Speciale

 

Pubblichiamo con piacere l’intervento di Tiziana Rogora che, oltre ad aver maturato una significativa esperienza come assessore regionale della Lombardia, è persona politicamente acuta, attenta osservatrice, preziosa collaboratrice. Come per tutti gli articoli pubblicati dal Barbarossaonline, la responsabilità di quanto scritto è totalmente a carico dell’Autore.


Sulla proposta Fini di far votare gli immigrati

A questa proposta è contestabile un duplice errore: nel metodo e nel merito; non so se riuscirò a tenere sempre distinti i due aspetti, che hanno uno stretto rapporto, ma ci proverò…



Errore nel metodo:

Fini ha spiazzato non solo il mondo politico estraneo ad AN, ma anche il suo stesso partito, il quale, però, non è bossianamente abituato a seguire acriticamente il proprio capo, e si è sentito precipitare addosso un carico molto gravoso di cui per lo più non è riuscito a cogliere il senso. Lo si capisce dal fatto che nessuno dei leader intervistati è riuscito a spiccicare un discorso credibile e persuasivo, ma ciascuno sembrava ripetere una lezioncina imparata a memoria, in modo monotono, senza accenti di convinzione, di partecipazione, di passione. Forse c’è, tra loro, chi è veramente d’accordo sulla proposta, ma certamente non sarà in grado di mutare in favorevole alcun parere contrario. Fini ha però spiazzato anche gli elettori, ai quali aveva preventivamente esposto un ben diverso "programma" di governo! A quale scopo creare tanto trambusto?

Prima ipotesi: RIECCO LA DC.
Da tempo sento dire (da più parti politiche) che si sta ricostruendo la DC; del resto, basta guardarsi un po’ in giro, per vedere la sproporzione fra il peso elettorale ed il peso politico dei centristi: sono loro le principali cariche monocratiche, loro numerosi scranni parlamentari in virtù del sistema maggioritario… Da questo neopartito (che ri-avrebbe destra, sinistra e ovviamente centro), sarebbero riassorbite FI, AN, e tutti i centristi cattolici, attualmente dispersi e contesi fra ulivisti e CdL, ma senza dimenticare i socialisti raccolti sotto diverse sigle, liberalriciclati, federalriciclati e battitori liberi di varia provenienza ed estrazione (sindacato, mondo dello spettacolo, dello sport, ecc.). Naturalmente, però, il "partito unico", ma correntista, non catturerebbe le istintive simpatie di tutti: lascerebbe in un angolo gli estremismi di segno opposto, i radicalismi, i fondamentalismi. Perciò, dopo la mossa Fini, ho pensato: ecco un modo veloce per "spaccare il partito" in neodiccì di destra, da una parte, e idealisti, nazionalisti, nostalgici del MSI, o anche del ventennio, dall’altra. Ma i pochi iscritti cui ho riferito questa ipotesi smentiscono categoricamente, anche se non ho capito su quali basi…

Seconda ipotesi: FINI SI E’ PERSO!
Forse la stanchezza, la pressione enorme di dover ricoprire massime cariche istituzionali e partitiche lo ha portato allo sFINImento… Dunque, o è impazzito, o finge di esserlo, in modo da uscire di scena rapidamente e senza provocare lacerazioni o litigi quanto mai inopportuni. Questo suo nuovo status, inoltre, potrebbe non essergli nocivo: il Parlamento è vaccinato contro i picconatori e gli elettori, anche se a fasi alterne, li prendono in simpatia…

Terza ipotesi: L’IDEA FISSA DELLO SDOGANAMENTO
Ovvero Fini & C. non si sentono abbastanza "integrati" se non ricevono almeno un plauso da sinistra; e allora cosa c’è di meglio che una bella proposta che andrà a rimpinguare il serbatoio di voti degli ex comunisti?

Quarta ipotesi: FINI FOR PRESIDENT
Non nel senso di Capo del partito, ovviamente, ma …dello Stato! Ovvio che stia studiando da Presidente della Repubblica. Chi potrebbe essere così super partes da prendere addirittura le partes della fazione opposta, difendendo una fascia di persone (gli immigrati stranieri, tradizionale appannaggio della sinistra) se non per uno scopo così…elevato?

Quinta ipotesi: ALLEGGERIRE IL PARTITO
Più è piccola la barca, meglio la si dirige… Dunque: dimezziamo dirigenti e militanza (già con un piede fuori dalla porta) e molti problemi si risolveranno, i pretendenti diminuiranno… Ma non ha fatto bene i suoi conti, se di ciò si tratta, perché:
1) i dirigenti non se ne vanno dalle loro comode poltrone (quali che esse siano…)
2) per quanto riguarda, poi, il resto del partito, si può dire che in tutti questi ultimi anni lo sfascio organizzativo, la disintegrazione del radicamento sul territorio, la polverizzazione della militanza più attiva, disinteressata, più datata non ha portato al "rinnovamento" del partito, bensì al suo svuotamento progressivo. Perché ci vogliamo tanto male?

Sesta ipotesi: LE PRESSIONI DI CONFINDUSTRIA
Forse gli imprenditori, che vogliono spendere sempre meno delle loro risorse e sempre più di quelle pubbliche, per alleggerire le loro coscienze vogliono compensare la forma di neoschiavismo cui sottopongono in particolare i lavoratori extracomunitari con il … diritto di voto, che a loro non costa nulla, mentre costa molto alla comunità…



Errore nel merito:

La proposta è inutile, perché:
1) comunque gli immigrati che si integrassero potrebbero, se lo chiedessero, essere naturalizzati e voterebbero come tutti gli altri cittadini italiani; quindi, perché complicare le cose, addirittura con una modifica di legge costituzionale?
2) il voto è un esercizio di cittadinanza: come potrebbe essere esercitato da chi cittadino non è? date le condizioni di disinformazione, ignoranza istituzionale in cui la maggior parte degli italiani si trova, sarebbe quasi il caso di limitarne l’esercizio a chi dimostri dei requisiti minimi di responsabilità e conoscenza dei meccanismi istituzionali, a prescindere dalla sua nazionalità, e non estenderlo in modo indiscriminato! (In Svizzera non si concede la cittadinanza a chi non riesca a superare un esame di "civilizzazione" ed negli USA anche dopo molti anni di residenza e, ovviamente, di rispetto delle regole di convivenza, non si ha automaticamente diritto a votare…); il voto sarebbe quasi da togliere a molti cittadini italiani, che offendono gravemente qualunque forma di orgoglio nazionale con la loro profonda e vergognosa ignoranza, altro che estenderlo agli immigrati!
3) non esiste alcuna reciprocità di tal fatta in altri Paesi, da cui gli immigrati provengano, e sarebbe davvero ora che la reciprocità fosse un criterio da far valere ogni qualvolta si parli di diritto dell’immigrato (soprattutto per quanto riguarda la tolleranza religiosa…).

