Speciale

La scuola, a ben vedere, è un po’ lo specchio dell’Italia. Dell’Italia presente ma, soprattutto, dell’Italia futura, di quello che ci aspetta. E’ vero che le generazioni dei genitori, degli insegnanti, di coloro cioè che sono preposti all’istruzione e all’educazione delle nuove generazioni si lamentano sempre delle precedenti, ma lo scenario che si presenta ai nostri occhi non è dei più rosei, al di là delle lamentele consuete. Non si tratta, cioè, di fare il “piangina” come dicono a Milano, ma di guardare la realtà.

Cosa dire infatti, ad esempio,  dell’abbandono in cui si trova la lingua italiana? Qualche mese fa fece molto scalpore la lettera  che più di 600 intellettuali avevano  inviato al governo e al parlamento per chiedere “interventi urgenti” per sopperire alle carenze della conoscenza della lingua italiana, riscontrate nei giovani che si affacciano all’università : "È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente". Diciamolo francamente : la lingua italiana è diventata ormai una lingua straniera. E non nel senso di poter offrire l’opportunità di conoscere una nuova cultura, come proprio delle lingue straniere, ma nel senso che non la si conosce, che la si deve apprendere nuovamente, partendo dai rudimenti appresi nella scuola elementare. D’altra parte non è certo un problema proprio recente. Né la colpa è da ascrivere ad un uso smodato degli sms e al linguaggio sincopato dei social che distrugge la ricchezza della lingua. E’ che la scuola – e chi se no – si allontana sempre più dal suo compito, che è quello di istruire e di educare. Anche con fatica. E invece no : la scuola oggi è diventata un grande contenitore di persone che cercano di fare il loro mestiere, ma limitato dalla necessità di essere soprattutto assistenti sociali, psicologi dei propri allievi.

La crisi della nostra società è prima di tutto la crisi della famiglia. E non solo delle famiglie che non sono più unite, ma anche di quelle che, pur senza avere divisioni interne o separazioni, non trasmettono ai propri figli quella che una volta si chiamava “educazione”. Educazione nel senso più semplice del termine ( chi dice più “grazie”, “prego”, “buongiorno” …) ma soprattutto educazione al rispetto degli altri, della proprietà degli altri, della persona e della dignità degli altri. Oggi i genitori tendono sempre più a proteggere i propri figli dai pericoli, non ad insegnare come affrontarli. Si cerca la via più facile non quella più giusta. Gli ostacoli non vanno più affrontati, ma aggirati e se qualche docente cerca di far capire che lo studio è fatica, è conquista, è cammino verso un obiettivo da raggiungere, anche con le normali cadute ( che poi vuol dire meritare un’insufficienza), il genitore invoca clemenza per non incidere sull’autostima del pargolo. Quasi che l’autostima si regali e non la si conquisti con la dura fatica quotidiana. Ma, si sa, oggi la fatica va aggirata, eliminata,  pur di non turbare l’armonioso sviluppo del figliolo… Ma così educhiamo e cresciamo una generazione di rinunciatari, di sottomessi, di disimpegnati. In buona sostanza: di mediocri. E così nella didattica c’è un eccesso di schede, mappe concettuali, riassunti, slides, dispense, per facilitare lo studio; e questo mi sta bene se è una facilitazione che porti a maggiore approfondimento, a maggiore comprensione e non ad una rimasticatura di nozioni, ad una supersintesi che nulla costruisce,  dimenticando che lo studio – che è passione – è anche fatica. Non si abituano più i giovani a riflettere, ad analizzare, ad affrontare le difficoltà,  ma ad enunciare, a sintetizzare, ad avere una visione schematica della vita e delle conoscenze.

E la scuola cambia, continua a cambiare, per … adeguarsi al mondo che cambia. Ma come cambia? Invece di “alzare l’asticella”, pretendere una preparazione più adeguata, più sicura per avere una generazione più preparata ad affrontare le sfide del futuro, si cerca di smussare, evitare gli ostacoli, dare una formazione sempre meno critica. Così nascono le polemiche sul liceo classico; così abbiamo le revisioni degli Esami di Stato; così abbiamo nel corso degli anni un procedere ondivago, dal togliere gli esami di riparazione all’inserire i “debiti didattici”, che è un far rientrare dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta; così si introduce l’ ”alternanza scuola/lavoro”, egregia innovazione che si scontra – fra l’altro - con la realtà di dover trovare un numero sufficiente di aziende che ospitino i giovani di tutti i trienni superiori delle scuole italiane!In tempo di crisi, poi; in un momento in cui le aziende non hanno proprio il tempo, e crediamo la voglia, di affiancare a giovani spaesati e spesso demotivati un tutor che li possa seguire. Certo ci sono esempi encomiabili, ma sono esempi : cosa avviene nella realtà in molti casi?

C’è bisogno di una vera rivoluzione culturale che ci faccia uscire dall’appiattimento, dal qualunquismo culturale e linguistico, dall’accettazione acritica di ogni nozione o notizia che ci viene offerta dai mass media, dalla televisione, dalla carta stampata, dalla chiacchiera quotidiana. Non sono certo riflessioni nuove; sono decenni ormai che si parla di ciò, ma non solo non si notano evoluzioni ma si constatano peggioramenti. Non è certamente un rimpiangere il tempo passato, un canto nostalgico, ma il constatare che “abbassare l’asticella” sta facendo crescere una generazione che ha perso i pochi punti di riferimento che aveva. Chi vive nelle aule scolastiche vede come molti giovani, non certo tutti, non abbiano il senso del dovere, del rispetto per gli altri, il rispetto per la proprietà degli altri. E non si tratta di non voler accettare il mondo che cambia, perché se il mondo cambia e offre modelli che contrastano con una sana visione della vita, beh forse è proprio il caso di contrastare questa deriva.

