Costume

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo appello del nostro collaboratore Fabrizio Bucciarelli.

L’ULTIMO ASCARO

Ho sempre allegramente detestato i forum, i blog e tutti quei sistemi di comunicazione che a prima vista sembrano più sfoghi di personaggi un po’ frustrati e con varie problematiche nel socializzare, che veri e propri veicoli dell’informazione. In una delle mie rare frequentazioni sono finito su uno di quelli tra i più seri e in esso veniva narrata una storia che con la politica aveva poco a che fare ma, soprattutto nella nostra comunità, ero certo sarebbe stata fonte di interesse. E di commozione.

C’è in quel di Roma un dignitosissimo signore di 92 anni che vive con una pensione di circa 550 Euro al mese, di cui 400 finiscono nel pagamento della retta per l’ ospizio che lo ospita ma di questo non si è mai lamentato. Beraki Ghebreslasie non ha parenti qui in Italia ma non si è sentito mai solo.

Era stato, e si sente ancor oggi, un soldato italiano che ha servito la sua Patria durante la Seconda Guerra Mondiale tra le truppe Ascare.

Ha versato sangue, sudore e lacrime assieme ai suoi compagni del Regio Corpo Truppe Colonie Italiane e così inquadrato combatté le preponderanti forze inglesi fino alla resa dell’Africa Orientale Italiana assieme ai suoi tanti camerati. Eppure questo sergente dalla pelle scura e dai tratti segnati da una vita intensamente vissuta, che dopo il conflitto ha lavorato per trent’anni tra gli addetti dell’Istituto italiano di Studi africani, viene oggi trattato come una sorta di reliquia d’altri tempi, dimenticato da quell’Esercito e da quella Patria cui a suo tempo aveva tanto sacrificato. Nonostante il suo valoroso contributo militare pare non gli spetti l’adeguata pensione, un riconoscimento, uno straccio di medaglia, lui che è ancora orgoglioso di aver mantenuto il suo giuramento di fedeltà a quell’Italia che 65 anni or sono nemmeno aveva mai visto ma di cui si sentiva parte integrante. Un militare dell’Arma dei Carabinieri, anche lui frequentatore di forum su Internet, ha recentemente lanciato l’idea di una raccolta fondi per dimostrare a questo vecchio soldato che non tutti si sono dimenticati di lui e anch’ io invito tutti i Lettori ad effettuare una piccola donazione per aiutarlo a vivere meglio i suoi ultimi anni. Non si tratta di cifre proibitive: si parte da quella che corrisponde a due birre o una pizza e cioè Euro 10, accessibile a tutti. Il ricavato gli verrà consegnato in una cerimonia alla manifestazione fieristica milanese nota come MILITALIA (Linate) cui tutti sono invitati a partecipare. Per tale piccolo ma importante contributo basterà fare riferimento al seguente numero di Carta Postapay, ricaricabile da ogni ufficio postale: 4023 6004 6069 5713.

Un grazie di cuore, e noi a Destra ne abbiamo tanto, anche a nome suo.

Fabrizio Bucciarelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



SPETTACOLI ALL’ITALIANA

Anche se non si vive in Italia, è sufficiente dare uno sguardo ai suoi quotidiani, oppure seguire per un momento i programmi radiofonici e televisivi che da lì ci giungono, per rendersi conto della maniera patologica in cui nella penisola trattano gli avvenimenti di politica, di cronaca nera, e tutto il resto. I mass media, in Italia, svolgono la funzione che il bar e il salone del barbiere hanno nelle discussioni: fungono da cassa di risonanza per concitate polemiche in cui tutti vogliono aver ragione. E così, sulla pagina scritta e sulle onde, il tema del momento permette di dare la stura al loro gusto dell’esagerazione e dell’allarmismo ad oltranza. Tutti si agitano. Tutti si allarmano.Tutti catoneggiano. Tutti propongono una soluzione al problema dell’ora. Ognuno, naturalmente, interpreta i fatti alla luce della propria affiliazione partitica. È un po’ l’antica storia dei guelfi e ghibellini... I fatti di cronaca suscitano, in Italia, un interesse che definire morboso è dir poco. Nella penisola tutti i fatti di nera, se solo un po’ gravi, assurgono ad avvenimenti nazionali. Immancabile, poi, il giallo estivo che permette a colpevolisti e innocentisti di partecipare, anche in vacanza, allo spettacolo "giustizia". Quest’anno vi è stato l’omicidio di Chiara Poggi. Rientrati dalle vacanze, gli italiani hanno avuto il piacere di allarmarsi, di lamentarsi e di inorridire per la studentessa inglese uccisa a Perugia. E anche questa volta, a cadavere ancora caldo, i mass media, "Corriere della Sera" in testa, hanno subito linciato i "colpevoli", cambiandone però uno ogni giorno. Come se non bastasse, i mass media ritornano "ad nauseam" sui delitti del passato. Inquirenti, giudici, poliziotti, esperti, giornalisti si mettono in mostra intorno ad un cadavere che tornano periodicamente a riesumare sotto il flash dei fotografi. Il delitto di Cogne è un esempio fra i tanti. Ma non è solo la cronaca a stimolare le ugole. I fatti scatenanti l’orgia parolaia sono i più disparati. I politici della Casta, sempre al centro di tutto, fanno gli attori in certi strani programmi televisivi di cui gli italiani sono molto ghiotti. E cosa fanno questi "attori"? Si esibiscono, gargarizzandosi con discorsi polemici. L’importante per gli italiani è polemizzare. E su tutti gli argomenti già affrontati si ritorna all’infinito come in un bolero di Ravel, perché nella penisola vige una nozione africana del tempo: nulla finisce, tutto ritorna. Nel paese che ha inventato l’opera lirica, con gli "armiamoci e partite" e "parliamone" al posto di "facciamo", la retorica delle parole tiene luogo d’azione. Tutti vogliono "portare avanti il discorso". Dopo tante chiacchiere, pensate che lo schifoso problema dell’"emergenza rifiuti" di Napoli e dintorni sia stato risolto? Niente affatto. Il risultato non interessa. Interessava "aver ragione", polemizzando. Proprio come nelle discussioni al bar e dal barbiere... Questa strana mentalità spiega anche la ricorrente messa in scena dell’inasprimento delle pene: il potere finge di risolvere questo o quel problema ricorrendo all’"inasprimento delle pene". Inasprimento che rimane vuota chiacchiera perché, grazie alla latitanza di verifiche e controlli, illegalità e abusivismi continuano a farla da re. In queste logomachie condotte con le chiappe incollate sulla sedia, ha facile gioco il "voodoo" dei dietrologi. Gran cultori della furbizia, gli italiani non accettano l’evidenza dei fatti, preferendo credere all’azione diabolica di fantomatici registi che tirerebbero i fili di questa commedia dell’arte, dove tutti gli italiani sono attori e spettatori, contemporaneamente.