Ma la proposta è anche dannosa, perché:
1) non esiste una selezione del tipo di immigrazione verso l’Italia: da noi arrivano, soprattutto, immigrati di religione musulmana, che non si integrano facilmente, perché per lo più non hanno intenzione di farlo, anzi hanno motivazioni contrarie; il loro progetto è quello di islamizzare il mondo "con le buone o con le cattive"; l’Italia, come è stato decretato ad Islamabad alla fine degli anni ’60, è testa di ponte nel Mediterraneo per questo progetto; una volta che questi missionari dei nuovi integralismi e fondamentalismi (in cui è impossibile, se prestiamo fede agli imam più moderati, discernere gli assassini ed i kamikaze dai "democratici") saranno diventati elettori, o peggio, cittadini italiani, come sarà mai possibile liberarcene?
2) per di più nel nostro Paese è facile procurarsi permessi falsi, visti falsi: quale garanzia avremmo di concedere il voto a persone che se lo meritano?
3) si faciliterebbero tutti i meccanismi di "voto di scambio", già fin troppo noti in Italia, oggi ed in passato. I nuovi voti andrebbero a chi ha concesso più vantaggi, prebende, scorciatoie di ogni tipo agli immigrati…soprattutto a sinistra, dove si privilegia l’assegnazione a loro di case popolari, sussidi vari, esenzioni, ecc.
4) è noto (basta sfogliare la cronaca nera quotidiana, per rendersene conto) che una buona parte delle azioni di microcriminalità vedono come protagonisti degli extracomunitari (ma essi sono anche spesso la manovalanza di cui la grande criminalità, nostrana, si serve per compiere dei misfatti); di nomi stranieri sono sempre state piene le liste degli uffici di collocamento e quelle per l’assegnazione di case popolari, per cui gli stranieri hanno sempre avuto il riconoscimento di un punteggio privilegiato (grazie alla sinistra!), rispetto ai poveracci di casa nostra. Allora in che modo servono tanto alle imprese? (a meno che non si parli di …"imprese criminali"!!).
5) Mettiamo di subordinare la concessione del voto al rispetto delle regole di buona condotta, ecc. ecc.. Ma davvero qualcuno sarebbe disposto a credere che in Italia, dove sulle liste elettorali per anni sono rimasti i nomi dei morti e degli emigrati, dove all’anagrafe si fanno pasticci colossali, qualcuno potrebbe intervenire per esautorare uno straniero dal diritto di voto già acquisito, qualora egli si macchiasse di qualche reato??
6) ultima osservazione (non posso andare avanti all’infinito, anche se l’elenco potrebbe continuare): l’11 settembre è davvero passato invano? Abbiamo capito che non siamo in grado (non ci riescono la CIA né il Mossad, figurarsi noi…) di discernere le intenzioni, di seguire gli spostamenti, di controllare i doppi fini (oh, toh!) di chi entra nel nostro Paese, anche legalmente, per poi andare ad ingrossare le fila dei terroristi. Gli americani hanno dato - in buona fede - ai loro immigrati istruzione, conoscenze di conduzione di apparecchi complessi (pilotare aerei, ecc.), anche esperienze di tecnica militare… noi vogliamo proprio battere tutti in … fesseria e concedergli anche il voto?!?

Per tutti questi motivi dichiaro che da ora in avanti darò IL MIO voto solo a quelle forze politiche (o ai singoli, se candidati in collegi uninominali) che esprimano ferma contrarietà alla proposta di Fini e l’impegno a battersi con ogni mezzo perché essa venga ostacolata e ritirata definitivamente.

Tiziana Rogora

 

A leggere l’Espresso del 9 ottobre scorso per Fini era suonata l’ora del tramonto. "L’autunno di Fini" intitolava il settimanale, con un articolo di Marco Damilano sulla crisi del Vicepremier e Presidente di AN. Certo nessuno poteva aspettarsi la tempesta che Fini avrebbe suscitato con la sua proposta di concedere il voto alle elezioni amministrative per gli immigrati regolari. E’ successo! Chi invocava di "fare qualcosa di destra" ora sarà perlomeno sconvolto…Chi, come Altero Matteoli, parlava di Fini dicendo che "si è museizzato", ora dovrà ricredersi. Chi, compreso questo periodico, parlava di appiattimento su FI, non potrà che arrendersi all’evidenza…Appiattiti su FI ? Ma quando mai! AN, per bocca del suo Presidente, porta avanti una proposta della sinistra, raccogliendo consensi proprio in quell’area. Con grave scandalo… La buriana è, ormai, in parte rientrata. Gli animi dei militanti si sono, in parte, calmati. Ma qual è il valore politico dell’operazione? Diciamo subito che personalmente l’iniziativa di Fini mi trova consenziente. E per più motivi.

  • Dare il voto agli immigrati, regolari, con un lavoro, è una forma di civiltà alla quale non possiamo, e non dobbiamo, sottrarci. Stupisce che molti ancora non abbiano chiari i termini della questione. Dov’è lo scandalo? Certo, vanno definiti tempi e modi, garanzie e quant’altro, ma non possiamo trattare delle persone, che a quanto pare risultano anche indispensabili per il buon andamento della produzione industriale, come dei paria, come dei cittadini di serie B. E, diciamola tutta : il diritto di voto va riconosciuto al di là del significativo apporto alla produzione industriale, al di là di questa "carità pelosa", utile a tenerci buona la manodopera di disperati. Va riconosciuto in quanto esseri umani, detentori di dignità, come cittadini inseriti civilmente in un Paese. Diverso è il discorso sugli irregolari, i clandestini, coloro che si macchiano di delitti. Ma su questo non ci sono dubbi.
  • Lo scandalo è nato perché, probabilmente, si teme la perdita di una fetta di elettorato, magari anche significativa. Molti militanti (basta leggere le email che giungono sulle varie mailing list) temono la fuga verso la Lega, anzi dichiarano che la prossima volta non voteranno più per AN. Ma la politica, quella vera, non può essere un rincorrere estremismi, puntare sempre più in alto sul tavolo dell’intolleranza, per acquisire i voti di chi confonde il vivere civile con il proprio tornaconto.
  • Fini non è un ingenuo. Certo, avrebbe dovuto consultare il Direttivo del partito, avrebbe dovuto mettere al corrente il suo più ristretto entourage. Ma l’operazione non sarebbe più andata in porto! Ve l’immaginate la serie di incontri, convegni, articoli e prese di posizioni, distinguo e richiami ( come poi è avvenuto) alla difesa della propria identità? La propria identità, l’identità nazionale, non la si difende certo chiudendosi, arroccandosi nella difesa di un DNA storico, in un contemplare da morti la vita che ti passa davanti. Fini ha certamente calcolato i rischi di fraintendimento, le reazioni; ma non credo neppure che abbia pensato di rischiare molto : il rientro dei malumori mostra che aveva ben intuito quanto sarebbe successo.
  • La politica è tornata protagonista. Finalmente AN si è schiodata. Fini ha dato una risposta, ha offerto una proposta, da Destra moderna, che guarda ai problemi reali, non sclerotizzata su un passato che non può tornare o su un presente gestito in modo bizantino da altri. Questa era ed è una questione scottante : la Destra ha dato una risposta! Tutto il resto sono chiacchiere, vaniloquio di chi non sa cosa dire, strumentalizzazioni di corrente o di partiti. AN vuole essere una Destra moderna, non dimentica del suo passato, ma non cloroformizzata su posizioni di esoterismo razziale, curioso dal punto di vista culturale ma inattuale, irrazionale.

AN forse perderà dei voti, ma sarà l’unico partito che, così, sta dando delle risposte politiche ai problemi che ci sono sul tavolo, ogni giorno. Ora bisogna solo augurarsi che quello di Fini non sia stato solo un exploit per riprendere spazio, una risposta (inattesa nella forma e nei contenuti) all’accusa di immobilismo. Guardare avanti. Oltre la Destra, ma sul serio. Il passato è storia. Il che non vuol dire rinnegare, ma non può e non deve esercitare una sorta di ricatto morale su un presente che ha questioni molto gravi. E che possono essere risolte proprio attingendo, storicizzandolo, ad un passato che insegni. Ci vuole coraggio. Certo più coraggio che negare diritti sacrosanti.

