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SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • SU LANDO BUZZANCA HO CAMBIATO IDEA
  • I DEFUNTI ED HALLOWEEN


    L’ultimo strappo di Gianfranco: "SU LANDO BUZZANCA HO CAMBIATO IDEA"
    Il cronista si sveglia in un bagno di sudore. E se non fosse solo un brutto sogno?

    I soliti ben informati e impeccabili osservatori della politica hanno notato un particolare solo in apparenza irrilevante: Fini non si fa una lampada ormai da molte settimane. A pensarci bene questo dettaglio avrebbe dovuto indurre a capire che si preparava qualcosa di particolare. La consueta maschera bronzea del vicepremier mal si sarebbe conciliata con scelte, viaggi e svolte fatali. In effetti, chi l’avrebbe visto a Gerusalemme, nel contesto che ormai tutti conoscono, con la faccia di uno che aveva appena trascorso un paio di settimane alle Maldive? Ed è così, pallido, se non invecchiato, certo più maturo, che Gianfranco Fini si affaccia nella gremitissima Sala della Lupa (sede che gli ha fatto un po’ storcere il naso) di Montecitorio per la presentazione dell’attesissimo libro di Marco Follini, "Facciamo Centro", un rivoluzionario manifesto di una futuribile, ma non troppo, grande coalizione cattolico-moderata. Per quanto l’attenzione nei confronti dell’opera del brillante leader neo-democristiano sia adeguata, i taccuini dei giornalisti presenti sono tutti per il personaggio del momento. E’ il presidente di Alleanza Nazionale il protagonista assoluto delle pagine politiche della stampa nazionale e internazionale e lui non si sottrae alle attenzioni dei cronisti, memore di quando da segretario missino doveva sudare sette camicie (nere) per farsi riportare in una "breve" un comunicato ogni dieci giorni. Dato il contesto politico-culturale, qualcuno chiede a Fini quali autori abbiano - dopo la decisa liquidazione del barone Evola - diritto di accomodarsi nelle librerie della destra. Per esempio, che fare di Garbriele D’Annunzio?: "Per carità - risponde indignato l’ex delfino di Almirante - il cosiddetto Vate era un disgustoso depravato, dedito a orge sfrenate e a discutibili imprese politico-militari. E poi, parliamoci chiaro, D’Annunzio pippava come un disperato e con la mia legge avrebbe passato la vita dietro le sbarre". Il giornalista prova a fare lo spiritoso ricordando che persino un noto senatore a vita ha deciso in età non più verde di infrangere certi tabù . Ma Fini taglia bruscamente con una delle sue frasi preferite dinnanzi al dissenso: "Guardi, lei ha perso un’ottima occasione per tacere". Archiviato il poeta-soldato, una bionda cronista romana, prova a fare sponda al vicepremier: "Beh, però, visto anche il successo cinematografico del Signore degli Anelli - fa la collega - almeno su Tolkien avevate visto bene…". "Senta, voglio essere chiaro - ribatte a sorpresa il leader di An - a me gli Hobbit, gli elfi e i nani di ogni risma sono sempre stati sullo stomaco. Questo non lo dico oggi: quando, venticinque anni fa, qualcuno dei nostri, particolarmente debole e incline alle suggestioni, si dedicava a quei bizzarri campeggi, io avevo già capito, soprattutto dopo una puntatina a Montesarchio, che Tolkien trasmetteva un messaggio sbagliato ai nostri giovani. E poi bisogna essere realisti: lei se lo immaginerebbe un nano a Palazzo Chigi?". Scarsa convinzione in sala, ma si va oltre. Si alza un giornalista di un autorevole foglio progressista che serio serio si rivolge a Fini su un altro aspetto delicato: "Presidente, la destra non ha mai fatto mistero di non avere nel proprio patrimonio culturale un rapporto coscientemente simbiotico con le più alte forme espressive di carattere artistico, comunicativo e creativo. Riferiamoci alla cinematografia ad esempio: voi siete stati per anni rappresentati sul grande schermo da Lando Buzzanca…", sostiene con sommo disprezzo il dotto interlocutore. "Lei ha perfettamente ragione - risponde il vice capo del governo - Questo aspetto fa parte di una più ampia revisione di certi rapporti e certe indulgenze del nostro partito verso rappresentazioni volgari e diseducative del nostro essere italiani. Un certo machismo da "Merlo maschio" è da rigettare in quanto frutto di un retrivo retaggio vetero-latino, di una sorta di subcultura fallocratica e fascistoide. Lei ha citato Buzzanca - aggiunge Fini - Bene, un tempo lo definii "il nostro Mastroianni". Non ho nessun problema ad ammettere che fu un errore ed è chiaro che ho cambiato idea, altrimenti non sarei qui". "A proposito, perché sono qui?", prova a ricordare, tra sé e sé, Gianfranco. "Ah già, il libro di quel sacrestano dritto di Follini…". "Comunque tutti noi - afferma compito dinnanzi all’attenta platea - dobbiamo essere grati allo sforzo di tutti quei moderati che intendono riportare il dibattito politico in quell’area dove albergano i valori condivisi dall’intero corpo istituzionale, quei valori che vengono a noi dalla Costituzione e che sono filiazione diretta della Lotta di Liberazione. La strada percorsa insieme all’amico Follini, all’amico fraterno Casini, a uomini come il professor Buttiglione sarà ancora lunga e ci porterà lontano. Lavoriamo per consegnare alle generazioni che verranno un patrimonio di idee capace di mettere al riparo da abbagli ideologici basati sulla nostalgia di nefaste avventure del passato". Amen. Il presidente si alza e, sempre pallido, se ne va. E così fa il giovane cronista che, frastornato e confuso, si allontana canticchiando quel che ricorda di una canzone della Compagnia dell’Anello: "Ci hanno detto: ragazzi / ci siamo sempre sbagliati / adesso tutto cambia / viva il voto agli immigrati!". Ma c’è qualcosa che stona…

