Costume

Caro 2018… - Numero 58

A chi scrivere una letterina con i desideri per il 2018? Non certo a Babbo Natale (ha già fatto la sua comparsa ed è andato via) né alla Befana (troppo impegnata a portare i regali ai bambini). Allora la scrivo … a chi vuole leggerla …
Vorrei per il prossimo anno un nuovo governo, prima di tutto. E non solo nel senso ovvio di un governo nuovo dopo i risultati elettorali, ma proprio nuovo, diverso da quelli che abbiamo avuto sino ad ora. Un governo che si occupi un po’ di più degli italiani, della sicurezza, delle nostre tasche, del futuro dei nostri figli. Intendo : non solo a parole.
Vorrei una Destra più unità, non più frazionata in più anime,  che riuscisse a far valere le ragioni dell’Italia in Europa. Non è una scelta di campo, ma mi ritrovo nella frase pronunciata tempo fa da Marion Le Pen “La loro Europa non è la nostra, anzi la loro è un’anti-Europa, quella dei tecnocrati, dei commissari non eletti, dei banchieri. La nostra è quella degli eroi, dei santi e degli inventori. La loro Europa ha 60 anni, la nostra 5 mila”.
Vorrei una scuola che fosse veramente una “buona scuola”. Importante, indubbiamente, l’entrata in ruolo di tanti docenti, ma importante anche riconoscere il ruolo delle scuole non statali per una reale parità. La libertà di scelta della scuola per i propri figli è elemento essenziale di una vera democrazia, per il perseguimento di un autentico pluralismo culturale e civile.
Vorrei più sicurezza nelle strade, senza timore di poter passeggiare di sera; essere tranquillo in casa, senza pensare di dovermi difendere; mandare i figli a scuola senza temere per il loro rientro.
Vorrei social senza fake news, senza quello stupidario digitale che ci sommerge, senza la retorica dei buoni sentimenti, senza volgarità.
Vorrei che non capitasse più di vedere, come successo a Carpi, la testa della statuetta di Gesù Bambino decapitata, come è successo pure a Solaro;  né come a Viareggio dove, dopo aver “rapito” Gesù Bambino bianco …hanno portato via anche un Gesù Bambino nero; né avere una maestra che cambia il nome di Gesù in Perù nella canzone di Natale per non urtare la sensibilità dei bambini stranieri…
Vorrei, vorrei, vorrei …Quante cose.

Giosafatte

Non sopporto - Numero 57

  • Non sopporto quelli che vogliono divertirsi per forza, partecipare d’estate necessariamente a tutto quanto viene offerto dagli alberghi o dagli stabilimenti balneari, essere protagonisti in ogni occasione “perché la vita è una”, “perché ogni lasciata è persa”.
    Proprio perché la vita è una non la voglio sprecare solo a ubriacarmi di distrazioni per non pensare a quanto sia breve …
  • Non sopporto quelli che dopo averci deliziato negli anni passati con “bestiale”, “un attimino”, “a monte”, “a valle”, ora ci deliziano con “anche no”, “anche basta”…
  • Non sopporto quelli che ad ogni piè sospinto dicono “a prescindere”! A prescindere da che! Prescindi da te stesso!
  • Non sopporto più quelli che, incontrandomi per strada, mi salutano dicendomi : “Com’è?”. Come vuoi che sia? Nuova versione del tormentone di qualche tempo fa : “Allora”?
  • Non sopporto i catastrofisti, gli uomini degli ultimi giorni del mondo, del “dove andremo a finire”, ma non sopporto neppure quelli che tirano a campare, quelli del “ tanto le cose si risolvono”, del “vedrai che le cose cambieranno”. I primi hanno una visione sempre apocalittica; i secondi mi ricordano i personaggi di certi film in cui, assistendo l’amico agonizzante, sforacchiato da decine di proiettili, lo rassicurano con “ce la farai: te lo prometto!”.  Bastasse una promessa!
  • Non sopporto gli uomini “agé” che indossano, chissà perché, improbabili pantaloni rossi o gialli; in alternativa scarpe da ginnastica rosse con perline fosforescenti. Mi viene il dubbio che all’atto del pensionamento venga fornito anche un piccolo corredo.
  • Non sopporto la mania del farsi tatuaggi. Quando ero bambino, essendo in una città di mare, mi dicevano che i tatuaggi li portavano quelli che erano imbarcati sulle navi. O quelli che erano stati in galera. Oggi tutti vogliono farsene uno. O più di uno. Da sfoggiare sulla spiaggia o per strada : nuovo tributo ad una moda antiestetica.
  • Non sopporto la moda di festeggiare il diploma di maturità con tocco e mantello e con conseguente lancio in aria del tocco! Una tradizione che non ci appartiene e che ci rende ridicoli. Non parliamo poi della nuova consuetudine di incoronare con un serto di alloro i neolaureati! E se provassimo a mettere loro in bocca anche un limone?
  • Non sopporto il politicamente corretto, in ogni sua forma; un modo spesso di dire ipocritamente con parole diverse ciò che si pensa, ma che ci si vergogna a chiamare con il proprio nome.
  • Non sopporto più me stesso, perché dovrei sopportare meglio gli insopportabili.

