Speciale

SPECIALE

 

Con questo numero inizia la collaborazione al “Barbarossa” Daniela Ferro. Docente di italiano, storia e filosofia, collaboratrice di riviste storiche,  Daniela Ferro ha scritto diversi volumi di carattere noir e ultimamente” Josephine Baker. Tra palcoscenico e spionaggio” (2017). Giornalista free lance, è stata collaboratrice del quotidiano “la Padania” dal 2002 al 2009 per le pagine di cultura, spettacoli, sport e inchieste.

 

CLARETTA PETACCI : UNA DONNA DI TROPPO

 

Claretta Petacci. Non l’amante - la prediletta – del duce, Benito Mussolini. No, Claretta Petacci. Lei sola.

Astrarla dalla figura di Mussolini sarebbe un’utopia. Né si tratta di processarla come sua complice. Né di assolverla in quanto una vittima brutalmente assassinata dai suoi nemici. Né di condannarla, in quanto avrebbe condiviso volontariamente la sorta di colui che trascinò l’Italia nel tritacarne della guerra.

È piuttosto una questione di fatti. Fatti che ricadono all’interno di quella categoria che è la vicenda tutta umana e personale di Claretta Petacci. Con luci e ombre. Con quei (tanti) punti interrogativi che costituiscono il fascino di ogni indagine storica.

 

 

L’incendio di due sguardi ardenti

 

Il 28 aprile 1945 la vita di Claretta Petacci si spegne, insieme a quella del suo amante, Benito Mussolini. La sardonica ironia che talvolta ricorre negli eventi umani posiziona la macchina del tempo al 24 aprile 1932. È la data annotata dalla stessa Clara. “In una giornata di libeccio – scrive–, mentre fugacemente a tratti rideva il sole, Ella mi ha parlato per la prima volta”. Clara ha vent’anni. È solo una ragazza. Come tante di loro, tiene un diario personale. Il suo cuore palpita, forse per la prima volta. Forse perché è davvero innamorata, forse perché subisce il fascino di un uomo che sa incantare le folle ed è al culmine del suo personale consenso in Italia. Clara, il giorno prima, ha visto Benito Mussolini. Ne è rimasta folgorata. E che cosa fa? Lo scrive. Perché resti un ricordo indelebile, nel cuore e sulla carta.

Figlia del dottor Francesco Saverio Petacci, medico in Vaticano, e di Giuseppina Persichetti, Clara è di estrazione sociale alto-borghese. Vive a Roma, la sua casa è a pochi passi da Villa Torlonia, residenza di Mussolini. Mussolini ha un nutrito carnet di amanti, alcune legate a lui anche da motivi politici, altre da pure liaison sentimentali. Ma è un carnet sempre aperto a nuovi nomi, a nuove conoscenze, a nuove avventure. E Clara non è solo giovane. È anche molto bella, con quel suo “sguardo ardente” che ricorda il cantautore Leo Valeriano nella sua “La ballata dell’illusione”.

Clara si trova a bordo dell’automobile di famiglia, condotta dall’autista Mario. Una vettura più veloce la supera. È l’Alfa di Benito Mussolini ed è lui stesso a guidarla. Clara fa pressioni sull’autista perché acceleri e la raggiunga. Così è. Mussolini scende dall’auto. Il risultato: il primo appuntamento. “Tremavo, ma non faceva freddo”, confessa Claretta.

Il 24 aprile di tredici anni dopo Claretta tremerà ancora, e non di freddo. Ma lei ancora non lo sa. Per ora c’è solo un’emozione vissuta col cuore di una ventenne. “Stringe le mie dita, mi guarda – ricorda Clara –. Gli occhi rilucono. Mario chiude. Lo guardo ancora che cerca di darsi un contegno dietro al vetro. Poi, mentre si mette in moto, si volge, mi fissa, alza una mano con cenno affettuoso (….) e piango di ansia, di gioia, d’amore, d’emozione”. Un climax perfetto: l’amore è nato.

 

 

Luci al canto del cigno

 

“Non sono la tua amante, sono il tuo amore”, scrive Claretta a Benito in una delle tante lettere che gli invia con assiduità. Amanti sono le altre, perché Clara sa di non essere la sola. Tradisce tuttavia la consapevolezza di essere, in un certo senso, l’unica. La donna con cui condividere notti di passione, questioni politiche (che per un uomo come Mussolini sono la quotidianità), i fasti e, infine, la rovinosa caduta. La stessa moglie del duce, Rachele Guidi, più volte nelle sue interviste ha confessato di aver sempre dedicato una preghiera anche a lei. Pietas post mortem? In fondo, la signora Mussolini avrebbe anche potuto non dire nulla, non toccare quel tasto per lei indubbiamente dolente. Ma, in fondo, è e resta un falso problema. Giacché è il fatto umano “Claretta” ciò che deve sbalzare in primo piano. E togliersi dall’ombra, dalle retrovie, dalla scenografia dell’uomo con cui “visse” e morì.

Nessun’altra scelse – perché di scelta consapevole si tratta– di stare vicino al duce, mentre scivolava nella fossa scavata dalla seduta del Gran Consiglio del Fascismo, la notte fra il 24 e il 25 luglio 1943. Si vota l’ordine del giorno Grandi. Mussolini è perso. Ma Claretta si sente persa senza di lui. E c’è, c’è sempre, costantemente, a costo di soffocarlo con la propria presenza, fisica o epistolare. Sono tante le lettere che viaggiano ogni giorno tra i due. E per lei non sono mai sufficienti. Resta sempre qualcosa da dire, da aggiungere. Resta sempre una buona ragione per scrivere ancora.

E la ragione per antonomasia la porta a rifiutare persino il piano che Mussolini ha predisposto per lei e la sua famiglia. Il primo no di Clara al duce, che ha predisposto un aereo, con partenza dalla più sicura Milano, da cui le forze alleate sono tenute a distanza dalla linea Gustav. Destinazione: Madrid. Altra città sicura, sotto l’egida del caudillo Francisco Franco, che forse un debito aperto con Mussolini ce l’ha.