    Fabio Pasini



    I DEFUNTI ED HALLOWEEN

    Mi rivolgo a tutti coloro che hanno la responsabilità della guida morale delle giovani generazioni. Siamo nel mese di ottobre, il mese che la fede cristiana cattolica ha saggiamente scelto come il mese per far riflettere sulla caducità della vita e per invitare i fedeli a ricordare coloro che ci hanno lasciato. È uno dei grandi pilastri del cattolicesimo e quindi della nostra cultura onorare i defunti e ricordare che un giorno saremo anziani, deboli, bisognosi del rispetto e dell’ aiuto dei proprii cari. Questo pensiero trova il suo apice il 2 novembre "Giorno dei morti" ed è in completa sintonia con la natura che si si spoglia per prepararsi al riposo invernale.

    Purtroppo da qualche anno a questa parte si sta infiltrando nella nostra quotidianità una nuova tradizione che nulla ha in comune con la nostra Fede. Nei giornali si parla molto del pericolo dell’ Islam e si tace completamente sull’avanzata massiccia dell’ateismo che ha trovato in molti di noi inconsapevoli proseliti e diffusori. Parlo quì della sciagurata introduzione della "Festa di Halloween". Nel mondo contadino cristiano c’è sempre stata l’innocua abitudine di usare le zucche vuote come elemento di distrazione nei giorni autunnali. Un modo per rendere meno triste il passaggio dall’estate all’inverno. Oggi però questo pensiero viene pervertito da una isterica cultura del divertimento che rimuove nei fanciulli il pensiero del culto dei morti ed implicitamenteil lo spirito del 4° Comandamento: "Onora il padre e la madre". Vorrei perciò pregare tutti coloro che hanno una funzione educatrice, di far comprendere che questa fatale innovazione è un’ espressione atea, in sintonia con Harry Potter più che con il puritanesimo americano. Gli adulti devono finalmente capire la grande responsabilità che si assumono accantonando, per leggerezza o forse solo per essere alla moda, uno dei pilastri della nostra Fede che ha fatto grande la nostra Cultura.

    Tanti comuni si trovano in difficoltà finanziarie. La mancanza di mezzi si vede anche nelle condizioni dei Cimiteri. Ed allora perchè, invece di perdere tanto tempo a preparare un Carnevale ateo - che parla di allegria quando la nostra Fede prevede il cordoglio - le familgie, i giovani, gli insegnanti, gli associazionisti non si assumono il patrocinio delle tombe abbandonate e vi investono un po’ di impegno? Sarebbe anche una via per avvicinare i bimbi stranieri al nostro modo di sentire. Io penso che sarebbe una buona scuola per una società che parla troppo spesso del prossimo solo per protagonismo.

    Giovanna Malcotti Röhm

 

LEGGE E ORDINE, TRA TIFOSI AL GUINZAGLIO E FUMATORI CON LA MUSERUOLA. Ritratto semiserio della politica per la disciplina pubblica nell’era del centrodestra.