Giosafatte

“Populista”: questo epiteto sta prendendo  sempre più piede al posto  dell’ormai un po’ stantio “fascista”.  Partito dalla Russia  della fine dell’Ottocento ad indicare un movimento politico che trovava nel mondo contadino la sua ragion d’essere, il termine è giunto sino a noi, con una connotazione sostanzialmente negativa. Dare del “populista” significa essere un po’ demagogo, cavalcare l’onda, “parlare alla pancia della gente”. Quest’ultima è un’altra espressione poco felice. Che significa parlare alla pancia della gente? Toccare le corde dell’emotività? Ma allora meglio sarebbe dire “parlare al cuore della gente”. Ma, si sa, il cuore è organo nobile, sede dei sentimenti, dell’amore e quindi si riferisce a qualcosa di elevato, di poetico, di sentimentale. Parlare invece di pancia evoca i “mal di pancia” politici, quelli dei morsi della fame, dei sommovimenti intestinali con note e non piacevoli conseguenze … Così il nostro vocabolario politico si muove tra termini ed espressioni che vogliono colpire l’avversario, depotenziarlo, privarlo della sua carica dirompente. C’è chi, però, di essere populista se ne fa un vanto. Paolo Del Debbio, giornalista, noto al grande pubblico per essere conduttore televisivo di successo, ha scritto  un libro dal titolo “Populista e me  ne vanto”. E qui svela il vero significato del “suo” populismo : andare incontro alla gente, parlare con la gente, sentire quello che la gente ha da dire. Certo il mezzo televisivo è una gran cosa e l’atteggiamento di Del Debbio, che non si è chiuso nei salotti con politici da intervistare, ha ottenuto successo. E’ populismo, quindi, sentire chi  non ha occasione di dire la sua? E’ populismo dare voce a chi non ce l’ha?

E per rappresentare gli interessi più autenticamente popolari ci vuole un leader che sia carismatico, vicino al popolo e non ai Palazzi, pur nel diverso modo di presentarsi e di comunicare. E quindi facile riesce identificare il leader populista in Bossi, Berlusconi, Grillo e lo stesso Renzi, pur nella diversità dello stile. D’altra parte assistiamo sempre più chiaramente al disinteresse della gente per la politica, la freddezza nei confronti di essa, il disinteresse, il non sentirsi sufficientemente rappresentati e la disaffezione, l’antipolitica, che tocchiamo con mano dalle percentuali sempre in discesa di coloro che vanno a votare. Allora l’opposizione e il rinnovamento si fa con atteggiamenti populistici. Più corretto sarebbe, però, a questo punto dire popolari. Populista è quindi chi inganna con false promesse il popolo, chi lo accarezza per averne il consenso e poi tradirlo; popolare è invece chi lo ascolta, chi proviene da esso, chi guarda al popolo che, in democrazia, piaccia o non piaccia, è sovrano,  l’unico  titolato a parlare, a rivendicare diritti, ad essere rappresentato. Ed anche qui : non cadiamo in un atteggiamento “populista” … o qualunquista. Il popolo è … tutto il popolo; non è una parte di esso; non è solo il proletariato, o la borghesia, o i giovani, o gli anziani. E’ quella comunità legata dalla tradizione, dalla stessa cultura, dalla stessa storia, che si riconosce in un’identità.