Claretta tuttavia non salirà su quell’aereo. Accoglie la notizia dell’arresto di Mussolini quando è già in auto. Quando, insomma, è già tutto pronto. E sua madre non desidera altro che partire il più velocemente possibile. A nulla però valgono le sue insistenze. Claretta non se ne va. E non è il duce a chiamarla a sé. È lei a disobbedire e a imporgli la propria presenza nell’ultimo scorcio della sua parabola, umana e politica. E sarà così ancora. Perché non sarà su invito di Mussolini che Claretta sarà con lui durante il tragitto in Svizzera, nella camionetta in colonna coi nazisti, a Dongo. In una lettera, datata 22 maggio 1944, le scrive “Tu sei odiata al pari e più di me”. Forse vuole solo proteggerla. Forse il duce ha altri pensieri che non trascinarsi dietro una donna che certamente aveva amato, ma che ora può essere più un peso che non una consolazione.

 

 

Dalle cronache rosa alla spy-story

 

Insieme a Clara, si convince a non partire anche suo fratello, Marcello. I due saranno entrambi arrestati dai partigiani, quindi liberati dai nazisti.

Marcello ha due anni più di lei. È medico. Con lui, in quell’auto che non prenderà mai la strada per Milano, vi sono anche la moglie Zita e i loro due figli. Alcune fonti lo ritraggono come una figura torbida, invischiato in traffici di valuta. E al servizio di Mussolini. Sono però le parole scritte da Claretta, nelle lettere da lei inviate al duce – un epistolario in parte ancora secretato –, a far insorgere dubbi su questo velo nero che offusca la figura del fratello. “La prima volta che vedesti Marcello da te – scrive Clara -, lui ti parlò della sua situazione militare (…). Ne parlaste a lungo (e ancora l’ultima volta ne parlaste dettagliatamente) e sempre tenendo fermo che della cosa ti saresti interessato tu per evitare che Marcello figurasse e girasse (…). Al momento che tu senza smuovere le acque per non si sa come e da chi possono essere intorbidate per vigliaccheria – dichiari che l’ufficiale in questione è a tua disposizione – Marcello entrerà automaticamente nella nuova marina – e si libererà nel medesimo tempo da ogni intromissione pettegolezzo e cattiveria… Entra con il suo grado le sue qualifiche ecc. (….). Perciò io credo che noie eventuali intrighi e storie – tu provveda come eri d’accordo e tagli ogni commento e ogni ingerenza (…)”.

Più di trecento lettere dell’epistolario sono sparite. Gli stessi diari di Clara sono stati messi a tacere per più di 70 anni, quei diari che lei stessa consegnò alla contessa Rina Cervis, la quale provvide a seppellirli nel proprio giardino di casa, a Gardone Riviera, e furono poi confiscati nel 1950, quando vennero alla luce. Che cosa scrisse di così compromettente Clara a Benito Mussolini, e lui a lei?

Oltre ai dubbi insinuati su Marcello, ne sussistono sulla stessa Petacci. Al punto che qualcuno ha dipinto la figura di Claretta come una spia al servizio degli inglesi. Tanto da profilare la sua vicenda non come una storia d’amore, bensì nei termini di una “relazione pericolosa” all’interno di una spy-story.

Nelle pagine dei diari, Claretta riferisce di incontri a sfondo intimo, ma anche di confidenze ricevute dal duce, di conversazioni inerenti la situazione italiana. Sembra quasi ossessiva nella sua meticolosità, nella sua attenzione ai dettagli, persino ai più piccoli, relativi a qualsiasi circostanza. Inoltre una certa storiografia si chiede perché Claretta sia stata assassinata insieme al duce, se ne era solo l’amante: né la moglie Rachele né i figli di Mussolini subirono la stessa sorte. Allora, perché lei?

Il nipote di Claretta, in un’intervista, ha dichiarato che la motivazione consisterebbe proprio nel suo ruolo di spia per conto degli inglesi, ormai a conoscenza di tante, troppe informazioni, quindi divenuta scomoda, persino ingombrante nell’aprile del 1945, dopo l’insurrezione generale del CLNAI. Una donna di troppo, da far sparire.

 

 

L’ultimo viaggio

 

Che i rapporti tra l’Italia fascista e l’Inghilterra nel corso della guerra siano oggetto di contenzioso è un dato di fatto. La vera verità è appesa al filo di qualcosa che non c’è: i diari di Galeazzo Ciano, il carteggio tra Mussolini e Churchill, il materiale ancora inedito della Petacci. La “fantastoria”, però, non ha ragion d’essere. Se il solo appiglio alle vesti di Claretta Petacci spia per gli inglesi è nella sua abitudine a ricordare tutto – incontri, colloqui, telefonate – di quanto avveniva nelle sue giornate insieme a Mussolini, la fantasia ha molto da lavorare. Forse Claretta, all’approssimarsi della fine, sentì più forte l’esigenza di non perdere nulla dei momenti insieme al suo amato “Ben”. Forse era una donna molto metodica e precisa di suo. E, del resto, nulla di più naturale che il duce si confidasse con lei. La loro non era una relazione nascosta, bensì risaputa nota a tutti. Lei era riconosciuta come la compagna ufficiale di Mussolini. Con lei, quindi, il duce intratteneva rapporti di varia natura, non solo passionali. Soprattutto negli ultimi due anni. Anzi, arrivò chiaramente il momento in cui Mussolini non desiderò averla accanto a sé.

L’ultimo incontro tra i due avviene in una stanza dell’albergo Miravalle, a Grandola, in Val Menaggio, dove Mussolini trascorre la giornata del 26 aprile. È presente anche Marcello Petacci. Mussolini non si fa remore a manifestare il proprio disappunto. Quello che accade di lì a due giorni, poi, è storia nota.

La versione ufficiale circa gli eventi che precedettero l’uccisione dei due amanti e la loro stessa esecuzione è lacunosa e non tiene. È la versione per cui il solo a dover morire – quel 28 aprile – fosse Mussolini e Claretta sia stata una vittima accidentale, colpita per sbaglio, quasi si frappose tra i colpi di fucile e il corpo dell’amato, davanti al cancello di villa Belmonte, novella e romantica eroina della fine dell’epoca fascista. Suggestivo. Ma se i partigiani le usarono tanto rispetto, perché esporne poi indegnamente il corpo in piazzale Loreto?

