoritarie in molte regioni fanno premio sulla lingua madre); in minima parte la cultura. Senza contare che siamo una nazione giovane (Von Clausewitz soleva dire che per fare una nazione occorrono quattrocento anni) adusa ad essere dominati e non a dominare. Conseguentemente la norma giuridica non è lo strumento che consente il convivere civile, bensì il capriccio del satrapo di turno. Quindi nel "vissuto popolare" bravo non è chi rispetta la norma, bensì colui che la elude senza essere scoperto. Senza contare delle anomalie insite nelle nostre origine repubblicane:

  • repubblica proclamata per Decreto reale
  • il potere appartiene al popolo (Costituzione secondo comma dell’art. 1) ma il parlamentare eletto risponde alla Segreteria del Partito nelle cui liste è stato eletto (Libro secondo medesima Carta)

Se a tutto si aggiunge che dal 1977 è scomparso dai piani di studio delle Facoltà di Giurisprudenza e Scienze Politiche l’esame di Dottrina dello Stato, si spiega il decadimento di livello del dibattito politico, che definire minimale è eufemistico. E’ inutile fare i puritani e scandalizzarsi per i toni più da rotocalco che da Parlamento con cui si vuole contrastare il Capo del Governo. Costantino Nigra, neo ambasciatore Italiano a Londra, dovette lavorare mesi per ricucire lo "strappo" della Real Casa con la regina Vittoria. I libri di storia, compreso il testo di Camera e Fabietti, tacciono sulla visita ufficiale che Vittorio Emanuele II fece nel 1882 nel Regno Unito. Andò tutto benissimo sino al momento dell’imbarco del nostro sovrano sul bastimento che l’avrebbe riportato in Patria. Venne accompagnato al pontile dalla regina Vittoria, le cui parole di commiato furono: "Maestà cose le è piaciuto maggiormante della nostra carissima Inghilterra?". Qui avvenne il fattaccio, perchè re Vittorio Emanuele, sornionamente, rispose :"Le vostre dame di corte, altezza imperiale!". La puritana Vittoria si sentì profondamente offesa ed il giorno dopo lord Balfour responsabile del Foreign Office, convocò Nigra per "ottenere soddisfazione all’insulto perpetrato dal re d’Italia". Nigra impiegò circa sei mesi a rimediare alla gaffe del re. Questo aneddoto non è il solo nella Storia italiana. Basti pensare alla morte di Camillo Benso di Cavour, ufficialmente morto di malaria, ma in realtà, secondo un certo gossip storiografico, spirato per "colpo apoplettico" dopo una visita all’amante. Per non parlare di Andrea Costa assurto alla Storia della Politica più per i meriti della sua donna, quel genio di Anna Kuliscioff, che per i propri. Come non ricordare il ruolo di Claretta Petacci nella vita di Benito Mussolini o l’influenza di Palmiro Togliatti nella formazione politica della sua compagna Nilde (Leonilde) Iotti. Come si vede il buon Berlusconi, che a ben vedere vorrebbe essere un moderno Cavour, è in ottima compagnia. La Storia della politica italiana è contrassegnata da fatti similari. Il gossip, il sensazionalismo, spesso giocano un ruolo determinante. E’ emblematica la vicenda di Attilio Piccioni, grande ministro egli esteri dei governi De Gasperi e suo delfino designato. Purtroppo per lui era dell’ala scelbiana della Democrazia Cristiana ed era su posizioni opposte all’astro nascente Amintore Fanfani (fautore di un’alleanza con i socialisti di Nenni). Orbene successe che l’11 aprile 1953 a Torvaianica, nei pressi di Roma, venne assassinata Wilma Montesi. La vittima era sorella della fidanzata di Piero, uno dei figli di Attilio Piccioni. Un’abile campagna propagandistica radiofonica e giornalistica evidenziò il libertinaggio di Wilma Montesi e delle sue frequentazioni. Inutilmente vennero prodotte le prove (compreso referto ginecologico di illibatezza) di assoluta estraneità della fidanzata di Piero Piccioni alla vita della sorella assassinata. Il fango gettato sulla famiglia Piccioni indusse il Ministro degli Esteri (uomo integro ed integerrimo) alle dimissioni da ogni incarico pubblico. Amintore Fanfani ebbe via libera con tutto quello che ne conseguì. Chi scrive è un convinto vichiano: tutto ciò che accade sotto questo cielo è una riproposizione in termini diversi di eventi già accaduti. Quindi basta sostituire Silvio a Piero e Massimo ad Amintore ed il gioco è fatto.