Proprio quella identità che stiamo perdendo.

Giosafatte

Cagoia! - Numero 55

 

Nei momenti di crisi, economica, sociale, culturale, politica, il vocabolario si "arricchisce" di epiteti, figure retoriche e, perché no, espressioni salaci, che sono state da sempre patrimonio della dialettica politica. La polemica si riveste di una carica di virulenza in parte dovuta alla perniciosità dei tempi ma anche al fatto che niente più della parolaccia, o comunque l’espressione greve, colpisce in modo diretto ed inequivocabile. Quando il "parlare politico" diventa sempre più incomprensibile, quando allontana sempre più la gente, quando diventa troppo tecnico, l’espressione pungente colpisce come una battuta dialettale a teatro: fulminante!

Senza scomodare anatemi ed espressioni pronunciate nei secoli precedenti, come non ricordare l’epiteto con il quale D’Annunziò bollò l’allora Presidente del Consiglio Nitti, "reo" d’averlo duramente attaccato in Parlamento nel settembre 1919 per l’impresa di Fiume? Cagoia! Con questo epiteto, ricordato anche nei libri di storia, e che era il cognome di un pover’ uomo triestino noto per il suo atteggiamento pauroso, il Comandante ha consegnato ai posteri un’immagine che, per la facile assonanza, metteva in ridicolo il Presidente del Consiglio.

In questi ultimi anni, però, tanto per ricordarne qualcuna, il vocabolario si è arricchito di espressioni tratte dalla culinaria, Mortadella; da presunte accuratezze estetiche, il Cavaliere mascarato; da presunte capacità profetiche, la pitonessa; da grinta feroce, il caimano; e tanto ancora, dando libero sfogo alla fantasia, e alla cattiveria. Indubbiamente, dopo l’ingresso della Lega Nord e del frasario adoperato specialmente nei primi anni da alcuni esponenti del Movimento, è stato un crescendo. Ma non solo il frasario politico si adegua ai tempi calamitosi; interessante all’osservatore del linguaggio politico si presenta da poco tempo a questa parte anche una nuova categoria politica, destinata a far parlare sempre più di sé : il quarantenne. Dopo i cinquantenni, solitamente chiamati colonnelli, è ora la volta dei quarantenni. Sembrano dimenticati i tempi, per altro relativamente recenti, in cui i trentenni erano chiamati ancora bamboccioni; ora i quarantenni, solo per il fatto d’essere quarantenni, sembra che abbiano il destino del Paese sulle ginocchia. Come Giove. Ma chi è il quarantenne d’assalto, oggi? Certo, se guardiamo alla tipologia incarnata da Matteo Renzi, deve avere una buona dose di comunicativa, un linguaggio spedito, semplice, meglio con una cadenza regionale che faccia simpatia. Ve lo immaginate, infatti, un Renzi con l’accento calabrese, bergamasco o siciliano? E il look? Berlusconi ha fatto scuola, è innegabile. E se il look del Cavaliere era impeccabile (ultimamente al posto di camicia e cravatta appare il girocollo blu…), con il suo ormai mitico blazer e la cravatta di Marinella ( un look da "cumenda" si sarebbe detto tempo fa), il quarantenne Renzi invece si presenta alla ribalta della politica nazionale in maniche di camicia. Ma che sia bianca. E’ colui che si rimbocca le maniche, che fa e non dice; è colui che svela come il segreto delle cose sia dietro la banalità del quotidiano, che tutti sanno ma che nessuno vuol vedere. Renzi è quello che grida : Il re è nudo! E di questi tempi non è poco. Così vedremo sempre più spesso giovani politici rampanti come Matteo Renzi : in maniche di camicia (ben attillata sul torace), con le maniche rimboccate, senza cravatta, sportivi, con pantaloni a tubo. Guai a vedere baffi e barbe: è finito il tempo dei Che Guevara, dei Lenin, delle barbe anarchiche. L’Italia del futuro vuole la faccia pulita, lo sguardo deciso ma candido, l’eloquio forbito ma accattivante, i discorsi chiari : che brutto ricordo le "convergenze parallele"…E i capelli? Corti. Già vediamo Grillo con la chioma più pettinata di prima, ma anche le sue espressioni diventano più pungenti che volgari. Cambia l’Italia e cambia il look. E’ un modo di pensare e di essere, perché il look è il modo di essere di un periodo storico, non certo solo frivolezza o voglia di cambiamento fine a se stesso. Il governo Monti inaugurò un nuovo linguaggio politico facendo della sobrietà una bandiera; il suo abbigliamento era certamente espressione di quella mentalità, che era l’esigenza dei tempi, la sobrietà appunto.

