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SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • PRODI ROMANO MOLTO EUROPEO MA POCO ITALIANO
  • ENEL - GAS DE FRANCE



    PRODI ROMANO MOLTO EUROPEO MA POCO ITALIANO
    (SINTESI DI UNA RICERCA EFFETTUATA DAI RAGAZZI DI AZIONE GIOVANI)

    1. Eurostat : Prodi è fuggito dalle responsabilità sugli scandali della Commissione europea
    Prodi sostituì, con qualche mese di anticipo, il Presidente in carica della Commissione. Il suo predecessore, il lussemburghese Jacques Santer, fu costretto a dimettersi prima della scadenza naturale del suo mandato perché era stato sfiduciato dal Parlamento europeo, dopo essersi reso protagonista di uno scandalo istituzionale. Infatti, né gli europarlamentari né i mass media gli avevano perdonato che una componente della sua Commissione, Edith Cresson, Commissario all’Educazione e alla Ricerca, fosse finita sotto inchiesta per aver elargito, a spese dell’Unione, un contratto di lavoro al suo ex dentista. Proprio per questo, nel suo debutto a Strasburgo, proclamò di adottare, come cardini del suo mandato, la tolleranza zero sulle frodi e la trasparenza. Qualche mese più tardi, si cominciò a vociferare di dubbie consulenze che riguardavano l’Eurostat, l’istituto europeo di statistiche. Tutti cominciarono a reclamare una risposta chiara. Prodi si affrettò a negare tutto, dichiarando di non saperne nulla. Ma la stampa internazionale sostenne subito il contrario. In particolare, il Financial Times diede l’avvio ad un assedio mediatico, politico ed istituzionale. Prodi e la sua Commissione finirono nell’occhio del ciclone. Iniziò così uno psicodramma istituzionale che coinvolse tutti, nessuno escluso: il Parlamento, la Commissione, la Corte dei Conti e l’Olaf si impegnarono in una serie infinita di riunioni, pubbliche e "a porte chiuse"; furono elaborate decine di documenti riservati e un numero incalcolabile di note ufficiali, per non parlare poi degli innumerevoli piani di azione eternamente rimandati. Dopo alterne vicende lo psicodramma culminò con una mozione di censura contro la Commissione Prodi, discussa in Parlamento nell’aprile 2004. Alla fine l’esecutivo di Bruxelles confessò che effettivamente c’erano state frodi per più di cinque milioni di euro, liquidando, però, il fatto come "un’eccezione deplorevole", nel tentativo di autoassolversi. La Commissione se la cavò emanando un presunto "codice di condotta", che avrebbe disciplinato i rapporti tra i Commissari e i loro servizi.

    2. Prodi ha danneggiato l’Italia con i suoi silenzi: l’ingiustizia dell’Assegno inglese
    Dalla fondazione della Comunità europea, ogni Nazione partecipa con una propria quota nazionale al bilancio comunitario. Per oltre vent’anni, l’unica a fare eccezione è stata la Gran Bretagna che ha contribuito in maniera del tutto irrisoria al bilancio dell’Unione europea, visto che l’Europa ha sempre restituito a Londra la quasi totalità della somma versata. E’ il famigerato "English Rebate", un perverso meccanismo attraverso il quale la Gran Bretagna continuava a sottrarre all’Italia ingenti risorse. L’odiosa ingiustizia dell’assegno inglese avrebbe dovuto essere denunciata da Romano Prodi, che invece nei cinque anni di Presidenza della Commissione europea si è contraddistinto per un silenzio complice e assordante. Nel corso dei cinque anni della Presidenza Prodi, questo iniquo e inspiegabile privilegio non è stato mai messo veramente in discussione. Soltanto con l’arrivo del nuovo Presidente Barroso, la Commissione ha preso una posizione forte, ritenendo che non ci fossero più le condizioni per concedere uno sconto così eclatante al Regno Unito.

    3. Prodi ha utilizzato le istituzioni europee per fare politica in Italia
    Durante i cinque anni da Presidente della Commissione, Prodi non ha goduto di buona stampa, a partire proprio dal Financial Times che ha condotto una vera crociata contro di lui. Tutti conosciamo il proverbiale antieuropeismo degli inglesi ma, dietro alla sistematica e maniacale lente d’ingrandimento del giornale della City puntata su Prodi, c’erano fin troppi motivi per alimentare le polemiche. Prodi, nel novembre 2003, presentò il manifesto "L’Europa: il sogno, le scelte". Con questo suo programma politico il Presidente della Commissione decise di scendere in campo, come leader dell’Ulivo, in vista delle elezioni europee. Nacque un dibattito sull’incompatibilità tra l’incarico istituzionale di Presidente della Commissione, una posizione che deve dare garanzie di neutralità e indipendenza, e il suo ruolo in Italia di capo dell’opposizione. La denuncia era chiara: la Commissione europea non poteva trasformarsi in un taxi per la politica nazionale. La polemica era troppo ghiotta e i mass media si scatenarono. Il Times, il Frankfurter Allgemeine Zeitung e il Mundo consigliarono immediatamente a Prodi di lasciare l’Europa e "concentrarsi sulla politica italiana" Infatti nell’aprile 2004 Prodi, in maniera del tutto atipica e impresentabile sia in termini di linguaggio che di procedure, annunciò con un comunicato stampa la presunta messa in mora dell’Italia per il possibile sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil. L’annunciato "early warning" (in termini tecnici "avvertimento preventivo"), così come è chiamata ufficialmente la procedura sanzionatoria, creò un evidente e naturale shock politico-finanziario. Peccato che non era vero assolutamente nulla. Infatti il provvedimento non fu mai effettivamente formalizzato per l’ottimo motivo che non sussistevano i presupposti, anzi il Fondo Monetario Internazionale smentì categoricamente le previsioni della Commissione europea Evidentemente Prodi voleva usare il suo incarico istituzionale come una clava contro il governo Berlusconi alla vigilia delle elezioni europee che si sarebbero svolte due mesi dopo.

    4. Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese
    Gli anni della Presidenza Prodi coincidono con le trattative chiave per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e, soprattutto, con l’inizio del boom commerciale cinese in Italia e in Europa. Infatti, dal 2000 al 2004, si è registrato un aumento clamoroso dell’importazione di alcune merci cinesi, in media del 700%. La Cina ha infatti invaso il mercato europeo con valanghe di prodotti apparentemente a basso costo. In realtà il costo è elevatissimo. In Cina questi prodotti, dall’abbigliamento all’agro-alimentare, fino agli apparecchi tecnologici, vengono realizzati senza alcun rispetto per i diritti umani, con salari irrisori, senza rispetto per l’ambiente, senza garanzie per la sicurezza dei consumatori, spesso impiegando manodopera minorile. Troppe volte queste merci sono contraffatte, incentivando così un mercato immenso, che ha visto crescere il suo giro d’affari del 1300% e che finanzia organizzazioni criminali. . Tutto iniziò quando Prodi annunciò, a Pechino nel dicembre del 1999, l’istituzione di una "camera di commercio Ue - Cina". Il vero colpo di fulmine ci fu nel maggio 2000, quando avvenne l’incontro fatale tra Europa e Cina. Proprio in quella data, infatti, si chiuse l’accordo che ha dato il via libera all’ingresso del colosso asiatico nel WTO. Prodi non perse l’occasione per esprimere "soddisfazione" e per definire l’accordo "storico". Infatti secondo lui, l’intesa rifletteva ampiamente "gli specifici interessi europei sul mercato cinese" e avrebbe quindi assicurato "molti posti di lavoro ai cittadini europei" Queste le dichiarazioni trionfali del Presidente Prodi, che sembrano un caso di umorismo involontario. Se per la Cina, infatti, è il momento della svolta, per l’Europa è l’inizio di un incubo fatto di concorrenza sleale, di prodotti contraffatti, di aziende costrette a chiudere e di lavoratori licenziati. Come se non bastasse, in quel periodo l’Unione europea acquisisce come sua competenza specifica quella del commercio estero, scippando ogni potere decisionale ai singoli Stati europei. Tra il 2000 e il 2004 ci sono stati ben tre vertici tra l’Unione europea e la Cina nei quali la Commissione avrebbe potuto chiedere maggiori garanzie per le imprese europee, a partire dal comparto del tessile e del calzaturiero, oggi in crisi. Ma queste occasioni non furono colte. L’attivismo prodiano è stato solo un fiume in piena di parole, senza un’idea sul da farsi o uno straccio di progetto. Il Professore non è riuscito a rendersi conto della gravità della situazione tanto che, senza una strategia ma per puro spirito propagandistico, si è ostinato ad aumentare e moltiplicare i rapporti tra la Cina e il Vecchio Continente. Qualche numero: in Italia, tra il 2000 e il 2005, l’import cinese nel settore tessile ha toccato cifre da record, con un incremento delle importazioni dei pantaloni fino al 1960%, dei pullover fino al 1250%, delle magliette fino al 537%, dei cappotti fino al 757%, mettendo così in crisi 28.000 aziende e in pericolo 90mila posti di lavoro. In Europa, invece, sono a rischio quasi un milione di posti di lavoro. Altro settore in crisi è quello calzaturiero: negli ultimi anni l’Europa ha importato dalla Cina più di un miliardo di paia di scarpe, mettendo a repentaglio più di 70mila posti di lavoro. E ancora, la Commissione non ha saputo difendere le nostre produzioni Solo con la nuova Commissione Barroso, nel 2005, sono stati presi i primi tardivi provvedimenti per cercare di far fronte allo shock da importazioni cinesi.

    5. Prodi ha cercato di boicottare Parma come sede per l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare
    L’Agenzia oggi ha orgogliosamente sede in Italia, a Parma. Fin dall’inizio, la patria del parmigiano e del prosciutto era la candidata naturale, quasi scontata, per l’Authority, ma grazie alle proposte surreali di Prodi il burocrate è arrivata al traguardo solo dopo un percorso tortuoso e sofferto. La preferenza Romano Prodi l’aveva espressa in favore della città di Lussemburgo. Di fronte all’unanime levata di scudi contro le sue affermazioni, che avevano lasciato tutti allibiti, Prodi si giustificò dicendo, in modo maldestro, che aveva bisogno di "razionalizzare la distribuzione geografica degli uffici della Commissione La verità è che queste presunte esigenze erano totalmente pretestuose e incomprensibili e denunciavano piuttosto l’attitudine di chi voleva remare contro l’Italia. Vale la pena ricordare che il Granducato lussemburghese non aveva mai presentato formale richiesta per l’Autorità alimentare, al contrario di Parma che aveva avanzato da anni la sua candidatura. E’ quindi curioso notare come la militanza "anti-italiana" del Professore sia stata costante e di lunga data.

    6. Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità
    Nel 2003, nel battezzare la controversa proposta di riforma della Politica agricola comune, Romano Prodi tentò in vari modi di giustificare i tagli e i sacrifici che l’agricoltura europea avrebbe dovuto affrontare. La sua tesi principale era quella di puntare tutto sulle denominazioni di origine e sui prodotti d’eccellenza, che costituiscono la via sulla quale l’Europa deve lavorare perché non è più pensabile riuscire a stare nei costi di un’agricoltura massificata. Queste dichiarazioni sembravano essere l’importante garanzia di un impegno per la valorizzazione dei prodotti di qualità, un’esigenza fortemente sentita da produttori e consumatori italiani ed europei. Purtroppo però, Prodi, come al solito, predica bene e razzola male. Infatti era già da tempo in atto un vero e proprio accanimento contro la migliore produzione vitivinicola. Dal 2002 al 2004 la Commissione si contraddistinse nella elaborazione di una serie di regolamenti che, in barba ai proclami sulla tradizione e la qualità, aprirono di fatto la porta alla concorrenza sleale, permettendo per la prima volta ai produttori extra-europei l’utilizzo delle denominazioni più prestigiose dei vini italiani. Si tratta di etichette note in tutto il mondo come: l’Amarone, il Brunello, il Morellino, il Vin Santo… In parole povere, un vino prodotto in Cile, in Cina o in Australia con un sapore vagamente simile ad uno dei nostri vini pregiati avrebbe potuto essere etichettato come se fosse stato originale. Il regolamento incriminato era il famigerato 316/2004. Il giallo dei vini "taroccati". L’iter per l’adozione del Regolamento fu molto sofferto e si trascinò per un anno intero. Ci fu un braccio di ferro tra la Commissione e i Paesi produttori, tra cui l’Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo e la Grecia, che volevano rassicurazioni sulla tutela delle menzioni tradizionali. Era chiaro che dietro alle esigenze di massima liberalizzazione proclamate dalla Commissione si nascondevano, in realtà, gli interessi delle grandi multinazionali, sempre interessate ad ampliare il proprio mercato a danno della qualità. Proprio per questo, probabilmente, la Commissione cercò il momento favorevole per tentare una forzatura ed approvare il nuovo Regolamento senza tenere conto delle istanze del settore vitivinicolo. Per l’Italia il Ministro Alemanno chiese un rinvio per l’approvazione definitiva, in attesa di un’attenta consultazione del testo. Le sue lecite richieste rimasero però lettera morta. Il Regolamento fu approvato in modo anomalo con 47 voti favorevoli contro 40 voti contrari, contravvenendo alla norma che prevedeva una maggioranza dei due terzi. In poche parole, con il nuovo Regolamento si dava il via libera alla produzione pirata dei nostri vini.