Maurizio Turoli

Il rispetto del vincitore nei confronti del vinto ha contrassegnato sin dalla notte dei tempi le civiltà più avanzate sul piano umano e spirituale, anche nell’orrore della guerra. La tregua concordata fra le parti per dare onorata sepoltura ai Caduti affratellati nella morte non è una scoperta di epoche recenti: per comprenderlo, basta leggere gli immortali versi di Omero, in cui si cantano gli "estremi onori" che vennero resi ad Ettore, il dolore di Priamo, e la partecipazione di Achille, che aveva ucciso l’eroe troiano in un duello davvero epico. La nostra esperienza non sembra contraddistinta, almeno in Italia, da analoghi sentimenti, e se così può dirsi, da analoghi valori morali, nonostante venti secoli di cristianesimo che avrebbero dovuto cambiare, se non altro sulla carta, la faccia del mondo. Lo attestano le continue affermazioni sulla "parte sbagliata" per cui si sarebbero battuti i "ragazzi" di Salò, sia pure edulcorate dall’ammissione della buona fede che avrebbe animato parecchi di costoro. Il Presidente del Consiglio, parlando nei luoghi del terremoto abruzzese in occasione del 25 aprile, e poi altrove, ha voluto confermare tale assunto, non senza precisare che la parte sbagliata si batteva per una causa irrimediabilmente perduta, senza pensare che se fosse davvero così, ne risulterebbe un comportamento velleitario quanto si vuole, ma nobilmente idealistico. C’è di più: il premier ha annunciato, nella fattispecie, che si sarebbe ritirato il disegno di legge presentato in Parlamento per la cosiddetta "equiparazione" dei combattenti di Salò a quelli del regio esercito ed agli stessi partigiani. Il provvedimento, che al momento si trovava all’esame della Commissione Difesa della Camera, e che era stato presentato ad iniziativa di alcuni deputati di centro-destra, provenienti anche da esperienze socialiste, ed era stato firmato persino da tre parlamentari della sinistra, non intendeva costituire una riabilitazione postuma della Repubblica Sociale Italiana, su cui, caso mai, dovrà pronunciarsi la storia. Molto più semplicemente, si proponeva di concedere un modesto vitalizio a qualche migliaio di ex combattenti anziani, se non addirittura vegliardi, spesso in condizioni di miseria: del resto, non è forse vero che lo Stato aveva già riconosciuto, fra i tanti meriti partigiani, persino quelli di circa 30 mila cittadini jugoslavi che avevano contribuito alla "liberazione" di Venezia Giulia e Dalmazia battendosi sotto le bandiere di Tito, sia pure per breve tempo, e ricevendone in compenso la pensione dell’INPS? Si parla tanto della necessità di una pacificazione a tutto campo, ma poi si continua a discriminare. Fra l’altro, è appena il caso di soggiungere che i parlamentari italiani sono assolutamente sovrani nell’esercizio del loro mandato, e che il ritiro dei progetti di legge presentati nell’ambito della propria autonomia compete soltanto alle loro valutazioni politiche, e caso mai, alla loro coscienza. Diversamente, si assisterebbe alla perpetuazione di quella partitocrazia in funzione della quale taluni insigni costituzionalisti parlarono senza mezzi termini di "dittatura d’assemblea". In una precedente legislatura, il Governo di centro-destra si è reso responsabile, con ampie connivenze trasversali, della depenalizzazione dei reati d’opinione, fra cui l’oltraggio alla bandiera, e persino l’alto tradimento, senza che in tempi più recenti la disponibilità di una maggioranza davvero granitica abbia consigliato di adottare adeguati correttivi, anche se a giudizio di molti quella legge sia stata profondamente "sbagliata", non già dal punto di vista tecnico, ma su quello etico e politico. D’altro canto, è pur vero che il Presidente della Camera, parlando alle assise fondatrici del Popolo della Libertà, ha preso chiaramente le distanze dalla concezione etica dello Stato, esplicitando piuttosto sorprendentemente che i valori dello Stato di diritto non sarebbero quelli dell’ethos.


2.

