Costume

 

L’esercizio del voto concesso agli "italiani all’estero" che, come tutti sappiamo, potranno eleggere nei loro ranghi deputati e senatori da inviare a Roma, sembra segnare uno spartiacque nella maniera che gli italiani in patria hanno di guardare agli "italiani all’estero". Il loro giudizio su di noi appare in parte già condizionato dalla pesante ipoteca politica cui nessun abitante della Penisola sfugge. Ed ecco quindi che noi, italiani all’estero, non siamo più gli italiani "che hanno sofferto, che si sono fatti onore tenendo alto il nome dell’Italia...", bensì, in molti casi, siamo dei potenziali avversari politici. Ciò è evidente nell’articolo che il giornalista Guido Rampolli ha dedicato sul quotidiano "Repubblica" a "Quegli italiani che sognano Montecitorio". L’articolo di Rampolli riflette, non si potrebbe in maniera più chiara, questa nuova maniera di giudicare gli "emigranti". Rampolli ha incontrato, nel corso di un soggiorno in Argentina, i potenziali elettori italo-argentini, e racconta ai suoi lettori di questo incontro. Il tono del suo articolo è sarcastico e sprezzante. Non è certamente estraneo a questa sua scarsa simpatia per gli emigrati italiani il fatto che gli italo-argentini sembrino prediligere candidati di centro o di destra. E Guido Rampolli è di sinistra. Ecco, in sintesi, come lui vede gli emigrati italiani in quella terra. Gli italo-argentini parlano a stento l’italiano - avranno bisogno di "interpreti calabrofoni, siculofoni, venetofoni" - precisa, sarcastico, Rampolli. Hanno un fare volgare. Sono ancorati ad un visione trogloditica dell’Italia e del mondo (l’incontro con loro è per questo giornalista progressista, per usare le sue parole, una "regressione nel tempo"). Sono degli opportunisti. Hanno sostenuto la giunta militare. Dai loro ranghi è venuto fuori un criminale come Gualtieri. Nella guerra per le Falklands si sono distinti per un patriottismo argentino guerrafondaio. Si capisce che è soprattutto lo stile un po’ pacchiano di `questi trapiantati a suscitare i beffardi commenti del giornalista progressista, iscritto all’albo e facente parte di una categoria privilegiata che si strofina agli ottoni e ai velluti del potere ed è sempre pronta a "portare avanti il discorso"; un discorso soprattutto politico, beninteso. Molte sono le conseguenze negative derivanti dalla legislazione che ci ha concesso il voto all’estero. Tale articolo ne mette in evidenza soprattutto uno: l’ipoteca del settarismo politico nei giudizi su di noi, "italiani all’estero". Lo sprezzante articolo di Rampolli indica appunto questo cambiamento di tono nei nostri confronti. Gli italiani all’estero "sono diversi da come li immaginavamo", è l’eufemistica frase sintetica di Guido Rampolli. Non c’è da meravigliarsi: noi da italiani che "si sono fatti onore e hanno tenuto alto il nome della patria...", siamo diventati semplicemente dei votanti, degni quindi di antagonismo e di disprezzo per chi ci vede come potenziali avversari politici. Un tempo, il carattere un po’ ibrido e una certa pacchianeria di molti "emigranti" avrebbero suscitato comprensione e solidarietà in un giornalista di sinistra, vicino al popolo e agli emigranti "vittime del sistema capitalista". Oggi le cose sono cambiate. Il giudizio in Italia su di noi è destinato ad essere condizionato dai calcoli di partito. La politica "all’italiana" farà inevitabilmente entrare anche nelle nostre comunità di espatriati settarismo, antagonismo, divisioni. Molti, emigrando, volevano mettere un oceano tra loro e la maniera italiana di far politica: una maniera spesso settaria, parolaia, "iper-ideologica" e antinazionale. Purtroppo l’oceano non è bastato. Il voto concesso agli italiani all’estero voleva renderci più italiani. Ci riuscirà senz’altro: diventeremo più italiani, ma nella maniera peggiore.

Claudio Antonelli
Corrispondente dal Canada

ITALIANI ALL’ESTERO

I nostri corrispondenti, Antonio Greco dalla Francia e Claudio Antonelli dal Canada, nei loro articoli evidenziano ancora una volta il disagio che avvertono due italiani all’estero nei confronti delle cose di casa nostra.

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



Lettera di un emigrato

Miei cari Italiani rimasti, dedico qualche pensierino a voi che siete rimasti nello Stivale, il Paese della confusione. Siete rimasti perché avete avuto fiducia nello Stellone, il quale avrebbe dovuto sistemare tutto. Lui, sistemare tutto, ... agli Italiani pigri. Il numero di quelli che non credevano nello Stellone, anzi sbuffavano per l’ immobilismo della società, sembra aumentare. Immobilismo di una società che vede i problemi e non li risolve, che non capisce cosa i cittadini vorrebbero. Credevate, nell’ eleggere il vostro deputato, di averne un ritorno in futuro. Che egli vi risolvesse qualche problema sociale, migliorasse qualcosa nel Paese, o che trovasse un posticino a vostra moglie o cugina. Credevate male, in fondo. E tanti hanno fatto lo stesso discorso. Ed hanno eletto i rappresentanti in base a un: "Lo conosco" oppure a un: "Parla bene". Trascurando il fatto che , perché un deputato risolva i problemi, non é importante che parli bene, ma piuttosto che sia un professionista di esperienza.

Per decenni gli Italiani hanno eletto il parlamento senza il criterio "professionalità, esperienza". Risultato: nel parlamento oggi si vedono tre tipi di politici:

  1. quelli che sanno parlare (ma non fare);
  2. quelli che sono immersi nelle lotte di potere, di cordata, di clan, di congrega, di ghenga;
  3. quelli che sono incaricati di fare gli interessi di qualcuno (di un padrino, di una categoria). Tutti guardinghi, furbastri, manovratori e negoziatori di ogni tipo, agitatori di richieste o di ricatti.



Il succo: nessuna delle dette categorie di politici include gente capace, professionista, impegnata per il progresso del Paese, esperta di leggi e decisioni, risolutori di problemi...

Con tale tipo di gente, incapace di risolvere i problemi, per decenni, gli unici contenitori esistenti nel parlamento, il cui contenuto aumenta e trabocca, sono quelli delle "Decisioni non prese" e dei "provvedimenti che non risolvono".

La conseguenza, nella vita sociale italiana: gli inghippi, le non risposte, i problemi irrisolvibili, i contrasti, le lotte, le sopraffazioni, tendono sempre ad aumentare. In una società cosiffatta, cosa può succedere ?