Dopo una fase di produzione normativa, tesa - diciamo così - a non penalizzare eccessivamente gli interessi del premier, il governo si è distinto per alcuni provvedimenti fortemente connotati dal punto di vista "ideologico". Che cosa si aspetta infatti l’elettore medio di centrodestra dai suoi rappresentanti? Ordine, pulizia, disciplina nelle relazioni sociali. Così almeno è stato nelle intenzioni della Casa delle Libertà nella sua funzione legiferante. A parte la legge sull’immigrazione, che merita un discorso a parte e sulla quale ci sarebbe, ahinoi, molto da dire e da ridire circa la sua efficacia, gli italiani hanno visto sbocciare una serie di provvedimenti segnati chiaramente dalla volontà di pretendere un certo rinnovato rigore. Facciamo qualche esempio. Per rendere più quiete le domeniche di pedatoria passione degli italici calciofili, ecco il cosiddetto "decreto anti-ultras", un deciso giro di vite per combattere la violenza negli stadi che ha portato un inasprimento delle misure preventive e soprattutto repressive nei confronti delle frange più facinorose del tifo. Va detto che i risultati paiono non essere stati così esaltanti, se, come si è visto in seguito ai gravi fatti di Avellino, il ministro dell’Interno è stato costretto a rimettere mano alla materia. I cattivi invece sono stati individuati, senza esitazione, nei ragazzi delle curve, brutti, sporchi, maleducati, senza santi in Paradiso. E nemmeno nelle redazioni. Già, perché se ci facciamo caso, nel commentare gli scontri di piazza (leggi G8 di Genova e prima ancora Napoli), le raffinate penne della stampa politicamente corretta ci hanno raccontato che schiere di sbirri squilibrati hanno deliberatamente deciso di massacrare di botte i migliori figli di quella che fu la generazione del ’68, solo perché i tapini avevano inteso manifestare il proprio dissenso nei confronti dei potenti della terra. E’ andata così, cari lettori di Corrierone e Rep., rassegnatevi: "Carlo vive!". Qualcuno ricorda che anni fa non vi fu inchiostro democratico per i giovani Stefano Recchioni e Alberto Giaquinto finiti "dentro all’occhio di un mirino", senza nemmeno avere tra le mani un estintore… Mentre i curvaioli di oggi non godono di nessuna simpatia giornalistica, perché si tratta di orde teppistiche ignoranti, di umanoidi indegni di rispetto politico. Le forze dell’ordine invece, sempre nelle solerti cronache della stampa "seria", tornano magicamente a incarnare i tutori del bene comune, che "per quattro soldi" rischiano la vita contro i barbari delle gradinate. Insomma, il governo ha voluto usare il pugno di ferro con i ragazzi delle curve, mentre si è dimostrato molto più comprensivo nei confronti delle società calcistiche, sempre più spesso gestite con dissennatezza, ma comunque premiate con un magnanimo decreto "spalma-debiti". Abbiamo parlato di approccio "ideologico" di maggioranza e governo, all’inseguimento di qualcosa che si avvicini al caro vecchio motto "legge e ordine". Ciò si è tradotto anche in iniziative, specialmente innescate dal ministero della Sanità, per la difesa della salute pubblica. Gli strali del Grande Purificatore Sirchia si sono abbattuti sui vizi degli italiani. Così è cominciata la caccia alle streghe, a partire dalla "persecuzione" dei fumatori, additati, ghettizzati, puniti e minacciati. E giù statistiche terrorizzanti da peste manzoniana e "dagli all’untore" con accendino e pacchetto. Divertenti sono stati i siparietti televisivi nelle trasmissioni sull’argomento, alla presenza del ministro competente e di alcuni fumatori illustri vicini al Polo, come Giuliano Ferrara e Vittorio Feltri. C’è in una certa destra, a cui non sono estranei alcuni conservatori, una forma di nichilismo e di geloso individualismo, che porta ad affermare il diritto di disporre a piacimento di se stessi. Ci ha molto divertito poi una battuta di Renato Besana, altro impenitente destro-tabagista, che alla trasmissione di Ferrara lamentava: "Ci vogliono convincere che moriamo per colpa nostra!". Dal vizio del fumo a quello dell’alcool il passo è breve. Altra campagna sirchiana contro i bicchieri di troppo, soprattutto rivolta ai giovani. In questo caso, al di là di qualche eccesso inquisitorio che ha contribuito a dipingere le italiche genti come un popolo di ubriaconi, i propositi erano meritori. In troppi nei lunghi sabati sera abusano di sostanze alcoliche, e non solo, contribuendo a rendere all’alba strade e autostrade tristi campi di battaglia. A margine di questo discorso, si può dire che non sia mancata una certa ipocrisia anche sulla chiusura anticipata delle discoteche, idea che ha lasciato perplessi molti. E non ci riferiamo solo a quella sorta di "lobby del ballo", che pure non è estranea ad Alleanza nazionale. Un altro provvedimento voluto per ottenere maggior disciplina da tutti noi è quello della patente a punti. In effetti, la condotta degli automobilisti dello stivale non è mai stata esemplare e certi comportamenti irresponsabili alla guida hanno fatto gonfiare statistiche che non si potevano ignorare. Norme più rigide erano necessarie e, sia pur sospirando, un po’ tutti le hanno accettate, tant’è che anche dall’opposizione politica è giunto un raro plauso all’iniziativa. Certo, sono lontani i tempi in cui il deputato missino Carlo Tassi (che portava regolarmente la camicia nera in parlamento, sfidando i rimbrotti della segreteria) conduceva una personalissima battaglia contro i "110 all’ora" imposti dal ministro Ferri. Il parlamentare piacentino rimase fedele fino all’ultimo al mito futurista della velocità, fino a quando il destino volle che ci lasciasse proprio a causa di un incidente automobilistico. Apprezzato il nuovo codice stradale, l’Italia ha dovuto però fare i conti con una nuova battaglia del Grande Purificatore. Il ministro Sirchia deve essere rimasto vittima di uno dei tanti episodi di allarmismo mediatico tipico dell’informazione di casa nostra. Parliamo dell’emergenza pittbull, scoppiata in seguito ad alcune aggressioni, in certi casi tragiche, di cui si sono resi protagonisti esemplari di quella razza. Non è passato giorno da un paio di mesi a questa parte che i giornali non abbiano ragguagliato su incidenti provocati da pitbull, facendo pensare ad un’improvvisa esplosione di follia di questi cani. Prima era tutto sotto controllo? Intendiamoci, quanto è accaduto è grave e deve far riflettere su quella che, come chi s’interessa di cinofilia sa, non è una razza riconosciuta. Il pitbull è il frutto di incroci di cani terrier, selezionati tra i soggetti con aggressività più spiccata, che le organizzazioni cinofile internazionali si sono sempre rifiutate di accogliere nei loro elenchi proprio perché non dava le adeguate garanzie, soprattutto sul piano della stabilità caratteriale. E’ naturale che il proliferare di cucciolate, per lo più amatoriali, abbia fatto crescere il numero di esemplari che hanno suscitato l’interesse di persone già di per se stesse in conflitto con il viver civile e dei turpi figuri che organizzano i combattimenti tra cani. Sta di fatto che le aggressioni ci sono state e in gran parte sono ascrivibili a pitbull e ai loro padroni. Ma poi è giunta, molto all’italiana, la risposta emotiva della politica. Il professor Sirchia è partito lancia in resta per una nuova crociata, lui che, per sua stessa ammissione, non saprebbe riconoscere uno yorkshire da un alano. In pochi giorni dal suo ministero è uscita un’ordinanza che prevede l’imposizione di una serie di misure - obbligo di guinzaglio e museruola e di assicurazione, tra le altre - a carico dei possessori di quasi cento razze riconosciute. Per la precisione le razze in questione sono quelle dei primi due gruppi dell’elenco ufficiale, il primo è quello dei "Cani da pastore e bovari (esclusi bovari svizzeri)", dove, per fare un esempio, è compreso il border collie, il simpatico e innocuo cagnetto della pubblicità di un noto gestore di telefonia con Fiorello. Mentre il secondo è quello dei "Cani tipo pinscher e schnauzer - molossoidi e cani bovari svizzeri"- in cui sono annoverati il boxer, cane consigliato per la compagnia dei bambini, il terranova, quello utilizzato per il salvataggio in acqua e il cane di San Bernardo, sul cui conto anche i profani sanno tutto. Fin qui c’è di che essere perplessi, ma non è tutto. Già, perché fuori dalla lista ministeriale sono rimasti niente meno che i terrier, raccolti nel gruppo 3, tra cui troviamo alcuni "parenti" ufficiali del pitbull. Il "razzismo pericoloso" di Girolamo Sirchia non è piaciuto ai cinofili, che mediamente - ma questa è una lettura personale - sono orientati più a destra che altrove. Ma non è piaciuto nemmeno agli studiosi del mondo animale e ai veterinari, che con i cani e i loro padroni hanno un rapporto continuo e diretto. A scusante, molto parziale, del ministro, possiamo dire che l’elenco e le regole in questione non siano "farina del suo sacco", ma piuttosto frutto della scarsa competenza di zelanti collaboratori. Il Grande Purificatore voleva lasciare il segno della sua missione votata a fare degli italiani un popolo più sano e sicuro; in realtà sembra proprio che - dato l’argomento - abbia finito per calpestare inavvertitamente qualcosa di sgradevole. Ma non tema, ministro, per la sua carriera politica, dicono che porti bene… Ah, cari amici, legge e ordine, disciplina e pulizia: che confusione, che mal di destra!