Non c’è che dire. La disputa sulla "parte sbagliata" ha tutta l’aria di dover essere chiusa per decreto, ma ciò non significa che il dubbio ed il rammarico possano essere cancellati con un colpo di spugna. O si vuole forse insinuare, ad esempio, che l’Italia sia stata dalla parte giusta nel 1915, quando scese in campo contro l’Austria, per il semplice fatto che poi la guerra fu vinta, sia pure a prezzo di indicibili sacrifici? Il giudizio sull’errore non può mai prescindere dalla valutazione delle scelte individuali e collettive, e nel caso dei "ragazzi" di Salò, dal loro grado di consapevolezza e di maturità politica: a tale riguardo conviene rammentare quanto è stato già accertato in sede storiografica, e cioè che molti di loro si immolarono consapevolmente per salvare l’onore dell’Italia nella presunzione che fosse stato compromesso dal tradimento, anche se altri, come i loro avversari, si arruolarono per ragioni di opportunità o di semplice casualità. La Costituzione del 1948 ripudia la guerra, sottintendendo che le controversie internazionali vadano risolte altrimenti. Ecco un valore in cui tutti possono e debbono riconoscersi, senza distinzioni di alcun genere, perché la guerra, nella filosofia politica contemporanea, maturata attraverso le immani tragedie del Novecento, è sempre "sbagliata". Tuttavia, ciò non significa che sarebbe tempo di comprendere le ragioni di coloro che 65 anni or sono scelsero di impegnarsi fino al sacrificio della vita, non importa se dall’una o dall’altra parte, mentre la grande maggioranza degli italiani, come è stato rilevato più volte, rimase a guardare: cosa umanamente giustificabile ma non certo commendevole.

Carlo Montani

La fine del contenzioso italo-libico non chiude le vecchie ferite

La ratifica del trattato concluso nella scorsa estate dal Presidente Berlusconi e dal Colonnello Gheddafi è puntualmente arrivata col voto di fine gennaio alla Camera, in cui il Governo, come ai tempi di Osimo od in quelli più lontani del "diktat", ha potuto contare su un’ampia maggioranza trasversale, sebbene non sia mancato il voto contrario dell’Unione di Centro e dell’Italia dei Valori, e si siano udite voci negative nelle stesse forze governative: memorabili, fra gli altri, l’intervento dell’On. Gianfranco Paglia, Medaglia d’Oro al Valor Militare, e quello dell’ex Ministro degli Esteri Antonio Martino, che non hanno lesinato critiche tanto più motivate, in quanto gli esuli dalla Libia, dopo circa 40 anni di attesa, si sono visti riconoscere un risarcimento di 150 milioni, oltre tutto spalmato in tre anni, a fronte di danni effettivi calcolati in una cifra superiore di venti volte. Le motivazioni di chi non ha votato per il Governo od ha scelto la strada dell’astensione sono diverse, e si possono riassumere nella sperequazione di fondo fra dare ed avere, a tutto vantaggio della Libia e di qualche potentato economico con interessi specifici per la chiusura del contenzioso a qualsiasi condizione, sia pure molto onerosa: è appena il caso di ricordare che il suo costo assomma a non meno di cinque miliardi. Fra le tante considerazioni negative a posteriori, vale la pena di ricordare che l’Italia aveva già saldato vecchi debiti prima dell’avvento di Gheddafi, mentre questi, come è stato ricordato, ha fatto piazza pulita di tutti i precedenti ed ha imposto nuove condizioni jugulatorie, non solo di tipo economico. Va aggiunto che, fra gli scopi dell’accordo, il Governo italiano aveva esaltato le intese per la prevenzione degli sbarchi clandestini, rimaste senza esito per tutto il 2008, tanto che il Ministro dell’Interno Maroni, dopo averne denunciato l’incremento nella misura del 130 per cento, aveva minacciato più volte di opporsi alla ratifica, visto che tale obiettivo prioritario rimaneva puntualmente sulla carta. Comunque, la ratifica stessa non costituisce una sorpresa: la ragione di Stato non poteva prevedere soluzioni diverse, anche se le dissociazioni nell’ambito della coalizione di Governo, e l’avallo contestuale del più forte partito di opposizione, fanno pensare. Detto questo, è il caso di sottolineare come, ancora una volta, si sia perduta una buona occasione per venire incontro alle attese degli esuli, invece di tacitarli con la consueta elemosina, e soprattutto, con l’avallo di una legge inesorabile come quella del tempo. Spiace dover aggiungere che nel mondo giuliano e dalmata sia emersa qualche protesta per l’erogazione dei 150 milioni ai profughi dalla Libia, definiti per l’occasione di "serie" superiore: a parte il fatto che l’elemosina è stata offerta a suo tempo anche ad istriani, fiumani e dalmati, e che talune loro Associazioni si limitarono a ringraziare, non sarebbe stato il caso di "fare sistema", come si usa dire al giorno d’oggi, e di unificare proteste che nell’uno e nell’altro caso sono oggettivamente sacrosante? Del resto, non va dimenticato che gli esuli dalle altre ex colonie sono stati trattati anche peggio, forse perché in numero quantitativamente trascurabile, e travolti, più degli altri, dalla citata legge del tempo. La protesta giuliana e dalmata è stata supportata, fra l’altro, dal rilievo secondo cui i profughi d’Africa avrebbero avuto meno diritti in quanto "colonizzatori", e non autoctoni costretti a lasciare la propria terra da un trattato di pace decisamente iniquo. L’osservazione, a prima vista, ha un fondamento ovvio, ma trascura il fatto fondamentale che tutti gli esuli, senza distinzioni, sono figli della stessa Patria, e nella stragrande maggioranza dei casi, immuni da qualsiasi colpa.