  • qualcuno, e sono sempre più, é vittima di sopraffazioni;
  • gli imprenditori si trovano di fronte ad aumenti vertiginosi dei costi; di conseguenza la competitività tende a calare, gli sprechi invece no, quelli aumentano.



Finché al parlamento siederanno tristi figuri simili a quelli attuali, finché gli Italiani non saranno capaci di trovare di meglio da eleggere ... non esiste nessuna speranza che la società italiana inizi a funzionare.

E finché la società italiana continua a non funzionare... nessuna speranza che l’ economia, di un Paese che pur fu competitivo, possa prendere lo slancio che gli imprenditori (e chi cerca lavoro) vorrebbero...

Negli ultimi trent’ anni, le evoluzioni che la società italiana ha subito sono state solo quelle imposte dall’ alto (come nelle dittature). Se l’ Italia fosse una democrazia, e se gli Italiani fossero maturi e capaci di attuarla, ci sarebbero anche evoluzioni richieste dal basso. Ma non ce ne sono. Come si può credere che l’ Italia sia una democrazia ?

Queste valutazioni, che certo voi conoscete, si vedono anche dall’ Europa. Anzi vorrei dirvi che:

  • se non vi europeizzate, se non divenite capaci di gestire una società efficiente (con tanti bastoni e tante carote), se non imparate la buona gestione... allora state rassegnati... ... la povertà, quella del sottosviluppo, arriva da sola, in punta di piedi...
  • se invece volete europeizzarvi, ebbene... la volontà non basta. Poiché ormai le capacità di gestione efficiente, corretta, sembrano scomparse... Allora, bisogna reimparare molte cose, in ambito sociale. Impararle in U.E...



Per reimparare, il metodo sicuro, che mi sento di consigliarvi, é di rivolgervi agli emigrati. Quelli che vivono in Paesi normali, ove la chiarezza, la coerenza, l’ efficienza, l’ onestà, la dirittura, il rigore, la responsabilità, il realismo, il valore, il merito e l’ impegno, sono ...aria che si respira.

Antonio Greco



Spettacoli all’italiana

Ogni giorno, in Italia, scoppia tra i politici l’ennesima polemica. Nessuna vera discussione sui gravi problemi di fondo, nessuna proposta concreta, ma solo interminabili polemiche. È tutto un parlarsi addosso. Il soggetto della discussione tra i politici cambia continuamente, un po’ come nelle discussioni dal barbiere, al bar o sotto l’ombrellone.

La scena politica italiana è teatrale, con "attori" che parlano troppo e molto forte. I due massimi poteri italiani - la TV e il mondo politico - apprestano ogni giorno su scena una sorta di "scontro-coito", a beneficio di spettatori- guardoni, golosi di polemiche. In questi spettacoli a metà strada tra il varietà, lo spettacolo a luci rosse e la tribuna politica, l’oralità e la mimica trionfano. Con "intelligenza", però. In Italia guai a non apparire "intelligenti". Cioè furbi.

In tanta confusione, perché la platea possa identificare con facilità i personaggi vi sono le etichette: "Il Professore", "Il Cavaliere"... Ognuno fa il tifo per il suo "attore": quello che ha la giusta tessera di partito in tasca. L’italiano si sa è un uomo di parte... pardon di partito. È tutto casa, partito e famiglia. Su scena e fuori scena nella Penisola sono tutti politicizzati. In TV lo sono non solo i conduttori, ma anche gli elettricisti, i truccatori, gli attrezzisti... I giornali, poi, sono vere sedi di partito. Nessuno avverte il carattere osceno di tali spettacoli in TV e fuori. E oggi, grazie al voto all’estero, questa maniera italiana molto particolare di far politica minaccia anche noi "italiani all’estero".

Claudio Antonelli

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



ARTE DELL’IMPOSSIBILE

Una vecchia definizione ormai consunta afferma che la politica è l’arte del possibile. In termini razionali, l’assunto è da condividersi, come per tutte le scienze umane, ma la storia dimostra che al verificarsi di talune condizioni ciò che sembrava impossibile diventa realtà. Prima dell’Ottantanove, chi avrebbe mai pensato che il comunismo sarebbe crollato da Berlino a Mosca o da Varsavia a Bucarest, che la Germania avrebbe riconquistato d’un colpo la sua unità, e che Unione Sovietica, Cecoslovacchia e Jugoslavia sarebbero andate in frantumi? Durante l’Olocausto, chi avrebbe potuto presumere che Israele avrebbe avuto uno Stato indipendente e forte nell’antica terra promessa? Oppure, al divampare della crisi vietnamita o di quella irakena, chi avrebbe detto che gli Stati Uniti, prima potenza militare del mondo, non sarebbero stati capaci di venirne a capo, compromettendo una quota non marginale della propria credibilità? Naturalmente, perché l’impossibile diventi realtà, è necessario che le circostanze lo consentano, ma ad un tempo che esistano uomini capaci di "coglierle", come avrebbe detto Machiavelli sottolineando che il 50 per cento delle cose umane dipende dalla fortuna, ma anche dall’intelligenza e dalla prontezza nell’afferrarla al volo. Nessuno potrà contestare che senza personalità come quelle di Gorbaciov, di Kohl e dello stesso Papa Woityla, il comunismo europeo non sarebbe andato al tappeto così rapidamente, e le Germanie sarebbero rimaste due, per la felicità di Andreotti e dei suoi corifei (molti ricorderanno la battuta del divo Giulio, quando affermò di "amare tanto la Germania" da preferire, appunto, che non ve ne fosse una sola). Del pari, sarebbe difficile pensare che senza un uomo come Ho-Chi-Minh, stratega sagace nella conduzione delle campagne di guerriglia, ma anche nella gestione degli aiuti da parte delle democrazie popolari, il Vietnam avrebbe conquistato l’indipendenza e l’unità, sia pure sotto il governo di una nuova dittatura. Purtroppo, nella storia giuliano-dalmata non è stato possibile contare su siffatti uomini, nonostante la molteplicità delle occasioni: prima fra tutte, la disintegrazione della vecchia Repubblica federativa, quando l’Italia riconobbe a tamburo battente i nuovi Stati croato e sloveno, e quando il Ministro degli Esteri De Michelis dichiarò senza mezzi termini di augurarsi che il problema dei confini non fosse nemmeno posto. Poi, sia pure in una congiuntura idonea a perseguire obiettivi minori ma comunque importanti, come quelli in materia di tutela delle tombe, di restituzione dei beni nazionalizzati dal regime titoista e di riconoscimento della verità storica, la fortuna si sarebbe nuovamente presentata, con la possibilità di subordinare l’ingresso della Slovenia in Europa (ed ora della Croazia) a idonei adempimenti, senza che, peraltro, l’occasione fosse colta. In Italia non esistono condizioni per cui la politica possa diventare arte dell’impossibile in senso conforme all’eticità dello Stato. Caso mai esistono quelle in grado di farlo in senso opposto, come attesta tristemente, ancora una volta, la storia giuliana e dalmata: altrove, sarebbe mai stato ipotizzabile che uno Stato sovrano rinunciasse deliberatamente, e senza contropartite, alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, come accadde ad Osimo nel 1975? Altrove, sarebbe mai possibile che uno Stato degno di questo nome non riesca nemmeno a fare rispettare una leggina in favore degli Esuli come la 54/85 (divieto di dichiarare nati in Jugoslavia coloro che videro la luce prima del "diktat" in Venezia Giulia e Dalmazia), oltre tutto priva di qualsivoglia onere per la finanza pubblica? L’elenco potrebbe continuare a lungo ma non è questo il punto. Ciò che preme ribadire, invece, è che la storia non finisce oggi e che sarebbe congruo attrezzarsi, se non altro psicologicamente, per "cogliere" la fortuna quando avesse la compiacenza di comparire dietro l’angolo, non importa se fra un giorno od un secolo: per dirne una, l’irredentismo alsaziano e lorenese dovette aspettare quasi cinquanta anni, dopo il disastro di Sedan, per raggiungere il suo obiettivo, ma era stato consapevolmente unito nella convinzione di "pensarci sempre". Le prospettive odierne sono cambiate in modo radicale, se non altro in funzione europea, ma a ben vedere la cosiddetta "caduta" dei confini (sinora più apparente che reale, come attesta il contenzioso fra Croazia e Slovenia) potrebbe costituire un’occasione da valorizzare. La disponibilità politica, commerciale e culturale nei confronti delle nuove Repubbliche ex jugoslave, che per la verità andrebbe estesa a tutte e non solo ai Governi di Lubiana e Zagabria, nonostante taluni atteggiamenti anche ufficiali non sempre amichevoli, non sottintende affatto l’obbligo di chiudere la porta in faccia alle attese degli Esuli, in cui è facile, del resto, cogliere un minimo comune denominatore, al di là di non infrequenti discrasie (non tanto nella base, a cominciare da quella fedelissima dei troppi emigrati, quanto nei vertici italiani). Smettiamo una buona volta di dire che la politica è arte del possibile, in specie se ciò significa indulgere al compromesso ed alle convenienze contingenti, degne di un’economia da bottega; e ricordiamo invece che esistono momenti in cui può e deve ergersi a scienza dell’impossibile e della sua traduzione nel reale.