Antonio F. Vinci

 

In tv il Premio teatrale dedicato all’ex segretario missino quindici anni dalla morte
"Almirante, che nostalgia!" Parola di D’Alema
Al presidente dei Ds come a Donna Assunta mancano le passioni politiche d’un tempo


Beh, bisogna ammettere che ha fatto a tutti un certo effetto vedere trasmesso dalla Rai il Premio teatrale dedicato a Giorgio Almirante. Che strana sensazione nel sentire i conduttori annunciare i vincitori dicendo: "Premio Giorgio Almirante per… a…". E pensare che quando era in vita il capo missino di mille battaglie in televisione ci poteva andare soltanto per i minuti assegnati istituzionalmente ai partiti nelle tribune elettorali. Per qualcuno si tratta di un atto di giustizia postuma, una sorta di tributo ad un grande politico di cui è giusto ricordare la figura una volta caduti gli steccati della conventio ad escludendum del tempo che fu. C’è invece chi non intende seppellire l’antifascismo militante con tutto il suo armamentario di odio e di pregiudizio, come il segretario dei Comunisti italiani, Oliviero Diliberto (uno che come premio per il conseguimento della maturità chiese ed ottenne dai genitori di potersi recare in pellegrinaggio nella Mosca sovietica) e minaccia persino una denuncia all’autorità giudiziaria per l’"apologia di fascismo" di cui si sarebbe macchiata la Rai. Un umano compatimento e una cristiana sopportazione credo siano la replica migliore. Ma attenzione, attenzione: le notizie relative all’indimenticabile segretario del Msi sono altre. Che Donna Assunta Almirante conservi gelosamente nella memoria il ricordo dei tempi in cui viveva accanto al marito un’appassionante vicenda politica e umana in contrapposizione al "teatrino" attuale è cosa nota e del tutto naturale. Assai meno prevedibile che a vestire i panni dei nostalgici di Almirante siano autorevoli esponenti di quello che fu il Pci. L’antefatto è rappresentato da un’intervista a Repubblica della stessa Donna Assunta alla vigilia del quindicesimo anniversario della morte dell’amato Giorgio in cui ha ricordato l’omaggio di Almirante alla salma di Enrico Berlinguer (si mise in fila come migliaia di militanti comunisti con il cappello in mano), mentre ha espresso le sue perplessità rispetto alle uscite berlusconiane ("chi è stato comunista non può governare") e ha citato il rispetto che esisteva tra uomini valenti e puliti dei fronti contrapposti. Giancarlo Pajetta disse una volta ad Almirante: "Caro Giorgio, dopo di noi sarà il nulla". Ricordi che Donna Assunta conserva e che ama tirar fuori al di là della convenienza politica. La sorpresa è leggere che Massimo D’Alema ed Emanuele Macaluso condividono questi pensieri. Il secondo concordando dalle colonne del Riformista con la "regina madre" della destra rispetto al confronto tra la spiccata autonomia che animava la politica del marito e l’eccesso di dipendenza dal "berlusconismo" degli attuali vertici di Alleanza Nazionale (si dice che Fini l’abbia presa male). Massimo D’Alema (sì proprio lui, il Paul Cayard de noantri) invece ha incontrato la signora dagli sgargianti tailleur alla presentazione del romanzo Il Fasciocomunista di Antonio Pennacchi, eccentrico personaggio, fascista anomalo e ribelle prima e comunista ribelle e anomalo poi. Seduti dietro lo stesso tavolo si sono scambiati formule di cortesia, attestati di stima, omaggi. Tra la vedova del carismatico ex segretario missino e il presidente dei Ds è affiorata nel nome di Giorgio Almirante un intenerimento nostalgico per un mondo che non c’è più, in polemica con quello vacuo e anaffettivo di oggi. Baffino ha ricordato quella vita caratterizzata dall’odore della colla per attaccare i manifesti, dalla polvere delle vecchie sezioni, dalle interminabili riunioni, senza dimenticare che un tempo "rossi" e "neri" se le davano di santa ragione, quelle "botte date e avute" prima che lo scontro degenerasse nella spirale autodistruttiva della violenza sfrenata della "guerra civile strisciante", come l’ ha definita Donna Assunta. Certo i ricordi di D’Alema sono quelli di un militante del Pci, rigoroso e ubbidiente con un’ipotesi di carriera davanti. Ben diverso fu lo scenario fatto di spranghe, chiavi inglesi, agguati, pestaggi e colpi di P38 in cui bruciarono i sogni di una generazione. Ma tant’è. Il presidente diessino non ha dimenticato nemmeno altri due "nemici" che non ci sono più: lo scomodo Beppe Niccolai, geniale pisano che con Almirante proprio non andava d’accordo, e Pinuccio Tatarella, il "ministro dell’Armonia" che fu tra i padri di An. Insomma siamo di fronte a una vera e propria nostalgia del passato. Già, nostalgia, termine un tempo utilizzato per i fascisti che non intendevano farsi una ragione di un’irrimediabile sconfitta, oggi sembra che non ne siano immuni nemmeno i "compagni". A D’Alema manca Almirante, quello stesso Almirante che i comunisti avevano marchiato come "fucilatore", quello stesso Almirante nei confronti del quale il Parlamento concedeva l’autorizzazione a procedere per "tentata ricostituzione del disciolto Partito fascista". Stranezze e paradossi da libro di Pennacchi che meritano comunque attenzione. E poi il grande condottiero missino non era tipo da lasciare indifferenti, tant’è che anche a destra c’era chi non ne condivideva le idee, la linea politica, la visione stessa della realtà e alcune sue mosse ancora oggi risultano discutibili. Ma un uomo di tale valore, di tanto carisma, di quello stile, non si poteva che amare e rispettare. Nel tempo in cui anche gli avversari rendono omaggio alla sua memoria, la destra italiana deve imporsi di essere sempre all’altezza del suo esempio.

Fabio Pasini

 

Sulle pagine dei quotidiani di questo mese i commenti sui risultati delle recenti elezioni amministrative si sono davvero sprecati: da una parte ventilati traumi e riconsiderazioni di alleanze e di atteggiamenti nei confronti degli elettori, dall’altra grida di giubilo e cori dall’Internazionale a Bandiera Rossa come se la vittoria fosse già a portata di mano. Eppure questo risultato non era imprevedibile e, in un certo modo, persino auspicabile soprattutto nei confronti di Alleanza Nazionale che della C.d.L. è punto fondamentale di riferimento e forza trainante. Un "mea culpa" ogni tanto serve per riportarci con i piedi per terra, gli stessi piedi che forse si erano un po’ allontanati volando verso alte pindariche vette e che forse, un po’ impelagati dal politichese e dai giuochi di palazzo cui di certo mai siamo stati abituati, avevano dimenticato la propria dimensione. La C.d.L. ha un’immagine ufficiale che fa rima con Presidente del Consiglio e che, di certo, è a dir poco bersagliata da un immenso occulto e palese apparato propagandistico che saggiamente le Sinistre hanno saputo utilizzare fin dall’inizio della propria esistenza. E’ un po’ la Sinistra resa simpatica e goliardica dai Peppone, che però così bonaccioni non erano, e che allegramente ama denigrare e sottolineare gli aspetti ironici di un personaggio che però, regolarmente, appartiene all’opposto schieramento: mai un Blob che ironizzi su un Cofferati o un Cossutta, tanto meno su un Bertinotti o su qualche altro fanatico dell’ "addavenì Baffone". Berlusconi ormai è diventato parte integrante dell’immaginario collettivo di una certa parte di italiani come un Duce di quart’ordine, preso in giro persino dalle sue emittenti televisive per dimostrare un concetto di democrazia che però dall’altra parte sono poco avezzi ad accettare. E questo sta superando il sottile confine che v’è tra la satira e l’immagine negativa per un elettorato sempre meno interessato alla politica delle idee e dei risultati ma sempre più attratto dai trend e dalle mode che dei voti stanno diventando il manipolatore occulto. Ha un bel da proporre il quotidiano Libero le bandiere tricolore per contrastare quelle arcobaleno che di Pace hanno solo il nome e che altri non sono che uno scaricabarile della coscienza della serie "Se la metto fuori dalla finestra contribuisco a far finire le guerre": gli apparati della propaganda rossa mica hanno cessato di operare con la caduta dell’URSS, con la fine della Guerra Fredda, con il Muro di Berlino ridotto a souvenir per turisti o con le fucilazioni dell’arteriosclerotico Castro o delle minacce atomiche koreane, bensì sono rimasti perfettamente operativi. E alla gente comune, al popolo elettore, non interessano le ragioni ideali o le motivazioni, le spiegazioni e le analisi; non interessano nemmeno i fatti bensì i luoghi comuni spacciati per Verità assolute, dogmi a livello biblico. Se è vero che forse A.N. è rimasta troppo nell’ombra di un Berlusconi un po’ troppo fiducioso dai calcoli dei suoi analisti è altrettanto vero che le Sinistre continuano nella loro opera di opposizione costruttiva il cui obiettivo è semplicemente di carattere interno e non ideale nè tantomeno al servizio dell’Italia. A.N. si è fatta da parte per non offrire l’altra guancia? No, forse si è fatta un po’ troppo sedurre dai parties in Sardegna dove il Jet Set si incontra annoiato e infarinato durante le lunghe notti estive; forse i nostri "Federali" e "Colonnelli" dovrebbero tornare per un attimo ad attaccare manifesti di notte con la paura di pestaggi o rappresaglie, forse invece di ostacolarsi a vicenda nel tentativo di migliorare proprie posizioni interne al Partito dovrebbero ricordarsi che l’Italia non è solo l’elitaria area del Parlamento o del Senato ma è quella "Terra dei Padri" che vive un momento drammatico della Storia mondiale sempre in bilico tra una Pace difficile e una Guerra di cui sappiamo a malapena il nome. E non stiamo quindi a piagnucolare troppo: Roma è passata per le mani di tanti ma il cuore dei Romani credo sia sempre stato con noi. Come molti altri Italiani.