La notte tra il 27 e il 28 aprile Benito e Claretta si trovano insieme a Giulino di Mezzegra, a Villa De Maria, sotto stretta sorveglianza. È certo. Lasciando da parte servizi segreti e fonti partigiane, emerge un’ulteriore ipotesi, ricavata dalle osservazioni eseguite da un medico legale, il dottor Aldo Alessiani, che nelle sue memorie espone quanto emerso dal confronto tra le foto dei cadaveri in piazzale Loreto e quelle precedenti l’esecuzione dell’autopsia (che riguardò comunque solo il corpo del defunto duce). Ne dedusse che la morte della Petacci e di Mussolini risalì proprio a quella notte, e non al pomeriggio successivo. E il corpo di Mussolini non presentava segni di colpi tali da far pensare a un uomo fucilato in posizione eretta, bensì colpito mentre si trovava a terra. E vi sarebbero dei segni di colluttazione difficilmente spiegabili. Quindi non ci fu nessun tentativo di Claretta di fare da scudo all’amante. La donna fu piuttosto – ma il “forse” è d’obbligo – vittima di un tentato stupro (ma l’autopsia sul suo corpo non fu mai eseguita) da parte dei suoi carcerieri. Potrebbe allora anche darsi il fatto che Mussolini abbia tentato di difendere Claretta, e che sia stato ucciso in quel frangente.

È pur sempre una pagina di storia italiana. La cronaca la scrivono i vincitori. E la fantasia popolare ricama su una vicenda di amore e morte, in stile melodramma, in cui una donna innamorata perdutamente del suo uomo – canta Leo Valeriano – “lo seguì fin dove la vita è niente”.

 

Daniela Ferro

 

E così Salvini ha trasformato la Lega. L’ha fatta passare da movimento territoriale a partito nazionale. Il momento storico è stato consumato pochi giorni fa, poco prima di Natale (qualcuno ricorda che anche il MSI nacque in prossimità del Natale, il 26 dicembre? Era il 1946, ma questa è un’altra storia). Il nuovo simbolo che segna il passaggio della trasformazione raffigura Alberto da Giussano inserito in un cerchio, la scritta Lega e “Salvini premier”. I colori dominanti sono l’azzurro e il giallo; non c’è più il verde “padano”, né il sole delle Alpi né, soprattutto, la scritta Nord. Non è mutamento da poco né di facciata. Salvini ha portato la Lega a diventare un partito nazionale. Preparazione lunga, partita con la fondazione di “Noi con Salvini” nata nel dicembre 2014 per avere la presenza della Lega anche nel Centro Sud, aprendosi al resto del Paese e non più limitandosi al Nord. Ma soprattutto è scomparso il tema dell’”indipendenza della Padania”.
Salvini ha portato al successo la Lega, facendola crescere notevolmente. La sua aspirazione a fare della Lega un partito nazionale ha percorso una strada tutta in salita però, tenuto conto degli atteggiamenti antimeridionalistici della Lega sino a qualche anno fa; senza contare il disconoscimento della realtà nazionale, sino alla non accettazione del Tricolore.
Ora Salvini è il migliore alleato di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia. E di questo vogliamo occuparci. Dov’è la differenza? Solo nei toni un po’ più drastici usati dalla Lega? A dire il vero Salvini ha già sfumato da un po’ di tempo le sue intemperanze verbali. L’atteggiamento contrario all’Europa, a questa Europa? L’atteggiamento nei confronti dell’euro? Sostanzialmente non c’è molta differenza. E lo stesso dicasi a proposito dell’immigrazione, dello ius soli. Ma allora perché votare Lega piuttosto che FdI? Indubbiamente conta molto la personalità dei leader: Giorgia Meloni, una donna (e questo è un valore aggiunto nel panorama della politica italiana) combattiva, decisa, con idee molto chiare, convincente. Matteo Salvini, un look un po’ dimesso e informale (raramente usa la cravatta…), felpa con scritta legata al territorio o alla situazione, barba incolta, calma olimpica (non perde mai il self control, non alza mai la voce), argomentazioni dettate dal buon senso. Un colore marcatamente nazionale nella Meloni, che si appella ai “patrioti”; ma un fare non molto diverso in Salvini,  Anche per lui l’appello è rivolto agli italiani, agli italiani prima di tutto, anche se non adopera in questo caso un linguaggio proprio della Destra storica. Ma anche la dichiarazione riportata il 24 dicembre su Il Giornale.it nei confronti dello ius soli conferma la posizione più moderata: "Lo stop è il nostro regalo di Natale agli italiani. La cittadinanza va meritata, va voluta, va scelta al compimento del 18esimo compleanno. Qualcuno voleva usarla come merce di scambio elettorale, la Lega anche se ora era all'opposizione è riuscita a ottenere più di una vittoria. Lo stop allo ius soli è una vittoria degli italiani e degli immigrati regolari che vogliono un paese più sicuro e con più dignità. Questo offriremo ai 60 milioni di cittadini italiani e stranieri che vivono in Italia". Sino ad affermare che il nostro Paese è un "un paese che accoglie, che integra ma che è orgoglioso delle sue tradizioni. Noi possiamo accogliere culture altrui se siamo ben fermi e orgogliosi della cultura nostra". Una “rivoluzione” nella comunicazione salviniana: lo stop allo ius soli visto come una vittoria non solo degli italiani ma anche degli immigrati regolari; una disponibilità ad accogliere persone che vengono da altri paesi, ma senza abdicare alla propria cultura, anzi orgogliosi di essa. E qui si intende, anche se dovrebbe essere ovvio, la cultura nazionale, non certo quella del Nord, o solo del Nord. Quanto sono lontane le parole che guardavano alla scissione, alla separazione dal resto del Paese, alla Padania. Salvini si candida leader del centrodestra e compie un’autentica rivoluzione: questa non è più la Lega che abbiamo conosciuto sino a qualche anno fa. Calcolo politico? Calcolo elettorale? Salvini sa bene che alle parole devono seguire i fatti, che trasformare la Lega da movimento del Nord a partito nazionale non è solo questione di cambio di un titolo o della grafica. Ma allora, dov’è la differenza con il pensare della Destra tradizionale? Qual è il valore aggiunto? Votare per Fratelli d’Italia è per alcuni votare per un partito ancora con troppi vincoli, sentimentali più che nostalgici, con il fascismo; la Lega, invece, è un movimento nel quale sono confluite più anime, anche di sinistra. E poi la Lega ha dalla sua il buongoverno, non promesso, non sperato, ma attuato in molte città e in regioni come la Lombardia e il Veneto. Regioni che sono diventate simbolo di efficienza, di capacità amministrativa, tanto da essere elevate ad esempio. La Lega ha formato una sua classe dirigente, basata sulla capacità manageriale e anche sulla capacità di fare pulizia dentro la propria casa (e non è poco). Perché è qui che si gioca la partita. La gente vede ed apprezza quello che accade nella vita di ogni giorno, nell’amministrazione quotidiana, nella politica delle piccole cose, dettate dal buonsenso e non da parole vuote e da retorica. Fratelli d’Italia non ha avuto molte opportunità di mostrare la sua “modernità” rispetto ad Alleanza Nazionale o al MSI; anche la volontà di salvare la fiamma tricolore nel nuovo simbolo di FdI (operazione a nostro avviso corretta e meritoria) può penalizzarla, facendola apparire troppo legata ad un momento storico molto diverso da quello attuale. Insomma: un’operazione nostalgia che Salvini non ha avuto, cancellando secessione, indipendentismo, la scritta Nord, ma lasciando il guerriero Alberto da Giussano che lotta contro il nemico.