Ma il momento dei quarantenni non si ferma qui: Alfano, Letta, Meloni. Ecco la Meloni, Giorgia Meloni, che ancora quarantenne non è, appare come la Giovanna D’Arco della destra italiana. Giovane politica combattiva, già ministro della Gioventù nel quarto governo Berlusconi, decisa, di quelle che non le manda a dire, conquista subito la simpatia del pubblico per la sua immediatezza, per la sua schiettezza. Frutto di sincera e lunga militanza politica. La Meloni ha dato vita insieme a Crosetto, La Russa ed altri a Fratelli d’Italia e si sta posizionando sempre più come colei che vuole rifondare la destra italiana, come altri comunque.

Siamo di fronte, quindi, ad una vera svolta generazionale? Sembra proprio di sì. Il punto è, ovviamente, che non basta una carta di identità per cambiare il Paese. Gli italiani devono imparare a capire, a non seguire le mode, a non sperare nel decisionismo, nello stellone d’Italia (ultimamente un po’ in ombra…), nel grande comunicatore, nel piacione, nella barzellettiere, nel compassato, nell’alternativo; imparare a non cedere alla moda del momento, ma leggere dietro l’apparenza.

Vedere il mondo com’è e non come viene rappresentato.

Giosafatte

Popolo orfano - Numero 54

 

Siamo diventato un popolo di orfani: non abbiamo più un governo (di quello di Monti qualcuno sente la mancanza?), stiamo per non avere più un Presidente della Repubblica, subiamo anche il taglio del rating, passando da una lettera (A) a un’altra (BBB+). Anche Benedetto XVI ci ha lasciato. C’è incertezza, malumore, rabbia, indignazione e anche chi viene toccato meno direttamente dalla crisi vive in un clima di incertezza. Si è sempre in attesa di qualcosa, di qualcuno (in Italia si attende sempre un salvatore della Patria…). Non ci sono più certezze. La profezia dei Maia, che tanta apprensione aveva suscitato, non si è avverata. E per fortuna! Siamo in balia dell’imprevedibile. Anche il Festival di Sanremo, tempio della canzone italiana, una volta ascoltato e visto delle nostre mamme e nonne, annuale punto di riferimento delle camere da pranzo delle famiglie italiane, ora si è aperto al nuovo, ai giovani, alla moda della satira politica e del dileggio, facendo intervenire il suo sommo sacerdote, il bravissimo Crozza (che però è stato anche contestato). Detto per inciso ha fatto un certo effetto vedere il grande sbeffeggiatore interrotto nel suo monologo, con lo sguardo un po’ perso, roteando la lingua per cercare di sciogliersela, tentando di parlare e chiamando il pubblico, che si divideva tra applausi e fischi, implorando quasi con i suoi appelli ad "amici", "ragazzi"…, senza sortire alcun effetto sino all’intervento di Fazio. Ma siamo diventati anche un popolo che ha perso anche dell’altro, molto. Abbiamo perso la nostra sovranità, il nostro potere decisionale e per la nostra cattiva gestione economica siamo sotto tutela dell’Europa e della signora Merkel. Eppure in un momento in cui viene agitato un po’ da tutte le parti lo spettro della Grecia, si moltiplicano stranamente i riconoscimenti (subito smentiti) sull’operato sociale di Mussolini…Sembra che la rivoluzione politica che stiamo subendo in questi giorni abbia permesso di poter dire quanto sino ad ora era proibito, ma che gli storici onesti avevano sempre, pur con diverse sfumature, assodato: il fascismo fu una dittatura (non lo negava neppure Mussolini…), ha portato il Paese alla disfatta della guerra, ha dato vita alle leggi razziali, ha perseguitato gli antifascisti, ecc. ecc., ma ha anche dato vita ad una politica sociale che, a quei tempi, era all’avanguardia. L’italiano è diventato un popolo precario. Precario nel lavoro ( chi ce l’ha); precario dal punto di vista economico; precario per le sue scelte; precario per il suo futuro, che si presenta sempre più gravido di incertezze; precario nei valori guida, in quegli "indicatori" che gli avevano sempre fatto luce sul cammino della propria vita. Oggi per essere "politicamente corretti" stiamo scivolando verso situazioni che lasciano spazio all’incertezza, alla mancanza di punti di riferimento, al dubbio che non costruisce. Siamo persi nel "gran mar dell’essere" senza meta, orfani.

