Costume

MALEDETTO 53 - Numero 28

 

Esprimo un modesto pensiero su questo "maledetto 53" che ha deciso di non uscire sulla ruota di Venezia da 182 estrazioni . E’ un parere di un sociologo, non accreditato come "mass - mediologo" , quindi una pura considerazione personale . Fatta questa premessa prendo in esame i fatti sanguinosi che ruotano intorno a questo numero. L’assicuratore di Signa in provincia di Firenze ha ucciso moglie e figlio e poi si è sparato. Una signora toscana si è suicidata gettandosi in mare. Meno tragico ma non meno significativo il gesto di un impiegato di banca dell’Oltrepò Pavese che ha rubato un milione di euro da puntare sul 53. Questi fatti sono emblematici di una situazione di malessere generale. Cosa spinge un individuo sano a questi gesti estremi ? La cosiddetta" droga non da sostanza ". Non si assumono stupefacenti ma si compiono gesti non razionali. 25.000 "giocatori patologici ", 250.000 " giocatori problematici " con il rischio di diventare patologici. Non sono cifre inventate e forse superate dalla realtà. Nella mia piccola indagine ho visto operai giocarsi la paga settimanale, casalinghe lesinare sulla spesa per poi puntare il lucro sul 53 e tanti indebitarsi con amici e perenti per tentare la sorte. Quando ad un individuo si dà la possibilità di intravedere guadagni facili, la bestia sopita si risveglia. A mano a mano diventa assillante e spinge ad osare sempre più. Così l’euro della puntata iniziale diventa 10 , 100, 1.000, e così via. Non ci si può fermare .Non si dorme più e non si vive più. Il pensiero dominante diventa il 53. Una sfida con un solo perdente : il giocatore. Se si dà la possibilità di uscire dal proprio io ognuno risponde con il proprio super - io: quello inconscio, quello rimasto dentro e mai uscito allo scoperto . Non bisogna imbrigliare niente, meno che meno la propria personalità ma siccome non siamo tutti uguali, allora ci vuole un freno. L’individuo va spronato ma anche limitato; non si può pensare di essere soli al mondo ma nemmeno di diventare il padrone del mondo. Quando si esce da sé, dal proprio io, si diventa un’altra persona, e questa va aiutata ma anche instradata. Nel nostro caso forse non possiamo aiutare queste 250.000 persone ma limitare i danni che potrebbero provocare, questo sì. Facciamo in modo di mettere dei paletti. Potrebbe essere utile impostare tutti i giochi nel vero senso della parola: giocare per passare il tempo e non impegnare il tempo per pensare al gioco. I media ci spingono a giocare poco per guadagnare tanto, perdendo di vista le patologie che si possono creare e che purtroppo si creano. Allora giochiamo tutti ma poco, non per vincere ma per stare insieme. Facciamo una grande famiglia di giocatori , creiamo momenti di aggregazione, momenti di dialogo e non di solitudine; perché il giocatore che diventa patologico è sempre più solo e la solitudine porta anche al suicidio. Forse ci perderebbe lo Stato, ma chi se ne frega. E poi se è vero che lo Stato siamo noi dovremmo guadagnarci tutti.

Vincenzo Ponzo

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • L’AVVENTO DEL NUOVO MATRIMONIO
  • TSUNAMI


    Con questo numero inizia la collaborazione Claudio Antonelli, nostro corrispondente dal Canada. Ad Antonelli gli auguri e i saluti della Redazione.