Carlo Montani



LA NASCITA DEL SOGNO

Premessa.
L’immagine è divenuta la realtà prevalente, oggigiorno. Lo schermo plasma la nostra sensibilità. L’attore che crea il sogno sul set è un po’ la nuova divinità di quest’epoca satura d’immagini prefabbricate.

Percorro in bicicletta una zona di solito poco frequentata della Montreal antica, quando qualcuno da lontano, urlando in un megafono, mi intima di fermarmi, e con ampi gesti mi ordina di mettermi in disparte. Perplesso mi guardo intorno e capisco: vi è una troupe cinematografica che sta girando la scena di un film. Accosto la bicicletta ad un muretto ed osservo. Il protagonista, un famoso attore francese , che è in attesa di entrare in azione, scambia qualche parola ridendo con le persone della troupe che gli stanno intorno e che lo guardano ammirate. L’attore trasuda una qualità che è difficile definire. Si potrebbe parlare di ottimismo, di sicurezza, ma non sarebbe un dire abbastanza. Si tratta piuttosto di una qualità che appartiene al reame del sogno e dell’illusione. Glamour è forse la parola. Ma anch’essa non è abbastanza. Si tratta, infatti, di vera e propria magia. L’attore, mormorando qualche parolina, gratta la testa di un cagnolino che tiene nelle braccia. Immagino che lanci ogni tanto qualche motto arguto perché alle sue parole, intorno, è tutto un ridere ammirato. L’abbronzatura del volto e delle braccia evoca spiagge lontane sotto cieli esotici, inaccessibili ai charters dei turisti. Si badi bene: il mio occhio è totalmente disincantato ed osserva la scena come può farlo l’obiettivo di una cinepresa, rallentando e fermandosi sui particolari più significativi. La vaporosa atmosfera di sogno non è in me; è intorno a me, tangibile. La vedo nel modo di comportarsi dell’attore, protagonista di tanti film di avventure, che appare prigioniero del suo mito. Ma la vedo soprattutto nella stupefazione con cui gli altri ciclisti e passanti, immobili, rivolgono uno sguardo rapito ai semidei della troupe e soprattutto a lui: il celebre attore, il dio della scena, che si accinge attraverso questo rituale narcisistico a vincere le leggi naturali della mediocrità, della noia, dell’angoscia e forse della morte, creando la realtà cinematografica. I volti degli spettatori esprimono l’estasiato stupore di chi sta per assistere all’atterraggio di un’astronave o all’apparizione della Vergine ammantata di bianco e di azzurro. Il momento è sacro. Il luogo e il tempo si sono trasfigurati. Noi stiamo partecipando ad un evento mitico: la nascita del sogno. A questo punto se qualcuno tra gli spettatori avesse fatto una dissacrante pernacchia, sarei stato io il primo a battere rumorosamente le mani; con grandissimo pericolo, immagino, per la mia integrità fisica. Se vi è qualcuno impermeabile al fascino dell’illusione cinematografica, questo qualcuno sono io. Ma, da ricercatore di situazioni insolite, ho provato piacere nell’esaminare da vicino la docilità con cui il comune dei mortali, pronto, per il gusto dell’indisciplina, a contestare l’autorità, si lascia dirigere da chiunque abbia in mano un microfono o una cinepresa, e rimane ad assistere, con un sorriso di felicità incredula, alla nascita del sogno. Il famoso attore ha infine girato la scena. Una, due, tre, quattro… non ricordo più quante volte. La sua automobile era trainata da un carro attrezzi, e lui, all’interno dell’auto, a mala pena visibile, lottava freneticamente, in un groviglio di membra, con un misterioso avversario. Il tutto durava sì e no trenta secondi. Gli spettatori avevano appena il tempo di mettere a fuoco lo sguardo, e auto in panne e carro attrezzi sparivano, inseguiti dal movimento delle loro teste ipnotizzate. Ogni volta la scena era identica, ma l’interesse di questi voyeurs non scemava. Al contrario, guardavano fissamente, come se avessero voluto smontare il meccanismo dell’elusiva macchina dei sogni. Ogni cosa però ha una fine. E il protagonista dopo l’ultima scena riapparve raggiante, per brevissimo tempo. Quindi venne inghiottito da un’enorme auto bianca materializzatasi, come per incanto, al suo fianco. Prima dell’avvento dello schermo, il sogno era individuale. L’ombra sul muro, l’increspatura sull’acqua, le gesta di Orlando, i disegni sulla luna, il racconto intorno al fuoco offrivano uno spunto alla fantasia che inseguiva liberamente i propri fantasmi. L’avvento di Hollywood è stato per il fantasticare ciò che il cibo in scatola è stato per la cucina, o la catena di montaggio per i prodotti ormai fatti in serie: ha segnato la massificazione dei gusti. Il sogno, abbandonata la libertà anarchica, si è incanalato lungo i dorati binari degli studi cinematografici, facendosi da individuale collettivo. L’attore è diventato l’eroe capace di far irrompere colore e movimento in un mondo grigio e stagnante. Il cinema ha fornito la valvola di sfogo ad esistenze incapaci di creare da sole il lievito del sogno. Ma lo schermo si è trasformato, contemporaneamente, in una fabbrica di pubblicità. "Voi volete sognare? E noi vi faremo sognare e consumare sogni e prodotti." Così hanno deciso i fabbricanti d’immagini. E fin dall’inizio l’attore, prodotto di consumo per eccellenza, è apparso quasi indistinguibile dai prodotti di moda o d’altra natura ch’egli contribuiva a far vendere. Attraverso uno strano gioco di specchi, l’attore è diventato il prodotto e della pubblicità altrui e della propria. Prendiamo Jane Fonda. Essa è potuta entrare nell’incantato mondo hollywoodiano grazie al babbo celebre. Da attrice arrivata ha deciso di strombazzare, passando dalla pubblicità alla propaganda, la causa di Hanoi. Il Vietnam del Nord, restituendo il favore, ha a sua volta pubblicizzato questo personaggio, che a guerra finita ha potuto lanciare un pubblicizzatissimo libro sulla ginnastica per dimagrire e tenersi in forma. Adesso Jane è in causa con il Partito comunista italiano che, durante le elezioni, ha osato farsi pubblicità mostrando il volto della star nei suoi manifesti. Sapere quale è la vera identità di questi "autori-oggetti" di pubblicità è un’impresa impossibile. Il fenomeno dell’identità fasulla, creata da quell’enorme fabbrica di mediocrità morale e di conformismo che è Hollywood, è di proporzioni gigantesche. Basti pensare che i campioni della virilità cinematografica statunitense sono quasi tutti dei passivissimi pederasti. Ma il fenomeno delle identità fasulle non risparmia neppure certe entità collettive come la città di New York, la cui immagine è composta al 90% da sapienti messaggi di natura pubblicitaria. Di conseguenza si assiste al fatto ridicolo seguente: c’è gente che guarda New York attraverso gli occhiali rosa della finzione cinematografica, riuscendo a trovare affascinanti anche gli aspetti più deteriori, di violenza, di solitudine e di follia di questa metropoli, perché alle scene viste dal vivo si sovrappone immancabilmente sugli occhi dei visitatori il velo magico hollywoodiano. Mutatis mutandis è quello che succede ai nostri funerali - di noi italiani che viviamo in Canada o negli USA - dove anche la disperazione più profonda, di chi piange l’essere caro scomparso, provoca nei nordamericani che assistono alla scena la profonda soddisfazione che nasce dall’assistere alla versione "reale" di una scena di film sulla mafia. Ecco perché, essendo contrario agli eccessi pubblicitari, rifiuto tenacemente il gioco di specchi che denatura quanto vi è di più vero e profondo nella realtà, e che fa nascere un mostruoso animale: l’attore che, simile ad una bestia mitica, si alimenta della propria immagine.

