Costume

 

COME VA LO SPREAD?

Lo spread, come va lo spread? A che punto è lo spread? Dalle Alpi alla Sicilia il grido, a volte sommesso a volte strozzato, sempre venato d’angoscia, riecheggia in tutta la penisola. Gli italiani hanno scoperto lo spread, ignorato dai più sino a qualche mese fa. Per quelli che seguono le cronache rosa è stato confuso talvolta con il più prosaico ed eccitante spritz, frizzante bevanda molto popolare nel Veneto; ma ben presto si è capito che lo spread ha ben poco di eccitante … A sentire le conversazioni nella sala d’attesa del dentista piuttosto che in tram o al mercato, l’italiano medio è diventato un esperto di Borsa e di alta Finanza. Termini sino a poco fa ignorati e mai sentiti affiorano impetuosi sulle labbra di onesti pensionati seduti sulle panchine dei giardinetti; attempate massaie parlano di PIL, quasi si tratti di un problema da risolvere con una … depilazione indolore, invece della mitica ceretta … C’è poi chi si avventura nella foresta delle sigle ed allora è tutta un’orgia dionisiaca di IMU, PMI, BTP, RATING, MIB, IRPEF, IBAM, CAB, sino a giungere al temutissimo DEFAULT. Così cambia il costume degli italiani, che dopo essere stati un popolo di santi, poeti e navigatori, sino a giungere ad essere un popolo di allenatori, tecnici, tifosi, ora diventa un popolo di economisti. Ma c’è un primato che gli italiani sono sicuri di detenere per sempre: quello di moralisti. Abbiamo una classe politica che è quella che è; le cronache sono piene delle loro magagne , brutte e pessime; anche la Lega, un movimento "barbaro", ruvido nel linguaggio come nei gesti ( tanto per essere gentili), ma propagandato come onesto ed incorruttibile, ha dato pessima prova di sé, ad iniziare dalla "Famiglia". Non bastava Berlusconi con le sue feste : anche il vecchio leone Bossi è entrato nel tritacarne mediatico. E quindi nella chiacchiera quotidiana. E così tutti si sono sentiti meglio, quasi che la classe politica non fosse espressa da tutti noi. Quasi che gli elettori siano meglio degli eletti. E’ il solito vizio italiano: la colpa è sempre del vicino, dell’altro. Parlare male degli altri fa sempre bene, ci fa sentire migliori … E ancora di più se a gettare fango sull’idolo caduto è chi fino a ieri faceva parte del suo entourage. Sic transit gloria mundi! L’italiano : un popolo con la sindrome del cesarismo. E non intendiamo "I Cesaroni", la fiction televisiva, no, ma proprio la sindrome di Caio Giulio Cesare, l’avversione postuma, ovviamente in nome della democrazia, per il dittatore, il tiranno o semplicemente il capo che abbiamo contribuito ad installare sul piedistallo. Con le nostre ipocrisie, con i nostri silenzi, con i nostri perbenismi, con i nostri falsi moralismi.

Il ministro Tremonti, in una recente esternazione, ha dichiarato che le attività promozionali dei prodotti italiani sono manifestazioni di "folclore" a cui non corrisponde alcun effetto apprezzabile; anzi, in molti casi le quote di mercato del "made in Italy" accusano ricorrenti flessioni. Ciò si deve, da un lato, alla scarsa consistenza del budget, sia in cifra assoluta, sia in rapporto agli investimenti degli altri Stati per promuovere le loro merci; dall’altro, e prioritariamente, alla farragine organizzativa che si traduce in dispersione di risorse ed in accavallamenti di iniziative similari. Tutti sanno che la promozione italiana, compito precipuo dell’ICE, si giova di non pochi Soggetti diversi: gli Uffici commerciali delle Ambasciate e di alcuni importanti Consolati; gli Assessorati regionali alle Attività produttive; le Camere di Commercio, comprese quelle all’Estero e quelle estere in Italia; le Organizzazioni delle categorie maggiori, e via dicendo. Non a caso, Tremonti ha potuto fare riferimento a possibili sovrapposizioni che coinvolgono sette livelli di competenze. Il problema non è affatto nuovo. Anni or sono, lo stesso Presidente Berlusconi aveva sottolineato l’incongruenza del sistema e la necessità di una riforma che mettesse ordine nella materia, con un occhio di riguardo per la priorità della rete diplomatica anche in campo promozionale. Il progetto, al pari di tanti altri, è rimasto in lista d’attesa: verosimilmente, perché si opponeva alla conservazione dello "status quo" e dei tanti interessi maggiori e minori ad esso collegati. In questo senso, la battuta del Ministro ha il sapore di un’amarezza quasi rassegnata. Sta di fatto che l’ICE ha un budget insufficiente, come è stato messo in luce da sempre: la sua incidenza sul valore complessivo dell’export italiano è frizionale, senza dire che due terzi delle disponibilità sono destinati al finanziamento della struttura operativa, costituita dal personale e dagli uffici. Non è un mistero che negli altri Paesi europei, compresi quelli di minore rilevanza economica e commerciale, gli investimenti istituzionali in promozione sia proporzionalmente superiori a quello italiano. Ciò spiega ma non giustifica il fatto che le iniziative "concorrenti" abbiano proliferato, e non elide le responsabilità di una programmazione sostanzialmente nulla. Oggi è facile parlare di folclore, ma le osservazioni qualunquiste, per quanto autorevoli, non risolvono il problema: anzi, finiscono per accentuarlo. In realtà, nel mondo globale del nuovo millennio sarebbe necessario, ancor prima di mezzi finanziari meno effimeri, un ripensamento strategico che conferisca ruoli aggiornati alla cooperazione internazionale: un altro capitolo in cui l’Italia occupa posizioni di retroguardia, con un’incidenza sul prodotto interno lordo inferiore al due per mille e pari ad appena un quarto del pur modesto budget di base. Va aggiunto che la piccola e media impresa, pur costituendo i quattro quinti della struttura produttiva nazionale, finisce per fruire in misura assai modesta sia dei mezzi promozionali in senso stretto, sia di quelli collegati alla cooperazione: ciò, sebbene le aziende importanti siano in grado di ricorrere a risorse proprie, assai più delle minori. Non manca occasione in cui il declino della competitività italiana non venga attribuito al differenziale di costo, con particolare riguardo a quello del lavoro, nei confronti dei grandi Paesi emergenti, primi fra tutti gli asiatici; ma sarebbe il caso di aggiungere che in Italia il prezzo dell’energia supera del 37 per cento la media europea, senza che il problema sia stato oggetto di alcun apprezzabile intervento. Al pari di quanto accade per la promozione, sembra che il Paese venga lasciato in balia di un anacronistico "laisser faire" e quindi, dei cosiddetti poteri forti. Il teatrino della politica continua a deliziare l’uomo della strada con dispute nominalistiche e spesso folcloristiche. Nel frattempo, il sistema economico vacilla, la valorizzazione delle risorse resta un’utopia, i cervelli migliori emigrano e le classifiche mondiali della produttività, della competitività e della sicurezza vedono aggravarsi la posizione italiana, in un triste ruolo di retroguardia. Del resto, se non si riesce nemmeno a coordinare la promozione, o meglio ciò che ne resta, tali risultati non possono sorprendere. Mai come nell’attuale congiuntura, la politica è apparsa lontana dall’antica definizione quale arte di operare per il perseguimento del bene comune, ponendosi al servizio sempre più palese di interessi contingenti e di particolarismi tanto diffusi quanto ignobili. Non è mai tardi per rimediare, ma sarebbe necessaria una rivoluzione morale ad ogni livello, grande o piccolo che sia: ad esempio, in una promozione che si ponga in una vera ottica di servizio, agli antipodi dell’attuale folclore.