Anche nei confronti del Movimento 5 stelle Salvini, a nostro avviso, si propone con un atteggiamento tutto suo. La gente vede gli amministratori leghisti come persone che vengono dal popolo, senza “la puzza sotto il naso”: insomma sono come loro. Questo essere popolari più che populisti, vicini alla gente, è la carta vincente. E, per tornare al look, Salvini questo lo capisce benissimo. Quanto lontano il look del grillino Di Maio, leader del Movimento 5 stelle! Sempre in camicia bianca perfettamente stirata; cravatta, giacca. Di Maio ha già un atteggiamento ministeriale, istituzionale, un po’ distaccato. Salvini, come già Bossi ai tempi (con un frasario, Bossi, non sempre diplomatico … molto corretto invece quello di Salvini), si rivolge alla massa, a tutti. In ambedue c’è la lotta contro questo sistema politico, ma in Salvini - jeans, camicia arrotolata sulle braccia o, meglio, felpa (un vero must salviniano) - vedi più vicinanza nei confronti della gente.  In Di Maio più l’atteggiamento di chi la sa lunga ed ha la soluzione in tasca: un giovane professore che ti vuole insegnare la lezione.

Antonio F. Vinci

La scuola, a ben vedere, è un po’ lo specchio dell’Italia. Dell’Italia presente ma, soprattutto, dell’Italia futura, di quello che ci aspetta. E’ vero che le generazioni dei genitori, degli insegnanti, di coloro cioè che sono preposti all’istruzione e all’educazione delle nuove generazioni si lamentano sempre delle precedenti, ma lo scenario che si presenta ai nostri occhi non è dei più rosei, al di là delle lamentele consuete. Non si tratta, cioè, di fare il “piangina” come dicono a Milano, ma di guardare la realtà.

Cosa dire infatti, ad esempio,  dell’abbandono in cui si trova la lingua italiana? Qualche mese fa fece molto scalpore la lettera  che più di 600 intellettuali avevano  inviato al governo e al parlamento per chiedere “interventi urgenti” per sopperire alle carenze della conoscenza della lingua italiana, riscontrate nei giovani che si affacciano all’università : "È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente". Diciamolo francamente : la lingua italiana è diventata ormai una lingua straniera. E non nel senso di poter offrire l’opportunità di conoscere una nuova cultura, come proprio delle lingue straniere, ma nel senso che non la si conosce, che la si deve apprendere nuovamente, partendo dai rudimenti appresi nella scuola elementare. D’altra parte non è certo un problema proprio recente. Né la colpa è da ascrivere ad un uso smodato degli sms e al linguaggio sincopato dei social che distrugge la ricchezza della lingua. E’ che la scuola – e chi se no – si allontana sempre più dal suo compito, che è quello di istruire e di educare. Anche con fatica. E invece no : la scuola oggi è diventata un grande contenitore di persone che cercano di fare il loro mestiere, ma limitato dalla necessità di essere soprattutto assistenti sociali, psicologi dei propri allievi.

La crisi della nostra società è prima di tutto la crisi della famiglia. E non solo delle famiglie che non sono più unite, ma anche di quelle che, pur senza avere divisioni interne o separazioni, non trasmettono ai propri figli quella che una volta si chiamava “educazione”. Educazione nel senso più semplice del termine ( chi dice più “grazie”, “prego”, “buongiorno” …) ma soprattutto educazione al rispetto degli altri, della proprietà degli altri, della persona e della dignità degli altri. Oggi i genitori tendono sempre più a proteggere i propri figli dai pericoli, non ad insegnare come affrontarli. Si cerca la via più facile non quella più giusta. Gli ostacoli non vanno più affrontati, ma aggirati e se qualche docente cerca di far capire che lo studio è fatica, è conquista, è cammino verso un obiettivo da raggiungere, anche con le normali cadute ( che poi vuol dire meritare un’insufficienza), il genitore invoca clemenza per non incidere sull’autostima del pargolo. Quasi che l’autostima si regali e non la si conquisti con la dura fatica quotidiana. Ma, si sa, oggi la fatica va aggirata, eliminata,  pur di non turbare l’armonioso sviluppo del figliolo… Ma così educhiamo e cresciamo una generazione di rinunciatari, di sottomessi, di disimpegnati. In buona sostanza: di mediocri. E così nella didattica c’è un eccesso di schede, mappe concettuali, riassunti, slides, dispense, per facilitare lo studio; e questo mi sta bene se è una facilitazione che porti a maggiore approfondimento, a maggiore comprensione e non ad una rimasticatura di nozioni, ad una supersintesi che nulla costruisce,  dimenticando che lo studio – che è passione – è anche fatica. Non si abituano più i giovani a riflettere, ad analizzare, ad affrontare le difficoltà,  ma ad enunciare, a sintetizzare, ad avere una visione schematica della vita e delle conoscenze.