2. In questo senso, sarebbe il caso che la polemica si stemperi in un grande abbraccio e che le Organizzazioni da cui è giunta la protesta si rendano conto di quanto sia preferibile un comportamento meno rigido. Del resto, è sembrato di capire che, vista la sostanziale pochezza del risarcimento statuito a favore degli italo-libici, quelle medesime Organizzazioni non abbiano escluso di potersi accontentare di ulteriori elemosine, invece di battersi fino in fondo per il famoso indennizzo "equo e definitivo" su cui si è insistito più volte nel confronto coi Governi dell’una e dell’altra estrazione politica. Non c’è dubbio che l’esodo giuliano e dalmata sia stato di gran lunga più consistente, e che sia stato suffragato dal sacrificio di troppe Vittime innocenti, ma questa non è una buona ragione per insorgere contro chi, a sua volta, è stato oggetto di un altro "diktat" in termini immediatamente cogenti come quello del settembre 1970: al contrario, avrebbe dovuto costituire motivo di comprensione e di ricerca dell’unità, che nella dialettica politica ed economica è sempre arra di forza. Nel nuovo millennio, ciò di cui non si avverte affatto il bisogno è un comportamento simile a quello dei capponi di Renzo. Se le forze residue consentono tuttora di esprimere proteste e proposte, si cerchi di evitare le tradizionali baruffe chiozzotte, e si metta in mora chi è responsabile, nei confronti di tutti gli esuli, di attendismo, incomprensioni e beffe.

Carlo Montani

 

La "chiusura" del cosiddetto contenzioso italo-libico da parte del Presidente Berlusconi e del Colonnello Gheddafi risponde, come è facilmente intuibile, alle esigenze sempre attuali della ragione di Stato, ma ciò non significa che, almeno nel linguaggio politico e diplomatico, e persino nella scelta del luogo per la firma dell’accordo, si siano perse buone occasioni, se non altro per manifestare la pari dignità che compete a due Stati liberi e sovrani.In effetti, non sarebbe stato affatto necessario che la cerimonia fosse programmata nella vecchia sede del Quartier Generale italiano di Bengasi, quasi a sottolineare, anche sul piano simbolico, la condizione di sostanziale inferiorità di Berlusconi nei confronti di Gheddafi, che avrebbe potuto recarsi a Roma, dove sarebbe stato accolto con gli onori dovuti al suo rango, o quanto meno, accogliere l’ospite nella residenza ufficiale di Tripoli.La stessa restituzione della Venere di Cirene, che era stata trafugata circa 90 anni or sono dagli archeologi italiani, e che fa seguito a quella dell’obelisco di Axum, spedito all’Etiopia in tre pezzi e ricostruito non senza qualche approssimazione, ha voluto sottolineare la persistenza di un atteggiamento nobile quanto si vuole, ma difforme da una consolidata prassi internazionale: la Gran Bretagna ha forse restituito alla Grecia i fregi del Partenone? E la Francia ha forse restituito all’Italia le opere d’arte sottratte da Napoleone?

