Costume

“Populista”: questo epiteto sta prendendo  sempre più piede al posto  dell’ormai un po’ stantio “fascista”.  Partito dalla Russia  della fine dell’Ottocento ad indicare un movimento politico che trovava nel mondo contadino la sua ragion d’essere, il termine è giunto sino a noi, con una connotazione sostanzialmente negativa. Dare del “populista” significa essere un po’ demagogo, cavalcare l’onda, “parlare alla pancia della gente”. Quest’ultima è un’altra espressione poco felice. Che significa parlare alla pancia della gente? Toccare le corde dell’emotività? Ma allora meglio sarebbe dire “parlare al cuore della gente”. Ma, si sa, il cuore è organo nobile, sede dei sentimenti, dell’amore e quindi si riferisce a qualcosa di elevato, di poetico, di sentimentale. Parlare invece di pancia evoca i “mal di pancia” politici, quelli dei morsi della fame, dei sommovimenti intestinali con note e non piacevoli conseguenze … Così il nostro vocabolario politico si muove tra termini ed espressioni che vogliono colpire l’avversario, depotenziarlo, privarlo della sua carica dirompente. C’è chi, però, di essere populista se ne fa un vanto. Paolo Del Debbio, giornalista, noto al grande pubblico per essere conduttore televisivo di successo, ha scritto  un libro dal titolo “Populista e me  ne vanto”. E qui svela il vero significato del “suo” populismo : andare incontro alla gente, parlare con la gente, sentire quello che la gente ha da dire. Certo il mezzo televisivo è una gran cosa e l’atteggiamento di Del Debbio, che non si è chiuso nei salotti con politici da intervistare, ha ottenuto successo. E’ populismo, quindi, sentire chi  non ha occasione di dire la sua? E’ populismo dare voce a chi non ce l’ha?

E per rappresentare gli interessi più autenticamente popolari ci vuole un leader che sia carismatico, vicino al popolo e non ai Palazzi, pur nel diverso modo di presentarsi e di comunicare. E quindi facile riesce identificare il leader populista in Bossi, Berlusconi, Grillo e lo stesso Renzi, pur nella diversità dello stile. D’altra parte assistiamo sempre più chiaramente al disinteresse della gente per la politica, la freddezza nei confronti di essa, il disinteresse, il non sentirsi sufficientemente rappresentati e la disaffezione, l’antipolitica, che tocchiamo con mano dalle percentuali sempre in discesa di coloro che vanno a votare. Allora l’opposizione e il rinnovamento si fa con atteggiamenti populistici. Più corretto sarebbe, però, a questo punto dire popolari. Populista è quindi chi inganna con false promesse il popolo, chi lo accarezza per averne il consenso e poi tradirlo; popolare è invece chi lo ascolta, chi proviene da esso, chi guarda al popolo che, in democrazia, piaccia o non piaccia, è sovrano,  l’unico  titolato a parlare, a rivendicare diritti, ad essere rappresentato. Ed anche qui : non cadiamo in un atteggiamento “populista” … o qualunquista. Il popolo è … tutto il popolo; non è una parte di esso; non è solo il proletariato, o la borghesia, o i giovani, o gli anziani. E’ quella comunità legata dalla tradizione, dalla stessa cultura, dalla stessa storia, che si riconosce in un’identità.

Proprio quella identità che stiamo perdendo.

Giosafatte

Cagoia! - Numero 55

 

Nei momenti di crisi, economica, sociale, culturale, politica, il vocabolario si "arricchisce" di epiteti, figure retoriche e, perché no, espressioni salaci, che sono state da sempre patrimonio della dialettica politica. La polemica si riveste di una carica di virulenza in parte dovuta alla perniciosità dei tempi ma anche al fatto che niente più della parolaccia, o comunque l’espressione greve, colpisce in modo diretto ed inequivocabile. Quando il "parlare politico" diventa sempre più incomprensibile, quando allontana sempre più la gente, quando diventa troppo tecnico, l’espressione pungente colpisce come una battuta dialettale a teatro: fulminante!

Senza scomodare anatemi ed espressioni pronunciate nei secoli precedenti, come non ricordare l’epiteto con il quale D’Annunziò bollò l’allora Presidente del Consiglio Nitti, "reo" d’averlo duramente attaccato in Parlamento nel settembre 1919 per l’impresa di Fiume? Cagoia! Con questo epiteto, ricordato anche nei libri di storia, e che era il cognome di un pover’ uomo triestino noto per il suo atteggiamento pauroso, il Comandante ha consegnato ai posteri un’immagine che, per la facile assonanza, metteva in ridicolo il Presidente del Consiglio.