A. F. Vinci

QUALE DESTRA? - Numero 56

Ormai sta diventando un discorso stantio interrogarsi sulla Destra in Italia. Ma quale Destra? Ancora una volta ci è d’aiuto Marcello Veneziani che già nel gennaio del 2014 aveva stilato una sorta di Manifesto dei conservatori. Lì, oltre a ricordare i punti tradizionalmente noti della Destra, come la famiglia, l’amor patrio, il senso comune, la fedeltà, l’onore, si chiudeva con una frase sulla quale sarebbe il caso di soffermarsi: “Il conservatore ama la varietà, il radicale preferisce la variabilità. Il primo valorizza le differenze ed elogia la continuità, il secondo esalta i livellamenti ed elogia le mutazioni”. Forse è proprio qui il punto nevralgico in cui si coglie la differenza tra Destra e Sinistra. Sappiamo che sono termini ormai desueti (quante volte lo abbiamo già scritto…), ma sono categorie che ci aiutano a comprendere questo mondo in rapida evoluzione. Essere di Destra non vuol dire essere mummificati in un passato che non ritorna né può ritornare. Troppo facile, troppo scontata questa posizione che rinchiude in una nicchia chi guarda alla Tradizione. La Tradizione è evoluzione in atto, è dialettica che si arricchisce partendo da fondamenti comuni. Oggi la Destra, o quella presunta tale, a volte non si distingue dalla sua antagonista, la Sinistra. C’è aria di omologazione, di pensiero unico, una sorta di comune denominatore che elimina le differenze. Proprio quelle differenze che Veneziani dice che la Destra valorizza. Perché la differenza non è un limite, ma una ricchezza. Oggi si teme sempre di avere un linguaggio non politicamente corretto e allora si sfuma, si leviga, si smussa, ma le differenze permangono come fuoco sotto la cenere. Ed è giusto che sia così. Anzi, bisognerebbe ulteriormente valorizzarle.

E qui si potrebbe aprire un altro capitolo. La Destra, a parere di chi scrive, dovrebbe valorizzare anche le presenze multietniche. Sappiamo che questo può far aggrottare le ciglia a più di un lettore, ma la Destra – proprio perché valorizza le differenze – deve saper dare risposte in un mondo che cambia sempre più velocemente. La Destra non può rinchiudersi in un atteggiamento di rifiuto, di difesa aprioristica, ma deve saper accettare le diversità facendosene carico, arricchendo la propria tradizione. Questo, però, non vuol dire transigere sui punti fondanti, su quei pilastri che non possono essere messi in discussione: la famiglia composta da padre e madre; il senso dell’onore; la fedeltà alle proprie idee. Il destino della Destra si gioca sulla sua capacità di non lasciarsi attrarre dalle sirene del buonismo e della retorica del “volemose bene”.

 

Barbarossa

 

Quale migliore fotografia dell’Italia di quella che, annualmente, il CENSIS ci comunica? Quest’anno, il 6 dicembre, il Centro Studi Investimenti Sociali, fondato nel 1964, dà un’immagine della situazione italiana tutt’altro che rassicurante. Ce ne eravamo accorti anche noi, ma quando non è la polemica giornalistica o il livore politico a tratteggiarla, ma questo prestigioso Centro Studi, beh un po’ più preoccupati lo si è. In questo rapporto senza mezzi termini la classe dirigente italiana viene vista come colei che "tende a ricercare la sua legittimazione nell’impegno a dare stabilità al sistema, magari partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi". Molto chiaro, non c’è che dire. Nella nostra società si sono così imposte - è sempre il Rapporto a sottolinearlo - tre tematiche in seguito a questa situazione : l’Italia è sull’orlo dell’abisso; la situazione è di grave stato di instabilità; "non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro". La conseguenza di questa situazione, direi morale oltre che economica e sociale, è che la nostra società è diventata "sciapa" ( è sempre il Rapporto a dare questa definizione) e in essa è presente "troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro ed evasione fiscale". Gli italiani, insomma, sono diventati un popolo di "malcontenti e infelici". Addio al Belpaese, dunque! Confesso che considerare la nostra società "sciapa" mi ha colpito. Ci siamo sempre vantati, noi italiani, di farla franca, di essere più dritti degli altri, più furbi, magari più arruffoni, ma senz’altro più in gamba, un po’ mascalzoncelli ma simpatici, uomini di mondo, facili alle barzellette, simpatici furbacchioni. Ma sciapi, no. Mai. Ora scopriamo di essere anche insipidi, privi di sale e, come dicono in Toscana, sciapi, cioè sciocchi. Bene, prendiamone atto. Guardiamo in faccia la realtà: un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori? No, di sciapi. Beh, questo proprio non ce lo aspettavamo. Ma è la realtà. Abbiamo perso la nostra dignità e non solo perché, impotenti, siamo strangolati dalla finanza internazionale; perché abbiamo perso la sovranità; non abbiamo difeso come avremmo dovuto i nostri due marò in India. Abbiamo perso la nostra dignità perché non siamo più capaci di reagire alla situazione generale che ci circonda, perché - come dice il Censis - siamo dominati dall’accidia. E’ il caso di ricordare come Dante puniva gli accidiosi? Sono costretti a correre lungo la IV cornice del XVIII canto del Purgatorio gridando esempi di sollecitudine :"Ratto, ratto che ‘l tempo non si perda per poco amor", gridavan li altri appresso, "che studio di ben far grazia rinverda". Un invito a far presto, per operare bene e far rinverdire in noi la grazia di Dio. Molto più prosaicamente ora dobbiamo correre. Sì, correre perché il tempo, come la pazienza, è finito. A Roma sembra che non ci si renda conto di ciò. Presto, prima che sia troppo tardi.