    L’AVVENTO DEL NUOVO MATRIMONIO

    Secondo la Corte Suprema del Canada, le norme attuali sul matrimonio, poiché non permettono a due persone dello stesso sesso di sposarsi, sono in contrasto con la Carta dei diritti umani. In Parlamento, verrà quindi ben presto presentata una nuova legge sul matrimonio per includere i nubendi dello stesso sesso. Il legalismo statale certificherà così, col timbro DOC, la "famiglia" omosessuale. In virtù di questo illuminato giudizio del massimo tribunale, l’intollerabile discriminazione finalmente cadrà in Canada, dopo i secoli di patimenti subiti dagli omosessuali, frustrati nelle loro aspirazioni nuziali. Speriamo che l’esempio del Canada serva ad indicare la retta via anche al resto dell’umanità.
    Faccio dell’ironia sul tema, approfittando di questo residuo clima di libertà prima che l’Autorità introduca il reato d’incitazione all’odio contro chi non sia disposto a plaudire al pensiero unico e agli esperimenti di "social engineering" condotti dal potere politico e giudiziario.
    Una tradizione consacrata da tutte le religioni, e tutelata e incoraggiata dallo Stato per la sua funzione essenziale di protezione della prole e di perpetuazione della società, sarà snaturata e banalizzata, in nome del nuovo feticcio dell’uguaglianza intesa come interscambiabilità. Alla definizione millenaria del matrimonio come unione di un uomo e di una donna sarà messo fine, sul modello dei rivoluzionari francesi che cambiarono il nome delle stagioni e dei mesi. All’ordine della realtà millenaria si è sostituito l’ordine giuridico imposto dai giudici in ermellino. Il profondo e complesso significato del matrimonio si ridurrà a "contratto", a "diritto". Un diritto universale, che prima o poi dovrà estendersi anche ad altre categorie di coniugi, poligami inclusi. La funzione di complementarità di questa istituzione sociale, data dalla diversa natura biologica e, diciamolo, psicologica dell’uomo e della donna, verrà intaccata dall’idea dell’ "uguale interscambiabile", fisico e psicologico.
    Il matrimonio è sacro anche per le persone che non sono religiose, ha detto lo studioso Stanley Kurtz. In realtà, oggi di sacro vi è solo la Carta dei diritti umani, che, a guisa della macchia di Rorschach, si presta alle molte interpretazioni.
    Tale svolta storica, esautorante il concetto di paternità e desacralizzante la famiglia, sancisce il trionfo degli attivisti, dei rivendicatori, dei dimostranti, che sanno così bene far rumore. Ma persino tra molti omosessuali serpeggia ora un sentimento d’imbarazzo. Il ridicolo, infatti, non ha preferenze sessuali.
    Finalmente il nostro governo, campione di moralità, mostrerà al popolo retrogrado, afflitto da pregiudizi ancestrali, la nuova morale intrisa di legalismo. In questi momenti i nostri reggitori devono sicuramente provare l’esaltante sensazione che dà l’avanzata inesorabile del progresso. L’amore è stato finalmente preso in considerazione, senza distinzione di apparati riproduttivi, dirà qualcuno. È una storia quindi a lieto fine: "...e vissero felici e contenti, uniti nell’amore." In realtà l’amore e la sua durata, nel matrimonio, sono fatti privati che non dovrebbero interessare l’Autorità. Alla base del matrimonio, da sempre, vi è la famiglia, vale a dire la paternità e la maternità, se non altro come idea, come possibilità. L’idea che il matrimonio tra omosessuali lasci intatto il matrimonio tradizionale, o se vogliamo "normale", è come credere che mettere una buona dose di coca-cola nel vino lasci inalterato il gusto e il grado alcolico di questo. Ma si precipiteranno poi gli omosessuali a convolare a nozze? Non pare proprio. Gli esperti ci dicono che solo un’infima minoranza di omosessuali si prevarrà del diritto al matrimonio. Infatti, la varietà dei partners - la promiscuità - è molto apprezzate dagli omosessuali; dagli omosessuali maschi, occorre aggiungere, mentre le lesbiche tendono piuttosto alla monogamia. Ma forse è pericoloso, in questo clima d’uguaglianza trionfante, sottolineare certe differenze.
    Noi oggi viviamo in un’epoca di nuovi tabù, sotto l’ingannevole vessillo del rispetto delle minoranze. E la maggioranza chi la rispetta? Non certo il governo, da essa eletto, e che ha assunto il ruolo di un gurù spirituale in cadillac che sa cosa fa veramente bene ai propri fedeli senza sentire il dovere di consultarli. L’ostracismo sociale, che un tempo era diretto contro le idee delle minoranze, oggi colpisce le idee della maggioranza, se queste non sono allineate sulle "verità ufficiali".
    I termini "tradizione", "tradizionale", sono un vero anatema, ma solo se riferite alla maggioranza.
    In questa crociata condotta in nome della nuova religione venerante la Carta, certamente non ci si fermerà qui. Occorrerà smantellare altri vecchi tabù, per far posto a nuovi tabù, più moderni, più "politically correct". Così vuole il conformismo di oggi. Conformismo esaltante, perché moderno, perché contemporaneo.