Fabio Pasini

 

Il supplente Benito Mussolini

La ricerca d’archivio, si sa, è un lavoro paziente, per topi da biblioteca, molte volte frustrante, altre esaltante quando ci si ritrovi tra le mani un documento inatteso, non noto, rivelatore. Molte volte si tratta di carte che documentano curiosità, una microstoria fatta di quotidianità che, alla luce di fatti ed eventi accaduti, assume una sua rilevanza. Un amico ci ha fornito un documento, rigorosamente in carta da bollo di cent. 50, conservato presso l’archivio del Comune di Legnano. Eccone il testo :



Ill. mo Signor Sindaco del Comune di Legnano

Mussolini Benito Maestro elementare di grado superiore, licenziato d’onore dalla Regia Scuola Normale di Forlimpopoli diretta dal Prof. Valfredo Carducci, porge alla S. V. Ill.ma rispettosa istanza onde voglia ammetterlo fra i concorrenti ad uno dei due posti di maestro-supplente vacanti nel capoluogo del comune dalla S. V. Ill.ma rappresentato.
A giorni seguiranno i documenti prescritti dall’Art. 128 del Regolamento Generale.
Intanto anticipa sentite grazie e col massimo rispetto si riafferma della S.V. Ill.ma

Devotissimo servo
Mussolini Benito

Predappio, 29 luglio 1901



Il testo è scritto con la caratteristica grafia dell’epoca, un po’ romantica e piena di svolazzi.Il personaggio è proprio lui, il futuro duce d’Italia. Siamo all’alba del secolo; Mussolini aveva ottenuto la licenza con il diploma d’onore e l’encomio solenne l’8 luglio; aveva 18 anni e scrisse la domanda proprio il giorno del suo compleanno, il 29 luglio. Valfredo Carducci era il fratello del poeta Giosuè e ben presto s’era dovuto accorgere delle intemperanze, non solo verbali, del suo allievo, giungendo a sospenderlo dalle lezioni più di una volta. Mussolini era un giovane capopolo, che ispirava e capeggiava le rivolte dei convittori, segnalandosi come ribelle. Fresco di diploma volle concorrere a posti di insegnante oltre che a Legnano anche a Castelnuovo Scrivia, Tolentino ed Ancona. Una vicenda nota ai biografi del duce ma che, a pochi giorni dall’anniversario della nascita, fa un certo effetto.