Fabrizio Bucciarelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • PAPA, PACE, PACIFISMO!
  • LA DESTRA IN GUERRA TRA INTERVENTISMO E DISIMPEGNO


    Papa, Pace, pacifismo!

    Premetto: sono cattolica, ma sto con Bush. Ho letto perciò con profondo sconcerto le parole del Papa che lanciava un vero e proprio anatema contro Bush dicendo che risponderà " davanti a Dio, alla propria coscienza e alla storia" per aver attaccato l’Iraq. Un’altra volta la Chiesa torna a mescolare religione e politica compiendo una operazione non solo antistorica, ma anche pericolosa perché si schiera, come un qualunque soggetto politico e quindi abbassa la Sua voce e la rende discutibile come qualunque altra. Bush risponderà alla storia come qualunque capo di stato, ma dato che stiamo parlando del capo della più grande democrazia liberale mondiale, risponderà davanti a un popolo libero e a liberi elettori a breve termine, davanti alla comunità internazionale e alla storia nella distanza. Come il sanguinario dittatore Saddam e come tutti i capi di stato. Purtroppo anche come il Papa qualora si schieri politicamente e pronunci parole non di PACE, ma di pacifismo. Personalmente ritengo che la Pace di Cristo, che è quella della Chiesa, sia qualche cosa di molto più alto, profondo, spirituale, sia un elemento in cui tutti dobbiamo poterci riconoscere. Se la Chiesa però si schiera politicamente come ha fatto nel corso dei secoli a fianco ora dell’uno ora dell’altro, si sporca le mani e perde quella credibilità che va al di là delle cose terrene. In questi giorni molti cristiani, soprattutto cattolici hanno provato dolore e disorientamento vedendo un criminale come Tarek Aziz ricevuto con tutti gli onori persino dal Papa e ascoltando da esponenti più o meno autorevoli della Chiesa parole di appoggio a un pacifismo a senso unico, che poco o nulla ha a che fare con la pace di Cristo e nemmeno con quella degli uomini. Nel mondo si combattono in questo momento più di 70 guerre. Non mi pare di aver udito né la voce dei pacifisti, né quella delle gerarchie ecclesiastiche. Perché? Il pacifismo dice no alla guerra, ma non sa fare proposte alternative concrete di pace. A tre giorni dall’inizio delle ostilità si è svolta a Milano una manifestazione pacifista durante la quale sono sfilate bandiere della pace, bandiere rosse, bandiere con il simbolo della CGIL, stendardi palestinesi, si sono verificati episodi di teppismo e sono state bruciate bandiere americane. E’ lecito dissentire da una guerra che si ritiene ingiusta, ma non si può dimenticare che sessant’anni fa quegli americani contro i quali oggi si urla sono morti per la libertà dell’Europa e se oggi tanti uomini e donne liberi possono permettersi di urlare il loro odio e il loro disprezzo verso l’America è grazie al sacrificio di quei giovani. E’ il caso di ricordare anche che la "guerra di Bush" è stata dichiarata l’11 settembre 2001con il vigliacco attacco terroristico alle torri gemelle ad opera di Osama Bin Laden e del suo alleato Saddam Hussein, il quale, fra l’altro, ricompensa le famiglie dei Kamikaze, soprattutto di coloro che uccidono i civili nelle loro azioni, con cospicui assegni personalmente firmati. La pace è un valore troppo grande per poterla strumentalizzare ciecamente. Non è la stessa cosa essere cittadini di una democrazia occidentale, pur con tutti i suoi limiti, o schiavi di un feroce e sanguinario dittatore. Non c’è pace senza libertà: cerchiamo di non dimenticarlo mai.

    Pierangela Bianco


    LA DESTRA IN GUERRA TRA INTERVENTISMO E DISIMPEGNO

    La notte e il giorno offrono immagini di funghi di fiamme e polvere innalzarsi verso il cielo mentre la città di Bagdhad silente e terrorizzata sembra aspettare il prossimo missile, il prossimo boato, l’ennesimo spostamento d’aria e l’onda d’urto causata dalle esplosioni.

    Quest’immagine che si sta scolpendo nell’immaginario collettivo però non è quella di una delle tante guerre grandi o piccole, o per meglio dire di vasto o meno interesse per i Media, ma quella che a detta di molti e non a torto sembra una vera e propria svolta epocale e l’inizio di uno sconvolgimento geopolitico su scala Medio-Orientale da modificare i delicati equilibrii energetici mondiali.

    Parliamoci chiaro: non sono la Fallaci e a me queste guerre americane "all’ americana" non piacciono granchè perché palesi espressioni non tanto di un impero possibile, visto che di fatto già esiste, ma espressione diretta del ruolo di guardiano che si erge a difensore del migliore dei mondi possibili e cioè l’America Way of Life.

    Il paradosso del rapporto tra la Destra italica di "vecchio " stampo e quella attuale, soprattutto quella giovanile, si evidenzia in un rapporto di odio-amore per quegli USA che prima combatterono il Fascismo poi lo abbatterono, ci invasero per poi rivalutare il nuovo corso della Centro-Destra del dopoguerra certo ancora influenzata dagli antichi retaggi ma certo inserita nel contesto democratico e che rappresentava un baluardo contro quel Comunismo che ci vedeva area di confine tra Occidente e la Cortina di Ferro.

    Gli USA, dunque, futuro guardiano del mondo secondo le previsioni di facile geopolitica? Non esattamente.

    Se è pur vero che il potenziale militare statunitense è fuori discussione, non dobbiamo dimenticare che una nuova fase di singolare "Guerra Fredda" con fasi pericolosissime di "Calda" sembra avviare le prime schermaglie: la Corea del Nord e la Cina sono nazioni temibili e così quel Vietnam che rappresenta ancora un’ incognita nel Sud Est Asia e tutti governati da regimi dittatoriali o pseudo tali di stampo comunista. Lo stesso valga per una Russia che ogni tanto desidera sottolineare la propria valenza in ambito internazionale senza che nessuno o quasi ricordi il conflitto ceceno, sanguinosa espressione di quello "scontro di civiltà" che non è altro che un nuovo processo di contrapposizioni non tra ideologie ma tra concezioni religiose ed esistenziali.