    7. Prodi è riuscito a trasformare l’euro in un incubo
    Il pasticciaccio brutto dell’euro. Pur non avendo mai avuto alcun pregiudizio sull’euro (anzi sono sempre stati apprezzati i benefici), vi erano fondate ragioni per reclamare, fin dall’inizio, che l’introduzione della moneta unica fosse realizzata con responsabilità, nei tempi giusti e alle condizioni più favorevoli per l’Italia. E’ stato puntualmente rivendicata la necessità che fossero le istituzioni politiche a gestire le strategie monetarie anziché la Banca Centrale Europea (BCE) in modo esclusivo e in assoluta autonomia. Invece, come è noto, Romano Prodi ha sempre avuto una vera e propria fissazione per l’euro e, benché le condizioni e i tempi non fossero ancora maturi, era pronto a tutto pur di realizzare la sua mania. In realtà, il vero intento del Professore bolognese era quello di passare alla storia, di rimanere nella memoria delle future generazioni come colui che aveva introdotto la moneta unica in Italia. Pur di ottenere un suo personale successo propagandistico, Prodi lavorò per l’introduzione subito e a tutti i costi dell’euro. Lo confessò qualche anno dopo davanti all’Aula parlamentare di Strasburgo quando ammise che "personalmente" aveva deciso di "forzare" la politica italiana per partecipare, sin dall’inizio, alla costruzione dell’Unione monetaria. Il costo di questa sua ossessione mediatica fu l’’invenzione del balzello denominato. Bruxelles non si stupì più di tanto della stramberia fiscale perché l’Italia era nota per le sue anomalie tanto da essersi guadagnata una fama negativa nelle istituzioni comunitarie, anche per la sua incapacità di utilizzare i fondi europei: "Inadeguatezza delle strutture amministrative, lentezza e complessità delle procedure, scarsa efficacia nell’uso dell’assistenza tecnica… Dalla lira all’euro: un cambio sfavorevole. Sia le contrattazioni con Bruxelles che i decreti legislativi per l’introduzione dell’euro in Italia furono fatti durante il governo Prodi. In particolare nel 1998, anno cruciale delle trattative per l’euro, Prodi, pur di portare a casa il risultato, accettò supinamente un tasso di cambio sfavorevole per l’Italia, nonostante il costo eccessivo dell’operazione e il parere contrario di molti, tra cui alcune associazioni imprenditoriali. Il cambio sfavorevole avrebbe determinato, inevitabilmente, l’inizio di una progressiva diminuzione delle nostre esportazioni. Quando, nel 1999, Prodi diventò Presidente della Commissione la musica purtroppo non cambiò. Dopo le "prodezze" da Presidente del Consiglio italiano, Prodi continuò e concluse la sua "diabolica" performance in sede comunitaria. Sull’esempio della peggiore tradizione dei maghi televisivi, il Professore di Bologna diventò una sorta di Divino Otelma di prestigio, un mistico visionario dell’euro. Del resto lui stesso si è pubblicamente definito un "ragioniere e burocrate". Ma, purtroppo si dimostrò un "visionario con un disegno politico inflessibile". E così Prodi incominciò a fare strane previsioni, a dare i numeri, a disegnare scenari astrologici. Prodi si sperticò, prematuramente, nell’elogiare le capacità terapeutiche dell’euro come fosse la panacea di tutti i mali: "l’euro è già oggi un grande successo", declamava incomprensibilmente già nel maggio del 2000, prima ancora dell’entrata in circolazione della nuova moneta. E con confusa chiaroveggenza millantava che l’euro avrebbe portato "vantaggi a tutti, anche nelle tasche dei lavoratori a reddito fisso, dei piccoli risparmiatori, delle fasce più deboli, dei pensionati" e che la moneta unica avrebbe garantito "tra le altre cose la stabilità del potere d’acquisto dei lavoratori a reddito fisso e degli artigiani". L’euro e l’impennata dei prezzi hanno dimostrato quanto Prodi sia stato inadeguato: · disinteressò completamente di una richiesta che veniva da tanti cittadini, ovvero quella di introdurre le banconote da uno e due euro; · accettò passivamente il provvedimento che limitava a soli 60 giorni la doppia circolazione dell’euro e delle vecchie monete, costringendo così 350 milioni di cittadini europei, imprese ed esercizi commerciali a fare i conti con l’euro a tempo di record. Accadde, quindi, quello che i consumatori temevano, cioè un’inevitabile confusione che in alcuni settori ha creato il grande equivoco dell’ "effetto raddoppio": nella pratica quotidiana troppo spesso abbiamo assistito ad un’impennata dei prezzi e le "vecchie" mille lire sono diventate un euro. Ovviamente Prodi negò ogni responsabilità e disse anzi che tutto stava andando per il meglio, che l’euro aveva portato solo vantaggi e che semmai il problema era esclusivamente italiano. E’ noto a tutti che non era affatto così. In realtà, l’euro stava creando seri problemi agli Stati membri dell’Unione europea, a causa dell’eccessivo apprezzamento della moneta unica. Nel luglio 2003 di fronte alla crisi dell’economia europea lo stesso Cancelliere tedesco Schroeder lanciò un allarme disperato sulle conseguenze negative del "super euro" sulle esportazioni europee. Ciò nonostante la moneta unica chiuse l’anno con l’ennesimo problematico record sul dollaro. La situazione era talmente grave che, dopo numerosi incontri internazionali, i ministri finanziari della "zona euro", nel 2004, fecero un accorato appello alla Banca centrale europea, invocando una politica monetaria più attenta alle esigenze degli Stati membri e in particolare rivendicando la stabilità del cambio per difendere le esportazioni.

    Per le ricerche d’archivio hanno collaborato: M. P. De Angelis, D. Di Leo, A. Koveos, F. Magrone


    ENEL - GAS DE FRANCE
    Identità nazionale francese e prostituzione clientelare del centro sinistra italiano

    Ancora si riconfermano i corsi ed i ricorsi storici del Vico.

    La querelle tra Enel e GDF (Gas de France) ha dei precedenti che risalgono alla fine degli anni ’50.

    Correva l’anno 1959 e Charles De Gaulle era un re senza corona, grazie all’approvazione del referendum che l’anno precedente aveva sancito la nascita della V Repubblica marcatamente presidenziale. Nel giugno di quell’anno venne in Italia a celebrare il centenario della battaglia di Magenta. Antonio Segni, Presidente del Consiglio e Giuseppe Togni, ministro per le Partecipazioni statali, vollero approfittare di quell’occasione per suggellare con De Gaulle un protocollo d’intesa relativo alla produzione in Italia di una vetturetta francese. L’accordo tra la Regis Renault (azienda statale francese) e l’Alfa Romeo (azienda IRI) prevedeva la produzione e la commercializzazione in Italia della Dauphine (utilitaria francese a quattro porte con motore a trazione posteriore). La versione sportiva, denominata Gardini, montava un motore Alfa Romeo. Due giorni dopo ad Aosta De Gaulle, di fronte ad un attonito Giovanni Gronchi Presidente della Repubblica Italiana, gridava in francese "Viva la Valle d’Aosta libera e francese". Scoppiò un caso diplomatico che:
    - sancì il riconoscimento internazionale della"grandeure de la France"
    - la strategia politica italiana del "basso profilo internazionale e controbilanciato da una significativa presenza internazionale" con un ruolo subalterno ai vincitori della seconda guerra mondiale, Francia in testa.
    Il successo di questa impostazione politica culminò l’anno successivo con la firma del "Trattato di Roma" Nel 1962, De Gaulle ritenne che i motori che equipaggiavano la versione sportiva della Dauphine danneggiassero (auspice anche Valletta AD della FIAT) la "grandeure" e le vetture vennero prodotte solo in Francia con motori italiani assemblati a Bailloncourt.

    La politica del basso profilo in cambio di poltrone si affinò con l’affermarsi della Germania Ovest, del grande Konrad Adenauer, quale locomotiva economica dell’Europa continentale.

    Da questa impostazione politica, tipicamente democristiana, nascono i problemi italiani.

    Infatti mentre per la Francia e la Germania le attività economiche sono un patrimonio strategico da tutelare, per l’Italia sono merce di scambio politico.

    Edith Cresson, unico premier donna francese (dal maggio ’91 al marzo ’92), girò il mondo per due mesi (sui dieci di governo) per portare a casa contratti a favore della Haneywell (attuale Bull) in crisi.

    Il cancelliere Herbert Frahm (meglio conosciuto come Willy Brandt), ai tempi della Grosse Koalition, e della Ostpolitik, concludeva le missioni diplomatiche con la sigla di accordi commerciali per le industrie della Germania Ovest.

    Da questi due esempi si deduce che l’industria francese e tedesca sono sostenute dall’intero governo nazionale.

    L’industria italiana ha alle spalle, se tutto va bene, il politico di riferimento.

    Da qui nascono i problemi per le OPA lanciate da aziende italiane nei confronti di imprese francesi e/o tedesche.

    Leopoldo Pirelli fece, negli anni ’90, un bagno di sangue nel tentativo di acquisire la concorrente tedesca Continental .

    L’esperienza convinse Tronchetti Provera, nel frattempo succeduto a Pirelli, ad abbandonare il settore competitivo (gomme e cavi) per rifugiarsi in mercati protetti (telefonia)

    IFIL, sempre negli anni ’90, fece la stessa fine. All’epoca aveva in portafoglio il capitale di comando di numerose società operanti nel settore delle acque minerali. Umberto Agnelli volle tentare la scalata alle francese Perrier. La vicenda culminò con il vendita delle acque minerali alla Nestlè.

    La fusione GDF SUEZ, che fa stracciare le vesti ai farisei alla Prodi, non è che il proseguimento di una politica nazionalistica che vede l’Europa subalterna all’asse franco-tedesco.

    Non dimentichiamo che lo stesso asse ci ha imposto (con la complicità interessata di Prodi, Amato e Dalema) una conversione Lira/Euro dagli effetti devastanti che stiamo pesantemente scontando in termini di potere d’acquisto interno.

    Lo schiaffo francese nulla ha a che vedere con l’europeismo italiano.

    Sarebbe avvenuto anche con Prodi al Governo, o meglio non sarebbe successo nulla perché si sarebbe barattata qualche poltrona (o similare contentino) in cambio della non belligeranza economica.

    Infatti, non è un caso che
    · Helmut Kolh, ex cancelliere democristiano e padre dell’unificazione tedesca, abbia dato il proprio sostegno a Prodi.
    · Prodi abbia criticato aspramente l’intervento di Berlusconi al Senato statunitense.
    · Berlusconi sia inviso a tedeschi e francesi soprattutto per il tentativo di dare un’identità nazionale al ruolo dell’Italia in Europa (le scelte di politica estera sono state adottate in quest’ottica).

    L’Italia non si deve destare solo alle Olimpiadi di Torino ma deve risollevare la testa anche nel mondo.

    L’occasione è propizia e tragica nello stesso tempo poiché tutto l’occidente è :
    · in una generalizzata crisi economica
    · alle prese con i ricatti del fondamentalismo islamico.

    Se vogliamo essere succubi di Chirac e della Merkel diamo fiducia a Prodi; se vogliamo essere Italiani in Europa … La CDL ci offre più di un’alternativa.

    Maurizio Turoli
    maurizio_turoli@yahoo.it

 

In questa pagina il nostro Carlo Montani fa il punto sulla tragedia degli esuli istriani, fiumani e dalmati, con il solito garbo, con la solita competenza, con il solito dolore. La Redazione del Barbarossaonline spera che il Giorno del Ricordo possa essere veramente tale : continuare a ricordare questi nostri fratelli così duramente colpiti, nella speranza che li si voglia veramente aiutare a ricostruire il loro passato deturpato, violentato, massacrato. Che almeno possano avere protezione le tombe dei loro cari.


Salto di qualità

Il 18 gennaio un folto gruppo di esuli istriani, fiumani e dalmati, costituito da 400 persone, è stato ricevuto al Parlamento europeo di Strasburgo, con lo scopo di proporre all’attenzione generale, anche in sede comunitaria, la tragedia degli infoibamenti e delle altre uccisioni indiscriminate degli anni Quaranta, che costarono la vita a ventimila Vittime innocenti, e il dramma dell’esodo, che ha disperso per il mondo non meno di 350 mila persone (senza contare i loro eredi), che sacrificarono tutto, pur di sottrarsi al paradiso titino.

E’ importante che sia stato riconosciuto, una volta per tutte, il genocidio perpetrato a danno del popolo giuliano e dalmata, perseguito attraverso la violenza, e nello stesso tempo, che sia stato accolto il principio di restituzione, o comunque di equo indennizzo dei beni confiscati ad opera della ex Jugoslavia, senza trascurare quello, moralmente ancora più significativo, di adeguata tutela delle tombe italiane dislocate in trecento Cimiteri delle terre trasferite nel 1947 sotto l’altrui sovranità (in parecchi casi, si tratta di sepolcri già cancellati senza alcuna "pietas" per i morti, con atti di vera e propria usurpazione).

L’iniziativa di coinvolgere il Parlamento europeo, ed in prospettiva, la stessa Commissione di Bruxelles, nella protesta degli esuli e nelle loro attese di giustizia, in primo luogo sul piano etico-politico, ha costituito un vero e proprio salto di qualità: non solo perché non era mai accaduto che le Organizzazioni della diaspora portassero il grido di dolore dei profughi e dei loro eredi in sede sovranazionale, con l’avallo delle Associazioni consorelle di vari Paesi (tra gli altri, Germania, Finlandia, Lituania, Stati Uniti, Canada, Australia), ma nello stesso tempo, perché ne è scaturita una visibilità ed una consapevolezza che finora sarebbe stato follia sperare.

Milioni di italiani hanno potuto rendersi conto in maniera più documentata dell’esistenza stessa degli esuli e dei loro problemi: infatti, la dimostrazione di Strasburgo, avallata da numerosi europarlamentari di varie forze politiche, e quindi, da una forte maggioranza trasversale, è stata oggetto di adeguate informazioni in campo televisivo, in primo luogo da parte del TG2, ed in campo giornalistico, a cura dei maggiori quotidiani d’informazione.

Prescindendo da quelle del Triveneto, per ovvie ragioni tradizionalmente più sensibili alla questione giuliano-dalmata, vale la pena di ricordare il grande risalto dato all’iniziativa da testate di massima tiratura, come il "Corriere della Sera", e prima ancora, "Il Sole-24 Ore", che ha abbandonato la tradizionale prudenza, tipica dell’Organo di Confindustria, ospitando nelle pagine mondiali un servizio di grande rilievo, sin dal titolo che richiamava l’appello degli esuli all’Europa, e la loro motivata, e sempre civile protesta.

Bisogna aggiungere che, diversamente da quanto sarebbe accaduto in tempi ancora recenti, il taglio di questi servizi televisivi e giornalistici è stato di apprezzabile obiettività, se non anche di avallo alle attese del movimento giuliano-dalmata: cosa che ribadisce la validità dell’iniziativa, ed il felice intuito delle Associazioni che l’ hanno organizzata (Unione degli Istriani, Associazione delle Comunità Istriane, Libero Comune di Pola in esilio) nonostante il dissenso di altri Soggetti che la stessa stampa d’informazione ha voluto definire sin troppo "moderati", e che tutti gli esuli si augurano possa rientrare.

In tutta sintesi, Strasburgo non è stato soltanto un salto di qualità ma, nello stesso tempo, una svolta epocale nella storia delle rivendicazioni di giuliani, istriani e dalmati, anche per il forte coinvolgimento della volontà politica. Ciò non deve far dimenticare che siamo soltanto all’inizio, e che, per tradurre l’attuale visibilità in fatti concreti, occorrono perseveranza e spirito unitario.

Conforta constatare che l’impegno non manca, e che la linea del possibile si è spostata in avanti, e di parecchio, grazie alla "forza inventrice" di chi, andando a Strasburgo, non ha avuto paura di avere coraggio.