Giosafatte

L'Italia cambia - Numero 53

 

L’Italia cambia… Cambia l’italiano medio: cambiano le sue abitudini in tempo di crisi, cambia il suo modo di pensare, di essere. E non aspettiamo che ce lo dica l’ISTAT : basta guardarsi attorno. Ovviamente non parliamo dei cambiamenti epocali e delle tragiche conseguenze di chi perde il posto di lavoro. Parliamo, invece, delle piccole abitudini, del modo di essere e di vivere, dell’italiano medio. Quel piccolo borghese che è stato ben descritto tante volte dalla "commedia all’italiana", dai film di Sordi e Tognazzi, dai tanti siparietti televisivi sempre in voga. Ormai non siamo più, e da un pezzo…, un Paese di santi, di navigatori, ecc. ecc.. ma, ma …siamo diventati un popolo che non crede più in nulla. Una volta ci si sposava in chiesa, ora non più : prima si convive, si fa la prova, poi si vede …Ovviamente se ci si sposa dopo anni di convivenza è di regola l’abito bianco! Alla faccia del non conformismo! Una volta si scommetteva su chi vinceva lo scudetto. Ora si fa prima : scommettono gli stessi giocatori …magari, con qualche "aggiustatina" sulla partita. Anche se gli italiani restano fedeli al loro ruolo di direttori tecnici, di allenatori, di inguaribili commentatori del lunedì mattina …Sventolio di bandiere, tifo stellare, litigi con il vicino interista o milanista o juventino …e il calcio, quello giocato, affonda in un mare di melma… Lo stadio poi è diventato spesso luogo di risse, di cori razzisti, non più luogo di divertimento e di sport. Gli italiani non consumano più come prima. Le cifre parlano chiaro : siamo tornati in una situazione simile al tempo della grande depressione del 1929 e le famiglie in pochi anni hanno perso circa il 10% del loro reddito. Consumiamo di meno, produciamo di meno, siamo sicuramente meno felici ( o incoscienti?). Signori : si cambia! E si cambiano anche abitudini inveterate : meno vestiti, meno uscite a mangiar la pizza, meno ferie. Insomma la crisi ci ha fatto cambiare, ma non solo negli acquisti, non solo nelle spese. Dove invece non cambiamo è nell’essere sempre convinti che la colpa - dalla crisi economica al cartello stradale di stop non rispettato, dall’insufficienza ottenuta a scuola a qualsiasi piccola questione quotidiana - sia sempre e comunque degli altri, chiunque siano gli altri. I sacrifici? Devono farli gli altri. La politica? Hanno colpa gli altri, quelli del partito avverso… Anzi oggi impera l’antipolitica e quindi i politici sono tutti da cancellare. Mi piacerebbe che questa crisi (non certo la prima e non certo l’ultima) riuscisse veramente a cambiarci. A farci più seri, più consapevoli, meno superficiali. Mi piacerebbe che gli italiani dopo secoli di attese deluse -sotto qualsiasi padrone, francese, austriaco, spagnolo - capissero che gli aiuti non possono venire né dal potere centrale né da altri, e che le colpe possono essere anche nostre, e che bisogna "rimboccarsi le maniche", farcela da soli, crederci. Siamo sempre stati il Paese dell’ "aiutino", di "una mano lava l’altra", del "tengo famiglia", della raccomandazione. Cambieremo mai? Probabilmente no, ma questa crisi è forse l’ultima occasione. Intanto la situazione odierna ci ha fatto capire - anche se ne avevamo il sospetto … - che il denaro domina il mondo; la speculazione finanziaria e non gli ideali fanno la storia; l’interesse, il piccolo come il grande, muove le cose, non i valori. Ma questo non vuol dire che ciò sia giusto. E’ giunto il momento in cui, senza retorica per carità, si faccia una rivoluzione copernicana, si rimediti sul senso della vita, sul senso dell’importanza delle cose, cui va dato il giusto valore. E’ giunto il momento di capire che non siamo soli sulla faccia della Terra ma che lo sguardo comunitario, l’attenzione agli altri, il tendere la mano può e deve essere il nostro nuovo cammino. E per far questo è sufficiente partire dalle piccole cose quotidiane.