In questi ultimi anni, però, tanto per ricordarne qualcuna, il vocabolario si è arricchito di espressioni tratte dalla culinaria, Mortadella; da presunte accuratezze estetiche, il Cavaliere mascarato; da presunte capacità profetiche, la pitonessa; da grinta feroce, il caimano; e tanto ancora, dando libero sfogo alla fantasia, e alla cattiveria. Indubbiamente, dopo l’ingresso della Lega Nord e del frasario adoperato specialmente nei primi anni da alcuni esponenti del Movimento, è stato un crescendo. Ma non solo il frasario politico si adegua ai tempi calamitosi; interessante all’osservatore del linguaggio politico si presenta da poco tempo a questa parte anche una nuova categoria politica, destinata a far parlare sempre più di sé : il quarantenne. Dopo i cinquantenni, solitamente chiamati colonnelli, è ora la volta dei quarantenni. Sembrano dimenticati i tempi, per altro relativamente recenti, in cui i trentenni erano chiamati ancora bamboccioni; ora i quarantenni, solo per il fatto d’essere quarantenni, sembra che abbiano il destino del Paese sulle ginocchia. Come Giove. Ma chi è il quarantenne d’assalto, oggi? Certo, se guardiamo alla tipologia incarnata da Matteo Renzi, deve avere una buona dose di comunicativa, un linguaggio spedito, semplice, meglio con una cadenza regionale che faccia simpatia. Ve lo immaginate, infatti, un Renzi con l’accento calabrese, bergamasco o siciliano? E il look? Berlusconi ha fatto scuola, è innegabile. E se il look del Cavaliere era impeccabile (ultimamente al posto di camicia e cravatta appare il girocollo blu…), con il suo ormai mitico blazer e la cravatta di Marinella ( un look da "cumenda" si sarebbe detto tempo fa), il quarantenne Renzi invece si presenta alla ribalta della politica nazionale in maniche di camicia. Ma che sia bianca. E’ colui che si rimbocca le maniche, che fa e non dice; è colui che svela come il segreto delle cose sia dietro la banalità del quotidiano, che tutti sanno ma che nessuno vuol vedere. Renzi è quello che grida : Il re è nudo! E di questi tempi non è poco. Così vedremo sempre più spesso giovani politici rampanti come Matteo Renzi : in maniche di camicia (ben attillata sul torace), con le maniche rimboccate, senza cravatta, sportivi, con pantaloni a tubo. Guai a vedere baffi e barbe: è finito il tempo dei Che Guevara, dei Lenin, delle barbe anarchiche. L’Italia del futuro vuole la faccia pulita, lo sguardo deciso ma candido, l’eloquio forbito ma accattivante, i discorsi chiari : che brutto ricordo le "convergenze parallele"…E i capelli? Corti. Già vediamo Grillo con la chioma più pettinata di prima, ma anche le sue espressioni diventano più pungenti che volgari. Cambia l’Italia e cambia il look. E’ un modo di pensare e di essere, perché il look è il modo di essere di un periodo storico, non certo solo frivolezza o voglia di cambiamento fine a se stesso. Il governo Monti inaugurò un nuovo linguaggio politico facendo della sobrietà una bandiera; il suo abbigliamento era certamente espressione di quella mentalità, che era l’esigenza dei tempi, la sobrietà appunto.

Ma il momento dei quarantenni non si ferma qui: Alfano, Letta, Meloni. Ecco la Meloni, Giorgia Meloni, che ancora quarantenne non è, appare come la Giovanna D’Arco della destra italiana. Giovane politica combattiva, già ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi, decisa, di quelle che non le manda a dire, conquista subito la simpatia del pubblico per la sua immediatezza, per la sua schiettezza. Frutto di sincera e lunga militanza politica. La Meloni ha dato vita insieme a Crosetto, La Russa ed altri a Fratelli d’Italia e si sta posizionando sempre più come colei che vuole rifondare la destra italiana, come altri comunque.

Siamo di fronte, quindi, ad una vera svolta generazionale? Sembra proprio di sì. Il punto è, ovviamente, che non basta una carta di identità per cambiare il Paese. Gli italiani devono imparare a capire, a non seguire le mode, a non sperare nel decisionismo, nello stellone d’Italia (ultimamente un po’ in ombra…), nel grande comunicatore, nel piacione, nella barzellettiere, nel compassato, nell’alternativo; imparare a non cedere alla moda del momento, ma leggere dietro l’apparenza.

Vedere il mondo com’è e non come viene rappresentato.

Giosafatte

Popolo orfano - Numero 54

 

Siamo diventato un popolo di orfani: non abbiamo più un governo (di quello di Monti qualcuno sente la mancanza?), stiamo per non avere più un Presidente della Repubblica, subiamo anche il taglio del rating, passando da una lettera (A) a un’altra (BBB+). Anche Benedetto XVI ci ha lasciato. C’è incertezza, malumore, rabbia, indignazione e anche chi viene toccato meno direttamente dalla crisi vive in un clima di incertezza. Si è sempre in attesa di qualcosa, di qualcuno (in Italia si attende sempre un salvatore della Patria…). Non ci sono più certezze. La profezia dei Maia, che tanta apprensione aveva suscitato, non si è avverata. E per fortuna! Siamo in balia dell’imprevedibile. Anche il Festival di Sanremo, tempio della canzone italiana, una volta ascoltato e visto delle nostre mamme e nonne, annuale punto di riferimento delle camere da pranzo delle famiglie italiane, ora si è aperto al nuovo, ai giovani, alla moda della satira politica e del dileggio, facendo intervenire il suo sommo sacerdote, il bravissimo Crozza (che però è stato anche contestato). Detto per inciso ha fatto un certo effetto vedere il grande sbeffeggiatore interrotto nel suo monologo, con lo sguardo un po’ perso, roteando la lingua per cercare di sciogliersela, tentando di parlare e chiamando il pubblico, che si divideva tra applausi e fischi, implorando quasi con i suoi appelli ad "amici", "ragazzi"…, senza sortire alcun effetto sino all’intervento di Fazio. Ma siamo diventati anche un popolo che ha perso anche dell’altro, molto. Abbiamo perso la nostra sovranità, il nostro potere decisionale e per la nostra cattiva gestione economica siamo sotto tutela dell’Europa e della signora Merkel. Eppure in un momento in cui viene agitato un po’ da tutte le parti lo spettro della Grecia, si moltiplicano stranamente i riconoscimenti (subito smentiti) sull’operato sociale di Mussolini…Sembra che la rivoluzione politica che stiamo subendo in questi giorni abbia permesso di poter dire quanto sino ad ora era proibito, ma che gli storici onesti avevano sempre, pur con diverse sfumature, assodato: il fascismo fu una dittatura (non lo negava neppure Mussolini…), ha portato il Paese alla disfatta della guerra, ha dato vita alle leggi razziali, ha perseguitato gli antifascisti, ecc. ecc., ma ha anche dato vita ad una politica sociale che, a quei tempi, era all’avanguardia. L’italiano è diventato un popolo precario. Precario nel lavoro ( chi ce l’ha); precario dal punto di vista economico; precario per le sue scelte; precario per il suo futuro, che si presenta sempre più gravido di incertezze; precario nei valori guida, in quegli "indicatori" che gli avevano sempre fatto luce sul cammino della propria vita. Oggi per essere "politicamente corretti" stiamo scivolando verso situazioni che lasciano spazio all’incertezza, alla mancanza di punti di riferimento, al dubbio che non costruisce. Siamo persi nel "gran mar dell’essere" senza meta, orfani.