    Tra le bandiere con falce e martello, sindacati di parte e vessilli con i colori dell’arcobaleno si potrebbero virtualmente vedere garrire al vento anche ipotetici colori di A.N. e A.G. non come espressioni di partito bensì come opinioni di singoli.

    La decisione di Bush e Blair di non concedere ulteriori dilazioni agli ispettori dell’O.N.U. e l’attacco che ne è seguito è stato interpretato da molti come l’offensiva dell’imperialismo a stelle e strisce contro i "poveri" del Medio Oriente ricchi però di materie prime fondamentali quali il petrolio.

    Ma vogliamo davvero credere che le proteste pacifiste di questi giorni diano davvero un contributo alla Pace?

    Siamo certi di non ricordare che i bombardamenti americani contro l’Iraq, tragici dal punto di vista della perdita di anche solo una vita umana, siano ben differenti dai gas che le truppe italiane usarono in Etipoia, dalla città inglese di Coventry o o la spagnola Guernica polverizzate dai bombardieri della Legione Condor tedesca, a Dresda letteralmente cancellata dai bombardieri Alleati fino a Hiroshima e Nagasaki?

    Ammettiamolo, dunque, che l’etica, se di etica si può chiamare, della guerra Occidentale oggi è lontana anni luce da quella di certi paesi, tra cui l’ Iraq, dove nella speranza di "catturare" due piloti americani lanciatisi con il paracadute a seguito dell’abbattimento del proprio velivolo, venivano "stanati" a suon di raffiche di AK 47.

    E pensare che hanno addestrato i militari a stelle e strisce a non traumatizzare gli eventuali prigionieri iracheni con atteggiamenti troppo minacciosi..

    Esiste quindi una differenza che però non fa testo nel pacifismo a senso unico che, ovviamente, non conta praticamente nulla sul piano pratico se non nel "trend" dilagante.

    Un’altra questione importante, dal punto di vista strategico, è sapere non solo come e quando finirà ma se l’azione militare che è stata diretta conseguenza della mancata collaborazione irachena terminerà con la caduta di Saddam.

    Iraq, Iran, Siria potrebbero essere i bersagli di una strategia che vuole riscrivere i confini dell’area e soprattutto esportare il modello democratico Occidentale, necessario strumento politico per contrastare l’ avanzata della teocrazia Islamica e soprattutto le vittime predestinate necessarie per tentare di risolvere il larvato conflitto tra Israele e la comunità Palestinese che a sua volta subisce l’intransigenza degli Hetzbollah e di Hamas nonché altri gruppi terroristici finanziati da quei paesi.

    E se ciò fosse?

    La realtà è ben differente dai pur interessantissimi voli pindarici della meta-politica tanto cara a determinate aree della Destra italiana più interessata all’analisi in chiave politica del Signore degli Anelli che alla comprensione dei difficili rapporti tra Medio e Vicino Oriente e il mondo Occidentale che, in ogni caso, comprende USA e la vecchia Europa.

    Se è pur vero che gli USA supportati dall’Inghilterra hanno attaccato senza l’avvallo dell’ONU, non dimentichiamo che i cosiddetti "Alleati" si sono dimostrati piuttosto fiacchi nel prendere una qualsiasi forma di decisione, Italia compresa: siamo dunque a fianco degli USA in caso di vittoria così come sapremo dissociarci dalla loro azione in caso di convenienza politica o di altro genere.

    La Destra, dunque, si ritrova a fianco del Governo di cui essa stessa è parte fondamentale e integrante ma in parecchi non se la sentono, a livello personale, di sostenere l’operato statunitense contro la feroce dittatura di Saddam Hussein.

    E’ la solita storia dei Mc Donald alla conquista del mondo come se già il mondo non sia già stato da essi conquistato con il Rock, con l’arte moderna, con la tecnologia, con la ricerca, con Internet e i PC, altro che avanzata dell’impero USA!

    Ma l’Italia e gli italiani son così: sempre pronti a fare manifestazione pro questo e contro quello come fossero divertenti alternative alle piadine e alla porchetta dei Festival de l’Unità non vogliono rendersi conto che sorrideranno felici quando il petrolio per "Alleati" del nostro stampo giungerà sotto forma di benzina a prezzi inferiori e che anche questa e altre guerre saranno dimenticate perché soddisfatto ego e coscienza non rimane altro che godere dei frutti del sacrificio altrui.

    I pericoli del rinnovato rigurgito del terrorismo rosso, l’Islam che avanza verso l’Occidente con tutte le incognite del caso, la degenerazione delle culture giovanili sono solo alcuni dei veri pericoli che dovremmo affrontare con maggior decisione e consapevolezza impegnandoci a fondo per salvare quanto rimane della nostra cultura e del mondo che conosciamo proprio perché esistono delle priorità e di certo il regime dittatoriale di Bagdhad è parte integrante di un problema che va oltre la semplice caduta di Hussein e che altri non è che la necessaria risposta ad una guerra silenziosa e drammatica che l’Islam ha dichiarato a tutti noi.

    Combattere per salvaguardare i propri diritti all’esistenza e al mantenimento della sicurezza e della Pace è un dovere necessario sottolineato persino dall’uomo più pacifico del mondo e cioè Sua Santità il Dalai Lama che dichiarò, al contrario dell’ipocrisia cattolica che fino a ieri benediva i cannoni del proprio esercito e che oggi vuole una pace iniqua ad ogni costo, che pur rimanendo cosa terribile il combattere può portare a risultati buoni perché la Via della Non Violenza richiede tempo e volontà da ambo le parti in causa.

    Diventa resistenza quando questa condizione non c’è.

    E questo si può fare anche senza dover obbligatoriamente mangiare da Mc Donald.

    Fabrizio Bucciarelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • L’INFOIBATORE TITO LI DERUBO’: NON DIMENTICHIAMOLI!
  • I MASSACRI COMUNISTI? SUVVIA, NON FACCIAMO STORIE


    La tragedia cominciò nel ’43 con i massacri anti-italiani delle bande del maresciallo Josip Broz
    L’INFOIBATORE TITO LI DERUBO’: NON DIMENTICHIAMOLI!
    La battaglia degli esuli per la restituzione dei beni confiscati o nazionalizzati dalla Jugoslavia


    "Non vogliamo indennizzi bensì la restituzione di quei beni comunemente definiti ’abbandonati’, ma in realtà confiscati ai loro proprietari che fuggirono da Istria, Venezia Giulia e Dalmazia divenute jugoslave, su treni, carri, piroscafi e barche a remi, portando con sé, insieme alle poche masserizie, un pesante fardello di strazio per la patria perduta". Questo pensano quelli dell’Ades (www.adesonline.com ), l’Associazione discendenti degli esuli, rifiutati dalla Federazione nazionale che raggruppa le varie associazioni della diaspora giuliano-dalmata e dalla quale si sentono poco rappresentati. L’Ades, composta per lo più da giovani, rispetto al problema della restituzione dei beni degli esuli è su posizioni intransigenti: rifiutano ogni "soluzione sbrigativa" che non soddisfi in pieno le aspettative di tutta la gente dell’esodo. Ma ripercorriamo le vicende delle genti adriatiche cacciate dalle proprie terre. Dal 1943 cominciarono le violenze, i massacri perpetrati dalla feccia del maresciallo Josip Broz, "in arte" Tito, con la partecipazione delle bande partigiane comuniste nostrane. Ma non era che l’inizio di una lunga stagione di sofferenza che attraverserà più di mezzo secolo: a cominciare dal Trattato di pace, del 1947, che impose all’Italia la cessione alla Jugoslavia di quasi tutta la Venezia Giulia oltre che la zona di Zara, in Dalmazia, mentre le zone del "Territorio libero" di Trieste erano rispettivamente amministrate dagli angloamericani e dalla Jugoslavia.