E la scuola cambia, continua a cambiare, per … adeguarsi al mondo che cambia. Ma come cambia? Invece di “alzare l’asticella”, pretendere una preparazione più adeguata, più sicura per avere una generazione più preparata ad affrontare le sfide del futuro, si cerca di smussare, evitare gli ostacoli, dare una formazione sempre meno critica. Così nascono le polemiche sul liceo classico; così abbiamo le revisioni degli Esami di Stato; così abbiamo nel corso degli anni un procedere ondivago, dal togliere gli esami di riparazione all’inserire i “debiti didattici”, che è un far rientrare dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta; così si introduce l’ ”alternanza scuola/lavoro”, egregia innovazione che si scontra – fra l’altro - con la realtà di dover trovare un numero sufficiente di aziende che ospitino i giovani di tutti i trienni superiori delle scuole italiane!In tempo di crisi, poi; in un momento in cui le aziende non hanno proprio il tempo, e crediamo la voglia, di affiancare a giovani spaesati e spesso demotivati un tutor che li possa seguire. Certo ci sono esempi encomiabili, ma sono esempi : cosa avviene nella realtà in molti casi?

C’è bisogno di una vera rivoluzione culturale che ci faccia uscire dall’appiattimento, dal qualunquismo culturale e linguistico, dall’accettazione acritica di ogni nozione o notizia che ci viene offerta dai mass media, dalla televisione, dalla carta stampata, dalla chiacchiera quotidiana. Non sono certo riflessioni nuove; sono decenni ormai che si parla di ciò, ma non solo non si notano evoluzioni ma si constatano peggioramenti. Non è certamente un rimpiangere il tempo passato, un canto nostalgico, ma il constatare che “abbassare l’asticella” sta facendo crescere una generazione che ha perso i pochi punti di riferimento che aveva. Chi vive nelle aule scolastiche vede come molti giovani, non certo tutti, non abbiano il senso del dovere, del rispetto per gli altri, il rispetto per la proprietà degli altri. E non si tratta di non voler accettare il mondo che cambia, perché se il mondo cambia e offre modelli che contrastano con una sana visione della vita, beh forse è proprio il caso di contrastare questa deriva.

A. F. Vinci

QUALE DESTRA? - Numero 56

Ormai sta diventando un discorso stantio interrogarsi sulla Destra in Italia. Ma quale Destra? Ancora una volta ci è d’aiuto Marcello Veneziani che già nel gennaio del 2014 aveva stilato una sorta di Manifesto dei conservatori. Lì, oltre a ricordare i punti tradizionalmente noti della Destra, come la famiglia, l’amor patrio, il senso comune, la fedeltà, l’onore, si chiudeva con una frase sulla quale sarebbe il caso di soffermarsi: “Il conservatore ama la varietà, il radicale preferisce la variabilità. Il primo valorizza le differenze ed elogia la continuità, il secondo esalta i livellamenti ed elogia le mutazioni”. Forse è proprio qui il punto nevralgico in cui si coglie la differenza tra Destra e Sinistra. Sappiamo che sono termini ormai desueti (quante volte lo abbiamo già scritto…), ma sono categorie che ci aiutano a comprendere questo mondo in rapida evoluzione. Essere di Destra non vuol dire essere mummificati in un passato che non ritorna né può ritornare. Troppo facile, troppo scontata questa posizione che rinchiude in una nicchia chi guarda alla Tradizione. La Tradizione è evoluzione in atto, è dialettica che si arricchisce partendo da fondamenti comuni. Oggi la Destra, o quella presunta tale, a volte non si distingue dalla sua antagonista, la Sinistra. C’è aria di omologazione, di pensiero unico, una sorta di comune denominatore che elimina le differenze. Proprio quelle differenze che Veneziani dice che la Destra valorizza. Perché la differenza non è un limite, ma una ricchezza. Oggi si teme sempre di avere un linguaggio non politicamente corretto e allora si sfuma, si leviga, si smussa, ma le differenze permangono come fuoco sotto la cenere. Ed è giusto che sia così. Anzi, bisognerebbe ulteriormente valorizzarle.

E qui si potrebbe aprire un altro capitolo. La Destra, a parere di chi scrive, dovrebbe valorizzare anche le presenze multietniche. Sappiamo che questo può far aggrottare le ciglia a più di un lettore, ma la Destra – proprio perché valorizza le differenze – deve saper dare risposte in un mondo che cambia sempre più velocemente. La Destra non può rinchiudersi in un atteggiamento di rifiuto, di difesa aprioristica, ma deve saper accettare le diversità facendosene carico, arricchendo la propria tradizione. Questo, però, non vuol dire transigere sui punti fondanti, su quei pilastri che non possono essere messi in discussione: la famiglia composta da padre e madre; il senso dell’onore; la fedeltà alle proprie idee. Il destino della Destra si gioca sulla sua capacità di non lasciarsi attrarre dalle sirene del buonismo e della retorica del “volemose bene”.