Giosafatte

 

COME VA LO SPREAD?

Lo spread, come va lo spread? A che punto è lo spread? Dalle Alpi alla Sicilia il grido, a volte sommesso a volte strozzato, sempre venato d’angoscia, riecheggia in tutta la penisola. Gli italiani hanno scoperto lo spread, ignorato dai più sino a qualche mese fa. Per quelli che seguono le cronache rosa è stato confuso talvolta con il più prosaico ed eccitante spritz, frizzante bevanda molto popolare nel Veneto; ma ben presto si è capito che lo spread ha ben poco di eccitante … A sentire le conversazioni nella sala d’attesa del dentista piuttosto che in tram o al mercato, l’italiano medio è diventato un esperto di Borsa e di alta Finanza. Termini sino a poco fa ignorati e mai sentiti affiorano impetuosi sulle labbra di onesti pensionati seduti sulle panchine dei giardinetti; attempate massaie parlano di PIL, quasi si tratti di un problema da risolvere con una … depilazione indolore, invece della mitica ceretta … C’è poi chi si avventura nella foresta delle sigle ed allora è tutta un’orgia dionisiaca di IMU, PMI, BTP, RATING, MIB, IRPEF, IBAM, CAB, sino a giungere al temutissimo DEFAULT. Così cambia il costume degli italiani, che dopo essere stati un popolo di santi, poeti e navigatori, sino a giungere ad essere un popolo di allenatori, tecnici, tifosi, ora diventa un popolo di economisti. Ma c’è un primato che gli italiani sono sicuri di detenere per sempre: quello di moralisti. Abbiamo una classe politica che è quella che è; le cronache sono piene delle loro magagne , brutte e pessime; anche la Lega, un movimento "barbaro", ruvido nel linguaggio come nei gesti ( tanto per essere gentili), ma propagandato come onesto ed incorruttibile, ha dato pessima prova di sé, ad iniziare dalla "Famiglia". Non bastava Berlusconi con le sue feste : anche il vecchio leone Bossi è entrato nel tritacarne mediatico. E quindi nella chiacchiera quotidiana. E così tutti si sono sentiti meglio, quasi che la classe politica non fosse espressa da tutti noi. Quasi che gli elettori siano meglio degli eletti. E’ il solito vizio italiano: la colpa è sempre del vicino, dell’altro. Parlare male degli altri fa sempre bene, ci fa sentire migliori … E ancora di più se a gettare fango sull’idolo caduto è chi fino a ieri faceva parte del suo entourage. Sic transit gloria mundi! L’italiano : un popolo con la sindrome del cesarismo. E non intendiamo "I Cesaroni", la fiction televisiva, no, ma proprio la sindrome di Caio Giulio Cesare, l’avversione postuma, ovviamente in nome della democrazia, per il dittatore, il tiranno o semplicemente il capo che abbiamo contribuito ad installare sul piedistallo. Con le nostre ipocrisie, con i nostri silenzi, con i nostri perbenismi, con i nostri falsi moralismi.