Claudio Antonelli

I piagnoni - Numero 33

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • I PIAGNONI
  • UN PRODOTTO ITALIANO DA NON ESPORTARE
  • MASSA



    L’Italia vista da Claudio Antonelli, nostro corrispondente dal Canada.

    I PIAGNONI

    A quanto pare, tra i popoli europei l’italiano è il più equilibrato sul piano psichico. Gli italiani, stando ai risultati di più di un’indagine condotta da specialisti europei, presenterebbero la percentuale più bassa di individui afflitti da disturbi psichici. Viene spontaneo allora mettere in correlazione questo studio con i dati statistici relativi al numero dei suicidi, assai basso in Italia, e con la longevità, più che soddisfacente nella penisola. Insomma, nonostante la gran passione italica per il catastrofismo, la deprecazione e la lamentela, le cose non vanno poi tanto male nel paese del "Così non si può più andare avanti!", "Dove andremo a finire?", "Ci dobbiamo sempre far conoscere noi Italiani!", "Queste cose all’estero non succedono!". Che l’equilibrio mentale dell’abitante medio della penisola sia da ascrivere proprio a questa sua propensione al giudizio catastrofico e alla lamentela? Io penserei di sì. Un detto napoletano un po’ volgare rende bene questa piacevole conciliazione degli opposti: "Chiagnere e fottere." Il pessimismo italiano è un pessimismo di maniera, di tipo scaramantico, che ricorda il comportamento dei contadini che si lamentavano quando faceva maltempo e si lamentavano anche quando faceva bel tempo. Lamentandosi sempre, non erano costretti a fare le corna. Dichiararsi contenti, infatti, come tutti noi sappiamo, attira il malocchio. In Canada e negli Stati Uniti neppure i vecchi pieni d’acciacchi si lamentano. Al contrario, trasudano ottimismo, raccontano barzellette, ridono beati, si travestono da bambini e tengono comportamenti da asilo infantile. I loro coetanei in Italia sono invece sospettosi, menagrami, "incazzosi". A sentire quest’ultimi la fine dell’umanità è dietro l’angolo. Intanto, il lamentarsi li tiene gagliardamente in vita. Non dimentichiamoci che il lamentarsi è un fattore di socialità perché incoraggia il contatto umano e spinge gli individui ad essere espansivi. La lamentela DOC, quella vera, quella che io e voi pratichiamo, richiede la presenza di almeno un partner. E meglio ancora se si è in gruppo, perché così nasce una gara a chi si lamenta di più. Ognuno di noi infatti sa che il nostro interlocutore esagera con i suoi piagnistei e che in realtà siamo noi le vere vittime di una fortuna cieca e crudele. E cerchiamo di dirglielo. Tutte cose che in Nord-America mancano. Qui vige dappertutto l’ottimismo, fatto salvo il pessimismo di tipo "politico" con il quale i quebecchesi accusano Ottawa di tutti i loro mali. Ma non è solo il gusto della lamentela a mancare, in Québec: qui manca anche il gusto della chiacchierata, della discussione, della polemica. La discussione un po’ animata è un fenomeno che non ha mai attecchito tra i rudi dissodatori di queste terre impervie. Eppure una certa pubblicità si ostina a presentare il Québec come una terra francese. Di francese in Québec, in realtà, vi è ben poco. Al contrario dei veri francesi, i quebecchesi sono individui introversi che rifuggono dalla discussione come il diavolo dall’acqua santa. Un recente studio condotto attraverso il Canada mette in evidenza un fatto a me noto: è l’abitante medio del Québec quello che parla di meno col proprio vicino di casa. Quindi, continuate pure a lamentarvi, confratelli d’Italia. Continuate a ripetere "Così non si può più andare avanti!", "Dove andremo a finire?", "Ci dobbiamo sempre far conoscere noi, Italiani!", "Queste cose all’estero non succedono!" Lamentatevi del governo Berlusconi, del rincaro dovuto all’Euro, del traffico, del rumore. Lamentatevi, in inverno del freddo pazzesco e in estate del caldo pazzesco. Lamentatevi se piove e lamentatevi se non piove. Lamentatevi dell’Italia e degli Italiani. Continuate con le vostre giaculatorie, col vostro pessimismo. Sono tutte cose che fanno bene alla salute e vi permetteranno di lamentarvi ancora per molti anni, rimanendo sani di spirito.