La fiera delle beffe

Un’altra legislatura repubblicana si è appena conclusa, e gli esuli giuliano-dalmati, nonostante lo spreco di promesse che si perpetua da decenni, sono rimasti ancora una volta col cerino in mano. Infatti, la questione dei beni è quasi al punto di prima, con l’aggravante che i miserevoli indennizzi vengono liquidati a passo di lumaca perché i mezzi finanziari a suo tempo messi a disposizione con apposita normativa sono stati puntualmente distratti per altre esigenze definite prioritarie, in aperta violazione di legge. Sul fronte delle restituzioni siamo al palo, e la Croazia ha persino smentito che mai siano state avviate trattative "ad hoc", mentre la tutela delle tombe e del patrimonio funerario italiano in Istria e Dalmazia può contare su finanziamenti talmente filiformi che la sola manutenzione ordinaria integrale, con le disponibilità attuali d’esercizio, richiederebbe almeno un secolo.

Gli esuli sono stati beffati anche per quanto concerne problemi di minor momento, e talvolta ininfluenti dal punto di vista degli oneri finanziari, ma non per questo moralmente meno rilevanti. I documenti ufficiali continuano a dichiarare nati in Jugoslavia, Croazia o Slovenia, se non anche in Bosnia, in Serbia od in Polonia (sic!) coloro che videro la luce nelle terre ex italiane prima del trattato di pace, in barba alla nota legge del 1989 ed alle successive circolari che ne hanno ribadito la vigenza e delle quali uno Stato funzionale non dovrebbe mai avere bisogno.

Non meno surreale è stata la vicenda della legge 140/85 in materia di maggiorazione sul trattamento pensionistico degli ex combattenti e dei profughi, a proposito del quale l’INPS, incurante delle sentenze a suo sfavore di primo e secondo grado, ed ora anche della Suprema Corte, continua ad applicare le perequazioni Istat "ex nunc", e non dalla data di promulgazione della legge, come logica e buon senso vorrebbero. Del resto, nel corso della legislatura sono stati presentati, sia alla Camera che al Senato, ben due disegni di legge per l’interpretazione autentica della 140/85 che avrebbe tagliato la testa al toro: purtroppo, ed ecco la beffa, nonostante il carattere trasversale di tali iniziative, che implicava la possibilità di un iter in discesa, tanto più che i provvedimenti proposti si componevano di un articolato brevissimo, la legislatura è giunta alla sua naturale conclusione, e quell’interpretazione è rimasta confinata alla buona volontà dei proponenti.

L’elenco delle inadempienze potrebbe continuare, ma non è questo il punto. Ciò che preme sottolineare, invece, è la pervicacia con cui le attese del popolo giuliano-dalmata vengono puntualmente ignorate, sia pure con la vaga promessa, di chiaro sapore elettorale, che saranno riproposte nella prossima legislatura, a cominciare dal famoso indennizzo equo e definitivo, per finire all’interpretazione della 140/85.

Purtroppo, non si possono nutrire soverchie illusioni, non tanto perché l’esperienza del passato "è lì che parla a chi la vuol sentire", quanto perché al momento opportuno si invocheranno nuove emergenze finanziarie tali da rendere necessario l’ennesimo rinvio, finalizzato ad attendere che gli ultimi aventi causa passino a miglior vita. Il fatto è che il peso elettorale degli esuli diventa sempre più relativo, e peggio ancora, che le loro Organizzazioni non hanno una strategia unitaria, rendendo più facile, per il potere, l’applicazione dell’antico ma sempre valido "divide et impera".

A quest’ultimo proposito, se è comprensibile, sebbene non troppo giustificabile, che sulla questione dei beni siano sorte ipotesi di strategie alternative, risulta più arduo capire come mai in taluni ambienti giuliano-dalmati si persista nel minimizzare la questione anagrafica, accontentandosi di qualche impegno episodico sull’osservanza della legge, poi caducato con la scusa di una programmazione computerizzata inidonea a recepire Fiume, Pola e Zara nell’elenco provinciale d’Italia; oppure, come mai qualche Associazione degli esuli abbia sostanzialmente avallato le posizioni dell’INPS, con un implicito invito alla rassegnazione, tanto più che le attese degli ex combattenti e dei profughi si sostanziano in "quattro soldi" (in effetti, si tratta di 15 euro mensili, che peraltro, quando non si riesce ad arrivare alla fine del mese, hanno un’utilità marginale incommensurabilmente superiore a quella che rivestono per i soloni di turno).

Ciò posto, non è azzardato affermare che gli esuli sono coinvolti loro malgrado in una vera e propria fiera delle beffe, facilitate dalla civiltà e dalla fin troppa educazione del popolo giuliano-dalmata. Se non altro per questo, è bene che il 18 gennaio una sua qualificata e significativa rappresentanza sia scesa in piazza, in quel di Strasburgo, per chiedere alla nuova Casa comune europea il riconoscimento ufficiale del genocidio compiuto a suo danno, ed i provvedimenti di conseguenza: è stato un salto di qualità che vale la pena di sottolineare, perché costituisce un fatto nuovo che nessuno potrà ignorare, sia nelle stanze dei bottoni, sia nella base. Ciò non significa che non si possa fare altrettanto in Italia, quanto meno per ricordare agli immemori che i giuliano-dalmati hanno pagato più duramente di tutti gli altri concittadini gli effetti della guerra, e che soltanto loro hanno dovuto affrontare l’amarezza drammatica di una diaspora che li ha dispersi per il mondo, ma non ha cancellato la loro fede e la loro sete di giustizia.

All’inizio della nuova legislatura, ne tengano il dovuto conto, in ossequio alla legge morale, ancor prima che a quella scritta, tutti gli schieramenti politici, in una logica di azione che sappia trascendere la fazione.


Norma Cossetto: un sacrificio attuale.

Sia nella legge scritta che nella consuetudine, l’ordine internazionale ha lasciato ampio spazio alla "pietas" persino in tempo di guerra: dalla lontana antichità classica cantata da Omero ai conflitti dell’epoca napoleonica, l’istituto della tregua permetteva di raccogliere i morti e dare loro un’onorata sepoltura. Accadde persino a Stalingrado, nel giorno di Natale.

Non mancano le eccezioni, in specie nelle guerre di religione, ma le deroghe più vistose al rispetto per le spoglie del "caro nemico" restano quelle dell’evo contemporaneo, contraddistinte dalla frequente ricorrenza di una massificazione suffragata da primordiali lotte di classe, o peggio, dall’odio etnico e dai conseguenti genocidi.

Restando nella storia più recente, è facile ricordare quanto accaduto in Cambogia, dove i "kmer" rossi hanno distrutto metà della popolazione, o nell’Africa Equatoriale, quando le etnie degli "hutu" e dei "tootsie" si sono avvitate in uno scontro finalizzato al reciproco annullamento, reso ancora più tragico da condizioni di estrema povertà.

La civile Europa non è immune da questo "virus", come attestano gli eventi balcanici di ieri e di oggi, e quelli che, a seguito delle guerre mondiali del Novecento, hanno coinvolto intere popolazioni in fatti di efferatezza disumana, davvero agli antipodi dell’antica "pietas". In tale contesto si inquadrano, quali eventi di particolare e significativa rilevanza italiana, il grande Esodo giuliano-dalmata e le 20 mila Vittime del genocidio perpetrato dalla Jugoslavia di Tito: come è stato riconosciuto in dottrina è tale ogni comportamento finalizzato non solo all’eliminazione fisica, ma anche alla dispersione di un popolo che nella fattispecie, come tutti sanno, ha dato luogo ad una diaspora di 350 mila persone, un quarto delle quali fuori d’Italia.

In questo senso, si deve dare atto alla Legge 30 marzo 2004 con cui è stato istituito il "Giorno del Ricordo" di avere compiuto un atto di pur tardiva giustizia, che si è tradotto, fra l’altro, nel conferimento di apposite onorificenze ai familiari delle Vittime, ma prima ancora nell’iniziativa del Presidente Ciampi di onorare la memoria di Norma Cossetto con la Medaglia d’Oro al Merito Civile, consegnata alla sorella Licia nel corso di una toccante cerimonia svoltasi al Quirinale l’otto febbraio.

Tale iniziativa, a cui non è stata estranea la nobile premura del Sen. Servello, ben lungi dall’essere discriminante, è stata opportuna, ma meglio sarebbe dire necessaria, perché Norma Cossetto è assurta a simbolo del martirologio giuliano, istriano e dalmata per la fermezza ed il patriottismo del suo comportamento di fronte ai 17 aguzzini che la torturarono, violentarono ed uccisero dopo averle promesso un’improbabile salvezza se fosse passata dalla loro parte, ottenendone un rifiuto categorico, non estraneo, sei anni dopo quel tragico 1943, alla laurea "honoris causa" concessa a Norma da Concetto Marchesi, comunista convinto, ma ammiratore del coraggio e per sua stessa ammissione dell’italianità di quella sua allieva.

In altri termini, il Merito Civile della Cossetto (la cui famiglia dovette subire altri delitti, fra i quali l’infoibamento del padre che era andato a cercarla dopo il drammatico prelievo da casa) non è certamente un’invenzione della propaganda giuliana od istriana, che vive solo nella fantasia di taluni eredi degli assassini e dei loro mandanti, ma una realtà morale ineccepibile, riconosciuta dal Presidente della Repubblica a nome di tutti gli italiani degni di questo nome.

Nello stesso tempo, la Medaglia d’Oro conferita alla memoria di Norma, accomunando nel ricordo tutte le Vittime innocenti, costituisce un monito, non solo con l’ovvio scopo di prevenire la possibile ripetizione di analoghi misfatti, cosa non certo ipotetica visto che la madre dei delinquenti è sempre incinta, ma prima ancora perché intende restaurare l’antica consuetudine della "pietas", nell’auspicio che venga fatta propria da tutti, tanto più doveroso ora che la Slovenia fa parte dell’Unione Europea e che la Croazia aspira ad entrarvi.

Il sacrificio di Norma e delle altre Vittime di ogni estrazione sociale, del tutto immuni da qualsiasi colpa che non fosse quella di amare l’Italia, avrà avuto un senso più compiuto, al di là dell’affermazione dei valori perenni di civiltà e giustizia, nella misura in cui potrà contribuire a questa maturazione delle coscienze ed al riconoscimento, per quanto possibile condiviso, di una storia per troppo tempo negata.

Carlo Montani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA GUERRA DEGLI ALTRI
  • PORTIAMO LO STIVALE DALLO SCARPARO?
  • BANCA NAZIONALE DEL LAVORO



    LA GUERRA DEGLI ALTRI Le sinistre all’attacco dei soldati italiani in IRAQ In politica ogni doppiezza e meschinità, spesso malcelata dalla regola di un’ipocrita correttezza, è "brodo grasso" per chi è determinato a raggiungere i propri scopi e spesso a discapito della buona memoria, storica soprattutto. In queste ore i comunisti, e cioè quelli che all’estrema sinistra o anche nelle aree più moderate si definiscono tali, gongolano dinanzi alla ghiotta occasione fornita dal video dei combattimenti di Nassirya del 2004 durante i violentissimi attacchi dei miliziani sciiti nella "Battaglia dei Ponti": masturbazioni scandalistiche su BLOB, il cocktail o l’aperitivo in mano prima di cenare in un bel ristorante, i signori dell’opposizione e le loro frangie più radicali e nostalgiche si leccano i baffi per questa ghiotta occasione dei soldati italiani finalmente "cattivi" durante la "Battaglia dei Ponti" in IRAQ. La guerra appare con le ingenui e tecnicamente scadentissime riprese di un militare italiano ma in quelle immagini e soprattutto nei dialoghi concitati si percepisce tutta l’umana tragedia della guerra. I nostri tutt’altro che leali avversari politici, dopo la mancata proiezione del video durante "Le Jene" e la sua visione durante il telegiornale RAI 24, hanno immediatamente urlato allo scandalo: la nostra non è una missione di pace (Peace Keeping/Peace Enforcement) bensì la partecipazione come belligeranti in una guerra vera e propria. Le voci e le immagini a loro dire lo confermano: militari dei Carabinieri e dei Bersaglieri rispondono al fuoco con le armi in dotazione eliminando uno "Sniper" e cioè un cecchino e bersagliando altri che avevano fatto dei nostri ragazzi un facile bersaglio. Se i detrattori di cui sopra conoscessero le cosiddette "Regole di Ingaggio" oltre che quelle della logica e del buonsenso, forse potrebbero capire qualcosa ma sicuramente gli stessi non sono esattamente ferrati di argomentazioni militari o storiche dato che nella stragrande maggioranza dei casi i loro "Compagni" si sono gustati quell’opzione comoda e ruffiana dell’obiezione di coscienza pur di evitare il servizio dell’ormai defunta leva. Se quest’esperienza l’avessero vissuta avrebbero invece scoperto il senso del cameratismo, il legame con i tuoi compagni d’arme, gli inevitabili grandi e piccoli traumi fino all’esperienza in zona di guerra. Potrebbero forse capire cosa significhi essere in un paese straniero stravolto da una guerra singolare come quella irachena, anzi di numerose guerra una intersecata all’altra e di carattere politico, religioso, criminale, terroristico. Forse immaginerebbero le migliaia e migliaia di chilometri che ti separano da casa tua, dagli affetti, dalle comodità, da quell’universo che sembra un nebbioso ricordo di una realtà parallela e onirica che svanisce ogni volta che senti il rumore sordo dei mortai che ti vengono puntati contro, dei kamikaze che si fanno esplodere assieme alle proprie vittime, le teste mozzate dagli assassini di Al Zarkawi, il drammatico avvio verso una faticosissima normalità che sembra non arrivare mai. E persino i visi dei soldati caduti mentre riposavano nella palazzina destinata agli Italiani, il viso giovanissimo di Matteo Vanzan i cui occhi si sono chiusi per sempre tra le sabbie maledette insanguinate da esseri, mai uomini, che si nutrono dell’orrore per l’orrore. E dopo aver subito gli spari di un cecchino nascosto tra le case e senza una uniforme che lo identifichi come un vero soldato bensì in abiti civili, chissà, anche loro avrebbero gridato di gioia quando questi era stato colpito da un compagno di nome Luca, per poi renderlo definitivamente inoffensivo quando era a terra. E avrebbero sparato con tutto quello a disposizione per salvare la propria pelle e quella dei propri amici, stretti da quella fratellanza che dubito sia così forte per gli obiettori cui ultimamente la vocazione è parecchio venuta meno con la fine della leva obbligatoria. Hanno scoperto pure loro che la guerra non è cosa buona e giusta ma semplicemente inevitabile? Che la guerra è il tragico giuoco a rimpiattino che prevede che tu debba uccidere lo sconosciuto che ti punta il Kalashnikov prima che quello possa riuscire a fare altrettanto? Forse hanno scoperto che la guerra non viene eliminata dagli scioperi e dai cortei, né con la demagogia tipica dei loro leader, gli stessi che negli ultimi sessant’anni hanno sempre giustificato le guerre di aggressione generate o appoggiate da URSS, Cina e Cuba contro Israele, il Vietnam, la Korea, l’Afghanistan e molte altre per milioni e milioni di morti. E esaltavano quelle Armate Rosse dei vari satelliti di Mosca o Pechino che ammazzavano in nome della propria ideologia, esattamente come se non peggio che altri. O forse no, non gliene importa di capire perché sono i padri o i fratelli più grandi di quei disgraziati che hanno scritto sui muri di tante città "10-100-1000 Nassirya" all’indomani della strage di loro connazionali. Questa gente ha, infatti, gravi problemi di memoria e il bello è che hanno contagiato i loro giovani che, rincretiniti da industriali dosi di Cannabis, alle manifestazioni si vestono da kamikaze islamico e inneggiano alla guerra santa senza capire cosa stanno realmente facendo o recitando. A chi, come me, ha vissuto esperienze similari dico che io come molti soldati d’Italia ho in orrore la guerra ma che purtroppo essa esiste nel cuore di molti e che questi vanno combattuti così come essi ci combattono. E quei soldati hanno fatto esattamente questo, nulla di più nulla di meno: erano "nella" guerra, non "la" guerra e l’ hanno vissuta con i traumi e il dolore comuni a tutti ma in quel momento necessariamente narcotizzati e celati nel proprio intimo per non perdere quel sangue freddo che fa la differenza tra il vivere e il morire. Il Dalai Lama, forse una delle figure più luminose che mai mi sia capitato di incontrare, all’indomani dell’invasione cinese del suo meraviglioso Tibet disse : " La Pace si costruisce sempre e solo se si è in due a volerla: diventa resistenza quando questa condizione non c’è ". E in IRAQ oggi, forse qui domani, dovremmo tenercelo sempre a mente.