Giosafatte

L'Italia cambia - Numero 53

 

L’Italia cambia… Cambia l’italiano medio: cambiano le sue abitudini in tempo di crisi, cambia il suo modo di pensare, di essere. E non aspettiamo che ce lo dica l’ISTAT : basta guardarsi attorno. Ovviamente non parliamo dei cambiamenti epocali e delle tragiche conseguenze di chi perde il posto di lavoro. Parliamo, invece, delle piccole abitudini, del modo di essere e di vivere, dell’italiano medio. Quel piccolo borghese che è stato ben descritto tante volte dalla "commedia all’italiana", dai film di Sordi e Tognazzi, dai tanti siparietti televisivi sempre in voga. Ormai non siamo più, e da un pezzo…, un Paese di santi, di navigatori, ecc. ecc.. ma, ma …siamo diventati un popolo che non crede più in nulla. Una volta ci si sposava in chiesa, ora non più : prima si convive, si fa la prova, poi si vede …Ovviamente se ci si sposa dopo anni di convivenza è di regola l’abito bianco! Alla faccia del non conformismo! Una volta si scommetteva su chi vinceva lo scudetto. Ora si fa prima : scommettono gli stessi giocatori …magari, con qualche "aggiustatina" sulla partita. Anche se gli italiani restano fedeli al loro ruolo di direttori tecnici, di allenatori, di inguaribili commentatori del lunedì mattina …Sventolio di bandiere, tifo stellare, litigi con il vicino interista o milanista o juventino …e il calcio, quello giocato, affonda in un mare di melma… Lo stadio poi è diventato spesso luogo di risse, di cori razzisti, non più luogo di divertimento e di sport. Gli italiani non consumano più come prima. Le cifre parlano chiaro : siamo tornati in una situazione simile al tempo della grande depressione del 1929 e le famiglie in pochi anni hanno perso circa il 10% del loro reddito. Consumiamo di meno, produciamo di meno, siamo sicuramente meno felici ( o incoscienti?). Signori : si cambia! E si cambiano anche abitudini inveterate : meno vestiti, meno uscite a mangiar la pizza, meno ferie. Insomma la crisi ci ha fatto cambiare, ma non solo negli acquisti, non solo nelle spese. Dove invece non cambiamo è nell’essere sempre convinti che la colpa - dalla crisi economica al cartello stradale di stop non rispettato, dall’insufficienza ottenuta a scuola a qualsiasi piccola questione quotidiana - sia sempre e comunque degli altri, chiunque siano gli altri. I sacrifici? Devono farli gli altri. La politica? Hanno colpa gli altri, quelli del partito avverso… Anzi oggi impera l’antipolitica e quindi i politici sono tutti da cancellare. Mi piacerebbe che questa crisi (non certo la prima e non certo l’ultima) riuscisse veramente a cambiarci. A farci più seri, più consapevoli, meno superficiali. Mi piacerebbe che gli italiani dopo secoli di attese deluse -sotto qualsiasi padrone, francese, austriaco, spagnolo - capissero che gli aiuti non possono venire né dal potere centrale né da altri, e che le colpe possono essere anche nostre, e che bisogna "rimboccarsi le maniche", farcela da soli, crederci. Siamo sempre stati il Paese dell’ "aiutino", di "una mano lava l’altra", del "tengo famiglia", della raccomandazione. Cambieremo mai? Probabilmente no, ma questa crisi è forse l’ultima occasione. Intanto la situazione odierna ci ha fatto capire - anche se ne avevamo il sospetto … - che il denaro domina il mondo; la speculazione finanziaria e non gli ideali fanno la storia; l’interesse, il piccolo come il grande, muove le cose, non i valori. Ma questo non vuol dire che ciò sia giusto. E’ giunto il momento in cui, senza retorica per carità, si faccia una rivoluzione copernicana, si rimediti sul senso della vita, sul senso dell’importanza delle cose, cui va dato il giusto valore. E’ giunto il momento di capire che non siamo soli sulla faccia della Terra ma che lo sguardo comunitario, l’attenzione agli altri, il tendere la mano può e deve essere il nostro nuovo cammino. E per far questo è sufficiente partire dalle piccole cose quotidiane.

Giosafatte

 

COME VA LO SPREAD?