Antonelli Claudio



GUERRA DEL PESCE IN ADRIATICO: LATRATI ALLA LUNA

Il primo gennaio 2008, con un provvedimento unilaterale di rinnovata prepotenza e presunzione, la Croazia ha istituito una "zona ecologica e di pesca protetta" nelle acque dell’Adriatico. Nella sostanza delle cose, l’atto, al di là della formulazione vagamente ambientalista, equivale ad un ampliamento immotivato e certamente illegittimo della sovranità di Zagabria, che si traduce nel divieto d’accesso ai pescherecci con bandiera diversa da quella croata, in una fascia di acque territoriali ben più ampia di quella consentita dalla normativa internazionale.
L’Italia, ancora una volta, è stata a guardare, confidando nell’intervento europeo come era già accaduto nel 2003 in occasione di analogo "pronunciamento", poi sospeso a seguito di accordi con l’Unione che ora sono diventati carta straccia. Evidentemente, la trattativa avviata per l’ingresso in Europa ha importanza secondaria, per il Governo nazionalista di Ivo Sanader, rispetto alle questioni di politica interna.
I danni per l’economia italiana sono gravi perché il valore della pesca in Adriatico effettuata dalle flottiglie venete, marchigiane, abruzzesi e pugliesi è di oltre 630 milioni annui, destinati a ridursi drasticamente a vantaggio della Croazia grazie al suo "ukase", messo subito in pratica, visto che appena tre giorni dopo, le sue solerti motovedette hanno provveduto a sequestrare un peschereccio di Manfredonia ed a processare per direttissima il malcapitato equipaggio, condannandolo al pagamento di una forte multa ed al sequestro del pescato.
Può darsi che il "proclama" di Zagabria sia destinato a rientrare perché in sede europea è stato già detto che bisogna "trovare una soluzione a tutti i costi", ma intanto i limiti delle acque territoriali croate sono stati estesi in deroga all’ordinamento giuridico internazionale, e la Marina italiana, come ha scritto la stessa stampa di sinistra, "non ha avuto ordini particolari circa la protezione delle nostre imbarcazioni". Si deve aggiungere che la questione riguarda anche i rapporti fra Croazia e Slovenia, in misura ovviamente ridotta; e che Lubiana sembra attendere le mosse dell’Italia e dell’Europa, pur avendo manifestato ben altra insofferenza, a fronte dell’atteggiamento governativo croato.
A parte la "guerra del pesce" che dura da decenni e che ha avuto le sue incolpevoli vittime, come quel Bruno Zerbin che negli anni ottanta venne ucciso nel Golfo di Trieste dai "graniciari" di turno, ciò che preme sottolineare è che ancora una volta il lupo ha perso il pelo ma non il vizio. Nello stesso tempo, l’agnello italico è diventato paradossalmente ancora più sacrificale limitandosi a cedere alla violenza ed a confidare in aiuti esterni sollecitati da compassionevoli belati di circostanza.
Attendersi da questa Croazia e soprattutto da questa Italia soluzioni organiche e ragionevoli dei problemi in essere, non esclusi quelli dei beni sottratti agli esuli istriani e dalmati, e della doverosa tutela delle tombe avite, sembra piuttosto velleitario.
Se non si cambia registro, cosa improbabile ma pur sempre fattibile, le possibilità di successo sono pari a quelle del cane che latra all’indirizzo della luna.

Carlo Montani

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VIOLENZA NEL NOME DI GABO

Inutile nasconderlo. Sono rimasto molto stupito della reazione dei tifosi alla notizia della morte di Gabriele Sandri (detto Gabo) ucciso nell’autogrill di Arezzo un paio di domeniche fa. Mi ha colpito più la reazione che la morte del ragazzo stesso. E questo e’ triste… L’uccisione assurda di Gabo seguirà il suo iter e il colpevole verrà punito. Manganelli, il capo della Polizia, ha più volte chiarito che non c’e’ nessuna difesa per chi ha premuto il grilletto. Nessun timore di insabbiamento quindi sembra celarsi all’orizzonte. La reazione dei tifosi tuttavia si e’ fatta sentire in modo inaspettato e, come spesso succede, eccessivo. Se il tragico episodio dell’autogrill di Arezzo avesse portato alla morte di una persona qualsiasi nulla di tutto quello che abbiamo visto nelle ore successive sarebbe mai successo. Trattandosi di un tifoso il doveroso sentimento amaro di tristezza per un qualcosa che non sarebbe mai dovuto accadere è stato purtroppo sostituito dalla condanna per gli episodi di violenza che sono seguiti nel suo nome. Tifosi che approfittano di eventi come questi per "sfogare" la propria rabbia contro chiunque e contro qualsiasi cosa. E’ stata attaccata una caserma della Polizia (una a caso di un’altra città non quella di Arezzo a cui apparteneva il poliziotto colpevole della morte del povero Gabriele). Sono stati picchiati dei giornalisti (anche perche’ quando si e’ teppisti non si desidera essere ripresi). Sono state distrutte automobili e vandalizzate strade durante l’improvvisato corteo dei tifosi. Una rabbia giusta ma espressa nel peggiore dei modi come sempre piu’ frequentemente siamo abituati a vedere quando si parla di tifoserie calcistiche. Del resto si sa che una mela marcia nel cesto spicca piu’ di tutte le mele sane… Bisogna dirlo con chiarezza: la violenza di queste persone non aveva senso. Non serviva a Gabriele morto qualche ora prima. Non serviva a fare giustizia contro il poliziotto che nel frattempo era stato già messo agli arresti dai suoi stessi colleghi. Non serviva ai famigliari che piangevano il loro caro messosi in viaggio per vedere una partita della Lazio da cui non tornerà mai piu’. Di certo non servirà al calcio che sempre piu’ spesso diventa motivo per trascendere dal gioco (prima, durante o dopo la partita) al fine di far sfogare nella violenza frustrazioni della vita reale di una minoranza dei tifosi. E’ necessario che le istituzioni pongano fine a questi episodi… ma e’ altrettanto necessario che le tifoserie si sveglino e mettano dei limiti al proprio interno bandendo ogni violenza e coloro che sono piu’ portati a farne uso. Altrimenti un giorno si dovrà metter termine al calcio italiano pur di non vedere piu’ situazioni del genere. Non e’ possibile che per la stupidità di una minoranza di tifosi venga consentita, al di la’ di tutte le belle parole che si spendono ogni domenica dopo il ripetersi sistematico di tristi episodi, che violenza e vandalismo trovino come scusa uno sport. Colpire i colpevoli per salvare il calcio.