    Nei primi anni ’50 le manifestazioni per l’italianità di Trieste sono fiumi ribollenti di rabbia e orgoglio. Il 5 novembre 1953 il comportamento filoslavo del generale Winterton suscita vasto risentimento fra la popolazione. Un gruppo di aderenti e militanti della Giovane Italia, che manifesta per l’Italia presso la chiesa di S. Antonio nuovo, subisce una cieca aggressione da parte della Polizia. La chiesa viene invasa e decine di persone rimangono ferite. Cadono sotto il piombo della polizia titina Piero Addobbati e Antonio Zavadil militanti della Giovane Italia. Il giorno dopo la polizia attacca di nuovo i manifestanti e uccide un altro giovane, Francesco Paglia. Ma la mattanza non è finita e nello stesso giorno i comunisti agli ordini del comando inglese uccidono Erminio Bassa, sindacalista della nascente CISNAL, Saverio Montano e Nardino Manzi, di soli 15 anni.

    Soltanto nel 1954 Trieste (zona A) torno all’Italia, mentre la zona B restava sotto l’amministrazione jugoslava. A questo punto il maresciallo Tito dà il via ad una nuova stagione di prepotenza: espropri, nazionalizzazioni e confische spogliarono dei propri beni gli italiani delle province rimaste jugoslave. L’esodo fu la dolorosa e inevitabile scelta di chi non aveva nessuna intenzione di provare la vita nel "paradiso" comunista. È da questo momento che ha inizio la sconfortante pagina delle trattative che vede protagonista il governo italiano, il quale si dimostra così arguto da giudicare i beni "abbandonati". Così i governanti di Roma provvedono a cedere al regime di Tito gran parte di quelle proprietà a titolo di risarcimento dei danni di guerra. Nel 1975 si giunge ad una nuova vergogna, forse la peggiore, il Trattato di Osimo, con cui l’Italia rendeva legale anche l’annessione alla Jugoslava della Zona B, ossia la punta nord-occidentale dell’Istria con le città di Pirano, Isola e Capodistria. Nell’83 ci fu un nuovo accordo, soltanto dopo il quale si arriva a capire che l’Italia aveva dato troppo a Belgrado e che era la Jugoslava ad essere nostra debitrice per 110 milioni di dollari di allora. Di quella cifra solo 17 milioni di dollari vengono pagati. Il resto è passato a carico dei nuovi Stati sorti nel 1991 dopo lo smembramento della Jugoslavia. Slovenia e Croazia decidono quindi di dividere il debito, rispettivamente 62 e 38 per cento, con un’iniziativa ritenuta inaccettabile dall’Italia. La questione rimane aperta e il dibattito pure in attesa che l’attuale governo si muova concretamente. Forse qualcuno si aspettava che Alleanza nazionale facesse il "diavolo a quattro" sul problema ed è rimasto deluso. Chi ha evitato giustamente di usare altre volte l’odioso termine "tradimento" avrebbe tutto il diritto di farlo, se la destra italiana mollasse questa battaglia. Ma, dicevamo, del caso si discute. L’avvocato Sinagra, docente di diritto della Comunità europea all’Università La Sapienza di Roma, già titolare della cattedra di diritto internazionale a Trieste, Genova e Chieti, ha presentato un suo lavoro sui beni degli esuli compiuto con la collaborazione di diversi esperti. "Il punto di vista che si esprime - spiega Sinagra - tende a porre in evidenza che il problema non è tanto quello di far valere l’operatività della clausola rebus sic stantibus, cioè a dire che quella sistemazione com’è avvenuta con il Trattato di pace e con gli accordi successivi tra Italia e Jugoslavia del ’49, del ’75 e dell’’83 non è più valida perché sono mutate radicalmente le circostanze a seguito della dissoluzione della Jugoslavia stessa. Secondo il nostro punto di vista - prosegue lo studioso - il problema è che tutti gli accordi immediatamente successivi al Trattato di pace e fino a prima del Trattato di Osimo, in particolare l’accordo italo-jugoslavo del ’49, sono accordi nulli per radicale difetto del consenso da parte del Governo italiano, nel senso che la Jugoslavia già prima del Trattato di pace aveva posto in essere delle condizioni di fatto, sui territori da essa controllati, che impedivano l’esecuzione del Trattato di pace". Secondo l’avvocato Sinagra la tesi del mutamento radicale delle circostanze può essere sostenuta parlando degli accordi di Osimo del ’75 e quello che dopo è seguito, visto che gli indennizzi non sono stati pagati. "A quegli accordi va fatta valere la clausola rebus sic stantibus e quindi la modifica radicale delle circostanze", dice, sottolineando però come tali sforzi giuridici non possono avere successo in assenza di una volontà del Governo italiano a negoziare adeguatamente nei confronti di Croazia e Slovenia. "Occorre che ci sia un Governo - sostiene Sinagra - che abbia capacità, volontà, intendimenti sani per far valere le ragioni non soltanto riferite ad un modo di essere di un sentimento nazionale, ma anche le ragioni di tanta povera gente che ha perduto la casa, che ha perduto terreni e lavoro". Ci troviamo davanti dunque ad una questione importante che deve toccare gli animi di chi guida il nostro Paese. Sappiamo che il ministro Tremaglia, uomo raro, è notevolmente sensibile su questi argomenti e ci auguriamo che altri ne seguano l’esempio e si diano da fare per rendere giustizia a chi la attende da più di cinquant’anni. È una buona occasione: fate "qualcosa di destra"!

    Fabio Pasini


    I MASSACRI COMUNISTI? SUVVIA, NON FACCIAMO STORIE...
    Ovvero quando la verità finisce nelle cavità carsiche della scuola vetero-resistenziale

    ELEMENTI DI STORIA XX SECOLO di Augusto Camera e Renato Fabietti IV edizione Zanichelli - Pagg. 1564-1566

    "L’8 settembre 1943, nel vuoto di potere determinato dallo sfacelo dello Stato Italiano, furono uccise, soprattutto in Istria 500/700 persone. Per quanto gravi, quei fatti non corrispondevano però a un disegno politico preordinato: essi furono piuttosto la conseguenza di uno sfogo dell’ira popolare sloveno-croata contro gli italo-fascisti, paragonabile alla strage di fascisti perpetrata nel Nord Italia dopo il 25 aprile, nella quale certo non intervennero motivazioni etniche di nessun genere". […] "Noi non abbozzeremo un bilancio degli ’infoibati’ e dei soppressi in vario modo e in varie circostanze, in primo luogo e soprattutto perché le cifre fornite dalle varie fonti sono disparate e malcerte; in secondo luogo perché l’abitudine invalsa di usare come argomento politico il cumulo dei cadaveri gravante sulla coscienza di questo o quel partito ci sembra disgustosa". […] "Altrettanto inammissibile ci sembra il fatto che osino chiedere conto della ferita sofferta dall’Italia nelle sue regioni nord-orientali coloro che di tale ferita sono stati i primi responsabili o coloro che di tali primi responsabili si dichiarano eredi e continuatori".

    L’ETÀ CONTEMPORANEA di P. Ortoleva e M. Revelli per Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori - Nuova Periodizzazione

    Per questo testo le foibe non sono mai esistite e non vi si cita nemmeno il Trattato di Osimo. Non parla del triangolo rosso né di alcuna condotta "discutibile" da parte dei partigiani comunisti.

    MANUALE DI STORIA 3 - L’ETA’ CONTEMPORANEA A. Giardina, G. Sabbatucci, V. Vidotto per Editori Laterza Nuova edizione aggiornata - Pagg. 763

    "Certo, la questione di Trieste e della Venezia Giulia rappresentò nel primo decennio postbellico la ferita più dolorosa fra quelle lasciate aperte alla guerra. Il contrasto fra italiani e slavi - esasperato durante il fascismo dalla dura repressione contro le minoranze etniche condotta dal regime - era riesploso alla fine della guerra, nelle zone occupate dagli jugoslavi, con una serie di sanguinose vendette contro gli italiani, culminate nell’esecuzione di alcune migliaia di persone, gettate nelle foibe (profonde fosse naturali del Carso)".