    Fabrizio Bucciarelli


    PORTIAMO LO STIVALE DALLO SCARPARO? Parigi, gennaio 06 Tanti emigrati italiani, in tutti i continenti. Molti hanno facilmente avuto successo in un altro Paese, sono apprezzati, ammirati. Fra di essi tanti, prima di emigrare, avevano fatto un buco nell’acqua in Italia. Ne cito solo uno, conosciuto da tutti: Gugliemo Marconi fu costretto a brevettare la sua invenzione (non creduta in Italia) nel Regno Unito. Chi volesse sapere perché la stessa cosa si ripete da tanto e per tanti individui, cerchi prima la risposta ad un’altra domanda: "quali le differenze fra Italia e il resto della U.E. ?" Cosi capirà anche per quali motivi l’economia italiana ha (e avrà) enormi difficoltà a decollare. Si sente qualcuno lamentarsi della diminuzione del potere d’ acquisto. D’ altra parte negli ultimi anni sembrano aumentate inefficienze e giri a vuoto. Forse non si pensa l’ ovvio: che le inefficienze in aumento, se sono troppe, hanno dato una mano a far peggiorare l’ economia, ad abbassare il potere di acquisto. Perché tutto ciò succede, in U.E., solo nello Stivale ?

    Capire perché l’ economia arranca

    Tanti emigrati hanno fatto esperienze di buon livello in altri Paesi. Hanno imparato, migliorato, perfezionato, inquadrato le loro capacità. Sono divenuti efficienti, costruttivi, capaci... ad un livello che é divenuto ormai raro in Italia. Se gli emigrati si danno da fare per il Paese (invito i più motivati a farlo), allora il Paese avrà un’ occasione per riprendersi. Occasione da non sprecare perché ... sarebbe, mi sembra, l’ultima per evitare la povertà, il terzo mondo. Un emigrato, il sottoscritto, ha paragonato mentre girava a lungo per l’ Europa, metodi di lavoro e rapporti sociali italiani con quelli di tanti popoli della ex-U.E. (i quindici). Ecco le sue conclusioni. L’ economia italiana non può riprendersi, nelle presenti condizioni della società. Perché si tratta di una società che non funziona. La società italiana ha oggi, ben diffusi, comportamenti inefficienti. L’ opposto di ciò che ci vuole per competere nell’ era della globalizzazione. La verità mi sembra: non si può dire che in Italia esistano una vera società italiana ed un patto sociale. La società italiana é una grossa struttura (che viene persino chiamata "Democrazia"), con i piedi di argilla. I N.C.I (nuovi comportamenti italiani) hanno reso d’ argilla i piedi, che invece avevano bisogno di una buona e lunga fisioterapia.

    IL SUCCO DEL PROBLEMA

    Gli Italiani viaggiano, poi scrivono lettere che si leggono su diverse rubriche online. Vedo aumentare il numero di lettere che chiedono: - una bella cosa, vista in Xlandia, sarebbe possibile vederla in Italia ? - perché da noi non succede xyz, quando in Ylandia la stessa cosa é facile e piacevole? Risponderei cosi: il Paese ha avuto negli ultimi anni tante trasformazioni. Ma i fondamenti del sistema Italia sono tali da incoraggiare le trasformazioni negative e scoraggiare quelle positive. L’adattabilità italiana (anche al peggio) e l’abbassamento del livello di guardia (dei comportamenti accettabili) hanno fatto il resto. Negli ultimi decenni parecchie evoluzioni della società italiana sono state negative. Ed accelerate. Abbiamo messo al bando quegli strumenti che permettono in altri Paesi lo sviluppo. Li abbiamo sostituiti con nuovi strumenti che, oltre ad ostacolare lo sviluppo, accelerano il degrado. Tutto ciò é successo per una serie di ragioni concomitanti che é possibile individuare. Soprattutto se avessimo una capacità di riflessione, di paragone , di analisi. Tutte cose un po’ rare nel Paese di oggi, ove la caratteristica più comune é la confusione. Ad un emigrato, che vive in un paese serio, che convive con situazioni e parametri normali, é possibile trovare le ragioni di un così rapido degrado, specie se la lunghezza della indagine (circa dieci anni) e il gran numero di paragoni gli hanno aperto gli occhi. Lo ha potuto fare, avendo avuto un’attività in un quadro internazionale ed essendo stato spinto a viaggiare tutta Europa per più di venti anni. Non serve scovare la causa del malfunzionamento di un paio di servizi nazionali e fermarsi li. Bisogna andare oltre, capire perché non sappiamo gestire un Paese che, per voler competere, dovrebbe essere moderno non solo nei meccanismi strutturali, ma anche nei comportamenti e nelle forme di pensiero. Un Paese che non applica la costituzione e le leggi nei riguardi di tutti può, in partenza, essere handicappato in economia. Un Paese che tende alla lottizzazione, invece di mettere in moto le carote e far funzionare le leggi (1) col bastone, é un Paese senza futuro. Il mercato globale é una grossa scure. La quale divide le economie in due gruppi: i realisti efficienti e i chiacchieroni falliti. Non c’ é più posto per un terzo gruppo (al quale apparteneva l’ Italia prima del ’90): quello dei piccoli sforzi, della poca chiarezza, della limitata organizzazione (anche mentale) e della lottizzazione. Per sviare un’opinione diffusa sulle colpe della sola politica, una frase pubblicata da TIME alla scoperta di Tangentopoli: "Gli Italiani scoprono con rabbia di essere stati governati da una banda di lestofanti, i quali hanno gestito Tangentopoli. Non sanno che la gestione del potere politico, invischiato in Tangentopoli, é la migliore espressione della mentalità italiana di oggi".

    QUALI LE PROSPETTIVE PER IL SISTEMA ITALIA ?

    Due evoluzioni sembrano possibili: a) attiviamo le riflessioni necessarie (con un gruppo di esperti e la testimonianza di emigrati, lontano dalle scene politico-demagogiche) per individuare obiettivamente le cause del degrado sociale ed economico. VERITA’ NUDE E CRUDE sono necessarie... Ciò permetterà di identificare le misure, anche educative, in grado di fare evolvere il sistema Italia semibloccato in sistema positivo (sono positivi, cioè non bloccano ma supportano l’economia, i sistemi di molti Paesi della U.E.). Un’informazione nazionale successiva permetterà poi alla società di capire chi vuole il progresso sociale e chi invece lo ostacola per la conservazione di poteri nascosti. Si individueranno le leve, le alleanze e le promozioni necessarie ad applicare le misure urgenti per europeizzare il Paese. Ciò implica coraggio e determinazione, abbastanza rari nella rassegnata Italia di oggi. Il trend cambierebbe, dopo un paio d’anni si vedrebbero i primi risultati sull’economia. Negli anni successivi gli impatti sulla competitività sarebbero forti e positivi. Questo é l’approccio che interessa chi vuole lavoro e ricchezza. Approccio non ancora proposto in quanto la riflessione, nel Paese lottizzato, é andata in vacanza.... b) non osare iniziative, per cambiare tutto ciò che é urgente cambiare. Restare cioè colla attuale rassegnazione balcanica a ciò che non va e lasciare che il sistema continui a degradarsi. Il sistema Italia si allontanerà ancor più dall’Europa. Gli imprenditori vedranno aumentare le proprie difficoltà, l’ occupazione diminuirà, il numero dei tonfi "tipo FIAT" rischia di aumentare. Rischiamo, in un decennio, di divenire l’Argentina della U.E. ed il sistema Italia continuerà a dirigersi verso il terzo mondo. In compenso molti poteri nascosti sarebbero conservati e gestirebbero la decadenza.

    COME USCIRNE

    La mia testimonianza (e quella di altri emigrati in Paesi avanzati) é necessaria per innescare una riflessione che é necessaria ed urgente (inizialmente conducibile da una istituzione indipendente ?); la quale ci permetterebbe di capire in cosa siamo lontani dai Paesi capaci di sviluppo, cosa ci é necessario per essere competitivi. Dopo tale riflessione sarà possibile discutere un programma di europeizzazione del Paese. Una previsione: passare dal quadro sociale e dalla mentalità distruttivi attuali ad un nuovo quadro sociale costruttivo e impegnato é possibile. Ma il cambiamento richiede... molto impegno e capacità gestionale del rinnovamento. Ho pubblicato parecchie analisi, dopo lunga inchiesta, riflessione e paragoni con l’Europa. Ed inoltre numerosi articoli che cercano di rispondere alle domande: - perché ciò succede solo in Italia, non nel resto della U.E.; - come potremmo migliorare tale o talaltro risultato ? - perché l’utopia da noi (così definita in una lettera al CdS), diventa poi realtà in un altro Paese ? Le "Lettere dall’Europa", contenenti le analisi, sono pubblicate su: http://angrema.blogspot.com/
    www.accademiaonline.net (le lettere dei mesi precedenti sono nell’archivio del sito)
    http://angrema.blogspot.com.blog.kataweb.it/progressoangrema/

    UN INVITO

    Per iniziare un dibattito costruttivo, in un Paese ove troppa gente é abituata a discutere di ideologie, é assolutamente necessario restare fuori dell’ agone politico. E’ l’ unico modo per essere realisti, nel Paese della confusione e dell’ approssimazione.

    Antonio Greco
    ANGREMA@wanadoo.fr


    (1) Far funzionare le istituzioni ? Sarebbe possibile, certo, se ... iniziassimo ad insegnare, come in Europa, la chiarezza, la coerenza, l’ efficienza, l’ onestà, la dirittura, il rigore, la responsabilità, il realismo, il valore, il merito e l’impegno".


    BANCA NAZIONALE DEL LAVORO Tragicomica Odissea finanziaria degli orfani del compromesso storico

    Il caso Banca Nazionale del Lavoro sta scuotendo il mondo sia politico sia finanziario d’assalto che si è sviluppato grazie al "Manuale Cencelli" .1 Per capirci un qualcosa partiamo da qualche antefatto che, apparentemente, non c’entra nulla. La Banca Nazionale del Lavoro (in breve BNL) negli anni d’oro era la maggior banca italiana. Roccaforte di socialisti (dell’ala massimalista ) e dei democristiani (che avevano come riferimento Ciriaco De Mita), dopo varie vicissitudini, durate una decina d’anni, era entrata nelle mire del Monte dei Paschi di Siena ( in breve MPS, banca fondata nel 1492) MPS, fino alla fine della prima repubblica, è stato l’archetipo del "manuale Cencelli" applicato all’intreccio politica - finanza; infatti: § Se il sindaco di Siena era comunista
    - alla presidenza dell’Istituto veniva eletto un democristiano (rigorosamente di sinistra ed il più insigne di questi fu Piero Barucci, divenuto poi Ministro del Tesoro)
    - la vice presidenza spettava ai socialisti
    - il Presidente del Collegio Sindacale era un comunista
    § Se il Sindaco di Siena era un democristiano (ovviamente demitiano)
    - il Presidente di MPS era socialista
    - il Vice Presidente era democristiano
    - il Presidente del Collegio Sindacale era comunista.
    § In base a questa regola erano spartite anche le Direzioni Operative (Affari, Estero, Sviluppo, Personale, Studi,ecc) della Banca.
    Da tutto questo si evince che:
        la politica locale era affare tra democristiani e comunisti (i due partiti di "massa")
        i vertici di MPS erano ripartiti tra socialisti e democristiani mentre ai comunisti era affidata la funzione di controllo (Presidenza del Collegio Sindacale)

    In BNL il potere era ripartito, sia pur in maniera meno "organica" , più o meno allo stesso modo. I democristiani la facevano da padroni nelle Casse di Risparmio (Cariplo in primis) e nelle principali Banche private (Banco Ambrosiano Veneto, ora Banca Intesa, in testa). Non a caso Giovanni Berlinguer, segretario del PCI teorico del "compromesso storico" unitamente all’allora segretario della DC Ciriaco De Mita, nel 1981 ammoniva "Attenti a quei partiti che scalano le banche". I fatti al centro delle cronache di questi giorni, pertanto potrebbero essere letti sotto una luce "politicamente scorretta". Se si pone attenzione a due notizie, apparse l’una su Internet l’altra sulla carta stampata, si capisce come sia fitto l’intreccio BNL, MPS, UNIPOL BANCA:
    • trafiletto apparso su Affari Italiani (quotidiano on line): Passi piccoli e silenziosi, ma significativi. "Dopo il divorzio da Bnl (e da Unipol) il Monte dei Paschi di Siena sta cercando la sua strada. E tra le idee per il futuro ce ne sono alcune ancora più chiare: lotta a Francesco Caltagirone e Chicco Gnutti. I rapporti, già freddi un tempo, che qualcuno mal digeriva persino anni fa, dopo l’affaire Bnl si sono definitivamente rotti. Il management ha capito che la strada, almeno nell’immediato futuro, sarà quella dello stand alone. E che quindi non ci sarà spazio per altri "giochetti"... pardon progetti".
    • articolo del "Il sole 24 Ore" : "Il finanziere bresciano Emilio Gnutti, coinvolto nelle inchieste giudiziarie sulle scalate bancarie, si è dimesso dal consiglio di amministrazione della Banca del Monte dei Paschi di Siena in cui rivestiva anche la carica di vicepresidente.Lo comunica una nota della banca senese «per motivi di salute». Hopa, la merchant bank che fa capo a Gnutti, ha in portafoglio il 2,3% circa del capitale di Bmps. Nella mattinata di giovedì 29 dicembre era arrivata la notizia delle dimissioni di Gnutti da consigliere di Unipol e Asm Brescia (la multiutility dei servizi dell’energia, acqua, fognature, nettezza urbana) anche queste «per motivi di salute»".