    Claudio Antonelli


    TSUNAMI

    L’onda assassina deve farci riflettere .

    Nel www.barbarossa.com n. 24 ho scritto del sopravvissuto, di colui che vuole sopravvivere a tutto e tutti di fronte all’immane tragedia che ogni giorno si consuma nel mondo: 40 mila persone al giorno muoiono di fame. Una provocazione per dire: fermiamoci a riflettere. Se questo dovesse accadere da noi in una settimana scomparirebbero Parabiago, Busto Arsizio, Gallarate e paesi limitrofi. Ma come si fa a vedere scomparire più di 200 mila persone? Come possono i media darci evidenza di quello che succede in varie parti del mondo? Ci fanno vedere il particolare per raccontarci l’universale. Oggi è accaduto l’universale. Non il bimbo affamato, scheletrico e pieno di mosche che da li a poco non sarebbe più stato tra noi, ma l’onda assassina che nel volgere di poche ore semina distruzione e morte per decine di migliaia di uomini. "Finalmente" abbiamo avuto la visione d’insieme: montagne di cadaveri avvolti in teli di plastica in attesa di un nome che forse non avranno mai, perché bisogna fare in fretta a liberarsene altrimenti potrebbero generare epidemie che farebbero salire a dismisura il numero delle vittime. Noi occidentali siamo fortunati anche nella morte. Le nostre salme verranno messe in celle frigorifere per il riconoscimento e rispedite in patria per i dovuti funerali. Nell’era della globalizzazione, dove il villaggio è diventato un "villaggio globale " e dove le differenze di classe, almeno nella morte, non dovrebbero esistere, ci accorgiamo che il ricco non puo’ essere tale senza il povero . Proviamo a fermarci e se nel dolore riusciamo anche a riflettere, forse l’io e il tu lo sostituiremo con il noi. L’Italia piange i suoi morti, la Germania, la Svezia, la Norvegia, l’Austria, il Belgio, piangono il loro morti. Perché in questa immane tragedia non piangiamo insieme tutti i morti? Sarebbe un modo per essere tutti uguali e quei 40 mila morti al giorno per fame sarebbero anche i nostri morti e dopo che i media avranno spento le loro telecamere sull’onda assassina continueremo a piangere e forse a riflettere.