    Claudio Antonelli


    UN PRODOTTO ITALIANO DA NON ESPORTARE

    Confesso di trovare talvolta un po’ troppo italiano Berlusconi per certi suoi atteggiamenti e soprattutto per la sua rissosità verbale. Mi riferisco a quel gusto smodato per la polemica che hanno un po’ tutti gli attori della scena politica italiana, dove le strategie per le alleanze e le sempiterne diatribe su tutto e su nulla primeggiano sulla sostanza delle cose, vale a dire su un senso concreto dell’agire. Berlusconi però, se non altro, è molto diretto e usa un linguaggio chiaro. Il che è un netto miglioramento rispetto all’oscuro politichese invalso, per tanti anni, tra le forze - si fa per dire - politiche italiane. Occorre dare atto al governo Berlusconi di aver fatto e di fare molto per noi "italiani all’estero", come ci definiscono in Italia, anche se su quest’ultima espressione vi sarebbe tanto da dire. Infatti: siamo noi semplicemente degli italiani all’estero? A guardare le cose dall’Italia, sì. Ma, per esempio, il Canada è veramente "estero"? Per noi che vi viviamo non lo è certamente. L’estero è un’espressione globale, evocante una realtà astratta, direi mitica, che esiste solo per gli italiani rimasti in Italia. E mi fermo qui, perché l’analisi dell’espressione "italiani all’estero" ci condurrebbe veramente troppo lontano. Il merito di questo nuovo sguardo che l’Italia ci ha rivolto va soprattutto a Mirko Tremaglia, ministro degli Italiani nel mondo. Questo personaggio veramente straordinario ha consacrato la propria vita alla valorizzazione del sacrificio e delle realizzazioni degli emigrati italiani, avendo capito i loro profondi sentimenti d’amore verso la terra natìa. Il cambiamento appare veramente radicale: un tempo totalmente ignorati, oggi noi godiamo di una certa considerazione in Italia. Secondo me, un nostro merito non minore, di noi "italiani all’estero", è di avere un’idea unitaria dell’Italia, andando noi al di là delle faziose divisioni partitiche di cui Roma è la greppia e che incrinano dal nord al sud l’intero paese. L’estero ha infatti fatto scoprire agli emigrati italiani, attraverso le straordinarie prove dell’anima che solo lo sradicamento dal suolo natale sa dare, un senso d’identità nazionale del tutto sconosciuto ai connazionali rimasti a sorseggiare il caffé al bar e a fare polemiche. Oggi però, estendendo le tessere di partito anche agli "italiani fuori d’Italia", c’è il grave pericolo che l’Italia diffonda fra noi la sua faziosità politica. È un pericolo grave, che io non posso sottacere. Ma lo faccio a malincuore, perché il voto degli italiani all’estero sembra scaturire da buone intenzioni. Dopo tutto, non vogliamo noi esercitare un diritto sancito dalla Costituzione? Il voto concesso agli italiani all’estero, così come è stato concepito, potrebbe invece arrecare seri danni a tutti noi. Innanzitutto, eleggendo i nostri delegati al parlamento italiano noi allentiamo i nostri legami con la terra nella quale viviamo. Inoltre, domani, tanto per dare quest’esempio che mi tocca da vicino, anche le testate giornalistiche della stampa di lingua italiana di Montréal o di altrove in Canada potrebbero divenire strumenti di partito, così come nella maggior parte dei casi lo sono in Italia. Ciò pregiudicherebbe la libertà d’idee di cui oggi godiamo, seminando tra noi il veleno delle divisioni e dei rancori. Trovandomi di recente in Italia, e dialogando con un esponente del governo, gli ho lanciato la boutade: "L’Italia esporta all’estero dei magnifici prodotti. Altri ne potrebbe esportare. Fra tutti, secondo me, un solo prodotto l’Italia non dovrebbe mai esportare: la politica, vale a dire la maniera italiana di far politica." Il mio interlocutore ha riso. Ma non penso abbia veramente capito il forte prezzo che noi "italiani all’estero" rischiamo di pagare attraverso questo nuovo prodotto d’esportazione.