M.C.

Come prima - Numero 50

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



Come prima

Qualora si voglia "che tutto rimanga com’è", secondo la classica affermazione del Principe di Salina, il Gattopardo dell’omonimo romanzo, "bisogna che tutto cambi". Questo tagliente aforisma non esprimeva il pensiero di una vecchia aristocrazia logorata dalla legge del tempo come quella borbonica, ma esternava un sentimento popolare tuttora diffuso e convalidato dall’esperienza, specialmente in Italia, dalle Alpi alla Sicilia. In effetti, quanto vi accade da due terzi di secolo ne costituisce una dimostrazione probante. In campo politico, i Governi della "solidarietà nazionale" o della "non sfiducia" andarono a sostituire quelli del "progresso senza avventure" o delle "convergenze parallele", con esclusione di traumi che non fossero puramente semantici; più tardi, con la stagione di "Mani pulite" parve giunto il momento di tornare ad un’antica pregiudiziale etica, ma alla resa dei conti il sistema ha finito per avvitarsi in un contesto da avanspettacolo, se non anche da nichilismo elevato a sistema. Sono soltanto esempi, ma parecchio significativi. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il debito pubblico italiano ha raggiunto un’incidenza sul prodotto interno lordo largamente superiore alla media europea e risulta pari al doppio di quanto statuito nel trattato di Maastricht, cosicché ogni cittadino è indebitato per una cifra più alta del suo reddito medio, nella misura del 50 per cento. I tempi di Quintino Sella o di "quota novanta" sono una pallida reminiscenza riservata agli specialisti. La recessione morale è ancora più grave di quella economica: oggi, troppi giovani coltivano soltanto sogni di facile successo nel mondo dei calciatori o delle "veline", mentre diverse persone mature trovano un impegno a tutto campo nella finanza d’assalto e qualche volta nell’usura. Intanto, l’uso della droga seguita a crescere alimentando quote sempre più ampie di delinquenza organizzata, e non solo di quella proveniente dall’immigrazione clandestina. La "dittatura del consumismo", cui si fanno autorevoli e di ????R?ffusi riferimenti, induce modelli di comportamento che hanno "gradualmente conquistato l’aspetto intellettuale della vita psichica" con l’apporto decisivo della "seduzione pubblicitaria trasmessa dai mezzi di comunicazione di massa". Sembra congruo affermare che tutto stia cambiando, ma chi consideri la realtà dei fatti e prescinda dalle apparenze dovrà convenire che oltre le etichette esteriori nulla è cambiato. Basti dire che l’Italia ha ripudiato la guerra nella solenne affermazione della sua Carta costituzionale, ma partecipa da anni ad operazioni belliche dell’Occidente "civile" come quelle svolte in Iraq od in Afghanistan e minacciate in Iran, cercando un’improbabile "esportazione" di democrazia (o presunta tale) e mettendo a forte rischio la vita dei suoi figli migliori. Basti aggiungere che gli Istituti di credito, compresi quelli a matrice pubblica, continuano a perseguire strategie di profitto massimizzato lontane più di prima dalla trasparenza e dal ruolo di supporto allo sviluppo che sarebbe di loro conclamata competenza. Basti concludere rammentando che i sindacati, lungi dall’impegnarsi in programmi di occupazione, sono arroccati su posizioni di tutela del privilegio e sostanzialmente inclini alla conservazione, che un acuto osservatore della realtà storica e della psicologia umana come Gaetano Salvemini aveva definito, già da tempi lontani ed insospettabili, come comportamento ricorrente, tipico di chi "si trova benone come sta". In questo clima da basso Impero, reso effervescente da spettacoli televisivi di bassa lega e da vicende di "gossip" che hanno funzioni analoghe a quelle degli antichi giochi del circo rivolti a tenere buona la plebe, non sorprende che nulla cambi e che discriminazioni e prevaricazioni siano sempre all’ordine del giorno. Per citarne qualcuna, gli infoibatori ex jugoslavi continuano a percepire la pensione dell’INPS ed a farsi beffe di una giustizia italiana mai tanto latitante come quella applicata (si fa per dire) nei loro confronti dichiarando il non luogo a procedere per una fantomatica incompetenza territoriale; e gli ultimi veterani della RSI, in spregio agli auspici di conciliazione a buon mercato, continuano a vedersi negare qualsiasi riconoscimento morale, giuridico ed economico da parte di una volontà politica legata tuttora alla tesi "partigiana" secondo cui avrebbero combattuto sul fronte "sbagliato". L’Italia è fedele al rango di Stato a sovranità limitata acquisito 65 anni or sono e pervicacemente mantenuto con dimostrazioni talvolta surreali come quella del 1975, quando la stipula del trattato di Osimo coincise con la rinuncia senza contropartite ad una quota importante di territorio nazionale: la zona "B" del mai costituito TLT. In proposito, è appena il caso di rammentare che, se avesse avuto fondamento giuridico la tesi di quanti sostennero che la cessione aveva avuto già luogo col Memorandum di Londra del 1954 (ciò con particolare riferimento alle forze della sinistra ivi compresa quella democristiana che faceva capo al Presidente Moro), non ci sarebbe stato bisogno di sottoscrivere un patto vergognoso come quello firmato da Mariano Rumor a Villa Leopardi, in un’atmosfera carbonara. Si potrebbe pensare che l’affievolimento della sovranità sia stato un effetto della resa incondizionata pretesa dagli Alleati nel 1943 in modo obiettivamente miope, perché il risultato - come Andreas Hillgruber ha posto in ottima evidenza - avrebbe potuto essere "ottenuto anche senza una simile esasperazione degli obiettivi di guerra"; ma non sfugge a chicchessia come ben diversa sia stata la capacità reattiva a medio e lungo termine degli altri Stati che subirono la stessa sorte, quali Germania e Giappone. Del resto, Eisenhower affermò che l’armistizio, per il modo in cui venne gestito dal Governo Badoglio, fu uno "sporco affare", ed Alexander aggiunse che l’Italia lo aveva chiesto non già per avere esaurito la sua capacità bellica, ma per affrettarsi a "salire sul carro del vincitore". Anche Bettino Craxi, il solo premier che seppe confrontarsi duramente con gli Stati Uniti in occasione della vicenda di Sigonella, si rese responsabile di scelte opinabili sul piano della "Realpolitik" (a parte il contributo decisivo che il suo Governo diede al disastro economico italiano) quando fece riparare a Belgrado il terrorista Abul Abbas, responsabile del dirottamento della nave da crociera "Achille Lauro" e della proditoria uccisione di un turista americano, per giunta invalido, non senza avere dichiarato "partner di assoluta preferenza" una Jugoslavia già allo sfascio, che nel giro di pochi anni sarebbe crollata come un castello di carte. Gridare allo scandalo sarebbe corretto ma inutile, essendo di solare evidenza che in Italia prospera come non mai il "particulare" di Francesco Guicciardini e che la "salvezza dello Stato", fine ultimo dell’azione politica teorizzata dal Segretario fiorentino - il sommo Nicolò Machiavelli - vive nella sfera dell’utopia, a prescindere dai dubbi sull’esistenza stessa dello Stato. Nondimeno, chi "rifletta con mente pura" e faccia proprio il grande sogno del Vico, ha tutte le buone ragioni per dissociarsi da quanti sostengono che esisterebbero cambiamenti di grande spessore all’insegna di un presunto progresso morale, politico e spirituale praticamente indefinito al pari di quello tecnologico, l’unico realmente vero. L’attualità del Principe di Salina e della sua realistica interpretazione di uomini e cose è destinata ad avere un lungo futuro.