Vito Andrea Vinci



UNA LEZIONE MAGISTRALE

Predrag Matvejevic, il noto accademico slavo, ha recentemente tenuto una "lectio magistralis" di grande interesse per tutti, ed in particolare per un mondo come quello giuliano-dalmata, spesso assente agli appuntamenti che contano. L’argomento della conferenza, infatti, riguardava la cultura di frontiera, che secondo l’accademico di Zagabria non esiste, perché la frontiera è un semplice "tracciato"; mentre la cultura di confine ha una precisa valenza storica ed attuale, perché il confine è uno "spazio". Dall’alto di un’esperienza a tutto campo, il prof. Matvejevic ha spaziato ben oltre il tema, ricordando come sin dal tempo di Tacito la paura reciproca fosse stata la causa scatenante di conflitti resi più profondi dalle differenze etniche, ma prima ancora, dall’ignoranza. Oggi, invece, la mondializzazione spinge ad "uscire dal ghetto", ed a fare in modo che l’antitesi di culture trasformate in ideologie venga sublimata in una sintesi capace di elevare l’uomo a misura di tutte le cose. Del resto, non è forse vero che per San Paolo gli ebrei, i greci ed i latini erano tutti partecipi della stessa similitudine a Cristo? E non è forse vero che nel Corano, così spesso citato a sproposito, sta scritto che "se tu uccidi un uomo, uccidi l’universo"? La nostra epoca, secondo Matvejevic, è l’alba di una "nuova alleanza" che può sembrare utopistica. D’altra parte, non da oggi sono le utopie a spostare la linea del possibile, fino al punto da presumere che gli "scontri" possano trasformarsi in "alleanze". Si badi bene: ciò non significa che le differenze debbano essere annullate, ma vuol dire che esistono valori perseguibili in un corretto "rapporto fra le differenze". Ciò vale in politica come nella cultura: basti ricordare che in tempi ormai lontani Goethe aveva vagheggiato una "letteratura del mondo" in cui sarebbero confluite quelle nazionali, mentre Madame de Stael sosteneva che avrebbero peccato di scarsa lungimiranza gli Stati che si fossero privati di ogni "possibile sinergia". E’ una lezione che si può condividere, tanto più che Matvejevic ha fatto ammenda dei suoi comportamenti del 1954, dovuti all’antica "ignoranza", quando a suo stesso dire la Jugoslavia era disposta a scendere in campo contro un’Italia tuttora "fascista", il cui nazionalismo aveva permesso di recuperare Trieste: una città, ha aggiunto il professore, sulla base di impressioni, ma non certo di dati oggettivi, che era assai "più prospera quando gli jugoslavi venivano a fare acquisti". Ciò che preme sottolineare, ad ogni buon conto, è che questo intellettuale cosmopolita, nella cui storia c’è anche un biennio di collaborazione con la Presidenza dell’Unione Europea all’epoca di Prodi, ha ammesso in termini oggettivi, anche per l’eterogeneità qualificata della platea, la realtà dei vari "esodi", pur sostenendone il carattere spesso "volontario": cosa che può valere per taluni intellettuali dell’Est, ma non certo per il popolo giuliano e dalmata, posto in fuga dal programma di pulizia etnica perseguito da Josip Broz e dai vari Gilas e Kardelj. Ha ragione Matvejevic quando dice che, al giorno d’oggi, nuovi abissi più spaventosi si sono aperti altrove, a cominciare da quello fra le due sponde del Mediterraneo, e che il fondamentalismo islamico, responsabile di almeno 80 mila uccisioni nella sola Algeria, è un pericolo non certo inferiore a quello costituito dall’imperialismo americano; e non ha torto quando afferma che le culture nazionali hanno un senso quando i Paesi sono divisi, dando per scontato che, almeno in Europa, questo paradigma sarebbe superato. Ma allora, perché concordare col noto assunto di Massimo d’Azeglio, secondo cui restano da fare gli italiani (cosa per Matvejevic tuttora attuale), anziché propugnare in termini meno datati anche se ugualmente futuribili, che si "facciano" gli europei? E se fossimo tutti europei, come spiegare se non come concessione sentimentale un appello sinceramente accorato, affinché la "nuova frontiera" non metta in discussione l’amicizia fra Croazia e Slovenia (che viste le circostanze non sembra così granitica) fin quasi a distruggerla? La "lectio magistralis" di Matvejevic è stata stimolante, e per diversi aspetti impegnata in senso maieutico, come quando ha insistito, parafrasando Bloch, sulla necessità di perseguire una "utopia produttiva", ma le varie tragedie storiche a cui ha fatto accenni diffusi hanno bisogno di un’attualizzazione capace di superare un contesto meramente intellettuale, e di fondarsi su una consapevolezza più matura delle sofferenze che indussero e delle ingiustizie non ancora risolte.

Carlo Montani

 

L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, come tutti sanno, venne costituito durante il Ventennio, assieme ad altri Soggetti di diritto pubblico con analoghi scopi solidaristici, ma col passare del tempo ha visto ampliare le proprie competenze, e quindi le proprie strutture, fino a diventare un’Azienda dalle dimensioni pletoriche. Oggi, con oltre 20 milioni di assicurati e 32 mila dipendenti, che comportano un monte stipendi pari a 2,2 miliardi di euro in ragione annua, l’INPS non ha rivali nel pur cospicuo mondo del parastato, ed ha finito per diventare un centro di potere, davvero di prima grandezza.

Un organo di stampa come "L’Espresso" del 15 marzo 2007, non certo in odore di simpatie destrorse, ha pubblicato un documentato e dettagliato servizio sui fasti dell’Istituto, con particolare riguardo agli sperperi ed alle distrazioni di risorse pubbliche che ne derivano, in palese scostamento, bisogna aggiungerlo, dal ruolo istituzionale di assistenza e di servizio a favore delle categorie più deboli, ed in primo luogo a quelle dei pensionati e degli invalidi. Basti pensare che, come ha scritto Giuliano Cazzola, Presidente del Collegio dei Revisori, il numero di coloro a cui vengono corrisposti emolumenti per la partecipazione ai lavori delle Commissioni nazionali, regionali e provinciali, assomma a 6.222, con una spesa che ha raggiunto 13,5 milioni di euro, e che si traduce in flussi finanziari a vantaggio precipuo di sindacalisti e compagni di viaggio, che di quelle Commissioni, pronte a riunirsi almeno "18 mila volte" all’anno (comportando spese di trasferta per un altro milione e mezzo di euro) sono componente notoriamente fondamentale.

Questo fiume di denaro, in buona sostanza, potrebbe diventare un ruscello senza pregiudizi di sorta, ed anzi, incrementando le disponibilità finanziarie da destinare agli scopi di base. Va da sé che la prassi descritta, pur politicamente e moralmente opinabile, potrebbe essere accettata in via di correntezza se l’INPS garantisse livelli di normale funzionalità, improntati alla diligenza media del buon padre di famiglia. Purtroppo non è così.

L’esperienza quotidiana dimostra che le lungaggini burocratiche sono sempre più gravi, e tanto più intollerabili, in quanto si traducono in danni e prevaricazioni a danno di persone anziane, che nella maggior parte dei casi non sono in grado di tutelare i propri interessi legittimi. A ciò contribuisce, tra l’altro, la sovrapposizione di controlli e verifiche da parte di altri Soggetti pubblici, cosa che sottolinea un evidente concorso di responsabilità da parte del momento legislativo o regolamentare, e ribadisce le condizioni di sudditanza funzionale e psicologica in cui versano gli aventi causa. Basti pensare che persino a Milano occorrono parecchi mesi, quando va bene, per ottenere un assegno di accompagnamento anche da parte di invalidi totali, per non parlare delle traversie spesso annose con cui bisogna confrontarsi per una semplice ricostituzione pensionistica.