Lo spread, come va lo spread? A che punto è lo spread? Dalle Alpi alla Sicilia il grido, a volte sommesso a volte strozzato, sempre venato d’angoscia, riecheggia in tutta la penisola. Gli italiani hanno scoperto lo spread, ignorato dai più sino a qualche mese fa. Per quelli che seguono le cronache rosa è stato confuso talvolta con il più prosaico ed eccitante spritz, frizzante bevanda molto popolare nel Veneto; ma ben presto si è capito che lo spread ha ben poco di eccitante … A sentire le conversazioni nella sala d’attesa del dentista piuttosto che in tram o al mercato, l’italiano medio è diventato un esperto di Borsa e di alta Finanza. Termini sino a poco fa ignorati e mai sentiti affiorano impetuosi sulle labbra di onesti pensionati seduti sulle panchine dei giardinetti; attempate massaie parlano di PIL, quasi si tratti di un problema da risolvere con una … depilazione indolore, invece della mitica ceretta … C’è poi chi si avventura nella foresta delle sigle ed allora è tutta un’orgia dionisiaca di IMU, PMI, BTP, RATING, MIB, IRPEF, IBAM, CAB, sino a giungere al temutissimo DEFAULT. Così cambia il costume degli italiani, che dopo essere stati un popolo di santi, poeti e navigatori, sino a giungere ad essere un popolo di allenatori, tecnici, tifosi, ora diventa un popolo di economisti. Ma c’è un primato che gli italiani sono sicuri di detenere per sempre: quello di moralisti. Abbiamo una classe politica che è quella che è; le cronache sono piene delle loro magagne , brutte e pessime; anche la Lega, un movimento "barbaro", ruvido nel linguaggio come nei gesti ( tanto per essere gentili), ma propagandato come onesto ed incorruttibile, ha dato pessima prova di sé, ad iniziare dalla "Famiglia". Non bastava Berlusconi con le sue feste : anche il vecchio leone Bossi è entrato nel tritacarne mediatico. E quindi nella chiacchiera quotidiana. E così tutti si sono sentiti meglio, quasi che la classe politica non fosse espressa da tutti noi. Quasi che gli elettori siano meglio degli eletti. E’ il solito vizio italiano: la colpa è sempre del vicino, dell’altro. Parlare male degli altri fa sempre bene, ci fa sentire migliori … E ancora di più se a gettare fango sull’idolo caduto è chi fino a ieri faceva parte del suo entourage. Sic transit gloria mundi! L’italiano : un popolo con la sindrome del cesarismo. E non intendiamo "I Cesaroni", la fiction televisiva, no, ma proprio la sindrome di Caio Giulio Cesare, l’avversione postuma, ovviamente in nome della democrazia, per il dittatore, il tiranno o semplicemente il capo che abbiamo contribuito ad installare sul piedistallo. Con le nostre ipocrisie, con i nostri silenzi, con i nostri perbenismi, con i nostri falsi moralismi.

Il ministro Tremonti, in una recente esternazione, ha dichiarato che le attività promozionali dei prodotti italiani sono manifestazioni di "folclore" a cui non corrisponde alcun effetto apprezzabile; anzi, in molti casi le quote di mercato del "made in Italy" accusano ricorrenti flessioni. Ciò si deve, da un lato, alla scarsa consistenza del budget, sia in cifra assoluta, sia in rapporto agli investimenti degli altri Stati per promuovere le loro merci; dall’altro, e prioritariamente, alla farragine organizzativa che si traduce in dispersione di risorse ed in accavallamenti di iniziative similari. Tutti sanno che la promozione italiana, compito precipuo dell’ICE, si giova di non pochi Soggetti diversi: gli Uffici commerciali delle Ambasciate e di alcuni importanti Consolati; gli Assessorati regionali alle Attività produttive; le Camere di Commercio, comprese quelle all’Estero e quelle estere in Italia; le Organizzazioni delle categorie maggiori, e via dicendo. Non a caso, Tremonti ha potuto fare riferimento a possibili sovrapposizioni che coinvolgono sette livelli di competenze. Il problema non è affatto nuovo. Anni or sono, lo stesso Presidente Berlusconi aveva sottolineato l’incongruenza del sistema e la necessità di una riforma che mettesse ordine nella materia, con un occhio di riguardo per la priorità della rete diplomatica anche in campo promozionale. Il progetto, al pari di tanti altri, è rimasto in lista d’attesa: verosimilmente, perché si opponeva alla conservazione dello "status quo" e dei tanti interessi maggiori e minori ad esso collegati. In questo senso, la battuta del Ministro ha il sapore di un’amarezza quasi rassegnata. Sta di fatto che l’ICE ha un budget insufficiente, come è stato messo in luce da sempre: la sua incidenza sul valore complessivo dell’export italiano è frizionale, senza dire che due terzi delle disponibilità sono destinati al finanziamento della struttura operativa, costituita dal personale e dagli uffici. Non è un mistero che negli altri Paesi europei, compresi quelli di minore rilevanza economica e commerciale, gli investimenti istituzionali in promozione sia proporzionalmente superiori a quello italiano. Ciò spiega ma non giustifica il fatto che le iniziative "concorrenti" abbiano proliferato, e non elide le responsabilità di una programmazione sostanzialmente nulla. Oggi è facile parlare di folclore, ma le osservazioni qualunquiste, per quanto autorevoli, non risolvono il problema: anzi, finiscono per accentuarlo. In realtà, nel mondo globale del nuovo millennio sarebbe necessario, ancor prima di mezzi finanziari meno effimeri, un ripensamento strategico che conferisca ruoli aggiornati alla cooperazione internazionale: un altro capitolo in cui l’Italia occupa posizioni di retroguardia, con un’incidenza sul prodotto interno lordo inferiore al due per mille e pari ad appena un quarto del pur modesto budget di base. Va aggiunto che la piccola e media impresa, pur costituendo i quattro quinti della struttura produttiva nazionale, finisce per fruire in misura assai modesta sia dei mezzi promozionali in senso stretto, sia di quelli collegati alla cooperazione: ciò, sebbene le aziende importanti siano in grado di ricorrere a risorse proprie, assai più delle minori. Non manca occasione in cui il declino della competitività italiana non venga attribuito al differenziale di costo, con particolare riguardo a quello del lavoro, nei confronti dei grandi Paesi emergenti, primi fra tutti gli asiatici; ma sarebbe il caso di aggiungere che in Italia il prezzo dell’energia supera del 37 per cento la media europea, senza che il problema sia stato oggetto di alcun apprezzabile intervento. Al pari di quanto accade per la promozione, sembra che il Paese venga lasciato in balia di un anacronistico "laisser faire" e quindi, dei cosiddetti poteri forti. Il teatrino della politica continua a deliziare l’uomo della strada con dispute nominalistiche e spesso folcloristiche. Nel frattempo, il sistema economico vacilla, la valorizzazione delle risorse resta un’utopia, i cervelli migliori emigrano e le classifiche mondiali della produttività, della competitività e della sicurezza vedono aggravarsi la posizione italiana, in un triste ruolo di retroguardia. Del resto, se non si riesce nemmeno a coordinare la promozione, o meglio ciò che ne resta, tali risultati non possono sorprendere. Mai come nell’attuale congiuntura, la politica è apparsa lontana dall’antica definizione quale arte di operare per il perseguimento del bene comune, ponendosi al servizio sempre più palese di interessi contingenti e di particolarismi tanto diffusi quanto ignobili. Non è mai tardi per rimediare, ma sarebbe necessaria una rivoluzione morale ad ogni livello, grande o piccolo che sia: ad esempio, in una promozione che si ponga in una vera ottica di servizio, agli antipodi dell’attuale folclore.