    Vincenzo Ponzo

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IMMIGRATI IRREGOLARI A LEGNANO
  • SOCIETA’ SEGRETE USA


    IMMIGRATI IRREGOLARI A LEGNANO

    Quella parte della nostra città, formata dai tanti Colombo o Crespi, Giuan e Luisin che tutti conosciamo, ha passato la classica estate al mare oppure, genericamente, in ferie. Chi le ha passate nella seconda casa, chi magari in campeggio. Ma a Legnano è rimasta un’altra parte di città, formata dai tanti connazionali che non hanno potuto permettersi il classico periodo di evasione dalla quotidianità annuale, e anche uno sparuto numero di persone che non hanno né la nostra carta di identità né, tanto meno, un permesso di soggiorno nel nostro Paese ma che si sono "concessi" un soggiorno in campeggio, un campeggio situato nei boschi ai bordi di una stradina che parte dalla Chiesetta di San Bernardino e si inoltra nei boschi ai margini del Cimitero Parco. Verrebbe da sorridere di fronte a questa situazione che, opportunamente descritta, ci mette di fronte ad un dilemma che coinvolge uno sparuto numero di persone ma che, trattandosi di persone, diventa un serio e angoscioso problema. Lo sparuto numero è formato da una quarantina di persone di nazionalità romena, immigrati senza permesso di soggiorno e, di conseguenza, impediti a trovarsi un’ occupazione per assicurare un pasto quotidiano a 10 neonati e quattro bambini intorno ai 10 anni di età, oltre agli adulti che sono una trentina e che vivono in condizioni che nulla hanno a che spartire con la Legnano che noi tutti conosciamo. Non hanno un filo d’acqua potabile, i servizi igienici sono una chimera, i letti sono dei giacigli improvvisati con quanto hanno potuto raccogliere in discariche o quant’altro. Una cosa però la possiedono, ed è la dignità. Nel nostro colloquio non hanno chiesto danaro o privilegi ma solo un permesso di soggiorno che permetta loro di trovare un lavoro. Il primo passo insomma per integrarsi in questa società che, hanno detto, ci hanno sempre illustrato come latina e sorella. Noi non contestiamo la vostra religione, che è anche la nostra, non contestiamo i vostri usi e costumi che, con le differenze ambientali, sono in generale anche i nostri; allora perché dobbiamo essere emarginati e non avere nemmeno la speranza di una futura sistemazione in questa nazione nella quale noi crediamo? Questo gruppo proviene dalla città di Craiova ed è formato da ex studenti che in Romania venivano pagati €uro 100,00 al mese e con quello stipendio non potevano permettersi nemmeno il pane per sè ed i figli. Ad alcuni di loro, nel corso dell’intervista, ho ricordato uno dei motti che campeggiavano in tutta la Romania quando governavano i dittatori comunisti : "Traiasca Partidul Comunist Roman!". Non l’avessi mai detto! Sono stato sul punto di essere aggredito materialmente e salvato dall’intervento del capo del "campeggio", signor Jon Florin, (Facoltà di Matematica e Fisica), 43 anni da Craiova, sposato con Gheorgitza, due figli, un neonato qui nel campeggio di fianco al Cimitero Parco di Legnano e uno più grande in Romania, accudito dai nonni per non perdere l’istruzione scolastica. Florin calma gli animi e spiega ai suoi compagni, pardon amici (perché la parola compagno fa andare in bestia anche lui…) che io e il fotoreporter, siamo amici e non della "securitate" (l’infame polizia comunista) e che non ci debbono temere. Dopo di che, alcuni ospiti del campeggio ci invitano a non pronunciare mai più " W il Comunismo ", perché sono già rimasti assai delusi da altri italiani che, col criminale comunista/socialista Ceausescu, atterravano quasi quotidianamente all’aereoporto "Otopeni" di Bucurest, per osannare il capo comunista e i suoi successi che non erano altro che sfruttamento della classe operaia che aveva condizioni di vita da sesto o settimo mondo. E hanno rincarato la dose affermando che atterravano a Bucarest e alloggiavano nei più lussuosi alberghi della città, anche numerosi individui che si dichiaravano "sindacalisti" e che, al pari dei politici socialcomunisti di allora, osannavano le conquiste del proletariato romeno. Che vergogna provavamo allora per questi uomini e che tristezza proviamo oggi che siamo in Italia e appuriamo che quegli stessi uomini hanno cambiato bandiera; con mille risvolti "negano" il loro operato e oggi ci ignorano e non ci tendono una mano, magari aprendo il forte patrimonio immobiliare che hanno a disposizione, e che continuano i loro affari con coloro i quali in Romania erano i comunisti di allora e si sono trasformati nei democratici di oggi. Con lo stesso risultato di quando erano i despoti : per il popolo, solo la fame e la miseria….. E hanno concluso con un"cahier de doleance" rappresentato dalla richiesta di un permesso di soggiorno, un lavoro, anche saltuario e un riparo dal freddo per l’inverno ormai alle porte. Chiedono solo questo, perché qui vivono come dei sopravvissuti alla caduta di un aereo. Insomma speriamo che Legnano possa accogliere questa civile ed educata protesta che non è indirizzata all’Amministrazione Comunale né tanto meno alla CRI e ai volontari che li hanno aiutati, quanto a coloro i quali, si recavano a Bucarest a farsi grandi in nome di partiti o sindacati ed oggi si nascondono codardamente rinnegandosi perché si vergognano per essere stati scoperti nel loro ambiguo agire.