Qualcuno obietterà che esistono i Patronati, e che la loro assistenza dovrebbe essere prestata a titolo gratuito, come lo stesso Istituto si preoccupa di notificare nelle comunicazioni ufficiali a chi dovrebbe assistere, a fronte di diritti che invece vengono pervicacemente negati, talvolta a fronte di un cavillo interpretativo di questa o di quella legge. Sta di fatto che anche i Patronati sono espressione diretta dell’uno o dell’altro Sindacato, ed almeno indirettamente, dell’una o dell’altra forza politica, e che la loro lettura di disposizioni spesso farraginose o pletoriche, incomprensibili agli interessati, finisce per essere contigua a quella dell’INPS: con tanti saluti, appunto, ad una benintesa previdenza, ed agli scopi per cui ottant’anni fa si era data vita all’Istituto.

Sappiamo benissimo che il progressivo avanzamento dell’età media di sopravvivenza comporta problemi di politica previdenziale che non possono prescindere da esigenze di finanza pubblica, e dal fatto che l’imposizione fiscale ha raggiunto livelli ormai invalicabili, ma ciò non toglie che sia legittimo, e moralmente sacrosanto, pretendere che in un Paese come l’Italia, in cui la contribuzione previdenziale è caratterizzata da incidenze massime rispetto a quelle altrui, i servizi resi siano proporzionali ai sacrifici imposti.

E’ palesemente ingiusto che, a fronte di oneri indiretti tali da raddoppiare il costo del lavoro, le prestazioni previdenziali, in un numero crescente di casi, non permettano nemmeno di mettere d’accordo il pranzo con la cena, e che il potere d’acquisto delle pensioni di ogni ordine e grado, a parte gli effetti rivenienti dalle note vicende monetarie, venga ulteriormente eliso dal foraggiamento di strutture burocratiche in paradossale, ulteriore espansione. Ed è altrettanto ingiusto, ma nella fattispecie, anche piuttosto sorprendente, vedere che l’opposizione, come ha constatato "L’Espresso" e come capita di verificare nell’esperienza quotidiana, "sta alla finestra".

Se è vero che il grado di civiltà di un Paese si misura, in primo luogo, sulla base della politica per le classi più deboli, e quindi, per la fascia più anziana della popolazione, il cui potere contrattuale è ridotto tendenzialmente a zero, il tramonto della previdenza colloca l’Italia, anche per questo aspetto, in una posizione di malinconica retroguardia.

Carlo Montani

 

La maniera italiana di far politica è approdata in Canada. Dovevamo aspettarcelo dopo l’avvento della strana legge elettorale italiana che permette a dei residenti stranieri d’installarsi nel parlamento a Roma. È vero che questi eletti provengono dalle collettività degli "italiani all’estero" - per usare la tradizionale espressione di tipo deamicisiano designante gli emigrati italiani, e i loro discendenti che spesso non parlano neppure l’italiano. Ma è anche vero che una regola antica vuole che non si servano bene due padroni. Tale regola è stata però sempre trascurata nel paese che ha dato i natali ad Arlecchino. A parte ogni considerazione di tipo morale, a me sembra che gli emigrati italiani e i loro figli avrebbero ogni interesse, in questo paese per esempio, ad essere considerati "residenti permanenti canadesi", e non "italiani concessi in prestito dall’Italia al Canada". Lo stesso ragionamento vale per gli emigrati italiani radicati da anni in altri paesi. La nuova legge elettorale italiana, invece, tende a fare degli italiani espatriati, e dei loro figli nati nelle nuove patrie, dei residenti potenzialmente malfidi mettendoli "al servizio di due padroni". Inoltre, a causa di questa strana legge, nata, occorre precisare, dalle intenzioni patriottiche di un uomo straordinario - Mirko Tremaglia - la politica italiana è divenuta un prodotto d’esportazione, una sorta di nuovo tiramisù, dagli effetti però deprimenti, da consumarsi nelle Little Italies del mondo intero. E per politica all’italiana io intendo la rissosità, le sempiterne polemiche, l’arroganza del potere, le lottizzazioni, lo spirito settario alla "Guelfi e Ghibellini". E ancora: la verbosità smodata, la scaltrezza, la partigianeria, l’opportunismo... Il poco glorioso sbarco della politica all’italiana è avvenuto nella tranquilla Ottawa. Qui, lo scorso ottobre si è trovato a passare Bobo Craxi, sottosegretario agli esteri. Stando al resoconto del giornalista italo-canadese Luciano Gonella, dalla bocca di Craxi è uscito il seguente commento sui parlamentari eletti all’estero: "... tanto non contano un cazzo." In seguito al chiasso suscitato da questa battuta ingiuriosa, Bobo Craxi dopo un paio di giorni ha smentito di aver pronunciato la detta frase, definendo sprezzantemente "sedicente giornalista canadese" Luciano Gonella. La smentita di Craxi ha fatto sorridere più d’uno: l’ingiuriosa frase era stata pronunciata in presenza d’altre persone che hanno confermato il dire di Gonella, direttore dell’Ora di Ottawa, giornalista colto e brillante, e tutt’altro che "sedicente". La Penisola vanta, grazie ad un sistema di tipo medievale, una classe di giornalisti - vera e propria casta, collegata in gran parte ai centri di potere politico - lautamente pagata e che beneficia di enormi sconti, abbuoni e privilegi un po’ su tutto. Per poter scrivere in un giornale, il giornalista italiano deve essere "iscritto all’albo". Le redazioni dei giornali in Italia sono considerate alla stregua di sale operatorie. Infatti, così come non si può eseguire un’operazione chirurgica se non si è iscritti all’albo dei chirurghi, per vedere pubblicato i propri articoli in un giornale occorre essere iscritti all’albo dei giornalisti. Probabilmente per Bobo Craxi, noi che scriviamo all’estero per dei giornali italiani, a causa delle nostre retribuzioni e della nostra assoluta mancanza di privilegi somigliamo molto più ai barbieri-cerusici dei tempi antichi che ai chirurghi "professori-baroni", iscritti all’albo - anche se non è sempre un albo d’onore - di cui l’Italia va fiera. L’episodio Gonella vs Craxi non è finito qui. Allo scambio di accuse e smentite tra Craxi e Gonella si è unito anche il parlamentare Gino Bucchino, eletto da noi italo-canadesi. Quel "tanto non contano un c..." lo tirava direttamente in ballo, dal momento che l’offesa era diretta agli espatriati di origine italiana, giunti a Roma dalle patrie adottive a far politica. Apro una parentesi: far politica, a Roma, consiste nel fare soprattutto polemiche. Polemiche settarie, occorre dire: ci si scaglia contro l’avversario, per partito preso. L’ideologia partitica e le strategie di potere prevalgono, infatti, su tutto. Cosa ha detto l’On. Bucchino nel suo intervento? Il ragionare del dottor Bucchino lascia perplessi. Invito i nostri lettori a prendere conoscenza delle sue esatte parole sul web poiché mi è difficile riassumerle. Ma comunque tenterò. L’intervento del dottor Bucchino, di ovvia riprovazione nei confronti di Craxi, è tutto incentrato - non si capisce perché - sull’apologia del "bolscevismo" e dei "bolscevichi". Nientedimeno. C’è un precedente che noi non conoscevamo. Dopo un breve preambolo storico consacrato ai bolscevichi, Bucchino ci racconta: "Quando, pochi giorni orsono sono stato a trovare Bobo Craxi nel suo ufficio al Ministero degli Affari Esteri per raccontargli e spiegargli il Canada (visita da lui stesso richiesta in vista del suo viaggio nel Paese), non so se è stata colpa del mio pizzetto alla Lenin o del distintivo rosso all’occhiello (quello dell’INCA-CGIL, che lui forse non aveva mai visto), ma devo averlo certamente fulminato. ’Dio mio!!’ - avrà detto - ’ecco qui un bolscevico’". Il dottor Bucchino ci fa sapere di essere onorato che Craxi lo abbia scambiato per un bolscevico, "visto che i bolscevichi si riconoscono nel partito operaio, a fianco quindi dei lavoratori ". Alla fine dell’intervento critico di Bucchino troviamo un goliardico: "il tempo ci dirà chi non serve a un c..." Ebbene, il nostro dottor Bucchino, dico "nostro" perché egli dovrebbe rappresentare noi "italiani all’estero" - infatti siamo stati noi che l’abbiamo inviato a Roma dal Canada - rappresenta in realtà i boscevichi. Ce lo dice lui. E noi gli crediamo. Questo piccolo ma significativo episodio ci mostra che la politica all’italiana è ormai di casa in Canada. Da un lato, infatti, abbiamo la boria e il cinismo di un Bobo Craxi per il quale quel che conta sono i giochi del potere. Dall’altro, un Bucchino che fa valere nel suo strano intervento uno spirito dottrinario, settario, esaltando un comunismo paleolitico. All’anima della fresca ventata di pragmatismo che i parlamentari in provenienza dal Nord America avrebbero dovuto immettere nelle stanze italiane del potere!