M.C.

Come prima - Numero 50

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



Come prima

Qualora si voglia "che tutto rimanga com’è", secondo la classica affermazione del Principe di Salina, il Gattopardo dell’omonimo romanzo, "bisogna che tutto cambi". Questo tagliente aforisma non esprimeva il pensiero di una vecchia aristocrazia logorata dalla legge del tempo come quella borbonica, ma esternava un sentimento popolare tuttora diffuso e convalidato dall’esperienza, specialmente in Italia, dalle Alpi alla Sicilia. In effetti, quanto vi accade da due terzi di secolo ne costituisce una dimostrazione probante. In campo politico, i Governi della "solidarietà nazionale" o della "non sfiducia" andarono a sostituire quelli del "progresso senza avventure" o delle "convergenze parallele", con esclusione di traumi che non fossero puramente semantici; più tardi, con la stagione di "Mani pulite" parve giunto il momento di tornare ad un’antica pregiudiziale etica, ma alla resa dei conti il sistema ha finito per avvitarsi in un contesto da avanspettacolo, se non anche da nichilismo elevato a sistema. Sono soltanto esempi, ma parecchio significativi. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il debito pubblico italiano ha raggiunto un’incidenza sul prodotto interno lordo largamente superiore alla media europea e risulta pari al doppio di quanto statuito nel trattato di Maastricht, cosicché ogni cittadino è indebitato per una cifra più alta del suo reddito medio, nella misura del 50 per cento. I tempi di Quintino Sella o di "quota novanta" sono una pallida reminiscenza riservata agli specialisti. La recessione morale è ancora più grave di quella economica: oggi, troppi giovani coltivano soltanto sogni di facile successo nel mondo dei calciatori o delle "veline", mentre diverse persone mature trovano un impegno a tutto campo nella finanza d’assalto e qualche volta nell’usura. Intanto, l’uso della droga seguita a crescere alimentando quote sempre più ampie di delinquenza organizzata, e non solo di quella proveniente dall’immigrazione clandestina. La "dittatura del consumismo", cui si fanno autorevoli e di ????R?ffusi riferimenti, induce modelli di comportamento che hanno "gradualmente conquistato l’aspetto intellettuale della vita psichica" con l’apporto decisivo della "seduzione pubblicitaria trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa". Sembra congruo affermare che tutto stia cambiando, ma chi consideri la realtà dei fatti e prescinda dalle apparenze dovrà convenire che oltre le etichette esteriori nulla è cambiato. Basti dire che l’Italia ha ripudiato la guerra nella solenne affermazione della sua Carta costituzionale, ma partecipa da anni ad operazioni belliche dell’Occidente "civile" come quelle svolte in Iraq od in Afghanistan e minacciate in Iran, cercando un’improbabile "esportazione" di democrazia (o presunta tale) e mettendo a forte rischio la vita dei suoi figli migliori. Basti aggiungere che gli Istituti di credito, compresi quelli a matrice pubblica, continuano a perseguire strategie di profitto massimizzato lontane più di prima dalla trasparenza e dal ruolo di supporto allo sviluppo che sarebbe di loro conclamata competenza. Basti concludere rammentando che i sindacati, lungi dall’impegnarsi in programmi di occupazione, sono arroccati su posizioni di tutela del privilegio e sostanzialmente inclini alla conservazione, che un acuto osservatore della realtà storica e della psicologia umana come Gaetano Salvemini aveva definito, già da tempi lontani ed insospettabili, come comportamento ricorrente, tipico di chi "si trova benone come sta". In questo clima da basso Impero, reso effervescente da spettacoli televisivi di bassa lega e da vicende di "gossip" che hanno funzioni analoghe a quelle degli antichi giochi del circo rivolti a tenere buona la plebe, non sorprende che nulla cambi e che discriminazioni e prevaricazioni siano sempre all’ordine del giorno. Per citarne qualcuna, gli infoibatori ex jugoslavi continuano a percepire la pensione dell’INPS ed a farsi beffe di una giustizia italiana mai tanto latitante come quella applicata (si fa per dire) nei loro confronti dichiarando il non luogo a procedere per una fantomatica incompetenza territoriale; e gli ultimi veterani della RSI, in spregio agli auspici di conciliazione a buon mercato, continuano a vedersi negare qualsiasi riconoscimento morale, giuridico ed economico da parte di una volontà politica legata tuttora alla tesi "partigiana" secondo cui avrebbero combattuto sul fronte "sbagliato". L’Italia è fedele al rango di Stato a sovranità limitata acquisito 65 anni or sono e pervicacemente mantenuto con dimostrazioni talvolta surreali come quella del 1975, quando la stipula del trattato di Osimo coincise con la rinuncia senza contropartite ad una quota importante di territorio nazionale: la zona "B" del mai costituito TLT. In proposito, è appena il caso di rammentare che, se avesse avuto fondamento giuridico la tesi di quanti sostennero che la cessione aveva avuto già luogo col Memorandum di Londra del 1954 (ciò con particolare riferimento alle forze della sinistra ivi compresa quella democristiana che faceva capo al Presidente Moro), non ci sarebbe stato bisogno di sottoscrivere un patto vergognoso come quello firmato da Mariano Rumor a Villa Leopardi, in un’atmosfera carbonara. Si potrebbe pensare che l’affievolimento della sovranità sia stato un effetto della resa incondizionata pretesa dagli Alleati nel 1943 in modo obiettivamente miope, perché il risultato - come Andreas Hillgruber ha posto in ottima evidenza - avrebbe potuto essere "ottenuto anche senza una simile esasperazione degli obiettivi di guerra"; ma non sfugge a chicchessia come ben diversa sia stata la capacità reattiva a medio e lungo termine degli altri Stati che subirono la stessa sorte, quali Germania e Giappone. Del resto, Eisenhower affermò che l’armistizio, per il modo in cui venne gestito dal Governo Badoglio, fu uno "sporco affare", ed Alexander aggiunse che l’Italia lo aveva chiesto non già per avere esaurito la sua capacità bellica, ma per affrettarsi a "salire sul carro del vincitore". Anche Bettino Craxi, il solo premier che seppe confrontarsi duramente con gli Stati Uniti in occasione della vicenda di Sigonella, si rese responsabile di scelte opinabili sul piano della "Realpolitik" (a parte il contributo decisivo che il suo Governo diede al disastro economico italiano) quando fece riparare a Belgrado il terrorista Abul Abbas, responsabile del dirottamento della nave da crociera "Achille Lauro" e della proditoria uccisione di un turista americano, per giunta invalido, non senza avere dichiarato "partner di assoluta preferenza" una Jugoslavia già allo sfascio, che nel giro di pochi anni sarebbe crollata come un castello di carte. Gridare allo scandalo sarebbe corretto ma inutile, essendo di solare evidenza che in Italia prospera come non mai il "particulare" di Francesco Guicciardini e che la "salvezza dello Stato", fine ultimo dell’azione politica teorizzata dal Segretario fiorentino - il sommo Nicolò Machiavelli - vive nella sfera dell’utopia, a prescindere dai dubbi sull’esistenza stessa dello Stato. Nondimeno, chi "rifletta con mente pura" e faccia proprio il grande sogno del Vico, ha tutte le buone ragioni per dissociarsi da quanti sostengono che esisterebbero cambiamenti di grande spessore all’insegna di un presunto progresso morale, politico e spirituale praticamente indefinito al pari di quello tecnologico, l’unico realmente vero. L’attualità del Principe di Salina e della sua realistica interpretazione di uomini e cose è destinata ad avere un lungo futuro.