Carlo Montani



IMMIGRAZIONE E COOPERAZIONE

Gli eventi calabresi del gennaio 2010, in cui il problema dell’immigrazione si è manifestato con evidenza drammatica, anzi tutto nell’incapacità politica di governarlo in modo tempestivo e funzionale, hanno assunto caratteri di guerra fra disperati: da un lato, qualche centinaio di extra comunitari africani, sfruttati dalla mafia locale nel lavoro di raccolta della frutta rigorosamente "sommerso" e condannati ad una sopravvivenza sub-umana messa comunque in forse dalla crisi degli agrumi; dall’altro, la cittadinanza locale, che pur avendo accolto gli immigrati in modo assai tollerante ed in qualche caso fraterno è stata oggetto di violenze gratuite ed immotivate da parte dei "neri" senza che le forze dell’ordine intervenissero se non a posteriori, quando hanno eseguito le disposizioni per il trasferimento degli extra comunitari negli appositi centri di altre Regioni. Il risultato, paradossalmente, è stato solo quello di spostare il problema in altri contesti geografici, tanto più che la maggioranza di quegli immigrati, almeno in base alle rilevazioni approssimative della prima ora, non avrebbe potuto essere oggetto di espulsione immediata, in quanto munita di un regolare permesso di soggiorno. Assieme alla Sicilia, la Calabria è la Regione italiana con il più alto tasso di disoccupazione, che in alcuni distretti supera la media nazionale di almeno tre volte. In queste condizioni, non c’è dubbio che una forte presenza di manodopera straniera costituisca un problema socio-economico più urgente perché toglie occasioni di lavoro, sia pure precario, alla gente italiana e sposta verso il basso l’equilibrio tra domanda e offerta di "braccia", già sperequato a favore dei padroni e dei loro caporali. Tuttavia, si deve sottolineare alla stregua di un fatto certamente civile l’esistenza di uno spirito di cooperazione durato a lungo, sino a quando le violenze degli immigrati anche nei confronti di donne e bambini, ben documentate dai mezzi di comunicazione informativa, non hanno indirizzato il comportamento collettivo verso una legittima difesa in cui si sono volute cogliere espressioni razziste inesistenti: caso mai, si sarebbe dovuto parlare di una protesta dettata dalla disperazione e dall’esasperazione, rivolta non soltanto verso i "neri" ma prima ancora verso i loro sfruttatori e verso uno Stato quasi latitante. Gli immigrati hanno diritto al rispetto che si deve ad ogni persona umana, ma tutti debbono comprendere che il mondo sviluppato ed in primo luogo l’Italia non potrebbero programmare un’accoglienza illimitata se non mettendo a rischio la loro struttura economica e sociale, ed alla lunga, anche l’ordine pubblico. Sono stati versati fiumi d’inchiostro sulla necessità di interventi preventivi nei Paesi d’origine, anche nell’ambito del fondamentale e prioritario controllo demografico, ma quanto si va facendo a livello di cooperazione internazionale trova vincoli crescenti nelle strozzature istituzionali, comprese quelle del sistema ONU, e nella scarsa propensione del mondo sottosviluppato a promuovere dopo l’avviamento un’efficace produttività e redditività degli investimenti: motivo non ultimo, ora accentuato dalla crisi, per cui le quote di PIL che diversi Paesi avanzati rendono disponibili per la cooperazione si conformano agli impegni con diffuse vischiosità. Occorre, in questa ottica, che l’immigrazione venga pianificata in modo razionale, non solo a livello legislativo, come si è cercato di fare in Italia, ma anche - e soprattutto - in chiave esecutiva. Una teoria separata dalla prassi ed una normativa sfornita di sanzioni od incapace di applicarle sono condannate al fallimento. Da questo punto di vista, i fatti di Calabria hanno fatto suonare un campanello d’allarme che deve essere ascoltato, traendone l’impegno ad agire prima che l’evento si ripeta altrove e finisca per sfuggire di mano. La necessità di tutela della cittadinanza locale non può essere posta in discussione perché riguarda il "prossimo" più immediato e talvolta più debole, come si è visto per le donne ed i bambini oggetto della recente violenza, con gli extra comunitari in possesso di licenze d’aggressione tanto inopinate quanto assurde. Invece, non è pertinente, se non sul piano etico e su quello storico, richiamare alla memoria le pagine più dolorose della nostra emigrazione, a cominciare dalle allucinanti quarantene davanti a Nuova York e dai numerosi "respingimenti" effettuati dalle autorità statunitensi; per continuare con la tragedia di Aigues Mortes nella vicina Francia, dove una decina di lavoratori italiani delle saline vennero trucidati nel 1893 da una folla "inferocita" perché si erano dovuti accontentare di un salario inferiore a quello della manodopera locale; e per finire col disastro di Marcinelle, massimo dramma della storia mineraria europea, che in tempi relativamente recenti, sulla carta più rispettosi dei diritti individuali, e più precisamente nel 1956, vide il sacrificio di 139 nostri minatori (assieme a quello di oltre cento operai di altra nazionalità), colpevolmente "scambiati" dal Governo italiano con il carbone del Belgio. Ogni epoca richiede di essere oggetto di valutazioni conformi al cosiddetto spirito del tempo. Non c’è dubbio, in proposito, che l’immigrazione attuale fruisca di tutele un tempo impensabili, certamente dovute in conformità alla normativa europea ed a quella italiana in materia di diritti umani, ma proprio per questo è implicito che debba comportarsi, parallelamente, alla stregua dei doveri corrispondenti e che ogni comportamento contrario vada prevenuto o represso con la necessaria tempestività.

Carlo Montani

Anniversari - Numero 49

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

 