Prescindendo dagli aspetti formali, che in diplomazia hanno rilevanza talvolta essenziale, non sembra di poter dire che questa "chiusura", al di là delle espressioni di giubilo manifestate dai Ministri Bossi e Maroni, sia stata un buon affare per l’Italia, cui compete l’obbligo di versare alla controparte cinque miliardi di dollari in 20 anni, anziché nei 25 che erano stati ipotizzati fino alla vigilia dell’incontro, ricevendo, in cambio, la sola "promessa" di controllare con maggiori attenzioni il flusso dell’emigrazione clandestina (che dovrebbe essere affare interno dell’Italia cui compete il controllo delle proprie coste e dell’eventuale diritto all’asilo politico da parte degli interessati), e di promuovere gli investimenti dell’ENI nel settore petrolifero. Oggettivamente, c’è una forte sperequazione, anche volendo tenere conto del differenziale imposto dalle esigenze "risarcitorie" o presunte tali.I mezzi finanziari erogati dall’Italia, come è stato detto, serviranno a costruire 1600 chilometri dell’autostrada costiera di cui si parla da decenni, a varare un programma di edilizia popolare, a completare l’opera di sminamento del territorio libico, e ad attivare l’erogazione di pensioni a favore dei cittadini libici mutilati in conseguenza delle operazioni belliche (dovrebbe trattarsi di una piccola pattuglia di ultra-ottantenni).

A parte il fatto che gli ultimi due interventi hanno scarso valore economico, e che non potranno essere oggetto di controlli esaustivi, ancorché doverosi sul piano morale, la realizzazione dell’autostrada e la costruzione delle case "potranno" essere appannaggio di imprese italiane, ma come è facile comprendere, non può esistere nessuna garanzia formale in tal senso, perché l’affidamento di tali opere dovrà essere oggetto di regolari gare d’appalto.La sperequazione tra i vantaggi acquisiti dalla Libia e le opportunità che ne scaturiscono a favore dell’Italia non potrebbe essere più evidente, ma si giustifica, appunto, con l’intento di chiudere un contenzioso pluridecennale, e di versare un giusto "risarcimento" a fronte degli "eccidi" e delle "violenze" del periodo coloniale. A questo proposito, va detto a chiare note che davanti alla ragione di Stato non esistono argomenti che tengano, ma va aggiunto che il Colonnello Gheddafi, salito al potere con il colpo di stato del 1970, e quindi a ben 25 anni dalla fine della presenza coloniale italiana nel suo Paese, non perse tempo nel denunciare le intese precedenti, ed a cancellare i rapporti di costruttiva collaborazione che il Governo di Roma aveva instaurato con la Monarchia senussita: come si ricorderà, gli italiani presenti in Libia vennero espulsi con singolare immediatezza, nello spregio di ogni civile consuetudine, e furono costretti a prendere la via dell’esilio, oltre tutto senza un equo indennizzo di cui sono tuttora in attesa, al pari dei profughi giuliano-dalmati e di quelli dall’Africa Orientale e dall’Egeo.

E’ amaro, e storicamente inaccettabile, che di tutto ciò si sia perduta la memoria storica, e prima ancora, quella etico-politica, e non è certo commendevole che l’accordo del 2008 con la Libia significhi, al di là delle espressioni di circostanza, accettazione proclive delle prevaricazioni altrui: dopo tutto, l’Italia avrebbe potuto venire incontro alle attese di Tripoli, e salvaguardare (resta da vedere con quali reali prospettive) i suoi interessi economici, senza concedere a Gheddafi, oltre ai mezzi finanziari, il privilegio di infliggere un’umiliazione che ricorda quella di Canossa. Non è fuori luogo aggiungere che in alcune sedi si è parlato della necessità di porgere le "scuse" per i conclamati "crimini fascisti", senza tenere conto che quando l’Italia entrò in guerra con la Turchia per andare in Tripolitania e cantarne le prerogative di "bel suol d’amore", il fascismo era di là da venire; e che il Governo era guidato da un vecchio liberale come Giolitti. Al pari di altre esperienze coloniali da questo punto di vista certamente peggiori, come quelle inglesi, belghe, portoghesi, e via dicendo, l’Italia non usò il guanto di velluto, sia nel conflitto del 1912, sia nella cosiddetta "riconquista" che si sarebbe compiuta all’inizio degli anni trenta, come la storiografia ufficiale ha ampiamente dimostrato, in primo luogo nelle opere di Angelo Del Boca; ma nessuno ha potuto negare che, accanto al pugno di ferro, il colonialismo italiano seppe corrispondere, almeno in parte, alla sua vecchia vocazione civilizzatrice, costruendo strade, bonificando terreni, offrendo occasioni di lavoro alla manodopera indigena, promuovendo la cultura e l’educazione popolare: in una parola, avviando una vera cooperazione, degna di questo nome.

Oggi, di tutto ciò non si vuole o non si può tenere conto, ma la verità, come direbbe Giusti, "è li che parla a chi la vuol sentire", con buona pace del Colonnello Gheddafi, e prima ancora, del Governo italiano.

Carlo Montani

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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