Carlo Montani



IMMIGRAZIONE E COOPERAZIONE

Gli eventi calabresi del gennaio 2010, in cui il problema dell’immigrazione si è manifestato con evidenza drammatica, anzi tutto nell’incapacità politica di governarlo in modo tempestivo e funzionale, hanno assunto caratteri di guerra fra disperati: da un lato, qualche centinaio di extra comunitari africani, sfruttati dalla mafia locale nel lavoro di raccolta della frutta rigorosamente "sommerso" e condannati ad una sopravvivenza sub-umana messa comunque in forse dalla crisi degli agrumi; dall’altro, la cittadinanza locale, che pur avendo accolto gli immigrati in modo assai tollerante ed in qualche caso fraterno è stata oggetto di violenze gratuite ed immotivate da parte dei "neri" senza che le forze dell’ordine intervenissero se non a posteriori, quando hanno eseguito le disposizioni per il trasferimento degli extra comunitari negli appositi centri di altre Regioni. Il risultato, paradossalmente, è stato solo quello di spostare il problema in altri contesti geografici, tanto più che la maggioranza di quegli immigrati, almeno in base alle rilevazioni approssimative della prima ora, non avrebbe potuto essere oggetto di espulsione immediata, in quanto munita di un regolare permesso di soggiorno. Assieme alla Sicilia, la Calabria è la Regione italiana con il più alto tasso di disoccupazione, che in alcuni distretti supera la media nazionale di almeno tre volte. In queste condizioni, non c’è dubbio che una forte presenza di manodopera straniera costituisca un problema socio-economico più urgente perché toglie occasioni di lavoro, sia pure precario, alla gente italiana e sposta verso il basso l’equilibrio tra domanda e offerta di "braccia", già sperequato a favore dei padroni e dei loro caporali. Tuttavia, si deve sottolineare alla stregua di un fatto certamente civile l’esistenza di uno spirito di cooperazione durato a lungo, sino a quando le violenze degli immigrati anche nei confronti di donne e bambini, ben documentate dai mezzi di comunicazione informativa, non hanno indirizzato il comportamento collettivo verso una legittima difesa in cui si sono volute cogliere espressioni razziste inesistenti: caso mai, si sarebbe dovuto parlare di una protesta dettata dalla disperazione e dall’esasperazione, rivolta non soltanto verso i "neri" ma prima ancora verso i loro sfruttatori e verso uno Stato quasi latitante. Gli immigrati hanno diritto al rispetto che si deve ad ogni persona umana, ma tutti debbono comprendere che il mondo sviluppato ed in primo luogo l’Italia non potrebbero programmare un’accoglienza illimitata se non mettendo a rischio la loro struttura economica e sociale, ed alla lunga, anche l’ordine pubblico. Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla necessità di interventi preventivi nei Paesi d’origine, anche nell’ambito del fondamentale e prioritario controllo demografico, ma quanto si va facendo a livello di cooperazione internazionale trova vincoli crescenti nelle strozzature istituzionali, comprese quelle del sistema ONU, e nella scarsa propensione del mondo sottosviluppato a promuovere dopo l’avviamento un’efficace produttività e redditività degli investimenti: motivo non ultimo, ora accentuato dalla crisi, per cui le quote di PIL che diversi Paesi avanzati rendono disponibili per la cooperazione si conformano agli impegni con diffuse vischiosità. Occorre, in questa ottica, che l’immigrazione venga pianificata in modo razionale, non solo a livello legislativo, come si è cercato di fare in Italia, ma anche - e soprattutto - in chiave esecutiva. Una teoria separata dalla prassi ed una normativa sfornita di sanzioni od incapace di applicarle sono condannate al fallimento. Da questo punto di vista, i fatti di Calabria hanno fatto suonare un campanello d’allarme che deve essere ascoltato, traendone l’impegno ad agire prima che l’evento si ripeta altrove e finisca per sfuggire di mano. La necessità di tutela della cittadinanza locale non può essere posta in discussione perché riguarda il "prossimo" più immediato e talvolta più debole, come si è visto per le donne ed i bambini oggetto della recente violenza, con gli extra comunitari in possesso di licenze d’aggressione tanto inopinate quanto assurde. Invece, non è pertinente, se non sul piano etico e su quello storico, richiamare alla memoria le pagine più dolorose della nostra emigrazione, a cominciare dalle allucinanti quarantene davanti a Nuova York e dai numerosi "respingimenti" effettuati dalle autorità statunitensi; per continuare con la tragedia di Aigues Mortes nella vicina Francia, dove una decina di lavoratori italiani delle saline vennero trucidati nel 1893 da una folla "inferocita" perché si erano dovuti accontentare di un salario inferiore a quello della manodopera locale; e per finire col disastro di Marcinelle, massimo dramma della storia mineraria europea, che in tempi relativamente recenti, sulla carta più rispettosi dei diritti individuali, e più precisamente nel 1956, vide il sacrificio di 139 nostri minatori (assieme a quello di oltre cento operai di altra nazionalità), colpevolmente "scambiati" dal Governo italiano con il carbone del Belgio. Ogni epoca richiede di essere oggetto di valutazioni conformi al cosiddetto spirito del tempo. Non c’è dubbio, in proposito, che l’immigrazione attuale fruisca di tutele un tempo impensabili, certamente dovute in conformità alla normativa europea ed a quella italiana in materia di diritti umani, ma proprio per questo è implicito che debba comportarsi, parallelamente, alla stregua dei doveri corrispondenti e che ogni comportamento contrario vada prevenuto o represso con la necessaria tempestività.