Anniversari

Il due novembre ricorreva il trentaquattresimo anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini: il tempo non ha placato le polemiche ed anzi, l’evento è stato ricordato ancora una volta con ampiezza di celebrazioni, dispute e rimpianti. Non meno vivace è stata la grancassa battuta dalla grande stampa d’informazione, anche in Italia, sull’ultima trovata discografica di Paul Mc Cartney, che ha rivisitato taluni grandi successi del 1975, riportandosi ai vertici delle classifiche di vendita. Nell’età dei consumi e nella migliore delle ipotesi, di una pervicace cultura di sinistra incurante di ogni pur motivato revisionismo, non c’è da stupirsi. Si dà il caso, peraltro, che tali avvenimenti abbiano coinciso col trentaquattresimo del trattato di Osimo, firmato da Rumor e da Minic il 10 novembre nel clima da consorteria che le cronache d’epoca non mancarono di evidenziare: l’Italia rinunciò senza contropartite ad una quota significativa del proprio territorio perché l’ordine di scuderia era quello di chiudere senza ulteriori indugi ogni parvenza di contenzioso con la Jugoslavia. Non a caso, fu approvato senza soverchi intralci dai due rami del Parlamento, nonostante parecchie autorevoli voci che si levarono a denunciare l’ignominia del tradimento: un reato che, all’epoca, era passibile dell’ergastolo. Stavolta, l’anniversario è passato sotto silenzio. Effettivamente, la trentaquattresima ricorrenza di un evento non induce manifestazioni di particolare enfasi, come quelle che per antica tradizione si riservano ai decennali, ai centenari, e via dicendo. Nondimeno, se proprio si dovevano suonare le trombe per singoli personaggi, sia pure di qualche spessore nel loro campo di attività, non si vede perché non si sarebbe potuto fare altrettanto per l’anniversario di un evento d’interesse generale che è stato un autentico schiaffo al giure comune ed al buon senso, perché non era mai accaduto che uno Stato moderno rinunciasse ad una porzione di sovranità a favore di un altro, senza alcuna reale motivazione e senza alcuna ragione realmente condividibile. Eppure, nell’anno di grazia 2009 esiste un Governo di centro-destra o presunto tale, da cui sarebbe stato logico attendersi qualcosa di diverso, se non altro per salvare le forme e riconquistare un minimo di credibilità nei confronti del movimento giuliano e dalmata (e non solo), già catafratto da una serie di comportamenti che non sarebbe azzardato qualificare alla stregua di vere e proprie angherie istituzionali. Vale la pena di ricordare che nel 1975 l’Italia non era più il partner debole del 1947, quando aveva dovuto subire l’infamia del diktat. Al contrario, almeno nei confronti di una Jugoslavia che si stava già avviando verso il dissesto, e lo sfascio che ne sarebbe conseguito, era uno Stato economicamente progredito, sebbene sul piano politico fosse stato condizionato dalla "non sfiducia", dalle "convergenze parallele" e da analoghe amenità. In altri termini, chi cominciava a vacillare era proprio Tito, sebbene l’Occidente fosse incapace di comprenderlo, o meglio non intendesse farlo, alla luce di una politica tradizionalmente miope che nei palazzi romani diventava tremebonda. Più tardi, qualcuno si sarebbe accorto dell’errore, ma ormai i giuochi erano stati fatti, e la nuova parola d’ordine sarebbe diventata quella secondo cui è bene scordarsi del passato, alla maniera dei guitti. D’altra parte, l’Italia non ha avuto statisti della tempra di un Kohl, capaci di "cogliere la fortuna" di machiavelliana memoria all’atto della sua veloce apparizione, ma - nella migliore delle ipotesi - boiardi troppo pensosi del proprio "particulare" o di quello delle rispettive fazioni. In questo senso, il silenzio su Osimo è motivo di amarezza, ma non di sorpresa, e corrisponde perfettamente, non già all’antico disegno di sopire le motivate attese giuliane e dalmate, ma a quello più attuale di stendere su di esse una pietra tombale, senza recitare nemmeno un "de profundis". La madre dei "vigliacchi d’Italia", come sarebbero definiti da Carducci, è sempre incinta, ma le bandiere delle giustizia, piaccia o meno, non saranno facilmente ammainate.

M.C.



Nuova Direttiva Macchine dell’Unione Europea:
un’ulteriore opportunità di cooperazione internazionale


Il 29 dicembre 2009 è entrata in vigore la nuova Direttiva Macchine dell’Unione Europea, che ha introdotto alcune importanti novità in materia di organizzazione del lavoro e di sicurezza, sulle maggiori delle quali è opportuno attirare le opportune attenzioni, perché costituiscono un momento importante di verifica circa le reali potenzialità della cooperazione internazionale. Rispetto alla normativa precedente, risultata per diversi aspetti perfettibile, è stato introdotto l’obbligo di marcatura per le cosiddette "quasi macchine", intese come strutture in grado di operare senza l’apporto diretto di un motore, ma anche per talune nuove accessioni strumentali come gli ascensori da cantiere e diverse attrezzature, fra cui gli strumenti di sollevamento, quali catene, freni e cinghie. Lo stesso dicasi per gli apparecchi portatili a carica esplosiva. E’ stata introdotta una scadenza di validità delle certificazioni, indicata nel quinquennio dalla data del rilascio. Ciò corrisponde ad un’esigenza di adeguamento imposta dalla forte accelerazione del progresso tecnologico. Per quanto riguarda le procedure, è stato previsto l’obbligo di riportare la documentazione relativa alle valutazioni dei rischi in tutto l’iter progettuale della macchina, ma è stata statuita anche la possibilità di operare nel nuovo regime definito della "Garanzia di qualità completa", che si traduce in un sistema integrato di progettazione, fabbricazione, ispezione finale e verifica operativa, approvato da un Organismo notificato: in pratica, di un "pacchetto" globale, in alternativa alle procedure precedentemente in essere. Non mancano novità a proposito delle sanzioni, che gli Stati membri sono chiamati a predisporre in modo che siano "effettive, proporzionate e dissuasive": un’affermazione vincolante in linea di principio, che peraltro sembra sottintendere possibili regolamenti differenziati da un Paese all’altro, quanto meno nelle more della necessaria armonizzazione, il cui ruolo assume carattere decisivo, sia sul piano giuridico, sia su quello commerciale. Un’ulteriore prescrizione importante riguarda il ritiro delle macchine "potenzialmente pericolose": anche in questo caso, con una semantica non esauriente dal punto di vista descrittivo che implica possibili carenze sul piano dell’ auspicata e doverosa certezza del diritto. Infatti, è stato precisato che possono intendersi per tali, anche macchine prodotte in base a norme armonizzate pregresse: considerazione condividibile in linea di principio, ma non immune da possibili interpretazioni discrezionali, che rendono opportune definizioni oggettive, ed accettate da tutti, dei concetti di potenzialità e di pericolo. Al di là degli aspetti innovativi e dei contenuti problematici a cui è stato necessario accennare, la nuova Direttiva europea intende sopperire alle carenze interpretative che avevano caratterizzato quella precedente, fino al punto che alcuni quesiti proposti dal momento imprenditoriale erano rimasti inevasi. Giova ribadire che la normativa in questione obbedisce, in primo luogo, ad un’esigenza di sicurezza sempre più diffusa, sia per le macchine globalmente considerate che per le singole componenti, a cominciare da quelle elettriche, cui sono state dedicate attenzioni specifiche particolari. In tale ottica, essa costituisce una Dichiarazione di conformità alle varie Direttive dell’Unione Europea, per quanto applicabili e recepite negli ordinamenti statuali. Le Associazioni industriali del settore meccanico europeo hanno predisposto un’ampia serie di Seminari e di Convegni specializzati, in cui sono stati illustrati i contenuti essenziali della Direttiva e le maggiori innovazioni rispetto alla legislazione precedente.