    Vito Bernardi


    SOCIETA’ SEGRETE USA

    Ero in dubbio se scrivere un commento sulle elezioni americane. Di cosa parlare? Del grande successo dei Repubblicani (destra), ovvero i conservatori USA, guidati da Bush? Del voto basato sui valori e del forte legame tra religione e politica in America? Della notevole affluenza alle urne? Tutti argomenti interessanti e che forse affronteremo in futuro. In questo articolo invece vorremmo dare un po’ di spazio ad un gossip. O forse una notizia importante. Dipende dai punti di vista. Certo e’ che se si tratta di un pettegolezzo le "comari" sono per una volta alquanto autorevoli. Vorrei parlare di societa’ segrete. Non mi dilunghero’ troppo lasciando al lettore desideroso di informazioni ulteriori la possibilita’ di navigare nei links a fine articolo. Non esprimero’ nemmeno un’opinione se e’ tali organizzazioni sono un bene o un male per la societa’ o se rappresentino o meno una logica esperienza da parte dell’uomo quando ha degli interessi in comune con altri suoi simili.

    Si sa che massoneria e società segrete esistono da secoli e anche oggi hanno forte influenza sulla politica e soprattutto negli scenari economici internazionali. Nel bene o nel male il mondo e’ in realta’ guidato da lobby, loggie massoniche, societa’ segrete, club, organizzazioni amiche, sindacati, ecc. Ma perche’ parlarne in questo articolo che forse andava dedicato alle elezioni americane? Semplice: perche’ i protagonisti del voto sono entrambi membri della stessa societa’ segreta. Sia Bush che Kerry fanno parte degli Skull and Bones (Teschio e Ossa) la piu’ nota realta’ americana. Forse qualcuno avra’ visto il film Skull (niente di politico...) che adesso in America ha sfornato il terzo episodio dove si parla proprio di questa società segreta che pare abbia avuto tra i suoi membri ben tre Presidenti degli Stati Uniti. Il NY Times ha, mesi e mesi fa, divulgato la notizia che sia il Presidente Bush che il Senatore Kerry fanno parte degli Skull and Bones. Si tratta di un’organizzazione con le radici nell’Universita’ di Yale che si estende negli Stati Uniti avvicinando i piu’ potenti e proponendosi di far crescere sempre di piu’ il loro prestigio. E cosi’ in effetti pare che sia Repubblicani e Democratici abbiano avuto come candidati un esponente di tale societa’ segreta. Insomma: chiunque avesse vinto tra Bush e Kerry, gli Skull and Bones avrebbero avuto un proprio membro sulla poltrona piu’ importante del mondo.

    Si potrebbe scrivere tantissimo su questo argomento e forse approfondiremo in futuro. Per ora mi limito a segnalarvi qualche links in lingua inglese, come preannunciato ad inizio articolo. Si tratta di un interessante e completo articolo della CBS news.
    L’articolo del NY times e’ accessibile purtroppo solo pagando ma vi segnalo il sito del libro dove vengono commentate 100 interviste a "bonesmen" scritto dalla giornalista del NYtimes Alexandra Robbins laureatasi all’Universita’ di Yale nel 1998: Secrets of the Tomb.

    Vito Andrea Vinci

    conosciuto in rete come Vav
    Fondatore e Coordinatore della principale mailing list nazionale dedicata al mondo della destra che da cinque anni riunisce e fa confrontare centinaia di militanti e simpatizzanti in un dibattito quotidiano.