Carlo Montani

Anniversari - Numero 49

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



Anniversari

Il due novembre ricorreva il trentaquattresimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini: il tempo non ha placato le polemiche ed anzi, l’evento è stato ricordato ancora una volta con ampiezza di celebrazioni, dispute e rimpianti. Non meno vivace è stata la grancassa battuta dalla grande stampa d’informazione, anche in Italia, sull’ultima trovata discografica di Paul Mc Cartney, che ha rivisitato taluni grandi successi del 1975, riportandosi ai vertici delle classifiche di vendita. Nell’età dei consumi e nella migliore delle ipotesi, di una pervicace cultura di sinistra incurante di ogni pur motivato revisionismo, non c’è da stupirsi. Si dà il caso, peraltro, che tali avvenimenti abbiano coinciso col trentaquattresimo del trattato di Osimo, firmato da Rumor e da Minic il 10 novembre nel clima da consorteria che le cronache d’epoca non mancarono di evidenziare: l’Italia rinunciò senza contropartite ad una quota significativa del proprio territorio perché l’ordine di scuderia era quello di chiudere senza ulteriori indugi ogni parvenza di contenzioso con la Jugoslavia. Non a caso, fu approvato senza soverchi intralci dai due rami del Parlamento, nonostante parecchie autorevoli voci che si levarono a denunciare l’ignominia del tradimento: un reato che, all’epoca, era passibile dell’ergastolo. Stavolta, l’anniversario è passato sotto silenzio. Effettivamente, la trentaquattresima ricorrenza di un evento non induce manifestazioni di particolare enfasi, come quelle che per antica tradizione si riservano ai decennali, ai centenari, e via dicendo. Nondimeno, se proprio si dovevano suonare le trombe per singoli personaggi, sia pure di qualche spessore nel loro campo di attività, non si vede perché non si sarebbe potuto fare altrettanto per l’anniversario di un evento d’interesse generale che è stato un autentico schiaffo al giure comune ed al buon senso, perché non era mai accaduto che uno Stato moderno rinunciasse ad una porzione di sovranità a favore di un altro, senza alcuna reale motivazione e senza alcuna ragione realmente condividibile. Eppure, nell’anno di grazia 2009 esiste un Governo di centro-destra o presunto tale, da cui sarebbe stato logico attendersi qualcosa di diverso, se non altro per salvare le forme e riconquistare un minimo di credibilità nei confronti del movimento giuliano e dalmata (e non solo), già catafratto da una serie di comportamenti che non sarebbe azzardato qualificare alla stregua di vere e proprie angherie istituzionali. Vale la pena di ricordare che nel 1975 l’Italia non era più il partner debole del 1947, quando aveva dovuto subire l’infamia del diktat. Al contrario, almeno nei confronti di una Jugoslavia che si stava già avviando verso il dissesto, e lo sfascio che ne sarebbe conseguito, era uno Stato economicamente progredito, sebbene sul piano politico fosse stato condizionato dalla "non sfiducia", dalle "convergenze parallele" e da analoghe amenità. In altri termini, chi cominciava a vacillare era proprio Tito, sebbene l’Occidente fosse incapace di comprenderlo, o meglio non intendesse farlo, alla luce di una politica tradizionalmente miope che nei palazzi romani diventava tremebonda. Più tardi, qualcuno si sarebbe accorto dell’errore, ma ormai i giuochi erano stati fatti, e la nuova parola d’ordine sarebbe diventata quella secondo cui è bene scordarsi del passato, alla maniera dei guitti. D’altra parte, l’Italia non ha avuto statisti della tempra di un Kohl, capaci di "cogliere la fortuna" di machiavelliana memoria all’atto della sua veloce apparizione, ma - nella migliore delle ipotesi - boiardi troppo pensosi del proprio "particulare" o di quello delle rispettive fazioni. In questo senso, il silenzio su Osimo è motivo di amarezza, ma non di sorpresa, e corrisponde perfettamente, non già all’antico disegno di sopire le motivate attese giuliane e dalmate, ma a quello più attuale di stendere su di esse una pietra tombale, senza recitare nemmeno un "de profundis". La madre dei "vigliacchi d’Italia", come sarebbero definiti da Carducci, è sempre incinta, ma le bandiere delle giustizia, piaccia o meno, non saranno facilmente ammainate.