    Evidentemente il tintinnio di manette ha causato, ai "furbetti del quartierino", un’orticaria fulminante. Infatti, il quotidiano economico milanese (in mano a Confindustria e MPS) omette di dire che il Vice Presidente di HOPA (la società finanziaria cassaforte dell’impero di Chicco Gnutti), prima del caso Banca Popolare Italiana, era Giovanni Consorte (ex presidente ed ex Amministratore Delegato di Unipol Banca) ed un consigliere d’amministrazione era Gianpiero Fiorani (Presidente ed ex Amministratore Delegato di Banca Popolare Italiana, già Banca Popolare di Lodi). Per dipanare il ginepraio in cui stanno ruotando le cronache economico/giudiziarie di questi giorni non possiamo non prendere in considerazioni due fattori sottaciuti (guarda caso) dalla stampa "politicamente corretta" (Corsera e 24Ore in primis):
    § MPS, come si evince dalla Centrale dei Rischi bancari (documento in cui la Banca d’Italia comunica, agli "operatori abilitati" i livelli di indebitamento e di insolvenza sia enti sia di privati) è l’Istituto di credito più esposto verso i DS.
    § La Banca Nazionale del Lavoro vede alla sua Presidenza un tal Luigi Abete che ha iniziato la sua carriera come Presidente della A.BE.T.E. SpA - Azienda Beneventana Tipografica Editoriale - (il cui personaggio di riferimento era Ciriaco De Mita).

    Il piano era (e rimane) sottile:
    • Unipol Banca, il cui azionista di riferimento è HOLMO (cassaforte delle Cooperative rosse, che ha soci di riferimento: COOP - Supermercati Coop , Cmc - Cooperativa Muratori e Cementisti e CCC - Consorzio Cooperative Costruzioni) è il classico ibrido Banca/Assicurazioni (come Banca Generali, RasBank, banca Mediolanum, ecc). Quindi istituzioni più di raccolta (sollecitazione del pubblico risparmio) che di impiego (concessioni di prestiti)
    • L’acquisizione di BNL avrebbe consentito ai DS lo spostamento dei loro considerevolissimi debiti da MPS alla nuova istituzione creditizia
    • Il vantaggio per Fassino e compagni sarebbe stato enorme. Infatti il poter contare su una Banca con ragguardevoli basi tanto economiche quanto patrimoniali avrebbe consentito di gestire "in casa" sia gli indebitamenti quanto le commissioni di intervento.
    I "furbetti del quartierino" (termine coniato da Fiorani per definire la banda Consorte, Gnutti, Caltagirone e se medesimo), purtroppo per loro, non hanno fatto i conti con la premiata ditta Rutelli & Veltroni che mal ha sopportato d’essere stata messa in un angolo per far largo a cariatidi della politica come Prodi e Fassino . Se ai vertici dei DS fosse riuscita l’operazione BNL l’accoppiata Prodi Fassino sarebbe stata stravincente, invece… il finale sta nelle mani del Fato e …. della Magistratura Il tentativo di ricoinvolgere MPS nella questione BNL (opzione sponsorizzata dalle Coop toscane che hanno una significativa presenza nella Fondazione MPS) ha come obiettivo quelle di rendere "interni" (al riparo da occhi e bocche indiscreti) i debiti dei DS . Prodi ed i suoi sono tra l’incudine di perdere lo sponsor strategico ed il martello di apparire peggiori di coloro che per cinque anni hanno demonizzato ed insultato. Vuoi vedere che aveva ragione il buon Cencelli?

    Maurizio Turoli
    maurizio_turoli@yahoo.it


    (1) Per manuale Cencelli si intende una formula algebrico-deterministica per regolare la spartizione delle cariche pubbliche in base al peso elettorale di ogni singolo partito o corrente politica. È attribuito a Massimiliano Cencelli, un funzionario della Democrazia Cristiana, che lo avrebbe messo a punto attorno agli anni ’70.
    Durante la cosiddetta prima repubblica italiana, il manuale Cencelli sanciva quanti e quali posti o cariche dovessero essere assegnati a soggetti appartenenti a ciascun partito e, all’interno di questo, a ciascuna sua corrente. Per esempio, in occasione della formazione di un nuovo governo, specialmente per un governo di coalizione, vi era un nutrito numero di cariche da assegnare o riassegnare (ministri, sottosegretari, direttori generali, funzionari speciali, presidenti amministratori e consiglieri di enti e società partecipate, e così via) in funzione delle mutate condizioni politiche del momento. Il manuale Cencelli fungeva da "norma regolatrice", così che nessuno dovesse avere da recriminare, secondo valori fissi in base ai quali le cariche assegnabili erano soppesate qualitativamente (pare, per esempio, che un ministro valesse due sottosegretari e mezzo).

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UN TRENTENNIO DOPO OSIMO : IL TRATTATO SURREALE
  • LA FIERA DELL’ ASSURDO: LO STIVALE
  • LA MAFIA E’ UN PESCE E L’ ITALIA UN MARE



    UN TRENTENNIO DOPO OSIMO : IL TRATTATO SURREALE

    Intervento al Convegno del 10 novembre 2005 presso l’Università Cattolica di Milano".

    Nella storia dei popoli e degli Stati esistono eventi che non è possibile rimuovere dalla memoria: da un lato, per gli effetti immediati di natura politica ed economica, e dall’altro, per le conseguenze che, unitamente alle loro matrici, vanno a determinare sugli orientamenti decisionali, e sullo stesso inconscio collettivo. Il trattato di Osimo non fa eccezione, né potrebbe essere diversamente, perché ha costituito un "quid novi" davvero surreale nella storia delle relazioni diplomatiche: non era mai accaduto che uno Stato sovrano rinunciasse alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, senza alcuna contropartita, come nella fattispecie accadde all’Italia.

    E’ noto che la firma avvenne il 10 novembre 1975 da parte del Ministro degli Affari Esteri Mariano Rumor e del suo omologo jugoslavo Milos Minic, in un clima di frettolosa segretezza, motivata da ragioni di opportunità politica che intendevano nascondere alla pubblica opinione un evento non certo accettabile sul piano giuridico, e meno che mai su quello etico. Del resto, anche le trattative erano state condotte in analoghe condizioni di riservatezza, e quasi in atmosfera da consorteria, ed il Governo italiano le aveva affidate, proprio nella fase conclusiva, a Soggetti sostanzialmente inidonei, perché estranei al mondo diplomatico.

    Con Osimo, l’Italia volle deliberatamente trasferire alla Jugoslavia la sovranità statuale sulla cosiddetta Zona "B" del Territorio Libero di Trieste, che non era mai stato costituito con atti formali, sacrificando altri 50 mila concittadini, costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 300 mila che li avevano preceduti al termine delle vicende belliche, e sottoscrivendo il trasferimento alla Repubblica federativa di un’area pari al tre per mille della sua consistenza territoriale, su cui insistono aggregati importanti come quelli di Buie, Capodistria, Pirano, Portorose, Umago. Naturalmente, la responsabilità politica, al di là di pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani, fu soprattutto del Governo, e con esso, del Parlamento che ebbe a ratificarne l’operato, sia pure con diffuse sofferenze.

    Oggi, ad un trentennio da Osimo, è congruo fare il punto sulle ragioni che indussero determinazioni tanto opinabili, in una prospettiva storica per quanto possibile oggettiva, ma nello stesso tempo, in un’ottica di inevitabile "contemporaneità", tanto più che la prassi "osimante" fece scuola, si tradusse in ulteriori cedimenti di carattere politico ed economico, e pervenne, quale effetto di rilievo maggiormente visibile, al riconoscimento ufficiale delle nuove Repubbliche indipendenti di Croazia e Slovenia, sorte all’inizio degli anni Novanta dalla dissoluzione jugoslava: anch’esso, come il trattato del 1975, senza alcuna contropartita. Eppure, i problemi sul tappeto, gran parte dei quali lo sono tuttora, non erano di scarsa consistenza: anzi tutto, il riconoscimento della verità storica, e poi, la tutela delle 25 mila tombe italiane oltre confine, la sorte dei beni immobili già appartenenti agli esuli, la regimazione delle acque territoriali, gli accordi per la pesca in Adriatico, e così via.

    Evidentemente, la storia non è maestra di vita, perché altrimenti non si continuerebbe a commettere gli stessi errori del passato. Nondimeno, l’analisi delle motivazioni che indussero Osimo, e delle conseguenze che ne derivarono a breve e lungo termine, è ugualmente importante sul piano storico: se non altro, perché risulta utile a collocare i problemi giuliani e dalmati di oggi in un quadro esaustivo, ed a riconoscere nella politica estera italiana verso la Jugoslavia ed i suoi eredi la continuità di una posizione di "debolezza e di scarsa coscienza nazionale" (1).

    1.- Il quadro di riferimento

    Alla metà degli Settanta, quando il trattato di Osimo divenne realtà dopo un lungo periodo di incubazione, le condizioni politiche internazionali, ed a più forte ragione quelle interne, erano mature per l’evento. Nel quadro mondiale, il primo maggio 1975 si era conclusa la guerra vietnamita con l’abbandono di Saigon da parte delle forze statunitensi e la vittoria comunista, ma già da diversi anni la politica di "non allineamento" del Maresciallo Tito era stata premiata dalle attenzioni dell’Occidente, culminate nella visita di Stato che il Presidente americano Nixon gli aveva reso a Belgrado sin dal 1971, nonostante la continua fagocitazione dei diritti umani da parte della Jugoslavia, che nello stesso periodo aveva condannato a sette anni di carcere duro un intellettuale dissidente, Mirko Vidovic, responsabile di avere scritto alcune poesie critiche nei confronti del regime.

    Si deve aggiungere che, sempre nel 1971, Tito era stato ricevuto in Vaticano dal Papa Paolo VI assieme all’ultima moglie Jovanka, completando il processo di riavvicinamento allo Stato della Chiesa che era iniziato un quinquennio prima, con la ripresa delle relazioni diplomatiche. In altri termini, la posizione jugoslava, collocandosi in un ruolo apparentemente equidistante da Mosca e da Washington, acquisiva crescente credibilità, resa più accentuata dalla tensione col regime dei colonnelli greci che sarebbe crollato nel 1974, e dall’eliminazione in pari data di un gruppo sovversivo di ispirazione ustascia. Tito valorizzava al massimo la sua "leadership" nel movimento dei Paesi non allineati, che giunsero ad un massimo di 44, ma con la sola Jugoslavia a rappresentarvi il continente europeo, e non trascurava di polemizzare con presunte "Organizzazioni irredentiste e revansciste" italiane, sollecitando nei loro confronti un impegno a tutto campo e trovando fertile ascolto anche a Roma, non soltanto da parte della sinistra.

    In Italia, si vivevano momenti assai difficili. Soltanto nel 1975, vi persero la vita non meno di dodici vittime degli "opposti estremismi", tra cui gli studenti di destra Mikis Mantakas e Sergio Ramelli, e la brigatista Mara Cagol, compagna di Renato Curcio. Il Presidente Leone, poche settimane prima di Osimo, indirizzò un messaggio al Paese per invitarlo a fare quadrato contro le difficoltà dell’ora, in un clima di forte disagio che aveva già visto il clamoroso successo del Partito comunista nelle elezioni amministrative di giugno, tradottosi in un avanzamento di oltre cinque punti, e non era stato estraneo all’abbassamento della maggiore età a 18 anni, votato in marzo, ed al nuovo diritto di famiglia, diventato legge in aprile con la sola opposizione di liberali e missini. Intanto, Pacciardi e Sogno proponevano l’avvento di una Repubblica presidenziale come antidoto contro il male oscuro dell’Italia, tristemente simboleggiato, in autunno, dal delitto del Circeo e dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini.

    In queste condizioni, la politica di solidarietà nazionale che aveva coinvolto il Partito comunista nell’area di governo ebbe buon giuoco nell’incentivare, e poi nell’accelerare le trattative che condussero ad Osimo: il 20 giugno, il Maresciallo Tito avrebbe incontrato a Brioni il Segretario del PCI, Enrico Berlinguer, tanto da far dire, al di là dell’ovvia riservatezza a cui fu improntata la visita, che sarebbero stati costoro i firmatari sostanziali del trattato, il cui eco si spense presto, nonostante il diluvio di retorica che fu carattere ricorrente nel dibattito parlamentare di ratifica ma che non avrebbe impedito alla maggioranza, irrobustita da una sinistra oltremodo compatta, di giungere ad una rapida approvazione, col voto contrario dei soli missini e di alcuni dissidenti, tra cui i democristiani Barbi, Bologna, Costamagna e Tombesi, il liberale Durand de la Penne ed il socialdemocratico Sullo (2), e soprattutto, con l’assenza tattica di parecchi senatori e deputati che non avevano avuto il coraggio di uscire allo scoperto, mentre la DC ebbe quello di deferire ai probiviri coloro che si erano dissociati dalla disciplina di partito.

    2.- Effetti e prospettive

    Gli accordi di Osimo, che assieme al trattato vero e proprio comprendevano intese sulla cooperazione economica, la cittadinanza, i beni culturali ed il traffico di frontiera (3), rimaste in buona parte sulla carta, produssero vibranti e documentate proteste nell’ambito giuliano-dalmata ed in quello triestino, con motivazioni di forte spessore non solo sul piano etico-politico, ma prima ancora su quello giuridico, che sottolinearono una lunga serie di inadempienze, se non anche di illegalità, donde la richiesta al Presidente della Repubblica di non controfirmare la legge di ratifica, naturalmente disattesa. Il trattato avrebbe potuto essere impugnato per ragioni di diritto internazionale, ma anche costituzionale ed amministrativo, puntualmente evidenziate (4), ma non fu privo di correlazioni penali, potendosi ravvisare nell’approvazione dei suoi disposti il reato previsto dall’art. 241 c.p., laddove si punisce con l’ergastolo "chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero".

    Le condizioni politiche dell’epoca non erano tali da ipotizzare l’apertura di un procedimento in tal senso, ma la violazione della legge rimane un fatto oggettivo, senza dire che nella fattispecie si tratta di un reato imprescrittibile, a prescindere dalla depenalizzazione parziale dell’alto tradimento, di cui oggi si discute.