C. M.

"Le chiacchiere stanno a zero", a Roma si dice così! Il PdL ha vinto, punti di percentuale più o meno, ha vinto! Qualcuno si chiederà come abbia fatto, dal momento che tutti i temi politici delle elezioni a partire dalle riforme parlamentari fino ad arrivare all’immigrazione siano passati in secondo piano rispetto al vorace interesse che ha invece suscitato la vita privata del primo ministro Silvio Berlusconi. La società italiana è cambiata e con essa i valori di appartenenza. E’ necessaria una presa di coscienza che non può non tenere conto degli effetti delle nostre azioni sulla società e rifiutare la responsabilità di tali condotte nonché conseguenze. I valori della politica sono cambiati. E’ inutile e soprattutto dannoso che si gridi allo scandalo. Possiamo invece considerare ed osservare che una parte del paese riflette le preferenze che le persone esprimono nell’interesse morboso della vita privata altrui. Passione comprensibile, stiamo parlando del nostro presidente del consiglio, di colui che ci rappresenta e, vero è, che il profilo della sua vita privata ci riguarda. E se la vita del nostro presidente ci indigna perché ci propone una democrazia da avanspettacolo, da consumismo ingordo e opportunismo, perché, allora, non emerge nel vasto e propositivo panorama politico, una figura nuova, "casta", capace di arricchire la qualità politica del nostro paese? Il problema è: "chi è senza peccato scagli la prima pietra". Un’affermazione profetica che in questo paese non risparmia nessuno; in questo vortice di qualunquismo, invece, voglio ricordare chi queste elezioni europee le ha vinte onorevolmente, cioè dignitosamente, meritevolmente, apprezzabilmente e… donna: Roberta Angelilli. Una donna che non ha sfruttato il vantaggio mediatico che la sinistra ha sostenuto. Una donna, che ha concentrato la propria attenzione sul bisogno e sulla fattibilità di un’educazione alla condivisione delle problematiche dei cittadini italiani e della propria identità politica in Europa. Una donna che ha anteposto la propria concretezza alla visibilità. Una donna che ha cominciato la sua attività politica in un umido seminterrato privo di finestre, in anni in cui dichiararsi di destra, soprattutto a Roma, significava fare attenzione a quando tiravi fuori la testa dal "buco". Perché qualcuno ti stava certamente aspettando. Una donna che non ha certo cavalcato le scrivanie di "Striscia la Notizia". Una donna che è politicamente cresciuta con una militanza giornaliera, lontana da una società omologante, orgogliosa delle proprie radici storiche e culturali con la voglia di condividere esperienze umane e politiche nelle quali venivano valorizzate l’appartenenza nazionale come valore sociale. Una donna che ha proiettato il proprio comunitarismo dal livello locale a quello europeo. Una donna che ha dato sostanza al valore di democrazia attraverso un concetto di partecipazione non solo politico ma anche sociale, economico e globale. Una donna già parlamentare europeo per tre volte che vanta il 90% delle presenze in aula, 595 interrogazioni, 141 proposte di risoluzione, 92 interventi in aula, relatrice per la Commissione Giustizia e Affari interni. Protagonista inoltre di numerose battaglie politiche. Non a caso fu scelta dal sindaco di Roma, Alemanno, come Capodelegazione di AN per i diritti dei minori. Si è occupata di problematiche ambientali, è intervenuta in aula per ottenere appoggio dalla Commissione europea per la ricostruzione in Abruzzo e tanto altro ancora. Una donna che ha difeso il proprio paese e gli interessi nazionali di fronte ad una sinistra che non ha perso occasione per ridicolizzare e strumentalizzare l’Italia agli occhi dell’Europa mercificando il valore di queste elezioni come propaganda per il voto. Una donna che ha lavorato, una donna di destra.