Claudio Antonelli
(Corrispondente dal Canada)

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



IL PAPA, L’ISLAM E NOI

Cattolici troppo abituati a contare gli incassi, a parlare di calcio, a chiudere gli occhi. Cattolici troppo indaffarati a dividersi e combattersi per il potere, per il posto migliore, per l’ombrellone al mare o il parcheggio al ristorante per accorgersi che tutto sta cambiando e che tutto questo, di qui a poco, non avrà più senso.

Divisi tra il mercato e Gesù Cristo, tra la trattoria e l’ufficio, entrano in banca come un tempo entravano in Chiesa: con il cappello in mano, facendo la coda in silenzio, con deferente attesa, volgono lo sguardo verso i tassi di sconto mentre si avvicinano ai cassieri seduti dietro agli altari della nuova Europa.

Cattolici che cacciano la testa sotto la sabbia anche di fronte all’offesa, agli attentati contro le Chiese, alle minacce di morte rivolte loro dai seguaci di un Islam che pare ormai non conoscere altro linguaggio che quello dell’intolleranza e della violenza.

Cattolici devoti, cattolici impiegati, cattolici professionisti, cattolici politici: si sono tutti defilati, impegnati a fare le comparse di una religione per lo più vissuta tra ipocrisia e moderazione, timide parole, appena sussurrate, di solidarietà o di compassione.

Ma come si può, come si fa - mi domando - a non mostrare i muscoli? A non far vedere i denti di fronte ad atteggiamenti così aggressivi, così violenti, così arroganti verso tutta la Cristianità?

Non c’è niente di più vero delle affermazioni del Santo Padre, delle sottolineature di Benedetto XVI al messaggio cristiano che è alla base della nostra civiltà, fondato sugli insegnamenti di un Dio che è incompatibile con la violenza perchè è Amore e Carità. Può l’Islam dire lo stesso? Cosa c’è di offensivo in tutto questo?

E’ da almeno un decennio (per quanto io personalmente mi posso ricordare) che esponenti autorevoli della religione islamica deridono il Papa, la Chiesa, le nostre ricorrenze religiose, i nostri Santi e i nostri riti. Cosa dovremmo fare allora noi? Dare fuoco alle moschee? Minacciare di morte tutti gli Imam?

C’ è un silenzio assordante in queste ore, in questi giorni di attacco frontale all’Occidente, alla Chiesa, al Papa: è il silenzio del Governo, delle Istituzioni ma, soprattutto, delle Associazioni Islamiche in Italia. Sono musulmani che conoscono, che hanno potuto toccare con mano il rispetto e la tolleranza da sempre espressa dai cattolici nei loro confronti, nei confronti di comunità composte per il 90% da stranieri, da ospiti nella nostra terra.

Chi di loro si è levato a condannare le minacce rivolte al Santo Padre? Chi ha preso le distanze? Chi ha testimoniato l’ospitalità, l’aiuto che in questi anni ha sempre ricevuto dalla Chiesa e dallo Stato?

A mio parere credo che sia giunto veramente il tempo che l’Italia, l’Europa, l’Occidente facciano capire chiaramente a tutte le realtà musulmane, che è bene non confondere mai la nostra tolleranza con la debolezza, non fraintendere l’Amore cristiano con la sottomissione alla violenza.

Il Papa ha ragione e, soprattutto, ha diritto di esprimere qualunque opinione senza che per questo debba essere minacciato di morte da parte di chicchessia, soprattutto da parte di un mondo islamico dove, francamente, andando avanti di questo passo, non si capisce più dove stiano i fanatici e dove invece la gente per bene. Le parole del Papa sono parole d’amore, che su questa nostra terra tra borghi, paesi, fiumi, montagne, laghi e pianure siamo abituati ad ascoltare. E questo, sia chiaro, che piaccia o non piaccia ad ogni altra religione.