A.F.V.

 

Quanto è antipatico, ed ahimè anche un po’ vagamente iettatorio, sottolineare gli eventi con il classico: "io l’avevo detto!". Eppure è proprio il caso del risultato elettorale di " Fratelli d’Italia". Costituitasi pochissimo tempo prima delle elezioni, la neonata formazione di centro-destra (mi raccomando: di centro-destra, non di destra, anche se poi sono quasi tutti ex AN…) vedeva la luce sotto auspici e aspettative entusiasmanti: una formazione di centro-destra che non doveva più vergognarsi di alcune presenze "scomode" nel partito. Una rifondazione del centro-destra, insomma. E Guido Crosetto, uno dei fondatori del movimento, diceva: «Mi permetto di informare il Corriere della Sera che ’Fratelli d’Italia’ non è un partito di destra. Capisco che nella logica di alcuni giornali sia importante far sparire ogni alternativa di centrodestra che non sia il PdL di Berlusconi, ma non è così. Esiste un nuovo partito di centrodestra che si pone in uno spazio politico che va dai delusi della sconfitta di Renzi agli ex elettori di An». In effetti, però, alla presentazione di "Fratelli d’Italia" al Palazzo dei Congressi la Meloni aveva detto: "Quando ci dicono perché stiamo con Berlusconi pur essendo usciti dal Pdl rispondo che non faremo mai gli interessi della sinistra e la nostra scelta di campo è netta. Siamo a destra in un sistema bipolare". La neonata formazione raccoglieva subito le adesioni della maggior parte degli ex AN, utilizzandone la capillare presenza sul territorio nazionale e inserendo in lista molti amministratori locali. Ma, nonostante le rassicurazioni di Ignazio La Russa, che accreditava il partito su percentuali dei sondaggi diverse da quelle che venivano pubblicate, alla fine "Fratelli d’Italia" ha ottenuto l’1,9 % alla Camera ed è stata ripescata come il miglior perdente della coalizione, "grazie" al crollo de "la Destra" di Storace e alla delusione di Grande Sud. Al Senato nessun senatore. Indubbiamente queste elezioni sono state caratterizzate dal fenomeno Cinque Stelle. Un nuovo movimento che, al solito, non si è voluto vedere nella sua capacità di sfondamento, prendendone le distanze, ignorandolo se non deridendolo. Come se non il voler vedere corrispondesse al non essere…, dimenticando l’esperienza della Sicilia, fra l’altro. Eppure era sempre più chiaro, sempre più tangibile grazie a diverse dichiarazioni di personaggi legati alla destra ed interpretazioni "da destra" del Movimento Cinque Stelle che una parte consistente dell’elettorato di destra si sarebbe rivolto a Grillo. E così è stato.

Insomma, con l’operazione "Fratelli d’Italia" si è voluto costituire un partito di centro-destra, formato da amministratori, militanti, politici ed elettori di destra, senza però riuscire a "catturare" l’elettorato di destra! Ma neppure quello di centro! Intendiamoci : chi scrive è tutt’altro che lieto dell’insuccesso elettorale di "Fratelli d’Italia", anche perché in quella formazione ci sono moltissimi amici con i quali sono state combattute tante battaglie politiche, fatte tante elezioni, subite anche tante sconfitte, a fronte solo di qualche successo. Ma l’insuccesso è dovuto al fatto che non si è voluto guardare con rinnovata attenzione all’ elettorato di destra. E soprattutto il messaggio non è stato chiaro. Insomma : all’elettorato moderato non interessava un "nuovo" partito di centro-destra. L’illusione è stata che la "questione morale", la nascita di una formazione che prescindesse dalla presenza di persone scomode all’interno del PdL e quindi il "lavacro purificatore" potesse interessare l’elettorato. Non è stato così. Anche perché dov’era il rinnovamento? Dove le facce nuove? E’ sembrato un’operazione gattopardesca per cambiare tutto per non cambiare nulla; a molti è sembrata addirittura un’operazione utile solo per salvare qualche presenza di rilievo. E già dopo i risultati elettorali ci sono stati dei mugugni, postati su facebook, di candidati dell’area milanese che lamentavano la convocazione della classe dirigente autodeterminata del partito, con la partecipazione dei "soliti noti"; mentre un’altra candidata, notissima nell’ambiente milanese di destra, chiedeva a gran voce il ricambio all’interno del partito , ricordando a quelli (con nome e cognome…) che sono in politica da troppi anni, di farsi da parte e lasciare entrare aria nuova. L’elettorato non ha premiato il neonato movimento. Lo stesso Romano La Russa, che vanta una "carriera" politica di tutto rispetto, che è figura notissima specialmente nella provincia di Milano e in tutta la Regione Lombardia, non foss’ altro che per i prestigiosi incarichi avuti negli anni scorsi, non è stato eletto alla Regione. Lo stesso Ignazio La Russa (che, detto per inciso, è a nostro avviso uno dei politici più intelligenti della scena politica) ha dichiarato recentemente:" Fratelli d’Italia non si pone come obbiettivo quella di una pur lodevole riunificazione delle destre presenti in Italia (alcune di mera testimonianza). Peraltro non ci riuscì nemmeno Almirante e né Alleanza Nazionale che forse non pensò nemmeno di provarci" (Risposta a Veneziani. Così ricostruiremo il centrodestra, 5 marzo 2013). Più chiaro di così! E allora l’elettorato di destra si è spostato sul Movimento Cinque stelle cavalcando la protesta; quello di centro ha continuato a votare PdL e per "Fratelli d’Italia" è rimasta solo la delusione. Ora chi vorrà seguire il nuovo partito di centro-destra?