Il ministro Tremonti, in una recente esternazione, ha dichiarato che le attività promozionali dei prodotti italiani sono manifestazioni di "folclore" a cui non corrisponde alcun effetto apprezzabile; anzi, in molti casi le quote di mercato del "made in Italy" accusano ricorrenti flessioni. Ciò si deve, da un lato, alla scarsa consistenza del budget, sia in cifra assoluta, sia in rapporto agli investimenti degli altri Stati per promuovere le loro merci; dall’altro, e prioritariamente, alla farragine organizzativa che si traduce in dispersione di risorse ed in accavallamenti di iniziative similari. Tutti sanno che la promozione italiana, compito precipuo dell’ICE, si giova di non pochi Soggetti diversi: gli Uffici commerciali delle Ambasciate e di alcuni importanti Consolati; gli Assessorati regionali alle Attività produttive; le Camere di Commercio, comprese quelle all’Estero e quelle estere in Italia; le Organizzazioni delle categorie maggiori, e via dicendo. Non a caso, Tremonti ha potuto fare riferimento a possibili sovrapposizioni che coinvolgono sette livelli di competenze. Il problema non è affatto nuovo. Anni or sono, lo stesso Presidente Berlusconi aveva sottolineato l’incongruenza del sistema e la necessità di una riforma che mettesse ordine nella materia, con un occhio di riguardo per la priorità della rete diplomatica anche in campo promozionale. Il progetto, al pari di tanti altri, è rimasto in lista d’attesa: verosimilmente, perché si opponeva alla conservazione dello "status quo" e dei tanti interessi maggiori e minori ad esso collegati. In questo senso, la battuta del Ministro ha il sapore di un’amarezza quasi rassegnata. Sta di fatto che l’ICE ha un budget insufficiente, come è stato messo in luce da sempre: la sua incidenza sul valore complessivo dell’export italiano è frizionale, senza dire che due terzi delle disponibilità sono destinati al finanziamento della struttura operativa, costituita dal personale e dagli uffici. Non è un mistero che negli altri Paesi europei, compresi quelli di minore rilevanza economica e commerciale, gli investimenti istituzionali in promozione sia proporzionalmente superiori a quello italiano. Ciò spiega ma non giustifica il fatto che le iniziative "concorrenti" abbiano proliferato, e non elide le responsabilità di una programmazione sostanzialmente nulla. Oggi è facile parlare di folclore, ma le osservazioni qualunquiste, per quanto autorevoli, non risolvono il problema: anzi, finiscono per accentuarlo. In realtà, nel mondo globale del nuovo millennio sarebbe necessario, ancor prima di mezzi finanziari meno effimeri, un ripensamento strategico che conferisca ruoli aggiornati alla cooperazione internazionale: un altro capitolo in cui l’Italia occupa posizioni di retroguardia, con un’incidenza sul prodotto interno lordo inferiore al due per mille e pari ad appena un quarto del pur modesto budget di base. Va aggiunto che la piccola e media impresa, pur costituendo i quattro quinti della struttura produttiva nazionale, finisce per fruire in misura assai modesta sia dei mezzi promozionali in senso stretto, sia di quelli collegati alla cooperazione: ciò, sebbene le aziende importanti siano in grado di ricorrere a risorse proprie, assai più delle minori. Non manca occasione in cui il declino della competitività italiana non venga attribuito al differenziale di costo, con particolare riguardo a quello del lavoro, nei confronti dei grandi Paesi emergenti, primi fra tutti gli asiatici; ma sarebbe il caso di aggiungere che in Italia il prezzo dell’energia supera del 37 per cento la media europea, senza che il problema sia stato oggetto di alcun apprezzabile intervento. Al pari di quanto accade per la promozione, sembra che il Paese venga lasciato in balia di un anacronistico "laisser faire" e quindi, dei cosiddetti poteri forti. Il teatrino della politica continua a deliziare l’uomo della strada con dispute nominalistiche e spesso folcloristiche. Nel frattempo, il sistema economico vacilla, la valorizzazione delle risorse resta un’utopia, i cervelli migliori emigrano e le classifiche mondiali della produttività, della competitività e della sicurezza vedono aggravarsi la posizione italiana, in un triste ruolo di retroguardia. Del resto, se non si riesce nemmeno a coordinare la promozione, o meglio ciò che ne resta, tali risultati non possono sorprendere. Mai come nell’attuale congiuntura, la politica è apparsa lontana dall’antica definizione quale arte di operare per il perseguimento del bene comune, ponendosi al servizio sempre più palese di interessi contingenti e di particolarismi tanto diffusi quanto ignobili. Non è mai tardi per rimediare, ma sarebbe necessaria una rivoluzione morale ad ogni livello, grande o piccolo che sia: ad esempio, in una promozione che si ponga in una vera ottica di servizio, agli antipodi dell’attuale folclore.


M.C.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

Ultime Notizie