Stella Pistone

Oggi, superati i miei primi quarant’anni, mi sento una donna libera, concreta, impegnata ed emancipata; una condizione maturata negli anni senza essere passata attraverso il fenomeno del femminismo, al quale comunque riconosco il merito di avere clamorosamente smontato la tendenza a privilegiare le vere o presunte virtù maschili, ma che ha contestualmente svilito un ruolo fondamentale della donna e cioè negato il valore sociale, interpretato nella veste di moglie e madre. E’ stato fatto passare negli anni un messaggio drogato, per il quale l’essere moglie e madre fosse una condizione d’inferiorità subordinata al maschio. Certo, negli ultimi cinquant’anni il gentil sesso ha dovuto lottare per rivendicare i propri diritti di parità. L’uguaglianza tra le donne e gli uomini, infatti, rappresenta uno dei principi fondamentali sanciti dal diritto comunitario. Ma non è questo il punto. La perdita di questo ruolo nel tessuto sociale, compito che fungeva da raccordo tra la famiglia e la società civile ed educativa, ha creato un senso di smarrimento, un vuoto di memoria in chi la società la determina. Il nostro Paese ha bisogno di esprimere la famiglia come risorsa. La donna ha rinunciato ad un incarico importantissimo per avocare i propri diritti ed uso il termine incarico non a caso, perché all’interno del governo dovrebbe essere istituito un ministero con il ministro delle madri e mogli in carriera e dovrebbe essere istituzionalizzato un incarico di educazione civica affidato alle mamme. La donna ha bisogno di essere aiutata ad una libera realizzazione di sé, senza sacrificare quei ruoli che sono linfe vitali per realizzazione di una collettività CIVILE. Oggi le madri vivono una vita affaticata dalle nevrosi quotidiane, sempre al bivio tra la carriera e la famiglia, frustrate dal senso di colpa e con la prevaricazione comunque di una scelta legata alla carriera. Così ci troviamo con donne che superano abbondantemente i trent’anni, che sentono incalzare il tempo come una campana che suona l’ultima ora, con un sano desiderio di maternità che magari non arriva perché il momento migliore per concepire è superato. Si accaniscono su concepimenti ad ogni costo, fornendo argomenti di discussione su cui la classe politica impegna le proprie energie per legifare - legiferare che cosa poi? Mi chiedo: si può rivendicare il "diventare madre", come un diritto? Perché bisogna forzare la natura? Perché non si possono creare, al contrario, i presupposti affinché tale "prodigio" si manifesti nella donna nel periodo più propizio? Occorre una trasformazione sociale profonda, bisogna mettere in condizioni le coppie di procreare in giovane età e di consentire e garantire alle donne la possibilità di continuare a spendere la propria figura professionale anche dopo essere diventate madri. Come? Attraverso una sorta di gestione autonoma del proprio lavoro. L’importante non è essere presente sul posto di lavoro tutti i giorni della settimana ad orari fissi : l’essenziale è garantire il risultato. Certo, bisogna rivoluzionare un sistema, un modo di pensare, ma va fatto.Il nostro Paese è vecchio, incancrenito in un ordinamento obsoleto. Non si può ignorare la tendenza delle donne a scegliere la carriera, vocazione che ha portato inevitabilmente a gestire l’educazione dei figli attraverso le mani di babysitter. Si impegnano i bambini in sport di tutti i tipi, devono suonare uno strumento, parlare cinque lingue ed eccellere su ciascuna di queste attività per considerare garantito il loro futuro, il tutto svolto nella sfera privata, tra le mura domestiche. Il risultato è che per le strade non si vedono più bande di bambini che corrono tra i vicoli nel tentativo di progettare marachelle o giochi di gruppo, ragazzi che vivano spazi pubblici nei quali scambiare idee, pianificare, organizzare, inventare qualunque cosa che possa essere utile alla collettività e a loro stessi. Non esiste più un senso di appartenenza, non dico alla Patria per non essere anacronistica, ma comune, che nell’era della globalizzazione peraltro, risulta essere una curiosa contraddizione. Questo perché viviamo in assenza di un’educazione alla cittadinanza. Ci vuole una politica formativa per sensibilizzare le generazioni future, già dall’età evolutiva, ad una partecipazione più attiva alla vita pubblica. La formazione del pensiero avviene con la pratica della cultura, attraverso l’esperienza, il confronto, la scoperta delle diversità all’interno della società. L’origine della formazione sociale e politica risiede proprio nella condivisione della realtà in cui si vive. Il senso di appartenenza nasce dalla famiglia, la prima istituzione formativa di una realtà sociale. Questo non è un pensiero conservatore o di destra, è un dato oggettivamente antropologico. Semplificando:la società si forma attraverso piccoli gruppi all’interno dei quali vi è un leader che, catapultato nella società moderna, è la madre. La modernizzazione del nostro Paese deve passare attraverso una rivalutazione del ruolo della madre che deve avere strumenti per rassicurare se stessa nel proprio impiego promuovendo l’evoluzione di una specie, innovativa, funzionale e qualitativa.