Antonio F. Vinci

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA SINDROME DI NAPOLEONE
  • OLTRE LA CRISI



    LA SINDROME DI NAPOLEONE

    Berlusconi è sceso nuovamente in campo. In questi mesi di trepidante "attesa" ci ha tenuti tutti sulla corda : scende, non scende, forse scende, non scende più, forse, ma, non si sa, sicuramente sì…Insomma il Cav. ha preso una decisione sofferta ( sofferta più da noi che da lui …) e alla fine ha deciso : scende in campo. Ritiratosi ( per carità, ricordiamo che si è dimesso senza avere la sfiducia del Parlamento…) per cedere il posto a Monti, Berlusconi ha meditato a lungo il rientro. Alti si sono levati gli inni di ringraziamento per il ritorno; commosse folle hanno plaudito alla nuova apparizione dopo mesi di silenzio; ceri sono stati accesi ed ex voto appesi per il miracolo … C’è in molti, a sentire certa stampa, un senso di rivincita, un "adesso vi facciamo vedere noi, altro che Monti", che sgomenta e quasi intenerisce i cuori …

    Ma Berlusconi farebbe bene a meditare ancora. Seriamente. Indubbiamente Berlusconi ha segnato un momento importante nella recente storia politica italiana, nel bene e nel male, come si suol dire. Indubbiamente Berlusconi ha portato una ventata di liberismo che sarebbe servita a svecchiare l’Italia. Peccato che non ci sia riuscito. Ora da più parti si levano mea culpa, testimonianze che rilevano come "abbiamo sbagliato in tutti questi anni", una voglia di riprendere la guida del timone della nave-Paese con atteggiamenti diversi. E chi dovrebbe guidare questa rivincita? Berlusconi, naturalmente. Il suo nome evoca consensi elettorali con percentuali a due cifre, dicono. Esattamente con la stessa sicurezza con la quale c’era chi prevedeva un crollo dello spread alle sue dimissioni (cosa che, notoriamente, non è avvenuta). Eppure Berlusconi aveva incominciato bene la sua seconda fase: aveva portato avanti Angelino Alfano ( forse Fini avrà pensato, amaramente, che quel posto l’avrebbe potuto avere lui …), una figura "nuova", giovane, determinata. Poi l’inversione di rotta. Il vecchio capitano non resiste alla voglia di continuare a comandare la nave. Non crediamo che la politica debba essere legata necessariamente ad una sola persona; ma in Italia è così. Il mito dell’uomo forte, che sia Cavour o Crispi, Giolitti o Mussolini, De Gasperi o Fanfani, Andreotti, Craxi, quel mito che personalizza il potere, resiste. Berlusconi ha fatto dell’immagine, della sua immagine, il passepartout della politica. Ha curato la sua immagine personale, anche nel senso fisico del termine, come una star, perché era quella l’immagine con la quale l’Italia si presentava all’estero come sulla scena della politica italiana. Ma quell’immagine ora è deteriorata, Cavaliere. Non entro nel gossip della sua vita privata, che è appunto sua, ma indubbiamente l’immagine pubblica ne ha risentito. E poi, e poi, dopo la figura di Mario Monti, così compassato, per nulla trasgressivo, con un incedere e un eloquio proprio da docente universitario, in una parola, sobrio, come possiamo ritornare alla figura di un primo ministro che racconta barzellette? Certo è la sostanza che conta non la forma, ma la forma è sostanza come insegna paradossalmente proprio questo mondo dell’apparenza e dell’apparire…Quel mondo al quale un po’ ci ha abituato proprio lei, caro Cavaliere. E poi, come non ricordare che i ritorni sulla scena della politica come dello sport e spesso di qualsiasi altra forma pubblica, porta male? Forse lei non è superstizioso, ma anche Napoleone venne accolto con entusiasmo dopo la caduta dell’Impero. Ma durò solo 100 giorni. E l’altro Cavaliere? Anche Mussolini ritornò e proprio nella sua Milano ebbe tanto consenso da ricordargli il ventennio. Poi finì a Piazzale Loreto e tutti quelli che lo avevano osannato si ritrovarono democristiani, socialisti, comunisti, rinnegando il loro passato. In attesa di servire un altro, nuovo, uomo "forte".

    Fin qui l’articolo; poi, mentre stavamo per andare online, l’ennesimo cambiamento. Berlusconi, in ossequio alle "richieste" della Lega, non si candida più come premier ma come leader della coalizione! Facendo il fatidico passo indietro Berlusconi porta a casa l’appoggio della Lega! Ancora una volta Berlusconi ha stupito i suoi avversari : chi avrebbe osato pensare che Berlusconi, sceso in campo così determinato (dopo i tanti tentennamenti…), tanto da far saltare le primarie del suo partito e far nascere la costola di "Fratelli d’Italia" avrebbe avuto la capacità politica di rinunciare al suo ruolo? Va dato atto della sua capacità politica di sbaragliare le fila degli avversari… Non solo : Berlusconi appoggia ora anche Roberto Maroni come governatore della Lombardia. Se l’operazione riesce non solo la maggioranza in Senato è a portata di mano del PdL e associati, ma il Nord sarà tutto appannaggio della Lega : un colpaccio che alla Lega non era riuscito neppure nei tempi migliori.