    Giova aggiungere che nel 1975 la congiuntura italiana era ben diversa da quella del 1947, quando aveva dovuto subire il "diktat", ed i limiti della propria delegazione alla Conferenza della pace, non meno significativi dell’intransigenza alleata. Ora, l’Italia era nuovamente un’importante potenza industriale, con fondamentali di gran lunga superiori a quelli jugoslavi, ma ciò non fu sufficiente, e Tito riuscì a realizzare il suo ultimo capolavoro, cui non fu estranea la "cupidigia di servilismo" che Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano bollato con nobili parole durante la discussione per la ratifica del trattato di pace. Gli effetti non tardarono a manifestarsi: la fuga a Belgrado del terrorista Abu Abbas promossa da Craxi, il bacio di Pertini alla bandiera con la stella rossa, e l’uccisione del pescatore Bruno Zerbin nel golfo di Trieste ad opera di una motovedetta jugoslava, furono episodi tristi, a cui avrebbe fatto seguito, come si diceva in premessa, il riconoscimento senza contropartite di Croazia e Slovenia.

    Il trattato di Osimo è rimasto fortunatamente inattuato in non poche delle sue statuizioni, talvolta grottesche se non addirittura inconcepibili sul piano economico, come la realizzazione della Zona industriale mista sul Carso, o la costruzione di una gigantesca idrovia dall’Adriatico al Danubio, basata su un sistema di chiuse faraoniche per il superamento di enormi dislivelli. Lo "splash down" fu dovuto soprattutto a due ragioni: in primo luogo, la forza delle contestazioni locali, ed in modo particolare della "Lista per Trieste" (che conseguì la maggioranza dei voti alle prime elezioni nella città di San Giusto), vessillifera di una benintesa autonomia in chiave nazionale; e poi, perché la crisi jugoslava, deflagrata rapidamente dopo la morte di Tito, avrebbe impedito sul nascere il perseguimento degli obiettivi di Osimo, limitandone l’effetto principale, e comunque determinante, al trasferimento della sovranità sul territorio della Zona "B".

    In tutta sintesi, le conseguenze sono state evidenti, come si è detto, sul piano socio-politico, e poi anche su quello economico, attraverso una serie di protocolli che raggiunse un livello emblematico nel forte supporto finanziario offerto dal Governo Goria a quello di Branko Mikulic all’inizio del 1988, in occasione del cosiddetto "viaggio della merla", e come si diceva, nel disimpegno di motivate attese degli esuli circa la questione dei beni, ma ad un tempo, in materia di difesa dei valori culturali e spirituali sacrificati alla logica dell’interscambio, con cui, al contrario, potrebbero utilmente convivere, in base ai principi fondamentali di una vera cooperazione internazionale.

    3.- Conclusioni

    Trent’anni dopo, si può certamente affermare che "il trattato di Osimo fu un errore"(5), se non anche un reato perseguibile penalmente a termini di legge, basato sull’erronea presunzione che la Jugoslavia rimanesse una protagonista del proscenio internazionale, e sulla difficoltà di prevedere che si sarebbe dissolta in una serie di Stati minori; ma prima ancora, sulla cronica carenza di una politica estera di ampio respiro, e sulla rinuncia ad un ruolo realmente propositivo nello scacchiere balcanico.

    Il trattato, a ben vedere, aveva nella sua stessa genesi le matrici di una condanna inappellabile, e si avvitava nell’illusione, a non dire altro, di trovare nella Repubblica jugoslava un interlocutore privilegiato per il solo fatto di avere pianificato la cosiddetta via nazionale al socialismo, fondata sui fasti dell’autogestione, che alla lunga avrebbero condotto al disastro. Ciò, al pari di un’ipotetica collaborazione interclassista che non poteva certo basarsi sull’annullamento talvolta fisico delle opposizioni in campi di prigionia tristemente famosi, tra cui quelli dell’Isola Calva, Mitrovica e Stara Gradisca, o sulle surreali condanne di sacerdoti che avevano dato alle stampe una piccola immagine sacra, evidentemente non allineata al verbo ancora dominante nello scorcio finale degli anni Ottanta.

    Ad Osimo sarebbe stato difficile modificare i confini che erano scaturiti dal trattato di pace e dalle rettifiche del 1954 (sebbene formalmente indefiniti a livello di Zona "B"), alla luce delle condizioni politiche di cui si è detto, e del potenziale coinvolgimento altrui, ma dopo la dissoluzione della Jugoslavia le prospettive avrebbero potuto essere diverse, se non altro per alcune importanti questioni d’interesse plurimo, come quella delle acque territoriali. L’occasione fu perduta, ed oggi non resta che una labile speranza "nell’effetto Europa, se non altro per esercitare un maggior peso economico e culturale"(6).

    In apparenza, le condizioni risultano cristallizzate, ed Osimo appare un collo di bottiglia ormai irreversibile, non meno di quanto si possa dire per il "diktat". Tuttavia, prescindendo dalla valutazione delle responsabilità ed inquadrando lo stato delle cose in una prospettiva che vede la permanentizzazione del trattato e dei suoi effetti quando avrebbe potuto tradursi, da istituto di diritto internazionale venuto meno per la scomparsa di uno dei contraenti, in semplice paradigma di riferimento per nuove ipotesi di accordo, giova concludere evidenziando con l’antico saggio che al di là dell’apparenza il fiume della storia continua a scorrere.

    Ciò significa che anche Osimo, già ampiamente ridimensionato dalle vicende dell’ultimo quindicennio, ed in primo luogo dall’implosione jugoslava, potrà essere riveduto nella misura in cui le sue permanenti lacune di legittimità e di equità inducano, anzitutto negli ambienti giuliano-dalmati e nelle forze politiche da cui hanno mutuato nuove attenzioni con l’approvazione pressoché unanime della legge che istituisce il "Giorno del Ricordo", un atteggiamento costruttivamente consapevole. Anche in questa fattispecie, resta valido il pensiero di Croce, secondo cui la linea del possibile si sposta grandemente grazie all’audacia ed alla "forza inventrice della volontà che veramente vuole"(7).

    Carlo Montani



    Annotazioni

    1.- L. Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, in "Il Giornale", Milano, 27 settembre 2005.

    2.- Il discorso del Sen. Barbi pronunciato il 23 febbraio 1977, ed improntato a ragioni morali ancor prima che a pregiudiziali politiche o giuridiche, ebbe particolare rilevanza perché il parlamentare democristiano era Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (cfr. P. Barbi, La rinuncia di Osimo, Edizioni AGI, Roma 1977). Non meno significativo fu il voto contrario di Sullo, uomo di sinistra, che volle protestare per l’affrettata segretezza e per il mancato coinvolgimento delle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato, senza dire che suo padre "aveva combattuto sul Carso e sul Pasubio" e che gli sarebbe parso di "tradirne la memoria se avesse votato per il Governo".

    3.- Per una silloge esaustiva dei testi, corredata da una lunga introduzione (orientata a favore della tesi largamente minoritaria secondo cui la soluzione del problema confinario sarebbe stata predeterminata), cfr. M. Udina, Gli accordi di Osimo: lineamenti introduttivi e testi annotati, Edizioni Lint, Trieste 1979. Per un’analisi critica delle cause di lungo periodo che condussero ad Osimo, e delle sue conseguenze, cfr., altresì, C. Montani, Il trattato di Osimo, Edizioni Anvgd, Firenze 1992.

    4.- L. Sardos Albertini, Il trattato di Osimo: richiesta al Capo dello Stato di negare la ratifica, Edizioni Tergeste, Trieste 1977. Il rifiuto non venne motivato, ma traeva evidenti origini dalla "politica di debolezza e di scarsa coscienza nazionale" perseguita da anni, e ben dimostrata, alla fine, dal dibattito parlamentare di ratifica.

    5.- L. Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, op.cit., Milano, 27 settembre 2005.

    6.- Ibid., 27 settembre 2005.

    7.- C. Montani, Il trattato di Osimo (10 novembre 2005), op. cit., Firenze 1992, pag. 69.


    Antonio Greco, ex funzionario europeo, consulente in TLC, analista delle cause del declino, residente a Parigi, da questo numero inizia la sua collaborazione con il Barbarossaonline.Sul nostro periodico trova un’altra tribuna dalla quale far sentire la sua voce. Infatti le sue analisi sono rintracciabili anche su http://angrema.blogspot.com.blog.kataweb.it/progressoangrema/ . Pubblichiamo qui un pezzo che in sintesi propone il suo "manifesto". Per l’esperienza dell’autore e per la sua collocazione al di fuori del nostro Paese, da italiano, quello di Antonio Greco è un osservatorio privilegiato.

    LA FIERA DELL’ ASSURDO: LO STIVALE

    Perché gli Italiani che emigrano sono spesso i più brillanti europei, mentre gli Italiani che giocano in casa, non sanno gestire un Paese a livello europeo ? E quindi non possono far ripartire l’ economia ?

    Come pretendere di essere competitivi in Europa, lavorando colle inefficienze italiane, navigando negli sprechi ?

    Come aspettarsi, in Italia, che il capo del governo sia una persona seria, che si occupi seriamente del Paese (invece dei fatti suoi), quando la società italiana é tanto corrotta da essere stata messa in una classifica internazionale della corruzione di qualche anno fa, più in basso della Spagna e della Turchia ?

    Si puo’ pretendere, nell’ epoca della competizione nel Villaggio Globale, di avere qualità e prezzi dei prodotti a livello europeo, quando abbiamo sprechi e ingiustizie, sopraffazioni, a livello latino-americano ?

    Potrebbe la giustizia essere imparziale, funzionare efficacemente, se essa é addomesticabile dai politici che hanno potere ?

    Ci si puo’ aspettare che la classe dirigente pubblica sia capace e impegnata, nell’ interesse del Paese, se il suo critero di selezione é la cooptazione per omertà e comparaggio ?

    Puo’ l’ economia essere fiorente, se la società italiana non ha un grande interesse nella meritocrazia ? Se la stessa società é gestita dai quattro Dittatori (1) ?

    L’ assurdo della mentalità italiana é di non parlare affatto di tutto questo, di non preoccuparsene..

    La possibile spiegazione per l’ indifferenza ? Una delle risposte seguenti sarà probabilmente appropriata:
    1. i giornalisti dello Stivale non sono più liberi; per sapere la verità, leggere l’ Economist;
    2. non c’ é più riflessione, in un Paese che si é adattato a vivere alla giornata;
    3. il livello di soglia dei comportamenti accettabili, nella società italiana, é sceso all’ altezza delle fogne (é la sostanza del problema).


    Un Paese così, la cui vita sociale é basata su tanti assurdi, si trova fisicamente in Europa. Ma la sua mentalità (e la destinazione finale, in termini di livello di vita) é divenuta Medio-orientale.

    Antonio Greco
    angrema@wanadoo.fr


    LA MAFIA E’ UN PESCE E L’ ITALIA UN MARE
    (testo relativo allo schema Mazzi e Padrini )

    Nei Paesi della U.E a Nord delle Alpi, nella vita sociale si agisce alla luce del sole. E i cittadini hanno, nella realtà, tutti gli stesssi diritti.

    In Italia ci sono, in alcuni settori della vita sociale, due categorie di cittadini:
    • quelli che possono decidere anche per gli altri, i "pezzi da novanta" o "quelli che fanno i mazzi";
    • altri cittadini che, per muoversi, hanno talvolta bisogno di un referente: sono quelli che "si fanno mettere nei mazzi".


    Questa differenza importante, fra l’ Europa da un lato e l’ Italia (e i Paesi sudamericani) dall’ altro, é legata agli stessi motivi per cui il sistema Italia, come é oggi divenuto, ha difficoltà a funzionare. Che sono gli stessi motivi per cui l’ economia stenta a partire. Talvolta dietro ad un sistema bloccato é nascosta una cristallizzazione di padrini e di interessi di parte o di clans.

    Lo schema allegato é perfettamente funzionante in un Paese in cui la tolleranza é diffusa, la complicità un ‘abitudine per molti, l’ impunità quasi una garanzia. Esso indica i motivi principali per cui lo stato combatte stancamente la Mafia da molti deceni, vincendo alcune battaglie, ma senza grandi chances di vincere la guerra.

    Lo scema indica anche perché, dopo gli anni ’50, alla vera Mafia tradizionale si sono aggiunte le mafie in senso lato (non criminali ma aventi scopi nascosti di potere o di clan). Cioé gruppi di potere, i quali agiscono nell’ ombra, senza che la tollerante società italiana faccia alcun cenno di protesta. Cenni di protesta che non potranno mai nascere finché la società non é capace di funzionare.

    La logica dello schema indica che, per eliminare il pesce Mafia, é necessario gettare con esso anche il mare, costituito dalla cultura della confusione e dell’ approssimazione. Sostituendolo con acqua pulita, cioé con la cultura del rigore, dell’ organizzazione e della correttezza. La chiarezza del diritto e la sua applicazione certa saranno possibili dopo, come conseguenza.

    Scarica un grafico esemplificativo sulla mafia (.jpg)

    Antonio Greco
    angrema@wanadoo.fr

 

La Destra giovanile attraversa un momento particolare.
La vicenda referendaria e la scelta convinta per l’astensione attiva ha ricompattato Azione Giovani e l’ha rilanciata come soggetto autonomo e centrale della politica nazionale.
Dopo anni siamo tornati a praticare quell’eresia che per tanto tempo è rimasta sancita in tanti nostri documenti ma che stentavamo a rendere fatto politico, schiacciati come eravamo dalle dinamiche di un partito di governo.
Ma, contrariamente a quanto avvenuto ad esempio alla Sinistra Giovanile, Azione Giovani ha saputo resistere ai tempi e ora è pronta per nuove e affascinanti sfide.
Dopo anni abbiamo sperimentato che l’autonomia giovanile non è solo un principio da enunciare ma una prospettiva politica necessaria, non contro ma al contrario per Alleanza Nazionale. E così, mentre Fini e altri si producevano in voli pindarici sui diritti individuali, Azione Giovani sceglieva con forza la strada dell’intransigenza sui valori.
E così vogliamo continuare a fare, cercando di rappresentare un punto fermo di una Destra che troppo spesso negli ultimi mesi è sembrata inerme di fronte alle improvvise sterzate del proprio leader.
Così abbiamo fatto a Milano pochi giorni fa manifestando contro l’ingresso della Turchia nell’Unione Europea, così faremo sui Pacs, così faremo sulle tematiche del precariato giovanile, della scuole e dell’università dell’immigrazione, della droga e degli Ogm. Proprio noi che nei decenni ci siamo caratterizzati per le analisi elaborate, per il tentativo di superare i vecchi schemi, di rinnovare costantemente il bagaglio culturale della Destra italiana… proprio noi, eredi di quelli che non avevano paura di schierarsi contro la pena di morte quando il Msi la propugnava, che erano contro la prima guerra in Iraq anche se persino Rauti si schierò con Bush senior.. proprio noi oggi sentiamo il bisogno di riferimenti solidi, sentiamo viva la necessità per la Destra di rappresentare senza tentennamenti il senso comune del nostro popolo.
An eredita una tradizione politica grande e plurale, nasce per interpretare il bisogno del cambiamento all’insegna di valori tradizionali ed immutabili. Non accettiamo che nell’indefinitezza della linea politica di oggi, siano Pera, Ferrara e la Fallaci ad insegnare a noi cosa deve fare la destra.
Al contrario di tanti "folgorati sulla via di Damasco" noi abbiamo sempre saputo qual è la terza via tra il confessionalismo e l’ateismo materialista, tra lo scontro di civiltà e la negazione dell’identità, tra i valori del progresso e il progresso senza valori. E allora sta a noi, e in particolare sta alla gioventù di destra, rivendicare con orgoglio questa consapevolezza e tornare a renderla centrale nella linea politica di An.
Se sapremo fare questo, se sapremo trasmettere a tutto il partito e al popolo della destra questo orgoglio e questa voglia di combattere, avremo dato una risposta chiara e convincente anche ai nostri elettori che torneranno a seguirci e ad apprezzarci come è stato solo poco tempo fa.
E allora torneremo a vincere!