Stella Pistone

In concomitanza con l’anniversario della seconda redenzione di Trieste, che ricorreva il 26 ottobre, è mancato Delfino Borroni, ultimo reduce italiano della Grande Guerra ed ultimo Cavaliere di Vittorio Veneto (l’onorificenza che era stata istituita nel 1968 per "esprimere la gratitudine della Nazione" a tutti coloro che avevano combattuto per almeno sei mesi). La grande stampa, nella migliore delle ipotesi, gli ha dedicato un trafiletto, ma non sembra giusto voltare una pagina di storia, non soltanto sul piano simbolico, senza alcune riflessioni. Borroni, che era nato nel 1898, era stato arruolato nel corpo dei Bersaglieri ciclisti, e si era impegnato in aspri combattimenti sull’Altipiano di Asiago, sul Pasubio ed a Caporetto, restando coinvolto nella ritirata fino ad essere catturato dagli austriaci, ma riuscendo a fuggire ed a riunirsi con un battaglione di cavalleria, fino a vivere in prima persona l’epopea della Vittoria. Dopo la guerra, riprese il suo tranquillo mestiere di meccanico, e poi venne assunto in qualità di macchinista dall’Azienda tranviaria milanese, ma coltivava con passione vivi ricordi di combattente, che oggi si trovano anche in rete. Caporetto, narrava Borroni, era stata l’esperienza peggiore della sua guerra, con il freddo e la fame che facevano da padroni, e come se non bastasse, col frastuono incessante delle granate, e talvolta, con gli attacchi nemici supportati dal gas. Durante la battaglia dell’ottobre 1917 rischiò di morire, quando fu colpito al piede da un proiettile, ma venne salvato dal provvidenziale spessore dello scarpone, mentre due commilitoni, proprio accanto, rimasero sul campo. Delfino amava la vita, e chiedeva al superiore perché mandasse proprio lui, che era il più giovane, ad ispezionare il terreno strisciando sotto il filo spinato, ma ubbidiva in silenzio, quando gli veniva risposto che "tutti gli altri hanno figli". Non meno toccante è il racconto della prigionia e della rapida fuga. Borroni protestava perché voleva scrivere alla famiglia, priva di sue notizie da sette mesi, ma l’ufficiale austriaco gli disse che non tornava a casa da dieci anni, salvo dargli, subito dopo, un foglio ed una penna. Più tardi, alla fine di un giorno di marcia, accadde che la guardia rumena si addormentasse vinta dal sonno, permettendo a Delfino di fuggire e di incontrare non meno fortunosamente il reparto italiano che provvide a raccoglierlo. Oggi, l’ultimo Cavaliere è passato alla storia perché ha avuto la ventura di sopravvivere più di tutti, e di raccontare con straordinaria lucidità, anche negli ultimi tempi, e persino in televisione, le proprie esperienze belliche. Con la sua scomparsa, la Grande Guerra si trasferisce in una dimensione "universale", e se così può dirsi, in un patrimonio etico, politico e culturale ormai definitivo, in cui le residue discussioni di strategia militare vengono circoscritte alla sfera accademica (ormai si può dire che Caporetto fu una grande sciagura, ma nello stesso tempo, occasione di riscatto, perché indusse una reale unità di menti e di cuori, senza dire del vantaggio determinante offerto dalla riduzione del fronte). Una parte significativa della storiografia ha visto nella Grande Guerra l’ultimo episodio del Risorgimento, con la liberazione di Trento e Trieste dal dominio austriaco e da un regime che non esitava ad utilizzare la forca quale strumento di coercizione dell’irredentismo, come era accaduto nel caso emblematico di Guglielmo Oberdan, condannato a morte dopo un processo alle intenzioni di natura medievale. Tuttavia, nella memoria collettiva resta non meno viva la pregiudiziale del Papa Benedetto XV nei confronti di "un’inutile strage", e la consapevolezza dei sacrifici davvero sovrumani che furono richiesti ai combattenti, e di cui quelli di Borroni sono soltanto un esempio, esaltato dal fatto che riguarda l’ultimo superstite, e che nelle sue parole, come in quelle di tanti altri, non è stato mai possibile cogliere alcuna