    Barbarossa


    OLTRE LA CRISI
    CREARE SINERGIE PER CRESCERE UNITI

    Le aziende nascono dai sogni e dalle speranze delle persone che le costituiscono. In un periodo di crisi, come quello che viviamo ormai da tre anni, le aspettative possono essere state disilluse e aver portato a licenziamenti, riduzioni di stipendi, chiusura definitiva nella peggiore delle ipotesi. L’imprenditore deve affrontare con coraggio le sfide del mercato... ma deve imparare a sfruttare la crisi a suo vantaggio. Finiamola con il "veder tutto nero" e ascoltare mesti i telegiornali che ci parlano di spread e crolli della borsa. Questi eventi (peraltro ciclici in economia) non devono intaccare la fede dell’imprenditore nel proprio sogno. L’Italia si basa sulle PMI. PMI nate da sogni e speranze degli imprenditori che oggi, ancora più di ieri, devono rimboccarsi le maniche. Certo che abbiamo anche grandi imprese. Certo che siamo fieri dei marchi italiani che dominano alcuni settori dei mercati internazionali. L’Italia però pone le sue fondamenta su un tessuto sociale di imprese piccole e medie. Sono queste la vera ricchezza del Paese. L’imprenditore deve attraversare la crisi con la consapevolezza che può essere il momento opportuno per cambiare e rinnovarsi. Come? La strada per attraversare la crisi ed andare oltre e’ creare sinergie. Il detto "l’unione fa la forza" dovrebbe essere il motto con cui iniziare ogni mattina di lavoro. Sinergie tra imprese ma anche tra persone. E’ l’uomo ad essere il vero centro dell’azienda. I periodi di crisi sono proprio i momenti migliori per lanciare nuove sfide, aprirsi a nuovi mercati, creare partnership per business dal ritorno a medio termine. La crisi indubbiamente porta ad una selezione naturale e, per questo motivo, consente all’imprenditore di comprendere meglio quali interlocutori avere per lavorar bene. Ogni impresa ha delle specifiche attività in cui riesce meglio di altre (solitamente grazie alle persone che vi lavorano in quanto ognuno di noi sviluppa capacità particolari, più o meno evidenti, che portano valore aggiunto). Soltanto unendo le forze e quindi trovando accordi commerciali tra aziende e persone che sono semplicemente brave in quello che fanno si può affrontare la crisi nel modo opportuno ovvero rinnovando il proprio modo di lavorare e più in generale l’approccio al mercato della propria azienda. E’ necessario riservare parte del proprio tempo ad incontrare altri imprenditori e partecipare a business meeting non semplicemente nell’ottica di vendere i proprio prodotti o servizi ma anche per ascoltare e conoscere altre realtà con la convinzione che trovare un buon partner sia altrettanto importante che trovare clienti.

    Vito Andrea Vinci

Furbi e fessi - Numero 52

L’Italia è in grandi difficoltà economiche e morali; la situazione sociale è in fibrillazione; si vanno costituendo nuove formazioni politiche, il Paese sta, insomma, cambiando. No, non è l’Italia di oggi. E’ l’Italia alla fine della I Guerra mondiale. Nel 1921 Giuseppe Prezzolini pubblica il "Codice della vita italiana", un testo di drammatica e vivace attualità, qualche anno fa ripubblicato dall’editore Robin. Ecco alcuni aforismi.


I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.

Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla,spendono e se la godono.

Chiudete gli occhi e pensate : ecco l’Italia di oggi. E’ invece l’Italia di quasi cento anni fa; ma quanto è cambiata? Perché cambiano le mode, i vestiti, le abitudini alimentari e l’informazione, il modo di mettere su famiglia e le abitudini sessuali, l’educazione dei figli, la scuola, la leva militare, ecc. ecc., ma l’italiano è lo stesso di sempre. Nel suo DNA c’è il furbo che pensa di fregare il fesso, sempre; c’è il furbo che crede di essere più in gamba degli altri, più "furbo" degli altri, di arricchirsi alle spalle degli altri. Siamo un popolo di straccioni, morali prima che economici. E’ l’Italia descritta da Alberto Sordi, da Totò, dalla "commedia italiana" . E’ l’Italia che viene sbugiardata da "Striscia la notizia", l’Italia dei guaritori, dei lestofanti, degli ospedali che non funzionano, del maltrattamento degli animali, degli arricchiti in modo disonesto, dei falsi invalidi. L’Italia. Allora sfociò in una dittatura e oggi? Per ora abbiamo perso la sovranità economica. Il futuro è nelle mani di Dio: speriamo che non si distragga!

A.F.V.

 