Paolo Scaravelli (Tenere la Destra)



LA PSICANALISI

Che fine ha fatto Sigmund Freud? Le teorie pseudoscientifiche del padre della psicanalisi ci spiegavano, fino a ieri, che ogni comportamento umano era dovuto al subconscio. Molte patologie fisiche - vedi la stessa ulcera - erano considerate neurotiche, psicosomatiche, da guarire sul divano del ben pagato psicanalista. L’autismo del figlio era poi imputato a papà e a mammà. La ricerca del trauma infantile - e chi non l’ha avuto? - forniva la chiave di tutto. Dietro ogni comportamento eccezionale, dietro ogni atto di dedizione e d’altruismo, i seguaci della religione freudiana scorgevano il ghigno della bestia umana. Gli eroi e i santi erano persone che avrebbero avuto invece bisogno di lunghe sedute psicanalitiche per sanare i loro conflitti irrisolti. La psicanalisi saturava la cultura, il linguaggio. Ogni romanzo, ogni film americano aveva il suo bravo intreccio psicanalitico. Oggi, invece, nelle serie televisive trionfano il DNA, i gruppi sanguigni, i liquidi organici, le autopsie, le necroscopie, le analisi al microscopio. Le telecamere hanno lasciato il divano psicanalitico per installarsi in obitorio. La famiglia è uscita con le ossa completamente rotte dall’ubriacatura psicanalitica. I rapporti familiari erano stati posti da Freud sul piano dell’eros, con l’invidia del pene, il complesso di castrazione, il desiderio di andare a letto con la madre e di uccidere il padre. E il "pater familias" è stato effettivamente ucciso, in Occidente, grazie anche al matrimonio gay. La rivoluzione, quella vera, quella sessuale - auspicata da Freud - ha trionfato su tutta la linea. Ma non ha dato i frutti promessi. Il sesso gioioso, che pur avrebbe dovuto trionfare, trionfa solo nella pubblicità. Il pericolo dell’AIDS ha sostituito la sanzione morale contro il sesso promiscuo. Sono poi apparse nuove patologie come l’anorexia, il body piercing, l’automutilazione, i tatuaggi sul fondoschiena. Le "nevrosi" abbondano. L’"alienazione" trionfa. Chi tra voi non è depresso alzi la testa! Nel trionfante permissivismo odierno, sopravvivono, non si sa come, solo gli antichi tabù dell’incesto e della pedofilia. Dare oggi una caramella ad un bambino che non sia nostro figlio rischia di farci avere seri guai. Un nuovo tabù, sancito dal codice penale, è poi apparso in Occidente: il Negazionismo. Il freudismo è passato di moda. Ma quanti guasti!

Le nuove scoperte

"Tutto da rifare" è il motto con cui il pubblico dovrebbe accogliere i risultati dei ricorrenti studi "scientifici" che mirano a stabilire "ciò che fa bene e ciò che fa male" all’essere umano. Il copione è sempre lo stesso: al termine di studi statistici e ricerche sperimentali, gli esperti concludono che quel che fino a ieri ci faceva bene ieri, oggi ci fa male. E viceversa: ciò che era nocivo ieri, oggi allunga e migliora la nostra vita.
Ultimamente gli esperti hanno reso noto che "i compiti a casa per scolari e studenti lungi da migliorare il loro rendimento, lo peggiorano." Insomma, meno si studia a casa e più s’impara." Peccato che ai miei tempi si pensasse altrimenti. Ma sono sicuro che questa nuova "verità" non durerà a lungo. Già altri esperti sono all’opera con studi ad hoc che dimostreranno inevitabilmente il contrario. Ma vediamo quali sono le conclusioni paradossali di altri recenti studi i cui risultati sono tutti di rovesciare le "fallaci" credenze anteriori. Alcol. La paradossale conclusione di uno studio compiuto da psicologi della Queen’s University, a Kingston, Ontario, è che l’abuso d’alcol lungi dal rendere la gente più impulsiva e irresponsabile, la renderebbe più cauta. Insomma, manteniamoci calmi: beviamoci su.
Atteggiamento positivo. Abbiamo sempre saputo che avere un atteggiamento positivo in caso di malattia aiuta molto. Tutto sbagliato. Uno studio condotto nell’Università di Glasgow, Scozia, su 5000 pazienti ammalati di cancro, distribuiti tra diversi paesi, proverebbe che per combattere l’avanzare della malattia non serve a nulla avere un atteggiamento mentale positivo e uno spirito combattivo. E viceversa, il lasciarsi andare, il sentirsi giù, il pessimismo, l’essere demoralizzati non avrebbero nessun effetto negativo sul decorso della malattia. Però, secondo un altro studio inglese condotto su 216 londinesi, se sei felice ti ammali di meno. Ciò perché le persone felici hanno più bassi livelli dell’ormone dello stress, il cortisolo. Insomma cerca di essere felice, perché correrai meno rischi di ammalarti. Però una volta ammalato, lasciati andare, perché l’ottimismo non serve ormai più a nulla.
Bambini. Le teorie su come allevare i bambini, nel corso del 20 secolo, si sono periodicamente contraddette. Un tempo, per esempio, si diceva che non bisognava prendere in braccio e confortare i neonati che piangevano. Il pianto era considerato una sorta di esercizio da non scoraggiare. Questa teoria che ha condizionato la vita di tanti ha perso oggi ogni credibilità. "Se il bambino non cessa di piangere, è giusto prenderlo in braccio. Così non si sentirà solo. Dopo tutto, per una ragione o per l’altra, potrebbe provare un dolore fisico". Queste sono le nuove parole d’ordine degli esperti, che a dire il vero ne sanno molto poco, visto che si smentiscono tra di loro.
Campagne elettorali e denaro. I politici americani spendono delle fortune nel corso delle campagne politiche. Non vi sono dubbi al riguardo. O almeno così sembrava. Invece, uno studio condotto da tre professori del MIT prova che il denaro non è così importante nella politica degli U.S.A. Insomma tutto da rifare, fino alle conclusioni della prossima ricerca che proverà il contrario delle ricerche precedenti.
Classi più piccole. Non vi è stato mai il minimo dubbio sul fatto che i bambini imparano di più quando sono in una classe non troppo grande, perché sono seguiti meglio dagli insegnanti. Un recente studio ad hoc dimostra invece esattamente il contrario. Ecco due dei tanti commenti apparsi sui giornali: "Smaller Classes Don’t Make For Smarter Kids", "The false promise of smaller classes". Anche quest’altro "luogo comune" è così caduto. La scienza è inesorabile nella sua avanzata.
Aspettiamoci che ben presto altri studiosi, motivati da denaro fresco e dal desiderio di rovesciare i "luoghi comuni" della saggezza popolare, dimostrino esattamente il contrario, con gran soddisfazione di giornalisti e commentatori che avranno qualcosa su cui parlare, "istruendo" il pubblico credulone.
Una legge aberrante.
È impossibile non rilevare il carattere aberrante della legge italiana che concede il voto agli "italiani all’estero" nella maniera particolare che sappiamo (costoro eleggono tra le proprie file i deputati e i senatori da inviare a Roma). E difatti il nuovo governo conservatore del Canada, paese nel quale risiedo, ha fatto sapere di star esaminando l’opportunità di ritirare l’assenso dato dal governo liberale precedente alla richiesta dell’Italia di far valere in Canada la propria legge istituente le circoscrizioni elettorali estere. Legge che io considero aberrante perché in conflitto con un doveroso senso di lealtà che gli italo-canadesi dovrebbero provare nei confronti del Canada. Noi invece, italo-canadesi, inviando i nostri rappresentanti politici sia ad Ottawa che a Roma, diveniamo "servi di due padroni". Duole dire che, nella stragrante maggioranza dei casi, gli immigrati italiani del Canada sono refrattari alla nozione di "allegiance" ("fedeltà", "lealtà") verso la patria adottiva che il legame di cittadinanza e di residenza dovrebbe pur suscitare.
Negli italiani, che vivano all’estero o che vivano in patria, a predominare è l’idea del rapporto utilitario, strumentale, opportunistico. Dopo tutto, non si cancellano con la bacchetta magica secoli di "Francia o Spagna, basta che se magna".