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A cinquant’anni dal tragico epilogo restano ancora troppe gravi ombre e troppe domande senza risposta, anzi avvolte in un silenzio inquietante. La prima domanda è chi uccise Mussolini e la Petacci. Perché dopo tanti anni non si riesce a sapere che cosa sia veramente successo il 28 aprile 1945? Chi ha materialmente premuto il grilletto? Walter Audisio? Luigi Longo? Luigi Canali? Il capitano Neri? Un po’ troppi in effetti: un assassinio con tanti padri, ma senza la prova del DNA. Non meno importante è riuscire a stabilire chi ha dato l’ordine di uccidere e perché si è scelto di non processarli? A Dongo iniziano i misteri della storia dell’Italia postfascista. E’ più che legittimo pensare che vi siano verità molto scomode se neanche dopo il cinquantesimo anniversario si sono aperti gli archivi e si è permesso di poter arrivare alla verità storica. Nel frattempo sono vivi e vitali, disseminati sul territorio nazionale, parecchi Istituti della Resistenza dove lavorano docenti e funzionari legati all’ideologia di sinistra, eredi di quei comunisti che, legati alla Russia di Stalin, di quei fatti furono i protagonisti. Anche gli Inglesi hanno i loro cadaveri negli armadi, infatti si parla sempre più insistentemente di pista inglese e del carteggio Mussolini- Churchill. Mussolini parlava di lettere che non dovevano cadere nelle mani dei suoi nemici e contava molto sulla possibilità di salvarsi esibendole. Verità, illusione? Sarebbe interessante sapere che fine hanno fatto. In assenza di documenti restano solo le illazioni e le supposizioni più scabrose. Accanto a queste domande poi ve ne sono altre non meno importanti. Che fine ha fatto il cosiddetto tesoro di Dongo? Chi si è impossessato dell’oro, dei gioielli, delle monete? Perché sono spariti i diari della Petacci? Perché tutti coloro che hanno avuto a che fare con l’oro o con i diari sono morti quasi subito non di morte naturale? Per esempio il capitano Neri e la partigiana Gianna, entrambi comunisti, perché furono misteriosamente assassinati pochi giorni dopo i fatti di Dongo? Perché ancora oggi per quegli storici e giornalisti che vogliono tentare di ricostruire la storia è impossibile ottenere informazioni da coloro che hanno visto e da coloro che sanno perché è stato raccontato loro ma hanno paura e non parlano? Quella paura che ebbe anche l’alpino, di cui non si è rivelato il nome, che a A. Zanella e L.Garibaldi che lo intervistarono per il settimanale Noi confessò delitti raccapriccianti e disse di avere paura " di fare la stessa fine di tutte le persone che sono state uccise perché volevano parlare". Forse è questa la ragione per cui per tanto tempo è calato un muro di omertà e non si è fatto nulla , se escludiamo qualche sporadico e coraggioso tentativo, per far luce su queste vicende? La Repubblica di Salò è una pagina drammatica, controversa, bagnata da troppo sangue e conclusasi in modo tragico e vergognoso. Quei due corpi appesi a testa in giù, qualunque siano state le loro colpe, sono una vergogna, sono frutto della barbarie e della cieca furia di vendetta. Ma anche questa è una pagina della nostra storia e abbiamo il diritto e il dovere di fare chiarezza. Personalmente sono convinta che la libertà sia il bene primario, che senza libertà non si possa costruire una società e che sia giusto combattere, se necessario, per conquistarla e difenderla. Non approvo il fascismo e ancor meno la Repubblica di Salò. Proprio per questo però trovo indegno di un paese che vuole essere libero e democratico non saper scrivere con chiarezza l’atto finale di un periodo della sua storia. Quali inconfessabili e per qualcuno troppo scomode verità si vogliono coprire con il silenzio, o forse è meglio parlare di omertà?

Pierangela Bianco

 

Consulta Regionale per i Valori della Scuola
Via Paolo da Cannobio 2, 20122 Milano

PACIFISTI NEI GIORNI DISPARI

Se è vero che la Storia non si ripete mai perfettamente, è anche vero che le analogie tra la guerra del Kossovo e la guerra anti-Saddam appena iniziata sono più d’una, e alquanto significative. Anche nel 1999 l’obbiettivo della coalizione politico-militare guidata dagli Stati Uniti era uno spietato dittatore: Slobodan Milosevic. Anche quest’ultimo, come Saddam Hussein, era stato autore di un tentativo di genocidio. Mentre l’uomo politico irakeno, infatti, ha esercitato la sua ferocia contro i Curdi, facendo uso delle sue famigerate e mai dismesse armi chimiche, Milosevic si era dedicato, con mezzi più artigianali ma non meno crudeli, all’eliminazione dei kossovari di etnia albanese. Anche nel 1999, infine, l’Organizzazione delle Nazioni Unite aveva assunto un atteggiamento contraddittorio e inconcludente, tanto che la coalizione di Stati che aveva deciso l’intervento militare non aveva goduto di alcuna legittimazione da parte del Palazzo di Vetro.

Perché dunque la mobilitazione delle piazze attualmente in corso è tanto più massiccia di quella del ’99? Perché, in particolare, lo è quella della Scuola?

Non si vuole negare, beninteso, che anche in occasione della guerra del Kossovo si levarono voci di protesta, da parte di singoli o di associazioni. Ma si trattò di manifestazioni di dissenso neppure commensurabili all’ondata di manifestazioni che ha avuto inizio in queste ore.

Il gas nervino non è meno micidiale della pulizia etnica dei miliziani serbi. La tirannia è la stessa, il crimine è il medesimo. Diverse sono le reazioni.

Si possono eludere queste domande, si possono dare ad esse risposte di comodo. Ma se si vuole essere sinceri con se stessi prima che con gli altri, bisognerà rispondere che la disparità di atteggiamento di fronte a situazioni simili è dovuta a null’altro che alla diversità delle coalizioni politiche italiane chiamate a gestire le due crisi internazionali.

Ai tempi del Kossovo era Presidente del Consiglio l’On.le D’Alema, capo di una coalizione di centro-sinistra. Egli non si limitò a fornire alla coalizione basi d’appoggio, ma autorizzò la partecipazione ad azioni di guerra. Quanti ora urlano, allora tacquero o emisero circospetti sussurri. I sindacati non proclamarono scioperi. I professori non sospesero le lezioni. Gli studenti non scesero in piazza. I maestri non si resero responsabili della subornazione di incapaci (con l’aggravante di esserne i responsabili) conducendo i bambini in corteo. Nessuno bloccò strade e ferrovie. Nessuno tentò di occupare consolati. I sacerdoti di Cristo non trasformarono le chiese in luogo di comizi.

Il silenzio di allora fu assordante quanto le grida di oggi.