 

Barbarossa

 

Quale migliore fotografia dell’Italia di quella che, annualmente, il CENSIS ci comunica? Quest’anno, il 6 dicembre, il Centro Studi Investimenti Sociali, fondato nel 1964, dà un’immagine della situazione italiana tutt’altro che rassicurante. Ce ne eravamo accorti anche noi, ma quando non è la polemica giornalistica o il livore politico a tratteggiarla, ma questo prestigioso Centro Studi, beh un po’ più preoccupati lo si è. In questo rapporto senza mezzi termini la classe dirigente italiana viene vista come colei che "tende a ricercare la sua legittimazione nell’impegno a dare stabilità al sistema, magari partendo da annunci drammatici, decreti salvifici e complicate manovre che hanno la sola motivazione e il solo effetto di far restare essa stessa la sola titolare della gestione della crisi". Molto chiaro, non c’è che dire. Nella nostra società si sono così imposte - è sempre il Rapporto a sottolinearlo - tre tematiche in seguito a questa situazione : l’Italia è sull’orlo dell’abisso; la situazione è di grave stato di instabilità; "non abbiamo una classe dirigente adeguata a evitare il pericolo del baratro". La conseguenza di questa situazione, direi morale oltre che economica e sociale, è che la nostra società è diventata "sciapa" ( è sempre il Rapporto a dare questa definizione) e in essa è presente "troppa accidia, furbizia generalizzata, disabitudine al lavoro ed evasione fiscale". Gli italiani, insomma, sono diventati un popolo di "malcontenti e infelici". Addio al Belpaese, dunque! Confesso che considerare la nostra società "sciapa" mi ha colpito. Ci siamo sempre vantati, noi italiani, di farla franca, di essere più dritti degli altri, più furbi, magari più arruffoni, ma senz’altro più in gamba, un po’ mascalzoncelli ma simpatici, uomini di mondo, facili alle barzellette, simpatici furbacchioni. Ma sciapi, no. Mai. Ora scopriamo di essere anche insipidi, privi di sale e, come dicono in Toscana, sciapi, cioè sciocchi. Bene, prendiamone atto. Guardiamo in faccia la realtà: un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori? No, di sciapi. Beh, questo proprio non ce lo aspettavamo. Ma è la realtà. Abbiamo perso la nostra dignità e non solo perché, impotenti, siamo strangolati dalla finanza internazionale; perché abbiamo perso la sovranità; non abbiamo difeso come avremmo dovuto i nostri due marò in India. Abbiamo perso la nostra dignità perché non siamo più capaci di reagire alla situazione generale che ci circonda, perché - come dice il Censis - siamo dominati dall’accidia. E’ il caso di ricordare come Dante puniva gli accidiosi? Sono costretti a correre lungo la IV cornice del XVIII canto del Purgatorio gridando esempi di sollecitudine :"Ratto, ratto che ‘l tempo non si perda per poco amor", gridavan li altri appresso, "che studio di ben far grazia rinverda". Un invito a far presto, per operare bene e far rinverdire in noi la grazia di Dio. Molto più prosaicamente ora dobbiamo correre. Sì, correre perché il tempo, come la pazienza, è finito. A Roma sembra che non ci si renda conto di ciò. Presto, prima che sia troppo tardi.

A.F.V.

 

Quanto è antipatico, ed ahimè anche un po’ vagamente iettatorio, sottolineare gli eventi con il classico: "io l’avevo detto!". Eppure è proprio il caso del risultato elettorale di " Fratelli d’Italia". Costituitasi pochissimo tempo prima delle elezioni, la neonata formazione di centro-destra (mi raccomando: di centro-destra, non di destra, anche se poi sono quasi tutti ex AN…) vedeva la luce sotto auspici e aspettative entusiasmanti: una formazione di centro-destra che non doveva più vergognarsi di alcune presenze "scomode" nel partito. Una rifondazione del centro-destra, insomma. E Guido Crosetto, uno dei fondatori del movimento, diceva: «Mi permetto di informare il Corriere della Sera che ’Fratelli d’Italia’ non è un partito di destra. Capisco che nella logica di alcuni giornali sia importante far sparire ogni alternativa di centrodestra che non sia il PdL di Berlusconi, ma non è così. Esiste un nuovo partito di centrodestra che si pone in uno spazio politico che va dai delusi della sconfitta di Renzi agli ex elettori di An». In effetti, però, alla presentazione di "Fratelli d’Italia" al Palazzo dei Congressi la Meloni aveva detto: "Quando ci dicono perché stiamo con Berlusconi pur essendo usciti dal Pdl rispondo che non faremo mai gli interessi della sinistra e la nostra scelta di campo è netta. Siamo a destra in un sistema bipolare". La neonata formazione raccoglieva subito le adesioni della maggior parte degli ex AN, utilizzandone la capillare presenza sul territorio nazionale e inserendo in lista molti amministratori locali. Ma, nonostante le rassicurazioni di Ignazio La Russa, che accreditava il partito su percentuali dei sondaggi diverse da quelle che venivano pubblicate, alla fine "Fratelli d’Italia" ha ottenuto l’1,9 % alla Camera ed è stata ripescata come il miglior perdente della coalizione, "grazie" al crollo de "la Destra" di Storace e alla delusione di Grande Sud. Al Senato nessun senatore. Indubbiamente queste elezioni sono state caratterizzate dal fenomeno Cinque Stelle. Un nuovo movimento che, al solito, non si è voluto vedere nella sua capacità di sfondamento, prendendone le distanze, ignorandolo se non deridendolo. Come se non il voler vedere corrispondesse al non essere…, dimenticando l’esperienza della Sicilia, fra l’altro. Eppure era sempre più chiaro, sempre più tangibile grazie a diverse dichiarazioni di personaggi legati alla destra ed interpretazioni "da destra" del Movimento Cinque Stelle che una parte consistente dell’elettorato di destra si sarebbe rivolto a Grillo. E così è stato.