    Per iscriversi: azionegiovani-tribe-subscribe@yahoogroups.com

Il porco - Numero 25

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IL PORCO
  • ESAME DI MATURITA’
  • ANDATE TUTTI A... FARVI BENEDIRE


    IL PORCO

    Il "porco", simbolo di opulenza (mangi come un porco, sei grasso come un porco), ha rappresentato per alcune zone di Italia una fonte di sostentamento primario. Il nostro reportage si svolge in un paesino del sud, Casalbuono, in provincia di Salerno, ai confini con la Basilicata; alla ricerca di quell’antica tradizione che è l’uccisione del "porco". Le norme igienico - sanitarie, da un lato, le nuove costruzioni abitative e la ristrutturazione di quelle vecchie, hanno allontanato il maiale dalle case : fino agli anni 80 il 90% degli abitanti teneva sotto casa un locale adibito a porcile. L’animale veniva "governato" - termine indicato per "dar da mangiare" - rigorosamente con i prodotti della terra: bietole, patate, castagne, ghiande, granoturco, crusca ed un particolare tipo di erba medica. I piatti e le pentole venivano sgrassate a fine pasto in acqua calda e la "jotta" - il liquido che se ne ricavava - con i rimasugli del mangiare integrava l’alimentazione del maiale. Soprattutto nelle famiglie numerose, che una volta erano tante, pur nella scarsità di cibo, questa "jotta" non mancava mai. L’uccisione del "porco" seguiva scrupolosamente un rituale tramandatosi da diverse generazioni. Grazie alla benevolenza di una famiglia di pastori - agricoltori, che vive in un insediamento fuori dal centro abitato, abbiamo potuto rivivere quest ’ evento. L’appuntamento è alle cinque del mattino di sabato 27 dicembre 2003. I monti sono tutti innevati e qualche cumulo si trova ancora ai bordi della strada. Il termometro segna due gradi sotto lo zero. Veniamo accolti da un signore anziano con un pastrano nero che lo avvolge fino al mento e che ci invita nella sala dove verrà consumato il "sacrificio". All’interno la moglie, tutta vestita di nero (ci spiegheranno poi che il colore nero è il lutto che porta per la morte di un figlio avvenuta venti anni fa in Svizzera su un cantiere edile e che porterà per tutta la vita), due dei quattro figli con le rispettive mogli e un vicino di casa. Si è soliti in queste occasioni aiutarsi tra parenti ed amici. Un grande camino acceso con su un fusto di latta, una volta contenitore di olio per automobili, pieno di acqua, almeno cento litri. Appoggiata ad una parete, la madia ( "fazzatora" è il termine dialettale del posto); un banchetto di legno alto quaranta centimetri, largo altrettanto e lungo circa un metro e mezzo è al centro della stanza. Sul soffitto delle travi di legno dalle quali pendono degli anelli di ferro che reggono delle piccole assi; serviranno per appendere i salumi. Scendono anche delle funi inserite in una carrucola non in ferro ma in legno, come si usava un tempo. Il tepore dell’ambiente e l’accoglienza ricevuta ci fanno dimenticare il mondo esterno. Sembra di vivere una realtà, forse raccontataci dai genitori nelle lunghe serate di inverno passate vicino al camino, frutto dei nostri trascorsi meridionali. Il sogno dura poco, bisogna "consumare il sacrificio". Veniamo invitati ad andare a prendere il "porco". Scendiamo tre scalini di legno, che scricchiolano pesantemente sotto i nostri piedi e arriviamo nel porcile. Un maiale di almeno centocinquanta chili con altri due maialini: uno verrà venduto, l’altro servirà per il prossimo anno. La signora in nero con un cesto pieno di ghiande che muove animatamente invita il maiale a seguirla. Forse presago di ciò che l’aspetta, il maiale non si muove. Uno dei figli gli si pone dietro e cerca di spingerlo: niente da fare. Gli viene allora legata una zampa posteriore con una lunga corda : capiamo che è una tecnica per far sì che il maiale non venga preso a braccia e portato sullo scanno del sacrificio. Uno tira la corda, il maiale cade, si rialza, l’altro lo spinge di dietro, la signora in nero con le ghiande fa sempre da battistrada. Salire i tre scalini diventa un’ impresa ardua. Uno lo prende per la coda, due per le orecchie, l’altro tira la corda. E’ fatta! Il maiale è pronto a seguire il suo destino. La