Sul trattato di Osimo, con cui l’Italia permise la cessione dell’Istria nord-occidentale alla Jugoslavia, senza alcuna contropartita, continua un annoso silenzio. Si è parlato di un convegno sulla materia, da organizzare entro il 2011, ma nel frattempo il trentacinquesimo anniversario dell’accordo stipulato a Villa Leopardi dai Ministri degli Esteri Mariano Rumor e Milos Minic è stato sostanzialmente ignorato, quanto meno in Italia, dove perdurano quel clima di reticente riservatezza e quell’atmosfera di colpevole consorteria che distinsero trattative, firma e ratifica. I profughi da Buie, Capodistria, Pirano, Umago e dalle altre cittadine della ex Zona "B" oggetto del trasferimento di sovranità, sono invitati a non disturbare il manovratore. In Croazia e Slovenia, eredi della Jugoslavia, non è esattamente la stessa cosa. Boris Snuderl, oggi ottantenne, che condusse le trattative per il Governo di Belgrado in qualità di Presidente del Comitato economico del Parlamento federativo, ha rilasciato per l’occasione una significativa intervista al quotidiano lubianese "Dnevnik" ricordando con dovizia di particolari "gli incontri segreti e le telefonate in codice" col suo principale interlocutore: Eugenio Carbone, Direttore generale del Ministero dell’Industria, a cui l’Italia aveva affidato un compito opinabile anche formalmente, perché accantonava o per meglio dire, esautorava i normali canali diplomatici. Snuderl e Carbone si conoscevano da tempo, avendo collaborato nell’ambito della Commissione mista preposta alla cooperazione economica italo-jugoslava e conclusero nel giro di poco tempo la pur complessa trattativa. In effetti, come ha ricordato il plenipotenziario di Belgrado, le sollecitazioni per "chiudere" erano giunte da Roma (!), il cui Governo riteneva che fosse "venuto il momento di accettare la realtà ed evitare qualsiasi tipo di crisi o disordini su una questione così delicata come i confini di Stato": ciò, onde prevenire possibili complicazioni nell’area balcanica a seguito della probabile scomparsa di Tito, che sarebbe sopraggiunta cinque anni più tardi. Secondo l’intervista di Snuderl, la Jugoslavia assunse un atteggiamento prudente e si volle ulteriormente cautelare ponendo limiti ristretti di tempo per la conclusione delle trattative segrete, che del resto avevano avuto la benedizione dello stesso Tito e del Segretario comunista Berlinguer incontratisi a Brioni. La maggior parte degli incontri si svolse nel castello sloveno di Strmol che Snuderl raggiungeva in aereo da Belgrado, ma alcuni ebbero luogo anche a Ragusa e Strugnano. Da parte italiana vi fu la massima disponibilità, a costo di superare ogni vincolo di carattere giuridico e politico, come le successive ricerche su Osimo hanno ampiamente dimostrato. Paradossalmente, la questione dei confini, compresi quelli marittimi, venne risolta in tempi ancora più rapidi rispetto a quelli che occorsero per mettere a punto i problemi delle minoranze ed a quelli connessi alla creazione della Zona Franca Industriale del Carso, che secondo i protocolli del 10 novembre 1975 avrebbe dovuto realizzarsi a monte di Trieste con apporto territoriale sostanzialmente paritetico di Italia e Jugoslavia: un’altra iniziativa che stava a cuore a Roma ed in modo particolare ad alcune importanti Aziende italiane interessate al possibile reperimento di manodopera a basso costo, in specie bosniaca, kosovara e serba. Non è un mistero che Gianni Agnelli si fosse personalmente speso in favore di Osimo perorandone la causa anche in Confindustria. Per Snuderl, quella di avere utilizzato i canali segreti per accelerare la stipula di Osimo sarebbe stata una scelta vincente, in quanto capace di superare le difficoltà che avrebbero caratterizzato i canali ordinari: anzi, lo stesso Snuderl ha colto l’occasione per esprimere il rammarico che quel tipo di trattativa non sia stato ripreso dopo lo sfascio della Repubblica federativa per risolvere al meglio il contenzioso fra Slovenia e Croazia. In realtà, se l’Italia perse su tutta la linea, la Jugoslavia non vinse: è vero che il trasferimento di sovranità conferiva carattere legittimo al possesso ormai trentennale della Zona "B" ma è pur vero che il progetto della ZFIC, al pari di altre utopie come quella di un’idrovia faraonica tra Adriatico e Danubio, sarebbe caduto come un castello di carte grazie alla ferma opposizione triestina corroborata dalle 65 mila firme di protesta e dal clamoroso successo dei patrioti locali. L’intervista di Snuderl non ha aggiunto molto all’informazione storica su Osimo, ma non è stata inutile perché ha ribadito come le responsabilità di gran lunga prioritarie dell’infausto trattato debbano essere ascritte proprio all’Italia: del resto, almeno per la questione dei confini, la Jugoslavia non aveva un interesse stringente a rivedere lo "statu quo" anche se colse l’occasione per acquisire ulteriori vantaggi di natura economica, trascurando taluni aspetti formali come quello delle acque territoriali che sarebbe esploso quando Croazia e Slovenia, un quindicennio più tardi, diventarono Stati indipendenti. Con buona pace di tanti pervicaci "osimanti" avevano visto giusto, eticamente, politicamente, economicamente e giuridicamente, tutti coloro che si opposero anche in Parlamento, dove non mancarono significative dissociazioni nell’ambito della stessa maggioranza di Governo e dove si levò alta e solenne, a futura memoria, la voce di quanti condannarono la vergogna di una rinnovata "cupidigia di servilismo" che nella fattispecie si traduceva, sul piano penale, nel reato imprescrittibile di alto tradimento.

Carlo Montani

 