Insomma, con l’operazione "Fratelli d’Italia" si è voluto costituire un partito di centro-destra, formato da amministratori, militanti, politici ed elettori di destra, senza però riuscire a "catturare" l’elettorato di destra! Ma neppure quello di centro! Intendiamoci : chi scrive è tutt’altro che lieto dell’insuccesso elettorale di "Fratelli d’Italia", anche perché in quella formazione ci sono moltissimi amici con i quali sono state combattute tante battaglie politiche, fatte tante elezioni, subite anche tante sconfitte, a fronte solo di qualche successo. Ma l’insuccesso è dovuto al fatto che non si è voluto guardare con rinnovata attenzione all’ elettorato di destra. E soprattutto il messaggio non è stato chiaro. Insomma : all’elettorato moderato non interessava un "nuovo" partito di centro-destra. L’illusione è stata che la "questione morale", la nascita di una formazione che prescindesse dalla presenza di persone scomode all’interno del PdL e quindi il "lavacro purificatore" potesse interessare l’elettorato. Non è stato così. Anche perché dov’era il rinnovamento? Dove le facce nuove? E’ sembrato un’operazione gattopardesca per cambiare tutto per non cambiare nulla; a molti è sembrata addirittura un’operazione utile solo per salvare qualche presenza di rilievo. E già dopo i risultati elettorali ci sono stati dei mugugni, postati su facebook, di candidati dell’area milanese che lamentavano la convocazione della classe dirigente autodeterminata del partito, con la partecipazione dei "soliti noti"; mentre un’altra candidata, notissima nell’ambiente milanese di destra, chiedeva a gran voce il ricambio all’interno del partito , ricordando a quelli (con nome e cognome…) che sono in politica da troppi anni, di farsi da parte e lasciare entrare aria nuova. L’elettorato non ha premiato il neonato movimento. Lo stesso Romano La Russa, che vanta una "carriera" politica di tutto rispetto, che è figura notissima specialmente nella provincia di Milano e in tutta la Regione Lombardia, non foss’ altro che per i prestigiosi incarichi avuti negli anni scorsi, non è stato eletto alla Regione. Lo stesso Ignazio La Russa (che, detto per inciso, è a nostro avviso uno dei politici più intelligenti della scena politica) ha dichiarato recentemente:" Fratelli d’Italia non si pone come obbiettivo quella di una pur lodevole riunificazione delle destre presenti in Italia (alcune di mera testimonianza). Peraltro non ci riuscì nemmeno Almirante e né Alleanza Nazionale che forse non pensò nemmeno di provarci" (Risposta a Veneziani. Così ricostruiremo il centrodestra, 5 marzo 2013). Più chiaro di così! E allora l’elettorato di destra si è spostato sul Movimento Cinque stelle cavalcando la protesta; quello di centro ha continuato a votare PdL e per "Fratelli d’Italia" è rimasta solo la delusione. Ora chi vorrà seguire il nuovo partito di centro-destra?

Antonio F. Vinci

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA SINDROME DI NAPOLEONE
  • OLTRE LA CRISI



    LA SINDROME DI NAPOLEONE

    Berlusconi è sceso nuovamente in campo. In questi mesi di trepidante "attesa" ci ha tenuti tutti sulla corda : scende, non scende, forse scende, non scende più, forse, ma, non si sa, sicuramente sì…Insomma il Cav. ha preso una decisione sofferta ( sofferta più da noi che da lui …) e alla fine ha deciso : scende in campo. Ritiratosi ( per carità, ricordiamo che si è dimesso senza avere la sfiducia del Parlamento…) per cedere il posto a Monti, Berlusconi ha meditato a lungo il rientro. Alti si sono levati gli inni di ringraziamento per il ritorno; commosse folle hanno plaudito alla nuova apparizione dopo mesi di silenzio; ceri sono stati accesi ed ex voto appesi per il miracolo … C’è in molti, a sentire certa stampa, un senso di rivincita, un "adesso vi facciamo vedere noi, altro che Monti", che sgomenta e quasi intenerisce i cuori …

    Ma Berlusconi farebbe bene a meditare ancora. Seriamente. Indubbiamente Berlusconi ha segnato un momento importante nella recente storia politica italiana, nel bene e nel male, come si suol dire. Indubbiamente Berlusconi ha portato una ventata di liberismo che sarebbe servita a svecchiare l’Italia. Peccato che non ci sia riuscito. Ora da più parti si levano mea culpa, testimonianze che rilevano come "abbiamo sbagliato in tutti questi anni", una voglia di riprendere la guida del timone della nave-Paese con atteggiamenti diversi. E chi dovrebbe guidare questa rivincita? Berlusconi, naturalmente. Il suo nome evoca consensi elettorali con percentuali a due cifre, dicono. Esattamente con la stessa sicurezza con la quale c’era chi prevedeva un crollo dello spread alle sue dimissioni (cosa che, notoriamente, non è avvenuta). Eppure Berlusconi aveva incominciato bene la sua seconda fase: aveva portato avanti Angelino Alfano ( forse Fini avrà pensato, amaramente, che quel posto l’avrebbe potuto avere lui …), una figura "nuova", giovane, determinata. Poi l’inversione di rotta. Il vecchio capitano non resiste alla voglia di continuare a comandare la nave. Non crediamo che la politica debba essere legata necessariamente ad una sola persona; ma in Italia è così. Il mito dell’uomo forte, che sia Cavour o Crispi, Giolitti o Mussolini, De Gasperi o Fanfani, Andreotti, Craxi, quel mito che personalizza il potere, resiste. Berlusconi ha fatto dell’immagine, della sua immagine, il passepartout della politica. Ha curato la sua immagine personale, anche nel senso fisico del termine, come una star, perché era quella l’immagine con la quale l’Italia si presentava all’estero come sulla scena della politica italiana. Ma quell’immagine ora è deteriorata, Cavaliere. Non entro nel gossip della sua vita privata, che è appunto sua, ma indubbiamente l’immagine pubblica ne ha risentito. E poi, e poi, dopo la figura di Mario Monti, così compassato, per nulla trasgressivo, con un incedere e un eloquio proprio da docente universitario, in una parola, sobrio, come possiamo ritornare alla figura di un primo ministro che racconta barzellette? Certo è la sostanza che conta non la forma, ma la forma è sostanza come insegna paradossalmente proprio questo mondo dell’apparenza e dell’apparire…Quel mondo al quale un po’ ci ha abituato proprio lei, caro Cavaliere. E poi, come non ricordare che i ritorni sulla scena della politica come dello sport e spesso di qualsiasi altra forma pubblica, porta male? Forse lei non è superstizioso, ma anche Napoleone venne accolto con entusiasmo dopo la caduta dell’Impero. Ma durò solo 100 giorni. E l’altro Cavaliere? Anche Mussolini ritornò e proprio nella sua Milano ebbe tanto consenso da ricordargli il ventennio. Poi finì a Piazzale Loreto e tutti quelli che lo avevano osannato si ritrovarono democristiani, socialisti, comunisti, rinnegando il loro passato. In attesa di servire un altro, nuovo, uomo "forte".