    STORIA E STORIOGRAFIA. Il Novecento: dall’età giolittiana ai giorni nostri. Antonio Desideri - Mario Themelly - Casa editrice G. Anna Messina - Firenze Non una riga sulle foibe e non ritiene opportuna la benché minima citazione del Trattato di Osimo. Risultano dal testo totalmente immacolate le bande partigiane.

    Fabio Pasini

 

Per i comunisti italici "il Migliore" era Palmiro Togliatti, un signore che quel superlativo lo meritava tutto, sia per le sue indiscusse doti politiche sia per la capacità che ebbe nel mantenere talune relazioni internazionali non sempre supportate da limpidi sentimenti democratici. Per Jacques Chirac invece, parlando a nome della destra francese, "il migliore di tutti noi" è Alain Juppé, eletto a capo dell’"Unione per un movimento popolare", nata sulle ceneri del "rassemblement" gollista. Si tratta del più grande partito della destra europea, che raccoglie sotto un’unica bandiera tante anime diverse, sul modella della spagnola "Alleanza popular". La nuova formazione della droite - in Francia non si usa parlare di "centro-destra" - è stata infatti benedetta dall’ospite d’onore del congresso fondatore, tenutosi nella banlieu di Parigi, quel Josè Maria Aznar, primo ministro spagnolo, homo novus di un’Europa che ha messo in minoranza le sinistre. Aznar, illuminato dai giochi di luce di una fastosa scenografia all’americana, sfoggiando un francese fluente ha fornito ai presenti, vogliosi di grandeur ma per nulla imbarazzati delle baguettes portate da casa, la sua ricetta tanto semplice quanto terribilmente complicata ad altre latitudini: "Per vincere non servono tre o quattro équipe, ma una sola, non tre o quattro progetti, ma uno solo. Non tre o quattro partiti alleati ma uno solo…". Alle sfarzose assise parigine che hanno dato i natali all’Ump (stessa sigla dell’Unione per una maggioranza presidenziale, la vittoriosa macchina elettorale di Chirac), erano presenti anche il premier portoghese, José Manuel Barroso e la presidente della Cdu tedesca Angela Markel, a cui l’onorevole sconfitta di Edmund Stoiber contro il cancelliere Schroeder nulla toglie in quanto a meriti. A dir la verità è da ritenersi modesta la rappresentanza italiana, affidata ai forzisti Antonione e Tajani. In ogni caso esponenti politici di mezza Europa erano lì, oltre che per rendere omaggio, per studiare questa destra francese che vuole fermamente essere e restare unita a dispetto delle diverse componenti, che pur esistono, e dei tanti galletti, è proprio il caso di dirlo, nel pollaio. I "colonnelli", come si direbbe da noi, scalpitano, dal ministro-gendarme Nicolas Sarkozy, responsabile dell’Interno, al moderato François Fillon, ministro del Lavoro. Per ora si registra l’ascesa, anzi la ri-ascesa di Alain Juppé, già primo ministro bocciato alla prima prova elettorale, personaggio piuttosto antipatico, elitario e spocchioso. Eppure Chirac per guidare il governo dopo la vittoria delle ultime politiche ha chiamato Jean-Pierre Raffarin, un anti-Juppé, il teorico della "France d’en bas", della Francia provinciale, popolare, conservatrice ed anti-elitaria, qualcuno dice anti-parigina. È una destra eterogenea, dunque, quella transalpina, ma carica di entusiasmo. Questa droite si guarda allo specchio e si piace molto e piace molto soprattutto a Jaques Chirac, "le roi de la République", che allontanati i fantasmi delle inchieste giudiziarie a carico suo e di qualche familiare (niente paragoni, s’il vous plais…) si ritrova un governo che sta recuperando la fiducia dei connazionali, attraverso la politica per la sicurezza, la moderazione fiscale e il dialogo sociale. Mentre lui, "le président", liberatosi della scomoda coabitazione, può dedicarsi all’alta politica internazionale dimostrando, nel dibattito e nelle trattative sulla questione Iraq, che può esistere una destra che, quando serve, sa dire "no" agli americani e sfidando sul Patto di stabilità la Commissione europea che contesta i conti di Parigi. Non c’è che dire: questi francesi sono un ottimo modello e se sono antipatici, pazienza, quelli bravi lo sono quasi sempre. Di simpatici coglioni (chiediamo scusa per il francesismo…) l’Europa ne ha avuti e ne ha fin troppi. E poi a noi non dispiace affatto il nome di "Maison bleu" che qualche osservatore ha utilizzato per definire la destra d’Oltralpe. Ha un qualcosa di familiare, senza parlare di "fratellanze, sorellanze, cuginanze o di altre parentele bastarde…".

Fabio Pasini

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • CHE COS’E’ LA MUSICA ALTERNATIVA
  • UN PO’ DI STORIA


    CHE COS’E’ LA MUSICA ALTERNATIVA

    Il patrimonio musicale definito "alternativo" fa riferimento ad un genere di canzoni e brani musicali scritti e interpretati non al fine di realizzare prodotti "di mercato", né a scopo ludico o commerciale, bensì finalizzati ad esprimere, interpretare e condividere l’evoluzione ideologica, la polemica politica, i valori sociali e morali, la ricerca storica e, ovviamente, anche le emozioni, i sentimenti e i sogni dei giovani appartenenti ad un’area politica mantenuta per oltre cinquant’anni in stato di isolamento. Questo movimento musicale ha connotazioni culturali e storiche molto particolari che lo rendono unico ed esclusivo. Innanzitutto, per quanto ostracizzato, non si è mai chiuso in se stesso e, pur essendo l’espressione di una cultura non conforme, di una gioventù antagonista, di un modo di far politica "alternativo" ai consueti strumenti della propaganda, proprio per la sua tenace ricerca poetica e per il costante adeguamento ai nuovi linguaggi musicali, è andato configurandosi come un importante strumento di mediazione culturale e politico, un "ponte" ideale tra un’élite di ribelli al conformismo e il circostante mondo giovanile soggetto alla omologazione delle mode. Altro fattore sorprendente di questo fenomeno culturale è la sua durata temporale. La "musica alternativa", così come noi la conosciamo, infatti, si sviluppa in maniera costante e ininterrotta, attraverso oltre trent’anni (dalla fine degli anni ’60 ad oggi). Non siamo di fronte quindi a un evento musicale legato all’emotività di una fase storica particolare, come si verifica, per esempio, nel caso dei canti di guerra o delle canzoni di protesta sociale, ma a una forma di espressione, di comunicazione, di divulgazione e - anche - di propaganda consolidata nel tempo e ormai acquisita come tale nel bagaglio ideologico e culturale di tutti gli appartenenti all’area politica di riferimento. C’è poi un altro aspetto assolutamente unico di queste canzoni: la sostanziale omogeneità del messaggio da esse diffuso. Pur nelle differenti fasi storiche e politiche del Paese, nella complessa dinamica dei gruppi e dei solisti e nonostante le sempre nuove e diverse forme musicali adottate, le canzoni "alternative" - da oltre trent’anni - utilizzano tematiche comuni. In esse si raccontano le avventure, le battaglie, le sofferenze ma anche le aspirazioni, i sogni ed i valori di oltre due generazioni di militanti; mentre è sempre costante il richiamo alla riscoperta dei valori tradizionali e di temi storici totalmente dimenticati dalla cultura "ufficiale". Dunque la "musica alternativa" può anche essere definita come uno straordinario esempio (unico nell’Italia del trasformismo, anche canoro) di fedeltà e di continuità ideale. Infine l’aspetto veramente saliente, che qualifica come tale la "musica alternativa", distinguendola dal panorama di ogni e qualsiasi altro genere musicale: popolare, politico, etnico, folk o tradizionale che sia: è la sua divulgazione fuori dai canali commerciali. Nessuno dei quasi 400 prodotti ufficiali realizzati dagli oltre 100 tra gruppi e solisti italiani fin qui censiti, è stato venduto nei circuiti commerciali dei negozi musicali; né alcuna delle oltre 1.000 canzoni del repertorio "alternativo" è stata pubblicizzata attraverso radio o televisioni. Della "musica alternativa" si è occupata quasi esclusivamente la stampa di area, con qualche importante eccezione di articoli, di taglio più che altro politico, anche su media a larga diffusione. Questo grande patrimonio musicale, politico e sociale è stato quindi diffuso e conosciuto (da ormai più di due generazioni) solo attraverso lo strumento tipico delle culture clandestine: il "passaparola". In pieno secolo di comunicazione globale siamo pertanto di fronte a un enorme, quanto misconosciuto, fenomeno di espressione artistica antagonista, "alternativa" appunto, che rompe gli schemi della comunicazione di massa. Per entità di produzione, durata temporale, quantità di materiale prodotto e veicolato, numero di persone coinvolte e/o interessate, nessun altro fenomeno culturale "carbonaro", "clandestino" o "underground" ha mai avuto le dimensioni che si possono attribuire alla "musica alternativa", che può dunque essere definita come: il più complesso, duraturo e macroscopico esempio di cultura sommersa che l’Italia abbia mai riscontrato nel corso della sua storia.