Milano, 20-3-03

Il presidente regionale
Alfonso Indelicato

 

Ci risiamo! Abbiamo nuovamente scoperto l’acqua calda e , meraviglia, la scoperta è stata fatta dalla Commissione Cultura della Camera: i libri di testo di storia sono di parte! Quindi si chiede al governo di vigilare sulla loro obiettività. Ma non facciamo ridere, o piangere a seconda dei punti di vista! Bene ha fatto il ministro Giovanardi a dichiarare la risoluzione "irricevibile". L’opposizione è insorta parlando di "censura" ( Belillo), di "intimidazione molto grave"( Violante), di " misure fasciste" ( Diliberto), era scontato: l’oggetto della polemica è stato servito su un piatto d’oro massiccio. Sappiamo tutti che è vero, sappiamo tutti quanto siano squallidamente faziosi molti libri di storia, e non solo, ma la soluzione non è la loro censura. Alla cultura si risponde con la cultura, alle idee si contrappongono idee. A parole, anche il professore più fazioso dichiara di "insegnare secondo criteri oggettivi, rispettosi della verità storica" e che i testi in adozione sono " di assoluto rigore scientifico" Si è iniziata una battaglia sacrosanta, ma nel modo più ottusamente sbagliato che si potesse immaginare. A proposito chi sono quelle aquile che hanno votato questa risoluzione? Immagino che l’ineffabile on. Fabio Garagnani non sia stato il solo. Condivido quanto affermato dall’on. La Russa che " l’importante è non negare che il problema esiste", ma occorre chiedersi perché si è giunti a questo e, soprattutto, che cosa fare in concreto invece di sollevare inutili e dannosi polveroni. Purtroppo per 50 anni una classe politica insipiente e poco lungimirante ha consegnato la cultura, quindi la scuola e l’editoria quasi interamente nelle mani della sinistra. La colpa però non è di chi, seguendo con intelligenza e sagacia gli insegnamenti di Gramsci, ha okkupato quegli spazi che erano liberi. La colpa è di chi non ha saputo andare al di là del presente, di chi ha sottovalutato il valore e l’importanza della scuola e della cultura e, colpevolmente cieco, ha creduto che tutto avesse un prezzo e che tutto si sarebbe comperato. Quella classe politica è stata in parte spazzata via, in parte si è riciclata, si è fatta il lifting, ha cambiato il pelo senza però riuscire a perdere il vizio. La cosa più preoccupante è però che la nuova classe politica di centro-destra non mi pare proprio che abbia capito la lezione, anzi sotto certi aspetti è , tolte alcune lodevoli eccezioni, peggio di prima. Suscita polveroni, ma non investe concretamente in cultura. Non basta pubblicare qualche libro ogni tanto o uscire con qualche exploit, occorre un lavoro di costruzione, occorre puntare sulle persone culturalmente qualificate che veicolino ai giovani e ai meno giovani idee diverse. Persone che sappiano denunciare i colpevoli silenzi, persone che con rigore e onestà intellettuale abbiano il coraggio e la forza di fare cultura alternativa, alternativa al conformismo e alla malafede imperanti. Queste persone vanno però messe concretamente nelle condizioni di operare: non si tratta di inventare chissà quali strategie, basta guardare che cosa ha fatto e continua a fare la sinistra. Don Chisciotte non è un eroe, e non bastano, forse anzi non servono proprio alcuni Don Chisciotte sparsi qua e là a combattere solitarie battaglie. Occorre creare strutture, formare persone e dare a chi ha voglia, entusiasmo, desiderio e,conditio sine qua non, competenza, i mezzi per poter lavorare. I risultati non saranno immediati, è un investimento a lungo termine, i bilanci di queste imprese saranno per qualche tempo in perdita, ma i risultati pagheranno ampiamente. C’è qualcuno in grado di vedere al di là del proprio utile immediato? C’è qualcuno che ha l’intelligenza per capire l’importanza della cultura, c’è qualcuno che ha a cuore davvero le sorti dei nostri giovani? Se c’è si faccia avanti, si dia una mossa perché il tempo sta scadendo.