Carlo Fidanza
Vice Presidente Nazionale di Azione Giovani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • C’E’ VOGLIA DI UN NUOVO UMANESIMO
  • ENNESIMO PASSO FALSO


    C’E’ VOGLIA DI UN NUOVO UMANESIMO

    Il referendum sulla procreazione appartiene ormai ad un passato remoto e trovo inutile rientrare nel merito delle proposte referendarie. Il problema però resta e probabilmente si ripresenterà presto. Vorrei perciò, dopo che molta acqua è passata sotto i ponti, fare qualche riflessione sia sui risultati sia sulla violenza delle polemiche che li hanno accompagnati. A seggi ancora aperti, siamo andati ben oltre le righe negli insulti e nella violenza delle dichiarazioni di alcuni esponenti di quella che si stava profilando come la parte perdente. Non ricordo affermazioni tanto perentorie e astiose sul coloro che avevano scelto il non voto e che pertanto erano fuor di ogni dubbio retrogradi, insensibili, ignoranti, gretti , stupidamente bigotti…naturalmente nel nome del rispetto e della tolleranza… Attacchi e insulti durissimi a una Chiesa che, a detta di Pannella,avrebbe "messo la mordacchia ai cattolici come l’Inquisizione fece con Giordano Bruno", e non vado oltre perché mi pare che la storia abbia sufficientemente dimostrato che in materia di etica non conta dibattere su quante divisioni abbia il Papa. Nessuna. Il fatto è che nella nostra lingua si è persa una differenza concettuale che nella lingua latina era fondamentale , quella fra il fas e il licet, cioè fra ciò che è lecito secondo le leggi divine, e quindi indiscutibile, e ciò che è umanamente lecito. La lingua italiana ignora questa differenza,la coscienza di molti no . E se fosse proprio questa coscienza religiosa e spirituale, forse a lungo sopita, che si sta risvegliando in Occidente? Se i cittadini italiani si fossero consapevolmente interrogati e avessero deciso liberamente di scegliere la linea suggerita, proposta (non certo imposta, e poi con che mezzi? via, non siamo ridicoli!) da papa Ratzinger e dal cardinal Ruini? Al di là degli insulti, delle sterili polemiche , degli improperi più o meno violenti mi pare che siamo invece di fronte ad una svolta e che stiamo assistendo a una rinascita delle coscienze, ad un nuovo bisogno, sentito da un numero sempre crescente di persone, di riscoprire i valori. Abbiamo per anni voluto ignorare il senso, il significato profondo della parola valori, l’abbiamo derisa, vilipesa, sbeffeggiata e adesso ci stiamo rendendo conto che l’uomo senza valori, senza ideali, senza principi è nulla, si riduce a una cosa, a un oggetto che si può plasmare, manipolare, rendere bellissimo o bruttissimo, considerare indispensabile, ma, con la stessa facilità, buttare via se e quando si cambia idea o qualcuno lo decide. Se l’uomo si riduce a sola materia è ben poca cosa, ha orizzonti molto limitati, soprattutto non ha speranze. Nella storia si alternano corsi e ricorsi: a momenti in cui la scienza, la ragione sembrano offrire la chiave per creare una società felice e risolvere tutti i problemi seguono dolorose disillusioni, viene messo a nudo il limite del progressismo a tutti i costi e l’uomo riscopre il bisogno di una dimensione non solo materiale, il bisogno di spiritualità. Mi chiedo quale limite culturale, democratico, di tolleranza e di rispetto abbia una società in cui invece di convincere sul piano dialettico chi è di opinione opposta, lo si demonizza considerandolo non un interlocutore ma un avversario e lo si tratta da oscurantista medioevale. La verità è che sul problema della fecondazione assistita si sono scontrate due concezioni dell’uomo e del suo rapporto con la realtà e ha vinto la concezione di chi considera la vita umana sacra e inviolabile fin dal concepimento. Visione che affonda le radici nella cultura e nella tradizione del pensiero cristiano. E allora? Che cosa c’è di così oscurantista, illiberale, retrogrado nel considerare la vita di ogni uomo un valore inestimabile e inviolabile fin dal concepimento? Proviamo a pensare che forse coloro che si sono astenuti hanno fatto una scelta ragionata, meditata, consapevole. Hanno ascoltato le opposte ragioni e hanno scelto liberamente,magari in modo sofferto, ma hanno scelto usando la ragione e secondo coscienza . E la ragione li ha portati alla consapevolezza che il legittimo desiderio di felicità non può fondarsi sull’uso degli embrioni come pezzi di ricambio, né su uomini progettati al microscopio. Hanno quindi detto no a un mondo svincolato dai valori e consegnato esclusivamente alla Scienza e alla Tecnologia, amorali per definizione. La nostra cultura ha radici cristiane e una forte valenza etica, gli Italiani se ne sono ricordati, hanno ripescato forse anche nel fondo della loro memoria, un po’ come l’Innominato manzoniano nella notte in cui si compie un mutamento radicale della sua vita, e hanno dato una svolta morale a quesiti che non erano solo scientifici. Con tutto il rispetto per chi è andato a votare e ha ritenuto che la scienza sia l’unica via da perseguire, gli italiani hanno scelto a larga maggioranza, una risposta morale. Quella morale che valuta le azioni umane in base alla dignità stessa dell’uomo, di ogni uomo. E’ stato un voto trasversale che ha visto insieme laici e cattolici, credenti e non credenti in nome della dignità della persona e del rifiuto di poter decidere della vita altrui con un sì o con un no.

    Pierangela Bianco


    ENNESIMO PASSO FALSO

    Il Presidente di Alleanza Nazionale, nonché Ministro degli Esteri e Vice Presidente del Consiglio, On. Gianfranco Fini, in occasione del referendum di giugno ha compiuto un altro errore, che sarebbe stato certamente meglio risparmiare alla credibilità del partito e del suo stesso leader.

    In effetti, l’aver dichiarato "apertis verbis" che sarebbe andato a votare con tre "si" ed un solo "no" è stata una "gaffe" istituzionale che ha evidenziato un profondo contrasto tra le posizioni di Fini e quelle della maggioranza parlamentare che aveva approvato la legge sulla procreazione assistita; e peggio ancora, che ha esaltato la contrapposizione frontale tra lo stesso Fini ed una larghissima maggioranza del partito. Basti ricordare che 70 senatori di Alleanza Nazionale su 77 hanno dichiarato che si sarebbero astenuti, per non dire dell’auto-sospensione immediatamente decisa da Publio Fiori, uno dei "padri fondatori", e della sua dichiarazione secondo cui, continuando così, il partito si sarebbe avviato alla morte.

    Il sottoscritto, ex Consigliere ed Assessore della Lista per Trieste, nonché Consigliere regionale per tre legislature, e presidente per 14 anni di questa prima, gloriosa formazione "civica", progenitrice di tutte le altre (della quale è tuttora presidente onorario), a 18 anni aveva risposto al bando di chiamata della RSI, ed è orgoglioso di avere combattuto in difesa dell’onore della Patria, in una guerra ormai perduta. Perciò, non potrà mai perdonare a Fini di avere dichiarato, durante la nota visita in Israele, che "il fascismo è stato una sciagura e la Repubblica Sociale una vergogna".

    Del resto, nel discorso pronunciato a Trieste il 10 febbraio 2005, in occasione del "Giorno del Ricordo" giuliano-dalmata, presenti tutti i Gonfaloni comunali, provinciali e regionali venuti a testimoniare l’abbraccio ideale dell’Italia agli Esuli, Gianfranco Fini, pur avendo premesso che avrebbe parlato col cuore (come aveva già fatto Tremaglia raccogliendo un uragano di applausi), astraendo dalla sua posizione ufficiale, si produsse nel più anodino e deludente degli interventi, coerente col ruolo di Ministro degli Esteri di un’Italia che purtroppo non ha mai avuto il coraggio di fare una politica estera seria e dignitosa, ma tale da meritargli un diluvio di contestazioni che un tempo, a Trieste, sarebbero state davvero impensabili nei suoi confronti.

    Qualcosa del genere era già accaduto, sempre a Trieste, sin dal 1998, in occasione del cosiddetto "incontro di pacificazione" tra Fini e Violante, all’epoca Presidente della Camera, quando l’allora Segretario di Alleanza Nazionale ebbe a dire che "il comunismo ed i comunisti non esistono più", e che la cosa migliore sarebbe stata rendersene conto senza resipiscenze: al che, proprio il sottoscritto ebbe a replicare sottolineando la gravissima responsabilità di cui Fini si faceva carico con questa diagnosi, e le conseguenze che ne sarebbero derivate.

    Ora, l’ultima "gaffe" in occasione del referendum completa un percorso che viene da lontano, e che ha trovato altri momenti significativi, ad esempio, nel discorso sul "male assoluto" o nell’espulsione in tempo reale dell’On. Serena, deliberata "motu proprio" dallo stesso Fini. Tuttavia, essa è risultata ancora più clamorosa, stanti le diffuse previsioni circa lo "splash down" di una consultazione difficilmente comprensibile persino da molti elettori qualificati, anche alla luce di quesiti assai impegnativi eticamente e socialmente, ancor prima che politicamente.

    Poiché sbagliare è umano, ma perseverare è diabolico, è azzardato confidare in nuove opzioni e strategie di Alleanza Nazionale?

    Gianfranco Gambassini
    Presidente onorario della Lista per Trieste

 

Partito unico? Federazione del centrodestra? Il futuro ci propone interessanti novità che cambieranno l’attuale teatro della politica. Che sia finalmente arrivato il momento, prospettato ormai da anni, per la nascita di un nuovo soggetto che incarni anche in Italia il conservatorismo che in piu’ Paesi ha gia’ prodotto notevoli risultati?

L’obiettivo finale deve essere necessariamente la nascita di un partito unico. Una realta’ politica nuova che non annulli le identita’ oggi presenti nel Polo ma le sintetizzi per offrire agli italiani risposte moderne ai problemi di tutti i giorni. Ma come arrivarci? Non e’ certo cosa semplice giungere ad un partito unico e probabilmente i tempi non sono ancora maturi. Ed ecco quindi arrivare in auge l’idea della federazione del centrodestra. Una sorta di "step" intermedio. Una fase transitoria. Un treno che porti i soggetti politici di oggi verso il partito unico… facendo magari qualche fermata per prendere qualche nuovo passeggero o un po’ di manutenzione alle carrozze.
Ma quali sono le "stazioni" in cui dovrebbe passare il treno?

Ciuf Ciuf…
Come prima cosa il treno deve partire e i primi passeggeri sono sicuramente quelli che faranno il tragitto piu’ lungo. Forza Italia, Alleanza Nazionale e Udc si dovranno unire in una federazione che mostri agli elettori una rinnovata coesione tra i partiti di centrodestra.

Ciuf Ciuf…
Poi arrivera’ ovviamente la Lega. Forse siedera’ in un’altra carrozza, ma sempre nello stesso treno. E’ prospettabile un’alleanza elettorale e politica per raggiungere determinati obiettivi. Molti temi sono assolutamente condivisibili. Sicurezza, immigrazione, difesa dei nostri mercati dall’aggressione commerciale estera (in particolare cinese) sono problemi che possono, anzi devono essere affrontati insieme.

Ciuf Ciuf…
In qualche stazione e’ auspicabile salgano anche i radicali e i riformisti. Molte sono le divergenze attuali ma importanti sono anche i punti di incontro su temi come l’economia, il rinnovamento delle istituzioni e la politica estera. E poi… come dimenticare il tentativo, per quanto fallimentare al tempo, dell’elefantino (AN + Segni e Taradash)? Forse un segnale premonitore di quel soggetto politico nuovo che negli anni potrebbe formarsi. L’errore del tempo forse era l’aver preso un EuroStar per andare da Milano a Cinisello Balsamo. Oggi invece e’ stato definito un percorso piu’ lungo e impegnativo ma che offre sicuramente un panorama piu’ bello dai finestrini e soprattutto un meta affascinante da raggiungere.

Ciuf Ciuf…
Qualche rallentamento tecnico ci dovra’ essere. Il piu’ importante sicuramente sara’ quello di mettere le basi per un vero bipolarismo. E’ decisamente auspicabile una riforma elettorale che faccia sparire la quota proporzionale tanto cara al partitismo. Ma non solo… Ci vuole anche una cultura del bipolarismo condivisa tra centrodestra e centrosinistra. L’impegno per riformare le istituzione, per aggiornare la Costituzione, creare una Repubblica presidenziale dove il "Ciampi" di turno non sia solo il rappresentante del Paese ma abbia un ruolo piu’ operativo e decisionale.

Ciuf Ciuf…
E cosi’ finalmente arriveremo all’ultima fermata. Il partito unico.

Vito Andrea Vinci

 

Riportiamo il testo integrale del discorso pronunciato dal nostro Claudio Antonelli al Teatro Verdi di Trieste il 10 febbraio scorso, alla presenza di Mirko Tremaglia e Roberto Menia, in considerazione dell’alto valore morale e di testimonianza di cui è portatore.

SI STENTA QUASI A CREDERLO

Si stenta quasi a crederlo, eppure è tutto vero: noi, venuti da così lontano, siamo qui assieme a voi, rappresentanti dell’Italia; voi che avete strappato un popolo dall’ombra, il popolo giuliano-dalmata, per restituirgli ufficialmente identità e continuità. Il diniego dell’identità, il non riconoscimento del suo passato è il torto più grave che si possa fare ad un individuo, ad un gruppo, ad un popolo. E noi questo diniego l’abbiamo subito per tanti anni.