Claudio Antonelli (corrispondente dal Canada)

 

La CBC - televisione di Stato canadese - non ha trascurato l’Italia in occasione del campionato mondiale di calcio, disputatosi in Germania. Il telegiornale serale, diffuso dopo la vittoria dell’Italia sull’Ucraina, ha consacrato un servizio al calcio in generale e a quello dei giocatori italiani in particolare. I telespettatori hanno avuto così diritto, "a mari usque ad mare", ad un sermone dai pesanti toni sarcastici contro il calcio, visto come lo sport dei tuffi o dell’immersione - sport del "diving" è stato definito - da parte di 11 ridicoli pseudo-atleti, bravi solo a cadere al suolo simulando di aver subito un fallo. Uno sport, insomma, da mezze cartucce, per non dire da "mezze seghe": uomini senza nerbo, ma scaltri e teatrali, bravissimi nel tuffo sull’erba, con smorfie di dolore, allo scopo di far intervenire l’arbitro contro la squadra avversaria. Il filmato moralistico-beffardo su questo sport praticato da ridicole donzelle in calzoncini, molto brave nel simulare il contrario dell’orgasmo, ha messo in assoluto primo piano gli atleti italiani. Stando alla CBC, i calciatori italiani sono i maestri incontestati del "tuffo per fallo inesistente" in cui consiste questo "sport d’immersione", disputato da atleti che più spesso stanno sdraiati che all’impiedi. A conferma dell’infingardaggine degli italiani è stato mostrato il goal "rubato" all’Australia dal "simulatore" Grosso, riuscito con le sue smorfie al suolo a far ottenere un rigore alla propria squadra. Poi, per rendere più scientifico l’assunto degli italiani "maestri tuffatori-truffatori degli stadi", il regista televisivo ha mostrato una grottesca seduta d’allenamento di una squadra di calcio "tipica" italiana: l’allenatore dava ritmicamente il segnale e i calciatori - tutti vestiti di nero e un po’ obesi - piombavano al suolo fingendo di aver subito un fallo. Si trattava, naturalmente, di un filmato di fantasia, basato sull’idea centrale di questo servizio della CBC: il calcio non è uno sport da uomini - da canadesi - ma uno sport da italiani, vale a dire da femminucce scaltre, buone solo a far finta di essersi fatte male. Confesso di essere rimasto disgustato da questa manifestazione rozza e anche patetica di "etnocentrismo" nella fiera patria del "multiculturalismo". E amaramente sorpreso da questi rigurgiti antitaliani. Ma poi ho capito che la minaccia ai "valori canadesi", costituita da uno sport come il calcio, è reale e grave. In occasione dei mondiali, il Canada si è ritrovato coperto da una marea di bandiere, le più diverse, nessuna della quali conteneva la foglia d’acero. Le manifestazioni di tifo sportivo, a migliaia di chilometri di distanza dalle città tedesche dove si disputavano le partite di giocatori in pantaloncini, hanno fatto impallidire gli avidi consumatori di cibo e bevande che assistono agli sport di squadra nordamericani praticati con la corazza e l’elmetto.Troppo è troppo, devono essersi detti i canadesi. Uno sport in cui gli italiani eccellono non può essere, dopo tutto, uno sport serio. E così la CBC, in questo servizio-pantomima, è ricorsa all’arma della caricatura e del pesante sberleffo, mettendo alla berlina i giocatori azzurri e interrogando degli esperti canadesi sul futuro del calcio in questa terra. Costoro hanno espresso l’immutabile fede di tutto un popolo nell’ hockey, autentico e insostituibile sport, basato sullo scontro cruento e non sulla simulazione, e degno quindi di veri uomini, come hanno spiegato con serietà. Cosa dire altro, se non che l’identità canadese appare molto fragile, considerata la reazione della televisione di Stato; che gli italiani continuano ad essere quelli su cui è sempre facile dire sconcezze; che l’antiamericanismo, come pilastro dell’identità "a mari usque ad mare", non basta più: occorre ora combattere il "soccer", questo sport degenere basato sulla teatralità isterica e sul machiavellismo all’italiana. Bisogna infine dire che la vittoria finale dell’Italia sulla Francia, con la conquista della coppa del mondo, malgrado un rigore su fallo subito proprio dall’Italia, ha mostrato a tutti che i calciatori italiani non sono proprio la barzelletta che la CBC voleva.

Claudio Antonelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



UN SENSO ECCESSIVO DELLO STATO

Nella recente campagna elettorale italiana un tema è stato assente: la lotta a Mafia, ‘Ndrangheta, Sacra Corona Unita, Camorra... la criminalità organizzata, insomma.
I mass media, invece, non ignorano questa triste realtà del paese. L’opinione pubblica ne è al corrente. Se ne parla, a mio avviso, anche troppo.
Emotività e sensazionalismo sono delle costanti in Italia. Ma sul piano pratico nulla cambia. Di recente, in provincia di Foggia, un individuo, perché respinto dalla donna amata, mosso dalla rabbia e dalla gelosia ha inviato per posta due pacchi bomba che hanno causato la morte di due persone. Che fosse lui il responsabile dell’attentato si è saputo dopo. Dopo che Cgil, Cisl e Uil della provincia di Foggia avevano organizzato una marcia di protesta contro la mafia, con la partecipazione di una folla inalberante cartelli e scandente slogan. L’invio dei due pacchi bomba, infatti, era stato subito attribuito - erroneamente - alla mafia. E subito erano intervenuti i sindacati.
La logica sindacale dello sciopero e della marcia di protesta è molto diffusa in Italia. Nello Stivale tutti sono pronti a partecipare a manifestazioni di sdegno e di protesta. Quest’ultime però lasciano il tempo che trovano, perché costituiscono una sorta d’abdicazione da parte dei singoli nei confronti di certe scomode scelte che ognuno di loro in concreto, nella vita quotidiana, dovrebbe fare per cambiare le cose. E non è con la teatralità, con il "portare avanti il discorso", con l’applauso in chiesa o fuori della chiesa, con l’inalberare cartelli, con l’intrupparsi sotto la bandiera sindacale che certi cambiamenti di mentalità - la mentalità che è alla base dell’illegalità, della sopraffazione e dell’abusivismo - potranno mai avvenire. Ma la "denuncia delle istituzioni" è la logica di molti in Italia, soprattutto al Sud, dove esiste un senso esagerato dello Stato cui vien fatto carico di ogni responsabilità. A Napoli, per esempio, alle istituzioni, allo Stato viene attribuito il dovere di risolvere l’emergenza rifiuti, vale a dire il grave problema cronico delle immondizie sparse ai quattro venti e non raccolte. Pochi però, tra i cittadini, fanno il loro dovere in relazione ai "rifiuti solidi urbani". In altre parole, i cittadini, in genere, sporcano allegramente, invocando contemporaneamente l’intervento delle "istituzioni", in cui agisce - va detto - gente che proviene dai loro ranghi e che pensa soprattutto al proprio utile particolare. Il tutto in un dilagare continuo di chiacchiere, denunce, esibizionismi, polemiche. Il problema quindi non è la famigerata "mancanza del senso dello Stato" - per usare questa espressione trita e ritrita che, secondo me, non dice assolutamente nulla - ma esattamente il contrario: troppo senso dello Stato. A scapito di un senso civico elementare.
Prendiamo la cronaca nera. Nella città del Vesuvio vi è una diffusa criminalità. Ma vi è anche molta isteria. La lettura di un giornale come "Il Mattino" mostra infatti, fuori di ogni dubbio, che i mass media esagerano nell’allarmismo dando rilievo a fatti di cronaca anche minori. E come a Napoli, altrove. I giornali, in Italia, riportano qualche volta persino i suicidi. Qui a Montréal noi siamo beatamente ignari che ogni giorno, in città, avvengono scippi, aggressioni, rapine a mano armata ed altri fatti di cronaca nera, perché queste notizie sono riportate solo dai giornali di quartiere e in maniera molto striminzita: quattro o cinque righe.
Dei tristi fatti di cronaca che avvengono attraverso il Canada, i mass media parlano solo se si tratta di casi gravissimi. E ne parlano brevemente. Il fatto è che il pubblico canadese pensa soprattutto ai fatti propri. Qui esiste, infatti, il contrario dell’allarmismo e dell’isteria "all’italiana" nei confronti dei fatti di cronaca nera. E questa mancanza d’isteria ci fa vivere senz’altro meglio.