Pierangela Bianco

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  • RESTIAMO NOI STESSI


    PROFESSORI BOCCIATI

    Cari colleghi, siamo stati bocciati! E sì, per quanto si possa usare giri di parole, analizzare il problema a monte o a valle, la sostanza non cambia. La decisione presa in questi giorni dalla prestigiosa università Bocconi, che fa seguito per altro ad altre decisioni analoghe, di non valutare nei test d’ingresso il voto di maturità, suona come una solenne bocciatura della scuola secondaria superiore. Del resto perché meravigliarsi? Sono anni ormai che le università più ambite operano selezioni che svalutano di fatto il risultato conseguito negli esami di maturità, diventati poi esami di stato. E intanto i vari ministri hanno costantemente riformato il tetto, tanto se le fondamenta non tengono cosa volete che importi? Da quattro materie a tutte le materie, dalla commissione esterna a quella mezza e mezza, a quella tutta interna eccetto il presidente. Mi sono sempre chiesta: ma ci credono davvero o recitano (malamente ) un copione? E intanto aspettando la riforma -Godot il paese reale ha superato quello parlamentare e burocratico. Adesso abbiamo almeno tanta dignità da non piangerci addosso o da non inveire in modo più o meno garbato contro chi ha detto che il re è nudo. Il re è stato spogliato da tempo indumento dopo indumento ( leggi riforma dopo riforma) e gira nudo da anni, ma sembra che proprio coloro che operano nella scuola non vogliano accorgersene. Non diciamo che l’immissione in ruolo di molti docenti è un elemento di qualità della scuola, se mai è un elemento di stabilità, ma il problema è solo in parte questo. L’ Università ci chiede persone preparate culturalmente e in grado di affrontare le difficoltà di uno studio complesso, il mondo del lavoro persone in grado di assumersi responsabilità, di essere efficienti e professionali. E’ necessario ora più che mai che il mondo della scuola recuperi validità, efficienza, credibilità, professionalità e serietà nel lavoro che svolge e nella certificazione dei risultati di questo lavoro. Chi mai è così sciagurato da poter affermare che le promozioni bulgare degli ultimi vent’anni corrispondono a una reale crescita culturale dei nostri studenti? Spero nessuno. Altrimenti le soluzioni sono due: o lo è o lo fa… vi lascio immaginare cosa. Per quanto speri nella riforma Moratti, so benissimo che per cambiare rotta ci vorrà tempo e allora mi permetto di riproporre una riforma che accelererebbe la ripresa di credibilità della scuola: aboliamo il valore legale del titolo di studio e spostiamo in altra sede la validazione del percorso compiuto. La scuola certifichi quale percorso abbia compiuto lo studente, quali risultati abbia conseguito nell’arco dell’intero curriculum di studi. Si costituiscano poi commissioni miste di docenti della secondaria superiore, docenti universitari ed esponenti degli ordini professionali che valutino con esami seri ed approfonditi la preparazione culturale degli studenti. Un esame che sostituisca i test che, a volerla dire tutta, premiano troppo spesso più la memoria che l’intelligenza e la cultura. Questa soluzione darebbe una grossa scossa a tutto il mondo della scuola, responsabilizzerebbe gli studenti, le famiglie, e, conseguentemente, anche i docenti. Determinerebbe un cambiamento di mentalità che avvicinerebbe la scuola, dove troppo spesso trattiamo i nostri ragazzi come eterni bambini da proteggere, alla realtà, al mondo del lavoro dove la competizione è ben presente e dove occorre imparare a farsi valere. Si passerebbe di fatto dal "mi devo diplomare , meglio se con poca fatica" a "devo prepararmi a superare delle prove per inserirmi nella vita e nel mondo del lavoro". Si passerebbe dalla ricerca del docente buono, tre volte buono ancor meglio, a quella del docente più preparato, più competente, più professionale, più severo nel valutare e nel certificare il percorso compiuto. Abbiamo il coraggio del cambiamento, che poi in questo caso assomiglia più a una presa d’atto di una realtà che a una rivoluzione. Il progresso della nazione, l’Università e il mercato del lavoro non chiedono titoli di cui fregiarsi, chiedono competenze reali che si acquisiscono solo con uno studio serio, costruttivo e, abbiamo il coraggio di dirlo, selettivo. Chi se ne frega del valore legale, la scuola deve dare una preparazione reale!

    Pierangela Bianco


    RESTIAMO NOI STESSI

    Avevo in mente un altro articolo quando, nel leggere un quotidiano, ho notato un pezzo che parlava di un convegno su "L’Europa che vogliamo", organizzato in un centro culturale bolognese. Il cardinale, che secondo il mio modesto parere è la vera ed unica voce della Chiesa Cattolica Italiana, è una personalità sana ed erudita che sa trasmettere soprattutto a noi giovani quei valori "chiave" della vita che dobbiamo assimilare per cercare di ricostruire un mondo migliore. Ecco un sintetico giudizio dato da Biffi sull’Europa odierna: "Un piccolo subcontinente spiritualmente svigorito e demograficamente in declino, circondato da un’umanità miserevole che si accalca ai suoi confini.... Per ritrovare la propria identità, l’Europa necessita di un’anima che non deve essere monetaria ma va ricercata in un patrimonio di principi comuni". Questo è un passaggio della sua relazione che mi ha colpito e spinto a dedicare questo articolo al problema dell’integralismo di matrice islamica, tema che sta molto a cuore al nostro amato cardinale bolognese, il quale, da molto tempo non disdegna di richiamare l’opinione pubblica ad una riflessione sull’argomento. Mi associo completamente: bisogna svegliarsi dal sonno prolungato che affligge la nostra nazione. Ripeto: sveglia! Il problema dell’integralismo islamico ormai interessa anche l’amata penisola e se non cerchiamo di contro-agire a tutela della nostra identità in pochi decenni, ripeto pochi decenni, la millenaria cultura italica sarà sostituita da idee e modi di vivere agli antipodi di quelli impressi nel DNA della nostra terra. Bisogna ammettere che solo dopo gli attentati terroristici dell’anno passato l’opinione pubblica e soprattutto la "carta stampata" hanno iniziato a riflettere sull’effettiva necessità di accogliere a braccia aperte gli immigrati di religione islamica; gente che fugge, pagando viaggi costosissimi, da paesi nei quali si lotta quotidianamente per la sopravvivenza, ma nello stesso tempo si trova a convivere con persone di religione diversa che hanno un loro modo di vivere semplicemente differente in ogni sua espressione. Nel corso di questi ultimi decenni nessuna nazione europea ha arginato e regolato il fenomeno in tempo, ed ora ci troviamo in una situazione nella quale bisogna trovare delle soluzioni percorribili che non sempre danno gli effetti preventivati. Questa premonizione, noi di destra, l’abbiamo da diversi anni e mi chiedo perché solo dopo le note vicende americane, gran parte delle correnti politiche esprimono anch’esse queste avversioni, facendone pure punti chiave dei loro programmi elettorali e propagandistici. Senza ombra di dubbio è tangibile che, per noi, questi mutamenti di pensiero possono rappresentare in parte un fattore positivo e quasi un successo per aver portato avanti per primi la politica della diffidenza verso l’immigrazione mussulmana.Vi ricordate quando i mass-media "post-comunisti" ci etichettavano come fascisti e razzisti? L’importante è che oggi noi siamo consapevoli di aver operato per il bene del popolo italiano e siano loro a ricredersi, costoro, ossia i cosmopoliti e cittadini del mondo fautori del tanto osannato "melting-pot". Tornando alla realtà, questo "successo" ci deve far riflettere, in quanto Alleanza Nazionale deve continuare la sua battaglia, non può cedere la "spada" ad altri correnti, come del resto è già successo all’interno della CDL. Dobbiamo proseguire nel nostro cammino, convinti che il senso di appartenenza e la nostra identità collettiva sono valori da difendere ed insegnare alle nuove generazioni. Secondo il mio pensiero, la prima azione da compiere è la ricostruzione del sistema scolastico pubblico; dobbiamo rifondare una scuola che imprima ai giovani questi vitali valori. Evito commenti sull’attuale sistema "post-sessantottino": basterebbe assistere ad una lezione di storia o letteratura di un qualsiasi istituto superiore per rendersi conto di quanto l’attuale scuola pubblica remi contro la propria nazione. Personalmente ringrazio sempre il mio caro nonno, reduce e prigioniero di guerra, che mi ha insegnato i valori principi della vita e il senso di appartenenza, cose che in anni di scuola non ho mai intravisto minimamente. Una nobile azione tesa a sensibilizzare l’opinione pubblica in merito a questa problematica è quella portata avanti da Silvia Ferretto, la quale, ha lanciato una petizione contro il partito fondamentalista islamico di Adam Smith. Questa raccolta di firme è stata un successo e ho vissuto un ’ esperienza fantastica nel raccogliere queste firme. Certe persone hanno firmato senza esitazioni per ideologia, altre hanno voluto spiegazioni dettagliate e ho faticato nel convincerle che il fine è buono e che i rischi sono tutt’altro che remoti. Le informazioni per partecipare alla raccolta di firme si trovano sul sito internet www.ferretto.it