    Fin qui l’articolo; poi, mentre stavamo per andare online, l’ennesimo cambiamento. Berlusconi, in ossequio alle "richieste" della Lega, non si candida più come premier ma come leader della coalizione! Facendo il fatidico passo indietro Berlusconi porta a casa l’appoggio della Lega! Ancora una volta Berlusconi ha stupito i suoi avversari : chi avrebbe osato pensare che Berlusconi, sceso in campo così determinato (dopo i tanti tentennamenti…), tanto da far saltare le primarie del suo partito e far nascere la costola di "Fratelli d’Italia" avrebbe avuto la capacità politica di rinunciare al suo ruolo? Va dato atto della sua capacità politica di sbaragliare le fila degli avversari… Non solo : Berlusconi appoggia ora anche Roberto Maroni come governatore della Lombardia. Se l’operazione riesce non solo la maggioranza in Senato è a portata di mano del PdL e associati, ma il Nord sarà tutto appannaggio della Lega : un colpaccio che alla Lega non era riuscito neppure nei tempi migliori.

    Barbarossa


    OLTRE LA CRISI
    CREARE SINERGIE PER CRESCERE UNITI

    Le aziende nascono dai sogni e dalle speranze delle persone che le costituiscono. In un periodo di crisi, come quello che viviamo ormai da tre anni, le aspettative possono essere state disilluse e aver portato a licenziamenti, riduzioni di stipendi, chiusura definitiva nella peggiore delle ipotesi. L’imprenditore deve affrontare con coraggio le sfide del mercato... ma deve imparare a sfruttare la crisi a suo vantaggio. Finiamola con il "veder tutto nero" e ascoltare mesti i telegiornali che ci parlano di spread e crolli della borsa. Questi eventi (peraltro ciclici in economia) non devono intaccare la fede dell’imprenditore nel proprio sogno. L’Italia si basa sulle PMI. PMI nate da sogni e speranze degli imprenditori che oggi, ancora più di ieri, devono rimboccarsi le maniche. Certo che abbiamo anche grandi imprese. Certo che siamo fieri dei marchi italiani che dominano alcuni settori dei mercati internazionali. L’Italia però pone le sue fondamenta su un tessuto sociale di imprese piccole e medie. Sono queste la vera ricchezza del Paese. L’imprenditore deve attraversare la crisi con la consapevolezza che può essere il momento opportuno per cambiare e rinnovarsi. Come? La strada per attraversare la crisi ed andare oltre e’ creare sinergie. Il detto "l’unione fa la forza" dovrebbe essere il motto con cui iniziare ogni mattina di lavoro. Sinergie tra imprese ma anche tra persone. E’ l’uomo ad essere il vero centro dell’azienda. I periodi di crisi sono proprio i momenti migliori per lanciare nuove sfide, aprirsi a nuovi mercati, creare partnership per business dal ritorno a medio termine. La crisi indubbiamente porta ad una selezione naturale e, per questo motivo, consente all’imprenditore di comprendere meglio quali interlocutori avere per lavorar bene. Ogni impresa ha delle specifiche attività in cui riesce meglio di altre (solitamente grazie alle persone che vi lavorano in quanto ognuno di noi sviluppa capacità particolari, più o meno evidenti, che portano valore aggiunto). Soltanto unendo le forze e quindi trovando accordi commerciali tra aziende e persone che sono semplicemente brave in quello che fanno si può affrontare la crisi nel modo opportuno ovvero rinnovando il proprio modo di lavorare e più in generale l’approccio al mercato della propria azienda. E’ necessario riservare parte del proprio tempo ad incontrare altri imprenditori e partecipare a business meeting non semplicemente nell’ottica di vendere i proprio prodotti o servizi ma anche per ascoltare e conoscere altre realtà con la convinzione che trovare un buon partner sia altrettanto importante che trovare clienti.

    Vito Andrea Vinci

Furbi e fessi - Numero 52

L’Italia è in grandi difficoltà economiche e morali; la situazione sociale è in fibrillazione; si vanno costituendo nuove formazioni politiche, il Paese sta, insomma, cambiando. No, non è l’Italia di oggi. E’ l’Italia alla fine della I Guerra mondiale. Nel 1921 Giuseppe Prezzolini pubblica il "Codice della vita italiana", un testo di drammatica e vivace attualità, qualche anno fa ripubblicato dall’editore Robin. Ecco alcuni aforismi.


I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

Non c’è una definizione di fesso. Però: se uno paga il biglietto intero in ferrovia, non entra gratis a teatro; non ha un commendatore zio, amico della moglie e potente nella magistratura, nella Pubblica Istruzione ecc.; non è massone o gesuita; dichiara all’agente delle imposte il suo vero reddito; mantiene la parola data anche a costo di perderci, ecc. questi è un fesso.

I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.

Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

Segni distintivi del furbo: pelliccia, automobile, teatro, restaurant, donne.

I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla,spendono e se la godono.

Chiudete gli occhi e pensate : ecco l’Italia di oggi. E’ invece l’Italia di quasi cento anni fa; ma quanto è cambiata? Perché cambiano le mode, i vestiti, le abitudini alimentari e l’informazione, il modo di mettere su famiglia e le abitudini sessuali, l’educazione dei figli, la scuola, la leva militare, ecc. ecc., ma l’italiano è lo stesso di sempre. Nel suo DNA c’è il furbo che pensa di fregare il fesso, sempre; c’è il furbo che crede di essere più in gamba degli altri, più "furbo" degli altri, di arricchirsi alle spalle degli altri. Siamo un popolo di straccioni, morali prima che economici. E’ l’Italia descritta da Alberto Sordi, da Totò, dalla "commedia italiana" . E’ l’Italia che viene sbugiardata da "Striscia la notizia", l’Italia dei guaritori, dei lestofanti, degli ospedali che non funzionano, del maltrattamento degli animali, degli arricchiti in modo disonesto, dei falsi invalidi. L’Italia. Allora sfociò in una dittatura e oggi? Per ora abbiamo perso la sovranità economica. Il futuro è nelle mani di Dio: speriamo che non si distragga!

A.F.V.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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