    Claudio Antonelli


    MASSA

    In questi giorni ci ripropongono il delitto di Cogne. Sarà stata Annamaria Franzoni ? La madre del piccolo Samuele o, come vuol far credere la difesa, un altro che si è introdotto in casa durante la breve assenza della mamma ? Diamo ancora tempo all’accusa e alla difesa per far luce su questo efferato delitto; e chissà che fra le tante spiegazioni di luminari della scienza criminologica , sociologica , psichiatrica e psicologica non dobbiamo ravvederci tutti e iniziare di nuovo a scrivere altre pagine sui comportamenti umani. E’ proprio sui comportamenti umani, o meglio su alcuni tipi di comportamento che vorrei focalizzare la mia attenzione. Prendiamo a caso uno degli ultimi avvenimenti per cercare di dare una spiegazione razionale ai vari atteggiamenti. Mi riferisco alla partita Ascoli - Sampdoria nella quale un ragazzo di buona famiglia, sano di mente , senza un particolare retaggio alle spalle, spara un petardo mettendo in pericolo la vita di alcune persone. Isoliamo il ragazzo, mettiamolo seduto sulle gradinate dello stadio con di fronte 10.000 persone , con un sacco di petardi e osserviamo il suo comportamento. Certamente non ne avrebbe sparato nemmeno uno. Questo perché da solo, è se stesso, con tutti i pregi e i difetti che si porta addosso. Il suo atteggiamento sarebbe stato quello che lo ha sempre caratterizzato: un bravo ragazzo. Mettiamo ora intorno al ragazzo 10.000 persone che magari perseguono lo stesso fine e addio bravo ragazzo. La massa ! Quando l’individuo esce dalla propria sfera personale non è più lo stesso , acquista una nuova identità, entra in un mondo diverso e la sua personalità si trasfigura. Nella massa i comportamenti sono tutti uguali , tutti gridano la stessa cosa, tutti corrono nella stessa direzione, tutti vogliono provare la stessa emozione. Più la massa è densa, più ci si sente unità. E pensare che essa nasce per la paura di essere toccati. "Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque l’uomo evita d’ essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa, dell’ aggredito. Tutte le distanze che gli uomini hanno creato intorno a sé sono dettate dal timore di essere toccati."… " Solo nella massa l’uomo può essere liberato da questo timore . Chiunque ci venga addosso è uguale a noi: lo sentiamo come ci sentiamo noi stessi ". Nella massa l’atteggiamento individuale non esiste più, esiste l’atteggiamento della massa e il fine è quello di distruggere. Spesso si parla dell’impulso di distruzione. E’ la caratteristica più vistosa . Ma quando la massa si disgrega ? Quando torna ad emergere l’individualità ? Ecco che ritroviamo il bravo ragazzo che piangendo confessa : "Non so cosa mi è successo, non ero io in quel momento, mi sono fatto trascinare". Ebbene la massa può anche essere festante ma siccome conserva in sé l’istinto di distruzione, attenzione ad essa, perché la scarica è sempre in agguato e facilmente diventa aizzata.

    Vincenzo Ponzo

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UNA DESTRA DA BERE?
  • CHIARIRE I TERMINI


    UNA DESTRA DA BERE?

    Immaginate una scena che forse molti dei lettori potrebbero vivere nel quotidiano.
    La scena è l’area esterna di un noto locale milanese dove si ritrovano anche ragazzi a "Destra" o presunti tali: una birra, un aperitivo, qualche stuzzichino e tante chiacchiere.
    Uno di loro, un ragazzotto alto con i capelli neri e corti che sembrava avere molto credito nel gruppo alza il bicchiere per brindare alla morte di quello "sporco Giudeo" di Simon Wiesenthal morto da una manciata di ore.
    Qualcuno tra i ragazzi sorride, altri imitano e brindano alla morte dell’ex deportato che da costruttore di case era uscito dall’ennesimo campo della morte nazista con il giuramento di fare il possibile per non dimenticare i crimini del nazionalsocialismo e per cercare di assicurare gli assassini alla giustizia.
    Non riuscirò mai a capire l’accanimento che certi elementi che si identificano in una Destra estrema, anzi al superamento di quest’ultima per approdare al neonazismo con forti collusioni islamiche, hanno per tutto ciò che riguarda coloro che appartengono alla religione ebraica.
    Mi piacerebbe portarli ai cimiteri ebraici dove sono tante le tombe di soldati caduti per l’Italia, quella stessa Italia che per luridi scopi di benemerenza politica li mortificò con le patetiche Leggi razziali del 1938 osteggiate e ignorate dagli stessi che le avevano volute.
    E mi piacerebbe sapere se, oltre alle idiozie del negazionista Irving o dei soliti libelli antisemiti, ha letto o ha analizzato quella che è stata la vita del Movimento Sociale e la svolta di Fiuggi che ha portato alla nascita di Alleanza Nazionale e cioè all’unica forma di Destra attualmente accettabile nel contesto democratico in Italia.
    O dei rapporti che AN e i suoi dirigenti, Fini in primis, hanno con Israele e la Destra del Likoud o magari, per coloro che sono interessati ai nostri lontani retaggi, di quanto l’esperienza del Fascismo originario doveva agli intellettuali e ai primissimi sostenitori italiani di religione ebraica.
    Ma la storia è sempre la stessa fin da quando accusati di dèicidio essi fornivano facile bersaglio per coloro che vi scaricavano le tensioni popolari dal buio del Medioevo e fino al secondo conflitto mondiale.
    Ma probabilmente a quel giovanotto nulla di questo interessa.
    Come non lo interessa la difficile battaglia elettorale che potrebbe portare al governo gli ex burocrati della Falce & Martello e i loro alleati.
    Ed è questo il punto.
    Un tempo la si chiamava "Militanza", quella forma di lotta politica e di consapevolezza che era fatta di impegno e studio, analisi e azione e che aveva come obiettivo la massima visibilità possibile delle proprie idee che corrispondevano quasi sempre a quelle del proprio partito.
    Mi piacerebbe rivedere quel ragazzo e chiedergli se a lui interessa qualcosa della possibilità di vedere l’ennesima vergogna delle Sinistre al governo, quelle Sinistre che da sempre sono maestre nel manipolare l’informazione e le passioni giovanili. Se si interessa delle sorti della propria cultura o della propria gente o se, invece, non pensa altro che andare a rompere le scatole altrui allo stadio e brindare alla morte di uomini che hanno dedicato la propria vita a cercare di fare giustizia, mai vendetta.