Claudio Antonelli
(Corrispondente dal Canada)



QUANDO IL PROBLEMA SOCIALE DIVENTA PROBLEMA POLITICO

Cerco di condensare il problema sociale , sapendo che in Italia esso é spesso sconosciuto.

Eccone i contorni:

si nota spesso una diversa mentalità, ma anche una diversa valutazione dei fatti italiani, fra emigrati e residenti. Non é un caso che gli emigrati non hanno granché votato per CdL. Possibili ragioni per cio’:

  • il fatto che gli emigrati vivono spesso in strutture sociali che funzionano;
  • essi sono spesso abituati a vedere, nella società in cui si trovano, i fatti e non le chiacchiere della Commedia dell’ Arte Politica Italiana.
  • La tradizione italiana "adattati a tutto, anche al peggio; non cercare di aggiustare nel sociale quello che non funziona, chissene…" ha fatto sì che si siano accumulati nei decenni quintali di problemi;
  • a causa del punto precedente, ma anche perché gli interessi nazionali non esistono più (degrado aiutando), sostituiti dagli interessi di bottega o di clans, si é persa l’ abitudine, da decenni, di riflessioni lucide, obiettive, per cercare le soluzioni a problemi sociali. Si preferiscono piuttosto le lotte tra Guelfi (destra) e Ghibellini (sinistra). Più interessanti...
  • Si vorrebbe che fosse creata occupazione, giusto. Ma quale imprenditore inizierebbe una attività in una società che non funziona ? Nella società dell’ incerto e del confuso, ove la verità e la certezza sono state seppellite, dopo l’ aggressione subita? Gli aggressori, mai combattuti, sono tanti, ma i più pericolosi sembrano:
    • la cappa di menzogne, false verità, improvvisazioni, irresponsabilità, incapacità, doppio o triplo linguaggio, ipocrisia, nella vita sociale;
    • lo sparito interesse per l’ impegno ed il lavoro di qualità in tanti contesti che sono stati lottizzati...
    • il seppellimento dei valori nella vita sociale, ben rimpiazzati dagli interessi di parte. I quali sono in genere ben conosciuti, salvo che possono cambiare ad ogni giro di vento...
  • Il gran numero di problemi irrisolti, e i tentativi di clans e cordate di risolverli solo con un taglio privato, ma non per tutti, ha portato allo scenario attuale: una ex-società, sostituita da clans e parrocchie, sotto l’ imperio dei quattro dittatori: Confusione, Rassegnazione, Irresponsabilità e Allegra Gestione.

Ciò che non si dice, sembrerebbe: una società scassata non può sostenere un’ economia vigorosa, ma le mette il piombo sulle ali.. Inoltre : una società lottizzata ammazza l’ impegno e il lavoro di qualità...

La somma di tanto andare, in Europa, si chiama INEFFICIENZA. In Italia, IL SISTEMA...

Come conclusione, direi, ci sono oggi due sviluppi possibili:

  • non trattare il gigantesco problema sociale e le sopravvenute incapacità sociali. In tal caso, tempo alcuni anni, saremo parte del club "America Latina"; a causa di tanti GAPS rispetto ai Paesi competitivi e funzionanti;
  • fare una valutazione seria delle cause sociali, al di fuori del contesto politico e colla testimonianza degli emigrati. Per definire le misure urgenti e iniziare la catarsi e la europeizzazione della società. In cinque anni, se il processo fosse in mano a gente capace (quindi escluso i politici) e determinata, la società inizierebbe a funzionare e l’ economia potrebbe ripartire.

Come punti di base, mi sembra che non ci sia altro, eccetto un fatto visibile; in una grande città come Roma, vedere tanta gente rassegnata fa pensare ad una di queste due cose: a) la gente é cresciuta come un gregge; b) oppure alcune reti TV diffondono onde subliminali, che avrebbero lo scopo di non far pensare la gente, rendendola, appunto, simile ad un gregge. Io per fortuna, non guardo Mediaset, quindi conservo una certa capacità di pensare, almeno per quello che é possibile quando si é superati i ...anta.

Antonio Greco
L’ Emigrato
angrema@wanadoo.fr



ABOLIRE I COSTI DI RICARICA

La redazione del Barbarossa desidera esprimere sostegno all’iniziativa promossa dall’amico Andrea D’Ambra per l’abolizione dei costi di ricarica dei cellulari. Nella prima meta’ di aprile 2006, Andrea (studente della facoltà di Scienze politiche all’università Federico II di Napoli), spinto dal desiderio di dire basta all’ingiusta anomalia tutta italiana dei costi di ricarica imposti da tutti gli operatori di telefonia ha promosso una petizione.

La petizione ha gia’ superato diverse centinaia di migliaia (si’, avete letto bene!) di firme salendo alle "luce della ribalta" grazie all’assist fatto da Beppe Grillo sul suo blog www.beppegrillo.it .

In quest’ultima settimana di maggio la petizione e il tema della ricarica dei cellulari e’ stato anche trattato da RAINEWS24 e RAITRE dando ulteriore risonanza all’iniziativa del nostro Andrea.

A breve la petizione sara’ inoltrata alla Commissione Europea, l’antitrust e le Authorities.
Per apporre la propria firma e’ recentemente stato creato un sito apposito: www.aboliamoli.eu

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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