polemica né alcun risentimento. Nel bene e nel male, la Grande Guerra appartiene ad un’Italia che ebbe modo di scoprire nel sacrificio, nella cooperazione e nell’unità indotta dall’esperienza di trincea i valori di un beninteso patriottismo. Al di là delle sue contraddizioni e dei suoi dolori, questo rimane un punto fermo: i quattro anni intercorsi fra il 24 maggio 1915 ed il 4 novembre 1918, o fra l’olocausto di Riccardo Di Giusto ed Alberto Riva di Villasanta, il primo e l’ultimo Caduto, furono più importanti, al fine di rendere coese le coscienze e le volontà, che non il mezzo secolo già passato dalla proclamazione dell’unità. Grazie ai combattenti di tutte le armi della Grande Guerra, accomunati nell’omaggio alla memoria dell’ultimo Cavaliere, l’Italia ha preso coscienza compiuta ed irreversibile, dalle Alpi al Mediterraneo, della sua realtà morale di Nazione e di Stato, ancor prima che politica. Con buona pace degli amici del giaguaro, vecchi e nuovi.


Carlo Montani

L’ULTIMO ASCARO - Numero 45

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo appello del nostro collaboratore Fabrizio Bucciarelli.

L’ULTIMO ASCARO

Ho sempre allegramente detestato i forum, i blog e tutti quei sistemi di comunicazione che a prima vista sembrano più sfoghi di personaggi un po’ frustrati e con varie problematiche nel socializzare, che veri e propri veicoli dell’informazione. In una delle mie rare frequentazioni sono finito su uno di quelli tra i più seri e in esso veniva narrata una storia che con la politica aveva poco a che fare ma, soprattutto nella nostra comunità, ero certo sarebbe stata fonte di interesse. E di commozione.

C’è in quel di Roma un dignitosissimo signore di 92 anni che vive con una pensione di circa 550 Euro al mese, di cui 400 finiscono nel pagamento della retta per l’ ospizio che lo ospita ma di questo non si è mai lamentato. Beraki Ghebreslasie non ha parenti qui in Italia ma non si è sentito mai solo.

Era stato, e si sente ancor oggi, un soldato italiano che ha servito la sua Patria durante la Seconda Guerra Mondiale tra le truppe Ascare.

Ha versato sangue, sudore e lacrime assieme ai suoi compagni del Regio Corpo Truppe Colonie Italiane e così inquadrato combatté le preponderanti forze inglesi fino alla resa dell’Africa Orientale Italiana assieme ai suoi tanti camerati. Eppure questo sergente dalla pelle scura e dai tratti segnati da una vita intensamente vissuta, che dopo il conflitto ha lavorato per trent’anni tra gli addetti dell’Istituto italiano di Studi africani, viene oggi trattato come una sorta di reliquia d’altri tempi, dimenticato da quell’Esercito e da quella Patria cui a suo tempo aveva tanto sacrificato. Nonostante il suo valoroso contributo militare pare non gli spetti l’adeguata pensione, un riconoscimento, uno straccio di medaglia, lui che è ancora orgoglioso di aver mantenuto il suo giuramento di fedeltà a quell’Italia che 65 anni or sono nemmeno aveva mai visto ma di cui si sentiva parte integrante. Un militare dell’Arma dei Carabinieri, anche lui frequentatore di forum su Internet, ha recentemente lanciato l’idea di una raccolta fondi per dimostrare a questo vecchio soldato che non tutti si sono dimenticati di lui e anch’ io invito tutti i Lettori ad effettuare una piccola donazione per aiutarlo a vivere meglio i suoi ultimi anni. Non si tratta di cifre proibitive: si parte da quella che corrisponde a due birre o una pizza e cioè Euro 10, accessibile a tutti. Il ricavato gli verrà consegnato in una cerimonia alla manifestazione fieristica milanese nota come MILITALIA (Linate) cui tutti sono invitati a partecipare. Per tale piccolo ma importante contributo basterà fare riferimento al seguente numero di Carta Postapay, ricaricabile da ogni ufficio postale: 4023 6004 6069 5713.

Un grazie di cuore, e noi a Destra ne abbiamo tanto, anche a nome suo.

Fabrizio Bucciarelli

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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