    Fabrizio Bucciarelli


    CHIARIRE I TERMINI

    L’Italia presenta un tasso di natalità molto basso. Ne consegue che ha ed avrà ancora di più nel futuro un gran bisogno di mano d’opera. Lo stesso, del resto, avviene in tutti i paesi europei. Ma l’Italia è un paese un po’ particolare. Il tasso di disoccupazione, in alcune aree della penisola, è molto alto. I giovani, al Sud, stentano a trovare lavoro. Inoltre le infrastrutture, nelle zone sottosviluppate del paese, sono carenti. L’italia, insomma, è nello stesso tempo primo mondo e un po’, in alcune aree, terzo mondo. Questo forse spiega certe contraddizioni. È comunque difficile negare che l’Italia abbia bisogno di gente che sia disposta a lavorare e a trasferirsi nelle zone dove c’è un urgente bisogno di manodopera. "l’Italia ha bisogno di immigrati", è il responso di molti. Ed è difficile non essere d’accordo con loro. È altrettanto difficile però seguire la logica di chi conclude (come ha fatto nel passato lo stesso presidente della Repubblica): e allora perché prendersela con gli immigrati che giungono - aggiungo io: illegalmente - ogni giorno dai Balcani, dal Nord Africa e da altrove, o che sbarcano giornalmente via mare e che vengono salvati in extremis, prima del naufragio, quando sono ancora sui loro natanti di fortuna? La logica vorrebbe che all’affermazione "l’Italia ha bisogno di immigrati" seguisse: allora l’Italia deve dotarsi di un politica di immigrazione degna di questo nome, simile a quella messa in atto dai paesi nei quali sono emigrati tanti italiani nel passato, compreso il paese in cui ci troviamo noi oggi [il Canada NdR]. Ed è appunto qui che diviene difficile seguire la logica all’italiana. Coloro che giungono su natanti di fortuna non sono "immigrati", e non dovrebbero essere definiti tali. Non è una questione di lana caprina il dire che occorre stare attenti alla terminologia, ché altrimenti si rischia di fare una grande confusione. Come sta appunto succedendo. Nella patria del politichese e del burocratrese, è veramente strano che non si trovi l’equivalente di "immigrant reçu", "landed immigrant", "résident permanent", "permanent resident", e così via, per designare chi è in regola con lo status di "immigrante" o "immigrato". Inoltre, occorrerebbe far ricorso a termini distinti per designare chi approda sui lidi italiani clandestinamente e chi invece, giuntovi dall’estero per lavorare, vi risiede legalmente. Chi vi giunge sulle carrette del mare è un "aspirante rifugiato", o qualcosa di simile. Chi vi vive illegalmente, è un "clandestino", un "immigrato abusivo", un "residente illegale", un "extracomunitario non in regola", e chi più ne ha più ne metta. Il voler chiamare "immigrato" chi ancora è in alto mare, e riesce appena a scorgere la spiaggia d’approdo, è veramente grottesco. E io non faccio una questione di terminologia, ma di sostanza. Altrimenti, la proposta di Fini di dare il diritto di voto "agli immigrati", vorrebbe dire che occorre dare il diritto di voto agli abusivi, ai clandestini, agli illegali. E chi sbarca clandestinamente sulle coste italiane potrà invocare, come ragione del suo approdo, il suo legittimo desiderio di esercitare il diritto di voto nel paese dei balocchi. La mentalità di un popolo portato all’abusivismo, alle scorciatoie, ai compromessi, alla furbizia, alla sanatoria, al condono, al facile pietismo, al disordine e all’improvvisazione, spiega l’incredibile "caos immigratorio" che affligge l’Italia. Nessuna capacità di rigore, di ordine, di giustizia, nessun metodo, ma solo un gran parlare, dal presidente della repubblica in giù. Molti mass media e molti politici beatificano, istantaneamente, gli abusivi come poveri cristi, senza che venga fatta una doverosa distinzione tra le categorie di "aspiranti alla residenza", distinguendo anche i paesi di origine degli aspiranti "profughi". Dopo tutto chi proviene dalla Tunisia non può dire di provenire da un gulag. Nessuno studio, nessuna ricerca sugli individui che affrontano questi viaggi, ma una beatificazione globale, istantanea, un capire, un giustificare, un dire: ieri eravamo noi italiani ad emigrare, oggi sono gli altri a voler immigrare da noi. Punto e basta. Insomma, "volemose bene"! Il popolo che non sa fare la fila, accetta che anche gli altri non la facciano. Chi non ha il senso dell’ordine, accetta il disordine. Chi non ha il senso della solidarietà nazionale gode invece nel far sfoggio di un senso eccessivo - e teorico - di solidarietà internazionale. Nel paese, regno dell’abusivismo, si è accettato, insomma, anche nel campo dell’immigrazione, il trionfo dell’abusivismo.

    Claudio Antonelli
    Corrispondente dal Canada

 

L’estate, in Italia, è vissuta come un’emergenza. In un paese così poco marziale, d’estate tutto assume il rilievo delle grandi manovre. La terminologia è quasi biblica: grande rientro, incolonnamenti di Tir, valichi di frontiera presi d’assalto, spiagge invase, sciopero dei treni e dei traghetti, città deserte come dopo un attacco atomico, week-end cruenti, lanci di sassi dai cavalcavie, località assediate...
Nella penisola le vacanze sono un obbligo sociale, e chi non le prende non può considerarsi un cittadino a parte intera: diviene una sorta di extracomunitario, senza però godere della simpatia né dei partiti di sinistra né della Caritas. I giornali consacrano più di una pagina alle vacanze dei VIP. Tutti conoscono le destinazioni turistiche dei politici. Meno conosciuti, invece, sono i loro programmi, possibilisti e fumosi.
Nelle edicole una selva di manifesti propaganda il nudo furtivo della compagna di giochi di spiaggia di questo o quel personaggio, che noi che veniamo dal Canada non conosciamo, ma che facciamo finta di conoscere per non sentirci come dei marziani. Un dato molto importante: insieme con quello dei quotidiani sportivi, l’Italia vanta il record mondiale per numero di periodici scandalistici, pieni di foto di chiappe e seni sfocati ripresi col teleobiettivo.
Nel paese dove non esiste un solo dato statistico sul tasso di criminalità dei clandestini, protagonisti assoluti delle cronache giudiziarie, vi è una fioritura barocca di cifre sull’esodo, sul controesodo e sulla lunghezza delle code ai caselli.
Dopo i lamenti scaramantici d’obbligo, all’inizio di stagione, "sul turista che quest’anno non ritorna", fatto dai rappresentanti degli esercenti delle località di villeggiatura, si apprende poi con sollievo che il turista anche questa volta è tornato.
Al pessimismo e all’allarmismo in Italia nessuno rinuncia, neppure in vacanza. E il catastrofismo della meteorologia è di un grande aiuto. Il tempo che farà sembra suscitare indicibili ansie. Ogni anno si registrano nuovi record: di pioggia, di sole, di freddo, di caldo... A parlare del clima, in Italia, non vi è un semplice annunciatore ma un colonnello che emette dei proclami. Strano che nessuno abbia ancora denunciato questa pericolosa involuzione militarista nel paese di "O’ sole mio". I vari corpi di polizia sono in prima linea : carabinieri, pubblica sicurezza, finanza, stradale, vigili urbani, forestale si alternano, eleganti, al microfono con bollettini allarmanti. Il tutto, spesso, su uno sfondo di fiamme - gl’immancabili incendi dolosi - arditamente combattuti dai Canadair. Il che provoca in noi, reduci del Canada, un moto d’orgoglio...
Voi state al mare, a Grado, in grazia di Dio, sotto un cielo sereno. La cosa dura da settimane. Non vi sembra vero: pensate al Canada, all’instabilità del suo clima, alle piogge, ai freddi improvvisi. Poi, ogni sera, la televisione italiana vi propina il solito bollettino catastrofico: grandine con chicchi come palle da tennis, inondazioni, neve, smottamenti, raffiche fortissime di vento... Ma dove? In una sperduta località che voi non avete sentito mai nominare, ma dalla quale il solito colonnello dell’aeronautica lancia lugubri bollettini disfattisti.
Al ritorno in Canada i vostri amici, apprensivi, vi domandano come abbiate potuto sopravvivere alle catastrofi che si sono abbattute sull’Italia, e delle quali loro sono stati abbondantemente informati grazie alla televisione. Insomma, il "globalismo" italiano in materia di clima fa sì che tutti si sentano bagnati da una pioggia che non c’è, ma che comunque cade in qualche posto della penisola. Grazie anche al traffico automobilistico, l’unità d’Italia è un fatto ormai compiuto. I bollettini autostradali fanno sapere, a chi si trova in una località sperduta del Friuli-Venezia Giulia, che al sud di Pompei c’è un incolonnamento di due chilometri, e che, nei pressi di Messina, un automobilista con una gomma a terra causa un fastidioso rallentamento della circolazione. Coscienza o non coscienza nazionale, finalmente, l’Italia è una, una sola. Claudio Antonelli
Corrispondente dal Canada