    UN PO’ DI STORIA

    La definizione di "musica alternativa" nasce a metà degli anni Settanta ad indicare la produzione musicale di gruppi o solisti appartenenti all’area della Destra politica italiana. La scelta di questa espressione era motivata dal fatto che si trattava di un movimento musicale "alternativo" nei contenuti delle canzoni e nella forma di divulgazione dei prodotti - anche se non nei linguaggi musicali utilizzati - tanto alla "musica leggera", quanto ai cantautori "impegnati" e miliardari di sinistra. Canzoni "di destra", però, erano già state scritte anche prima degli anni Settanta, tanto che si può ben dire che la "musica alternativa" nasce avendo alle spalle quasi un decennio di background culturale, che andava dalla tradizione cabarettistica del "Bagaglino" e del "Giardino dei Supplizi" - cui si rifà buona parte della ricca produzione di Leo Valeriano - ai canti di protesta anticomunista del gruppo "Europa e Civiltà", alle ballate militariste o anticonformiste di alcuni cantautori italiani e francesi. La "musica alternativa" nasce in un periodo di grande fermento culturale per la destra, contrapposto però ad una fase di gravissima oppressione fisica e di forte riduzione degli spazi politici. Un periodo drammatico, segnato anche dalla morte di molti giovani militanti. In questo contesto, nel 1977, si tiene a Benevento "Campo Hobbit 1", primo raduno libero (non organizzato da un partito) della gioventù di destra, che offre per la prima volta un palcoscenico comune a una decina di gruppi musicali che avevano incominciato a mettere in note la loro militanza spesso senza neppure conoscersi. In quegli anni nascono anche le radio libere, di cui molte anche di destra, che contribuiscono a diffondere queste canzoni e a renderle, a volte, persino popolari. Nel corso di tutti gli anni Settanta, con il moltiplicarsi dei gruppi e dei cantautori, si avvia anche la produzione ufficiale di musicassette, 45 giri e LP, sempre però diffusi informalmente nel corso di concerti o di campi musicali e poi quasi sempre "duplicati" e passati di mano in mano in migliaia di esemplari. I "Campi Hobbit" (1977, 1978, 1980) rappresentano altrettante tappe di crescita del movimento musicale "alternativo" sempre in cerca di una migliore qualità musicale a supporto di testi fortemente politicizzati, ma spesso anche altamente poetici. Con gli anni Ottanta la ricerca musicale raggiunge, per alcuni gruppi, buoni risultati qualitativi, ma i canali di divulgazione e diffusione diminuiscono drasticamente in quanto chiudono quasi tutte le radio libere e anche i principali settimanali nazionali di destra come "Candido", "Linea", "Dissenso" che avevano sempre dato ampio spazio alla "musica alternativa". E’ il periodo del cosiddetto "riflusso" che, come qualsiasi altro mutamento del quadro storico, sociale o politico italiano, viene recepito anche dai cantautori "alternativi" che si trovano, da una parte a fare i conti con la fine di un periodo buio e durissimo e, dall’altra, ad affrontare un modo nuovo di fare politica. Ai gruppi ancora in attività (anche se con formazioni a volte rinnovate) si affiancano nuovi complessi e nuovi solisti con un netto prevalere - tra i più giovani - del genere musicale rock. Negli anni Novanta nuovi gruppi e nuove tendenze musicali arricchiscono il panorama della "musica alternativa". Anche alcuni gruppi "storici" non disdegnano l’uso del rock o persino del rap, mentre i gruppi più giovani esprimono nuove sperimentazioni musicali spesso d’avanguardia. Da qui l’uso, da parte di alcuni gruppi di area (non solo italiani), della nuova definizione di "rock identitario" al posto dell’ormai vecchia "musica alternativa". Ma, al di là dei generi musicali utilizzati, ciò che distingue la Musica Alternativa (come definizione generale) rimangono i contenuti espressi e l’identificarsi degli artisti in un’area politica ben definita. Sempre attenti all’evoluzione tecnologica, i gruppi musicali di destra in quest’ultimo decennio hanno fortemente migliorato la qualità tecnica e l’immagine dei prodotti realizzati, sia per quanto attiene agli arrangiamenti e a tutte le fasi di produzione musicale, sia per ciò che riguarda l’uso di nuove tecnologie: digitali, video o informatiche. Molti gruppi e case musicali hanno ormai i loro siti Internet e i prodotti oggi si possono acquistare anche "on line"; tuttavia ciò che continua a mancare, sia a causa del predominio della lobby comunista nel mondo musicale, sia - a volte - per una precisa scelta degli stessi gruppi militanti, è la possibilità di far entrare la "musica alternativa" nei grandi circuiti nazionali di pubblicizzazione, divulgazione e distribuzione. Siamo giunti così all’inizio del Terzo millennio e la "musica alternativa" è ancora fiorente. Nuovi gruppi sono nati, anche negli ultimi mesi, all’interno dei movimenti giovanili della Destra (parlamentare e non). Ogni anno sono almeno una dozzina le nuove produzioni e centinaia i concerti organizzati. Inoltre l’evoluzione politica nazionale sta portando, anche se lentamente, a qualche forma di riconoscimento ufficiale. La speranza è che oggi, anche grazie all’opera di raccolta, catalogazione storica e divulgazione svolta dall’Associazione culturale Lorien (che ha raccolto nel suo sito www.lorien.it tutto il materiale esistente sull’argomento) nonché, ovviamente, grazie anche al rinnovato clima politico nazionale sia possibile uscire dall’isolamento -spesso anche volontario - in cui ci si è trovati per trent’anni Vorremmo sperare che sempre più le pubbliche amministrazioni, rette dal centrodestra si accorgano di questo vasto fenomeno culturale "sommerso" che ha segnato la storia del nostro Paese, ma anche i media nazionali, gli organizzatori di spettacoli, festival o eventi musicale e - persino - le Università prendano atto al più presto dell’esistenza e delle potenzialità di un movimento socio-culturale che ha una così lunga storia e una così grande forza creativa. Intanto alla Facolta di Scienze politiche dell’Università di Roma è stata depositato il primo titolo di tesi su questo argomento: "Trent’anni di storia della destra politica giovanile in Italia analizzati attraverso il fenomeno della "musica alternativa"… E’ un primo passo.

    Guido Giraudo

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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