DAL LONTANO PARAGUAY

Da Fiume a Rijeka: la storia di un tragico Ribaltone

Dalla lontana Asuncion, Paraguay, ho ricevuto un disco CD, inviatomi dall’autore, Luciano Benzan, con "la storia inedita del ribaltone del settembre 1943 a Fiume e zone adiacenti, in cui più di 400.000 militari italiani furono coinvolti in una grande tragedia umana"; o ancora più sinteticamente: "Una cronaca inedita dell’armistizio dell’8 settembre 1943 a Fiume e zone adiacenti". Gli avvenimenti trattati comprendono, ci spiega Benzan,"pure la storia inedita di 500.000 civili italiani della Venezia Giulia abbandonati dallo Stato italiano a se stessi e sottoposti nel settembre del 1943 alle rapine, alle spoliazioni dei propri beni ed alla morte per foiba per parte dei titini." Questa sofferta opera di ricostruzione storica è di un grande interesse per la ricchezza della trattazione e delle analisi, rivelanti spesso una conoscenza diretta di fatti, di luoghi, di personaggi. La bibliografia che l’autore include nello scritto dimostra l’approfondimento delle fonti documentarie sui temi trattati. A questo proposito, essendo io di Pisino, ho constatato con soddisfazione la precisione dell’analisi e la pertinenza delle fonti su cui Benzan si è basato, tra cui lo scritto di Nerina Feresini "Quel terribile settembre". Le parti più valide sono quando l’autore, grazie alla conoscenza diretta dei fatti o attraverso la testimonianza fornitagli da amici e conoscenti, presenti in quel tempo sui luoghi, rende il lettore edotto di avvenimenti presentati forse per la prima volta. Ma l’autore non si limita ai fatti, poiché continuamente allude ad una regia prestabilita da cui essi discenderebbero. Il suo è un vero leitmotiv: "Niente fu casuale. Niente fu improvvisato. Tutto era stato organizzato... Qui è cieco solo chi non vuole vedere. I fatti sono sempre testardi. Dopo di noi nessuno, dopo di noi il nulla." Nello scritto di Luciano Benzan vi è una costante allusione a piani prestabiliti "a monte". Piani che restano elusivi e come fantomatici, e che mai divengono oggetto di un’indagine concreta perché l’autore, dato il loro numero e la loro concordanza, li ritiene una prova in sé circa la reale presenza di una regia occulta. Degna di grande encomio è quest’opera, almeno per il mio sentire, a motivo della straordinaria passione che la anima dall’inizio alla fine, e senza la quale le ricerche ch’essa presuppone non sarebbero state mai condotte a termine. Essa quindi merita una diffusione quanto più ampia possibile, in primo luogo tra i giuliano-dalmati. E fortunatamente l’autore ci annuncia che il contenuto del CD verrà edito, entro breve, in un libro: "Il testo è composto da 85 capitoli ed occupa circa 300 pagine-libro." Questa ricostruzione storica è basata sull’esperienza personale dell’autore, e su testimonianze fornitegli da chi visse quegli avvenimenti, e su ricerche e letture di libri, articoli, documenti. Ma cediamo la parola all’autore: "Questa storia del R43 [Ribaltone del 1943], in quell’area geografica, è praticamente e volutamente sconosciuta e questa mia cronaca è il frutto di una ricerca iniziata più di 40 anni fa. Moltissimi documenti, che avrebbero potuto aiutare in questo lavoro da certosino, sono stati distrutti già prima dell’8 Sett. del 1943, la sera dell’8 Sett. stesso e nei giorni immediatamente successivi. Naturalmente le tracce più o meno evidenti non poterono essere cancellate tutte, a parte il fatto che la preparazione del Ribaltone italiano del Sett.1943 ebbe inizio diversi anni prima e quindi le dette tracce, sia pure mimetizzate, sono moltissime. Il lavoro più arduo fu quello di trovare i fili conduttori e metterli insieme. Ho avuto però la fortuna di poter accedere a diversi diari personali di ufficiali italiani che avevano vissuto in carne propria il R43 [Ribaltone del 1943] fiumano o quello delle zone adiacenti, il che mi hanno permesso di riunire i diversi indizi e le stranissime coincidenze e giungere a conclusioni logiche." Fiume, città amatissima, occupa il centro di quest’opera. Anzi ne è il cuore. Un cuore sanguinante, se mi si permette quest’immagine che non è teorica e romantica, ma semplicemente veritiera per la tragica sorte toccata a Fiume, da città di D’Annunzio divenuta Rijeka paesone slavo. "La città adagiata sulla sponda settentrionale del Golfo del Quarnero è il porto naturale dell’Europa Centrale. Fiume situata in un punto di incontri e di scontri tra popoli e culture diverse era una città molto civile, dotata di grande spirito autonomistico, dove regnava la tolleranza e la comprensione." "Il suo carattere era veneto-latino e mitteleuropeo e così la sua cultura. Da sempre la lingua in uso era il latino (prima) e quindi l’italiano. Vi convivevano italiani, croati, tedeschi, ungheresi, sloveni, ceco-slovacchi, greci, cattolici, protestanti, ortodossi ed ebrei." E ancora: "Fiume, una piccola città... situata nel punto più a Nord del Mare Adriatico orientale, ha vissuto nei tempi un drammatico travaglio storico di opulenze e saccheggi, di servaggio e di ribellione, di passioni politiche e di gloria, di dolori e di sangue, di bombe, di distruzioni e di genocidio. La storia recente di Fiume in generale, e quella degli anni della II Guerra Mondiale è coperta oggi in Italia da poderosi coni d’ombra. I motivi di tanta oscurità sono innumeri. Uno di questi è dovuto al fatto che è stata vittima della pulizia etnica jugoslava, un altro al fatto che dopo la fine della II Guerra Mondiale il 90% dei fiumani scelsero la via dolorosa dell’esodo piuttosto che accettare l’oppressione titina. Con l’esodo i fiumani, gli istriani ed gli zaratini persero tutte le loro proprietà che vennero ‘nazionalizzate’ da Tito." L’8 settembre 1943: data fatidica dell’armistizio dell’Italia con le potenze fino