 

Ogni volta che si vorrebbero cambiare le regole del gioco scoppia il finimondo. Sì, perché il mazziere che tiene il banco non ci sta a rinunciare a parte dei suoi lauti guadagni . E così gli interessi di quelle categorie forti non si toccano.
Siamo di fronte a delle lobby che non vogliono perdere i loro privilegi, forti del fatto che sono spalleggiati da una parte politica, dove all’interno in molti hanno interessi da difendere.
Così, penso che l’invito del ministro Francesco Storace ai farmacisti, affinché pratichino sconti sui medicinali da banco, non troverà risposta; così come pure l’intervento dell’Antitrust che propone di vendere certi medicinali nei supermarket per far scendere i prezzi servirà solo a far parlare noi consumatori e le discussioni sul campionato di calcio ormai concluso saranno sostituite con quelle sulle medicine.
Nella primavera del 1997 mi trovavo in Brasile ospite di parenti; allora si cominciava a parlare di viagra e un po’ per gioco un po’ per curiosità chiesi a mio cugino farmacista di darmi una di queste fatidiche pastigliette; ovviamente pagandole.
Netto fu il suo rifiuto in quanto privo di ricetta medica. Allora pensai che potevano esserci dei rischi legati all’uso di questo farmaco e quindi era giusto così.
Ora a distanza di otto anni ritorno a quell’episodio per pormi delle domande: se avessi avuto la ricetta medica avrei potuto accedere a quelle pastiglie, ma se invece che nella farmacia di mio cugino (almeno credo fosse una farmacia e non un negozio specializzato di vendita di farmaci) fossi andato in un supermercato sarebbe cambiato qualcosa? No,direi ! Perché mi avrebbero dato esattamente quello che c’era scritto sulla ricetta.
Una volta il farmacista aveva la sua importanza perché era colui che preparava il farmaco, ora non più ; tutte le medicine sono prodotte da case farmaceutiche con tanto di certificazione e il retrobottega, il laboratorio, è scomparso. Dove sta allora la specializzazione del farmacista ? E così ritorniamo alle lobby. Farmacisti, e mi vengono in mente anche i notai, sono professioni che si tramandano di padre in figlio a meno di non fare investimenti di qualche milione di euro per poter rilevare l’attività.
Chi scrive è in possesso di una laurea specialistica in giornalismo, uno dei primi 15 in Italia a fregiarsi di questo titolo. Se volessi accedere all’ordine professionale e fare il giornalista potrei farlo ? Sapete che ho dei colleghi che scrivono per giornali nazionali ( non sul foglio della parrocchia dove si scrive per hobbi ) ed ogni articolo pubblicato viene pagato non più di 20 euro meno la ritenuta d’acconto? Anche in questo settore evidentemente siamo di fronte a delle caste.
Ma ritorniamo alle medicine.
Se la ricetta la scrive il medico, e uno dall’altra parte del banco è in grado di leggere quello che c’è scritto, e sa in quale scaffale andare a prendere la confezione, cambia qualcosa se non ha la croce sul camice?
Una volta i medici scrivevano le ricette a mano, ora le fanno con il computer quindi senza possibilità di errore nel decifrare la scrittura. Vi ricordate qualche tempo fa che era impossibile leggere una ricetta? E questo non perché medici e farmacisti avessero fatto degli studi appositi di scrittura: era solo un modo per conservare il potere. Quando c’è la ricetta medica scritta in maniera comprensibile non c’è bisogno del farmacista. C’è invece bisogno del farmacista per somministrare dei farmaci senza ricetta medica perché erano e restano dei veri professionisti, ma questa è tutta un’altra storia.

Vincenzo Ponzo

 

Il tempo inesorabile cammina e seco porta tutti i nostri lai. Sembra volerci dir:"non v’adirate, restate sempre in pace; un dì certo fatal noi ce ne andremo e tutto in questa terra lasceremo".

LA FORZA DELLA COMUNICAZIONE

Si può parlare di tutto, di tutti e di più. Nell’era della globalizzazione dove i media la fanno da padrone e il circo mediatico ha sempre il tendone pronto ad ogni evenienza, anche questa volta non si è fatto cogliere impreparato. Ha seguito la morte "del grande fratello", "del padre di tutti", "del grande comunicatore" senza un attimo di respiro, in una grande tavola rotonda per spiegarci i segreti della scienza, della vita e della morte. Da un lato i media con la comunicazione verbale, dall’altra le centinaia di migliaia di persone che hanno seguito la passione di Giovanni Paolo II in piazza S. Pietro impegnate in una comunicazione non verbale ma carica di significati e fatta solo di atteggiamenti. "Chi di fronte alla morte ha mantenuto una corretta comunicazione?" Quale la giusta comunicazione ? Quella logorroica della televisione che pur di arrivare prima a dare la notizia della morte, ha impegnato centinaia di inviati? O quella della folla silenziosa che senza proferir parole e con lo sguardo rivolto a quella finestra sgranava un rosario e muoveva le labbra in una muta preghiera? Il troppo storpia e questo si può dire anche della comunicazione. Chi parla troppo rischia di non essere ascoltato o di non essere credibile. Uno dei cardini è l’empatia , cercare il coinvolgimento dell’altro, entrare in sintonia e avere feedbak (il ritorno per poter orientare o correggere il flusso della comunicazione). Colpa o merito delle elezioni il tam tam mediatico è terminato e la vera comunicazione fatta dalla folla attonita davanti al mistero della passione e morte di un uomo che ha saputo con il suo carisma di comunicatore, " Correggetemi se sbaglio", porsi al pari di tutti e non sul piedistallo dottrinale del successore di Pietro, ha continuato il suo cammino di penetrazione nel più profondo degli animi.

Vincenzo Ponzo

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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