    Roberto Rossetti

CROCEFISSIONE DEL CROCEFISSO?

Crocifiggiamo il crocefisso! Non è uno squallido slogan per raccogliere qualche applauso, ma quanto purtroppo sta avvenendo per il silenzio colpevole, diciamolo chiaramente, di troppi che si dicono cristiani. Questo attacco al principale simbolo del Cristianesimo ci affligge sui giornali, alla radio e in televisione, da quando un gruppo di fondamentalisti islamici, ospiti, è bene ricordarlo, nel nostro paese ha dichiarato guerra al crocefisso esposto nei locali pubblici specie in scuole ed ospedali. Sono divampate polemiche, si è parlato di tolleranza, rispetto delle minoranze, accoglienza, laicità dello stato, e persino di inopportunità di scatenare liti. Liti su che cosa? Forse è scatenare una lite pretendere in Italia il rispetto verso un sentire comune a molti italiani e rivendicare il diritto di esporre in casa nostra un simbolo, che non è solo religioso, ma anche culturale, di tutta la civiltà occidentale? Il sottosegretario all’ Istruzione on. Valentina Aprea ha recentemente dichiarato: "In un contesto multiculturale e multireligioso lo Stato deve essere sempre garante della tolleranza e della libertà religiosa in un ovvio quadro di reciprocità e dunque aperto alla comprensione dell’esperienza religiosa come uno dei fondamentali valori umani." Concordo, ma mi sfugge il concetto di tolleranza, di reciprocità e di comprensione quando mi si impone di rinunciare al segno di una cultura che attinge dal messaggio di Cristo verità e libertà, fiducia e speranza. Un contesto multietnico e multiculturale può essere motivo di arricchimento, ma anche di grandissimo pericolo: solo chi ha salda coscienza della sua identità umana, culturale, religiosa può liberamente ed autonomamente vivere con il diverso ed arricchirsi spiritualmente, se no si è perdenti, si viene fagocitati. Indipendentemente dalle convinzioni religiose di ognuno, il Cristianesimo è un punto di riferimento essenziale per chi vuole essere consapevole del nostro patrimonio culturale. Esiste infatti un nesso imprescindibile fra Cristianesimo e Arte, Letteratura, Filosofia, vita sociale del mondo occidentale. Il Cristianesimo è parte fondante e integrante della cultura italiana, europea, occidentale, cultura che ha i suoi caratteri costitutivi nel rispetto dell’altro, nella convinzione che ogni uomo ha gli stessi diritti perché ha la stessa dignità. Oggi i mussulmani, cui si sono unite voci di esponenti di altre religioni ,che da anni vivono nel nostro paese e mai avevano posto il problema, chiedono esattamente quanto chiedevano i nazisti negli anni ’30 in Germania. Riflettano i nostri insegnanti, sedicenti democratici quando , come già successo, per non urtare la suscettibilità di alcuni alunni cancellano dalla vita scolastica tutto ciò che può ricordare festività religiose come il Natale. Se le nostre scuole possono liberamente e nel massimo rispetto essere frequentate da studenti di diverse religioni è perché la nostra è una società libera e rispettosa del diverso. Ma libertà non è in nessun modo coniugabile con sudditanza psicologica. E’ sacrosanto che nella nostra società nessuno si possa permettere di deridere e insultare ciò che è sacro per un ebreo o per un mussulmano. Ma perché alcuni di noi permettono e arrivano a trovare giusto che si dileggi e si offenda ciò che è sacro per i Cristiani? Luigi Bobba, presidente delle Acli scrive: "Tentare di imporre il crocifisso per legge sarebbe un passo indietro". Io chiedo:" Permettere a persone estranee alla nostra religione, cultura, civiltà, ospiti nel nostro paese , di imporci di toglierlo che cosa è?" Concludo con un invito a riflettere e a fare nostre le parole pronunciate da Papa Wojtyla a Vienna il 21 giugno 1998:" Tante cose possono essere tolte a noi cristiani. Ma la croce come segno di salvezza non ce la faremo togliere! Non permetteremo che essa venga esclusa dalla vita pubblica."

Pierangela Bianco

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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