M.C.



Nuova Direttiva Macchine dell’Unione Europea:
un’ulteriore opportunità di cooperazione internazionale


Il 29 dicembre 2009 è entrata in vigore la nuova Direttiva Macchine dell’Unione Europea, che ha introdotto alcune importanti novità in materia di organizzazione del lavoro e di sicurezza, sulle maggiori delle quali è opportuno attirare le opportune attenzioni, perché costituiscono un momento importante di verifica circa le reali potenzialità della cooperazione internazionale. Rispetto alla normativa precedente, risultata per diversi aspetti perfettibile, è stato introdotto l’obbligo di marcatura per le cosiddette "quasi macchine", intese come strutture in grado di operare senza l’apporto diretto di un motore, ma anche per talune nuove accessioni strumentali come gli ascensori da cantiere e diverse attrezzature, fra cui gli strumenti di sollevamento, quali catene, freni e cinghie. Lo stesso dicasi per gli apparecchi portatili a carica esplosiva. E’ stata introdotta una scadenza di validità delle certificazioni, indicata nel quinquennio dalla data del rilascio. Ciò corrisponde ad un’esigenza di adeguamento imposta dalla forte accelerazione del progresso tecnologico. Per quanto riguarda le procedure, è stato previsto l’obbligo di riportare la documentazione relativa alle valutazioni dei rischi in tutto l’iter progettuale della macchina, ma è stata statuita anche la possibilità di operare nel nuovo regime definito della "Garanzia di qualità completa", che si traduce in un sistema integrato di progettazione, fabbricazione, ispezione finale e verifica operativa, approvato da un Organismo notificato: in pratica, di un "pacchetto" globale, in alternativa alle procedure precedentemente in essere. Non mancano novità a proposito delle sanzioni, che gli Stati membri sono chiamati a predisporre in modo che siano "effettive, proporzionate e dissuasive": un’affermazione vincolante in linea di principio, che peraltro sembra sottintendere possibili regolamenti differenziati da un Paese all’altro, quanto meno nelle more della necessaria armonizzazione, il cui ruolo assume carattere decisivo, sia sul piano giuridico, sia su quello commerciale. Un’ulteriore prescrizione importante riguarda il ritiro delle macchine "potenzialmente pericolose": anche in questo caso, con una semantica non esauriente dal punto di vista descrittivo che implica possibili carenze sul piano dell’ auspicata e doverosa certezza del diritto. Infatti, è stato precisato che possono intendersi per tali, anche macchine prodotte in base a norme armonizzate pregresse: considerazione condividibile in linea di principio, ma non immune da possibili interpretazioni discrezionali, che rendono opportune definizioni oggettive, ed accettate da tutti, dei concetti di potenzialità e di pericolo. Al di là degli aspetti innovativi e dei contenuti problematici a cui è stato necessario accennare, la nuova Direttiva europea intende sopperire alle carenze interpretative che avevano caratterizzato quella precedente, fino al punto che alcuni quesiti proposti dal momento imprenditoriale erano rimasti inevasi. Giova ribadire che la normativa in questione obbedisce, in primo luogo, ad un’esigenza di sicurezza sempre più diffusa, sia per le macchine globalmente considerate che per le singole componenti, a cominciare da quelle elettriche, cui sono state dedicate attenzioni specifiche particolari. In tale ottica, essa costituisce una Dichiarazione di conformità alle varie Direttive dell’Unione Europea, per quanto applicabili e recepite negli ordinamenti statuali. Le Associazioni industriali del settore meccanico europeo hanno predisposto un’ampia serie di Seminari e di Convegni specializzati, in cui sono stati illustrati i contenuti essenziali della Direttiva e le maggiori innovazioni rispetto alla legislazione precedente.

C. M.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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