I ritorni più belli sono quelli che coronano i viaggi più lunghi. E noi profughi-emigrati abbiamo compiuto un doppio, lungo viaggio: fummo strappati alla nostra terra e, dopo un soggiorno in Patria, emigrammo verso altri lidi. Noi siamo giunti qui dai quattro angoli del mondo. Io vengo dal Canada.Voglio parlarvi in maniera diretta, senza perifrasi, senza sottintesi. L’estero è una scuola. No, non l’estero mitizzato così caro all’esterofilia italiana. Ma l’estero reale con le sue lezioni spesso dure. Quest’estero insegna agli emigrati che la patria non è un’invenzione di retori, una costruzione ideologica imputabile ad una certa Italia d’anteguerra, ma una realtà dello spirito con le sue misteriose leggi alle quali la nostra anima non potrà mai dar scacco. L’Italia è una. L’estero insegna che non esistono, o non dovrebbero esistere, un’Italia del Nord e un’Italia del Sud, contrapposte. Noi all’estero siamo tutti considerati italiani "sic et simpliciter", con tutti i clichés negativi che le razze più forti trovano gratificante affibbiarci. Hollywood docet. Una vita all’estero ci ha insegnato che onore e dignità nazionali, senso della storia, continuità, appartenenza, identità non sono vuote parole ma esigenze insopprimibili dello spirito. Il vivere a confronto costante con altri popoli aumenta l’importanza delle radici, amplifica il passato, dilata i ricordi. Tra i profughi-emigrati, il mondo perduto - io ho l’esempio dei miei compianti genitori - riesce ad assumere la trascendenza dei valori assoluti, con il culto della memoria e con ricordi in cui i teneri colori dell’infanzia si mescolano alle aspre tinte della violenza e della morte.
In Canada, negli Stati Uniti e nel mondo intero, gli esuli d’Israele continuano a commemorare i loro drammatici esodi avvenuti migliaia di anni fa. E noi non potremmo piangere un esodo che ha stravolto le vite dei nostri genitori e le nostre, spazzandoci via lontano dal solco che i nostri antenati avevano tracciato?
Il patriottismo dei profughi giuliano-dalmati è un sentimento mite e civile. Credetemi. Dove sono i nostri estremisti? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso? Io ho ricevuto, dai miei genitori, fin dalla nascita, un insegnamento costante di patriottismo, e, osiamo dirla la parola, di nazionalismo. In cosa è consistito questo insegnamento? Con le parole e con l’agire, essi mi hanno dato esempi di onestà, altruismo, sacrificio, lealtà, solidarietà nazionale. E da questi miei genitori per così dire "estremisti", facilmente etichettabili con il marchio ben noto, mai una lezione di odio, di disprezzo o di superiorità verso il nostro cosiddetto nemico. Nemico da affrontare e da combattere a piede fermo, se necessario, venuto il momento, ma anche in fondo da capire e da rispettare, proprio per i suoi valori patriottici e guerrieri così lontani dall’opportunismo e dall’antipatriottismo diffusi invece tra i nostri fratelli italiani, pronti a "portare avanti il discorso", a fare polemiche e ad inchinarsi di fronte alla bandiera altrui.

Forse fu questa la tragedia dei miei genitori e di tanti altri: noi, popolo dei confini, dall’identità che è stata sempre una scelta dell’anima e non un dato anagrafico, noi credemmo veramente...Il patriottismo è amore. Amore per i propri. Dopo tutto anche il mondialismo, l’amore universale, al quale a parole gli italiani sembrano tanto sensibili, deve cominciare dalla propria gente, da chi ci è vicino. Ma quanto più facile è amare tutta l’umanità che provare un reale senso di comprensione, simpatia e solidarietà per chi ci sta intorno! Nel passato, quelle poche volte che avevo cercato di parlare delle vicende particolari della nostra gente, vittima della storia, avevo dovuto fare una constatazione dolorosa: anche amici intimi apparivano sorpresi, disorientati e direi infastiditi da questa mia storia. Mi dicevano proprio così: "Non capisco questa tua storia..." Ebbene "la mia" storia, la storia di noi esuli, nella quale quasi nessuno si riconosceva in Italia, oggi invece grazie ai francobolli di Maurizio Gasparri, all’azione di Mirko Tremaglia, a quella di Roberto Menia, e alle tante iniziative di questo governo volte a ricordarci, potrà infine essere considerata parte della storia d’Italia. Perché nel bene e nel male noi non possiamo non riconoscerci nella patria comune: l’Italia. E nessun gioco di bussolotti, nessuna azione di propaganda potrà cambiare le tragiche pagine di una storia che ci ha visti sconfitti, con la perdita di una parte del territorio nazionale e con l’esodo di una popolazione inerme tra episodi di un’allucinante ferocia. I miei genitori si sono spenti a Baie d’Urfé, Québec, Canada, lontani dalla loro amata Pisino, dove non avevano mai più voluto ritornare perché ciò avrebbe significato vedere i nuovi occupanti nelle nostre case e perché, mia madre mi disse, "temerei che il cuore mi si schiantasse in petto". Occorre girare la pagina - sì, sono d’accordo - ma per poterlo fare occorreva questo riconoscimento, occorreva il giorno del ricordo. Occorreva riconosce il popolo che per molti, troppi italiani non era mai esistito. Non ne parlavano i libri di scuola. I mass media usavano il nome slavo per designare le nostre località di nascita dall’antico nome italiano. I burocrati dei consolati italiani scrivevano nato a Pola, Fiume, Zara, aggiungendo "Jugoslavia".
Diverse cose da allora sono cambiate da allora e la nostra presenza qui lo attesta in modo esemplare. L’Italia, dopo tutto, è una madre cha sa essere generosa. E noi, a dire il vero, abbiamo sempre saputo distinguere tra il paese e la Patria, tra il governo - i governi - e la nazione, tra il discorso politico e il discorso autenticamente nazionale. Noi italiani all’estero abbiamo tributato a Mirko Tremaglia ovazioni senza fine, commossi di ritrovare finalmente qualcuno per il quale gli emigrati italiani sono dei fratelli da proteggere e da amare.

Ma non è stato sempre così. Ho un ricordo netto. Anni fa, ebbi un incontro alla Casa d’Italia con un alto funzionario italiano, giunto a Montréal non ricordo più per che tipo di missione. Aveva voluto incontrare me e un paio di altri giornalisti della modesta stampa locale di lingua italiana. Pensavo che ci avrebbe rivolto delle domande per meglio capire la realtà canadese, i nostri problemi, i nostri bisogni. E invece tenne un discorso politico. Rinfocolò divisioni nazionali. Accusò il governo italiano d’anteguerra per i problemi nostri presenti. Tenne in definitiva un comizio. Apro una parentesi. Una vita all’estero fa apparire grottesca questa ossessione ideologica da cui tanti italiani appaiono afflitti. Spesso, dottrinari all’estremo, si pongono al servizio della tessera di un partito, non accorgendosi di mancare di un senso elementare di coscienza e di solidarietà nazionali. Coloro, in Italia, e sono ancora tanti, che temono, riconoscendo il nostro dramma, di diminuire i drammi altrui, manifestano un’arida mentalità contabile, quasi che le vittime di un campo e di un altro fossero da trattare come le iscrizioni in un libro di partita doppia, dove la cifra che si mette in una colonna la si deduce all’altra. E questa non è neppure una partita di pallone tra due squadre, dove un goal fatto è anche un goal subito. Basta poi con questo cercare sempre "a monte" le cause di questo o quell’obbrobrio, per giustificarlo. Mi compiaccio, quindi, che un nuovo sguardo sia oggi rivolto ai patimenti e alle ingiustizie subite dalle popolazioni civili tedesche. Non esistono razze angeliche e razze tarate. E così non esiste, non deve esistere un monopolio delle lacrime. Ma ritorno a questo rappresentante dell’Italia, di tutti gli Italiani, che uomo di parte, teneva un comizio a noi emigrati di Montréal. Allora il mio compianto amico Nereo Lorenzi, nativo di Fiume, lo interruppe per sapere se il governo italiano intendesse fare qualcosa per porre fine ad un’ingiustizia. E gli spiegò che il passaporto italiano, se recava la scritta "nato a Fiume (Italia)", benché dotato di regolamentare visto ottenuto all’ambasciata jugoslava ad Ottawa, non veniva riconosciuto alla frontiera jugoslava. Infatti, certi suoi amici fiumani, residenti in Canada, si erano visti negare l’ingresso dai doganieri jugoslavi, proprio a causa di quell "Italia" invece di "Jugoslavia", dopo "Fiume". Ma l’alto funzionario, rappresentante del governo italiano, non capiva il problema. Non lo poteva capire. Ecco, l’estero ci ha mostrato ad abundantiam che la nota dominante in Italia, per tanti anni, è stata lo spirito di parte e l’antipatriottismo, con l’assenza di un senso istintivo e elementare di solidarietà nazionale.Troppo spesso gli italiani considerano un normale, sano, indispensabile amor patrio come una pericolosa involuzione dello spirito. Il confronto con le altre etnie, all’estero, ci dimostra invece che il nazionalismo di noi profughi giuliano-dalmati è ben poca cosa rispetto ai nazionalismi altrui. Anzi, la stessa parola "nazionalisti", se applicata a noi, mi appare abusiva. Ripeto: dove sono gli estremisti giuliano-dalmati? Quali episodi di violenza abbiamo noi espresso in tutti questi anni?Il popolo franco-quebecchese piange ancora i suoi 12 patrioti impiccati dagli inglesi più di centosessanta anni fa. Gli ebrei commemorano con lacrime, cerimonie e canti i loro esodi, avvenuti migliaia di anni or sono. I serbi piangono ancora la disfatta subita ad opera degli Ottomani, più di mezzo millennio fa. Molti croati all’estero, in Australia, in Germania, in Canada e altrove, durante l’epoca di Tito, ordivano trame di rivincita guerriera, educando i figli al culto dell’antica patria, la Croazia, da riscattare, un giorno, col sangue. Noi giuliano-dalmati abbiamo invece educato i nostri figli, che sono nati all’estero, al rispetto e all’amore per la terra che li ha visti nascere, e per la quale noi stessi proviamo un profondo senso di riconoscenza e di lealtà.

Dopo una vita all’estero, ci appare grottesco il gusto per la polemica, l’oralità incontinente, la rissosità di tanti, troppi italiani. Quella che potrebbe apparire espressione dello spiccato gusto italiano per l’oralità, la teatralità, il protagonismo ha assunto ormai le dimensioni di una perenne, assordante logomachia. Un altro ben più tremendo male salta agli occhi di chi ritorna in patria da paesi ben amministrati e dominati dal pragmatismo. Mi riferisco al controllo di una fetta del territorio nazionale da parte delle varie criminalità organizzate. Ciò non è solo una palla al piede per l’economia del Sud, ma è un’offesa alla dignità del nostro paese. Dignità di cui noi siamo i sensibili termometri in terra straniera. La burocrazia semplicemente demenziale è un altro grave male che svilisce la nostra Patria. Perché oso parlarvi di queste cose? Perché una vita all’estero ci ha dato una sensibilità particolare nei confronti della Patria. L’emigrato riesce a vedere la Patria come un tutt’uno da cui egli non potrà mai prescindere, nel bene e nel male, e con cui il rapporto è d’amore, e non funzionale, strumentale, opportunistico. La patria è come un essere caro che vorremmo migliorare. E noi, rientrando in Italia, siamo quindi colpiti e direi offesi dal disordine immigratorio, così evidente, che noi vediamo come una manifestazione, ancora una volta, di abusivismo, e non una conseguenza dell’umanità degli italiani, come sostengono certe anime pie Mi viene in mente un episodio. Qualche anno fa venni a vivere in Italia per un lungo periodo. Fui trattato dalla burocrazia come extracomunitario. Proprio così: extracomunitario. Il luogo di nascita sul mio passaporto - Pisino, Istria - suscitò ulteriori motivi di diffidenza nell’addetto all’immigrazione della questura di Via Genova a Roma. Da allora, veramente tante cose sono cambiate. L’Italia ci ha permesso di riacquistare la cittadinanza italiana. Pisino, amatissimo mio luogo di nascita, simbolo di sofferta italianità, ha avuto gli onori di un francobollo. Un francobollo: sembra una cosa da poco eppure è una cosa immensa. Peccato che le lettere con quel francobollo siano giunte troppo tardi per mio padre e mia madre, spentisi oltreoceano. Il francobollo è giunto ugualmente troppo tardi per mia zia Adalgisa Bresciani, vedova di quel Lino Gherbetti (Gherbetz) che morì da eroe, per mano degli infoibatori titini. Mia zia si trovava in ospedale, a Montréal. Sarebbe morta in quella stanza il giorno poco. Vaneggiava e ripeteva: "Dove sono le valige? Dobbiamo tornare a Pisino." Ma non vi tornò. Sulla sua fossa venne sparsa la poca terra dell’Istria che aveva portato con sè in un vasetto, al momento dell’esodo. La terra.... Una terra che ha saputo creare in noi i sentimenti d’amore più belli e più nobili. Una terra che è diventata un’anima. Mio cugino, Bruno Gherbetti, figlio di Adalgisa, morì anni dopo a Edmonton, in Alberta. I suoi due figli, Bruce e Brian, purtroppo conoscono molto poco dell’Istria. Non parlano neppure l’italiano. Bruce e Brian portano sì, il nome "Gherbetti", ma hanno dovuto pagare caramente a scuola, subendo gli sfottò dei compagni, lo scotto di avere un nome che fa rima con "spaghetti". Sapete: la nostra storia all’estero non è sempre trionfalistica. I nostri figli, nati nelle nuove terre, vengono inghiottiti da altri universi. La loro patria è diversa dalla nostra. Loro conosceranno un altro destino nazionale. E noi non ce la sentiamo di trasmettere a loro una fiaccola che brucia e che fa male. Questa forse è la più amara lezione dell’estero: questo non poter continuare nei figli. Mio zio Oliviero Bresciani, nato a Pisino, morì a Buenos Aires. Sua figlia, Luciana, mia cugina, presente in questa sala, è potuta tornare per la prima volta in Italia, grazie a voi. Mi ha detto che potrà finalmente rivedere Pisino, da dove venne via bambina. Come vedete, occorreva il giorno del ricordo. Era giusto rendere gli onori al nostro giuramento di fedeltà all’Istria, Fiume, Dalmazia. Il nostro giuramento all’Italia. Una memoria nazionale condivisa, al di là di certe inevitabili divisioni d’interpretazione di questo o quell’aspetto del passato, è auspicio di una definitiva riconciliazione degli italiani.

Vi ringrazio di nuovo, a nome di tutti i profughi-emigrati come me, e di quelli che si sono spenti nei cinque continenti, lontani dall’amata terra natale, che oggi non è più Italia, e lontani dalla nostra Italia.

Claudio Antonelli (Canada)

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