allora sue nemiche, e del capovolgimento nei confronti anche dei tedeschi, fino allora nostri alleati e tramutatisi istantaneamente in nemici. È il "Ribaltone" come l’hanno sempre chiamato i miei genitori, profughi istriani, e come lo chiama anche Luciano Benzan. L’8 settembre 1943 e le altre date ben note dell’"Italia nata dalla Resistenza" indicano giorni che non significano assolutamente la stessa cosa per il presidente degli italiani Giorgio Napolitano, installato tra i velluti del Quirinale a Roma, e per l’esule Luciano Benzan, che vive ad Assuncion nella lontana Paraguay. Benzan, 81 anni, è un "italiano all’estero" per usare la terminologia consacrata. In realtà - se mi permettete - Benzan è qualcosa di più: è un esule fiumano. È un figlio di quella città, Fiume, la cui identità storica italiana di cultura, di passione, di destino è stata spazzata via per sempre - come per le altre terre cedute alla Jugoslavia - a causa delle tremende vicende della seconda guerra mondiale di cui l’8 settembre appare l’epitome cupa e dolorosa. Data quest’ultima quindi non degna certo di proclamazioni trionfalistiche e di celebrazioni, perché bandiera listata a lutto di una guerra civile e di una sconfitta militare che si tradussero nella perdita del bene più prezioso che possa esistere per i Benzan e per gli altri italianissimi abitanti di quelle terre, privati per sempre della loro piccola patria e andati esuli per il mondo. Piccola sì, geograficamente, la nostra terra natale, ma grande, immensamente grande, perché essa ci ha fatti quali noi siamo... Giorgio Napolitano, dopo gli abbagli causatigli dall’adesione ad un comunismo internazionalista e nei fatti filosovietico ed antitaliano, ha finalmente ritrovato il sentimento di una profonda italianità. Questo gentiluomo napoletano è certamente una persona degna. Inoltre, quale presidente della Repubblica egli rappresenta tutti gli italiani, esuli giuliano-dalmati inclusi. Ma comunque si interpretino i passati avvenimenti, ossia l’Armistizio e la Liberazione, le parole di Napolitano, celebranti ogni volta quelle date, risvegliano in molti di noi un senso di lutto e di perdita, poiché esaltano le tragica guerra civile da cui l’Italia intera uscì sconfitta, ed evocano la disfatta militare, subita con disonore, da cui uscì amputata delle terre del confine nord-orientale. Particolare, quest’ultimo, eternamente assente nei bollettini con cui l’Italia, sommersa dal marasma, dalla corruzione e dalla criminalità mafiosa, celebra ogni anno, con esultanza, quei tragici giorni. Immaginate ora l’eco funesto che tali celebrazioni possono suscitare in un uomo come Benzan, rimasto, dopo tanti anni, vigile sull’ultima trincea dell’amor patrio, col cuore, con la memoria, con lo spasmodico desiderio che tutti sappiano dell’iniquo tradimento, del "Ribaltone", che apportò a noi esuli di quelle terre tanti lutti. L’editorialista-scrittore-politologo Ernesto Galli della Loggia, reagendo alla vulgata resistenziale trionfante in Italia che periodicamente esalta il ricordo della guerra civile ed inneggia alla sconfitta militare con la conseguente perdita di una parte del territorio nazionale, si è sentito in dovere di scrivere un saggio profondo e doloroso dal titolo quanto mai eloquente: "La morte della Patria". Noi esuli non gli saremo mai abbastanza grati per la sua interpretazione storica che mostra la normalità del nostro senso di lutto per quei tragici avvenimenti, oggetto invece di celebrazioni da parte dell’Italia ufficiale, Napolitano in testa. Sarà più facile per certuni capire adesso la passione con cui Luciano Benzan ha trattato gli avvenimenti che si svolsero a Fiume, e nelle terre della Venezia Giulia e Dalmazia, a ridosso dell’8 settembre, questa data fatidica per lui e per tanti altri poiché spesso segnò la morte dei loro cari, la fuga l’esilio e l’inizio di un eterno rimpianto. Sarà allora anche più facile capire una certa ossessione di Benzan per la ricerca delle cause "a monte"; come se tutto fosse stato preparato a tavolino - non giorni ma mesi e addirittura anni prima - da eminenze occulte, e quindi attuato nei minimi particolari, giunto il momento, da stuoli di fedeli esecutori. Se a questo aspetto, diciamo così, di cospirazione è più difficile talvolta aderire, è altrettanto difficile escludere a priori la validità di certe nuove piste da lui tracciate. In quest’opera, Luciano Benzan all’inizio non è stato solo. Ma adesso lo è, poiché gli altri che lo avevano accompagnato nell’arduo lavoro sono tutti morti. Lo scritto contenuto nel CD, come egli ci spiega "è il frutto di una ricerca effettuata da 8 esuli nel giro di 60 anni. Degli 8 co-autori è ancora in vita solo uno, che ha 81 anni." L’ottantunenne beninteso è lui, Luciano Benzan. Solo dopo queste ripetute spiegazioni anche i profani potranno capire - almeno spero - l’impeto ansioso di Benzan di testimoniare affinché si sappia la verità. E in questa sua ansia di verità Benzan rifiuta le spiegazioni semplici che lui giudica pure apparenze, attratto sempre dalle cause nascoste, dai retroscena, dai piani prestabiliti, dal disegno globale. "Niente fu casuale. Niente fu improvvisato. Tutto era stato organizzato con molti mesi di anticipo. Tutti hanno cercato di nascondere la verità del ribaltone del 1943 a Fiume, ma le tracce non sono sparite." Questo concetto ricorre continuo nella sua opera. Esso esprime l’ossessione di chi sa che le versioni ufficiali degli avvenimenti di quel tempo abbandonano - relegandoli nel buio della pieghe di una storia parziale e partigiana - fatti, personaggi, luoghi che invece continuano a vibrare nei petti ormai vecchi dei testimoni diretti, sempre più radi, di quei tremendi giorni.

Claudio Antonelli (Canada)

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