signora in nero ha riposto il suo cesto di ghiande e delle copiose lacrime scendono sul suo viso rugoso. E’ quella che per tutto l’anno gli ha portato da mangiare, è colei che al maiale gli diceva: "bello mio, spostati, devo pulire". L’affezione creatasi fra i due è la spiegazione delle lacrime. "Mors tua vita mea" : è vero che ho bisogno di te per la mia sopravvivenza, ma è altrettanto vero che per me sei stato un compagno con il quale ho condiviso quelle gioie che non potevo esprimere; quei dolori che forse senza di te sarebbero rimasti per sempre nelle mia anima. Il dolore della signora in nero è un dolore vero: "passerà" - ci dice, mentre le lacrime non si asciugano. Arriva il momento più drammatico. Anche noi che pensavamo di osservare distaccati questo evento ne veniamo coinvolti. La macchina fotografica e la cinepresa stentano ad accendersi. Rintanati in un angolo della stanza riprendiamo sgomenti la scena. Il maiale, steso per terra, con le zampe posteriori ed anteriori legate, viene issato sullo scanno. Due uomini lo tengono fermo, mentre uno gli lega il muso con uno spago. Il signore con il pastrano, prende un coltello molto simile ad uno stiletto e lo infila nel collo dell’animale. Il maiale emette dei grugniti e tenta di divincolarsi. La ferrea presa dei tre uomini gli impedisce ogni possibile movimento. La signora in nero non osa guardare e fa finta di attizzare il fuoco. Le altre due donne escono dalla stanza per rientrare subito dopo con una bracciata di legna. Il sangue cola dalla gola del porco in un catino di plastica. E’ fatta! Le zampe posteriori si contraggono e si rilassano cinque, sei volte accompagnati dagli uomini preposti all’immobilità del maiale. Un ultimo grugnito ed un silenzio surreale si impadronisce della stanza. Una signora porta via il sangue bollente, l’altra la segue. Uno dei figli prende una pannocchia da un filare appeso in un angolo del soffitto, che non è più alto di due metri e trenta, e sgranatola infila il tutolo nella gola del porco che ora non sanguina più. Le due signore, rientrate con una moka di caffè, una bottiglia di anice e un vassoio con su tazzine e bicchierini, molto simili nell’aspetto ai ditali che le nostre nonne mettevano al dito quando cucivano a mano, versano da bere per tutti. Beviamo volentieri mentre il signore con il pastrano ci racconta: "l’uccisione del porco è un evento che vivo da ottant’ anni, fin da quando, bambino, sentivo i genitori alzarsi di notte e in pigiama li seguivo trepidante, rannicchiato in un cantuccio per seguire questo evento." Dopo la tazza di caffè e il "ditalino" di anice bisogna andare avanti. Dallo scanno il maiale viene ribaltato nella madia che nel frattempo è stata sdraiata a lato. Un tonfo sordo e si ritrova steso su un lato. Slegate le quattro zampe, a forza di braccia viene adagiato sulla pancia, con la schiena rivolta in su. Il signore anziano passa una mano sulla schiena del maiale, quasi volesse accarezzarlo. E’ un gesto che serve per sentire le setole più dure. Si sofferma circa a metà della schiena ed una alla volta ne estrae una ventina. Verranno date al vecchio ed unico calzolaio del paese che le userà per fare la punta allo spago che, impregnato di pece, userà per cucire a mano gli scarponi dei montanari. La fase che segue serve a togliere tutti i peli che ricoprono il corpo dell’animale. Con un secchiello di latta viene prelevata acqua bollente dal fuoco e, partendo dall’alto, viene fatta scorrere lungo tutta la schiena. Questa operazione serve per ammorbidire la pelle e viene ripetuta più volte. Quando le setole, tirandole, vengono via facilmente, due uomini ai lati del porco, con un "coppo", un mescolo senza manico, cominciano a grattare fino a mettere a nudo la pelle. Finita questa operazione, il maiale viene messo a pancia in su. Gli vengono praticati dei tagli nelle zampe posteriori e con l’aiuto delle mani vengono scoperti i tendini delle caviglie : serviranno per infilare i ganci appesi alla fune che scorre in quella carrucola fissata alla trave. Viene così issato ed ora pende a testa in giù con le zampe in alto divaricate. Sono le sette del mattino e comincia ad albeggiare. Un sinistro cigolio ed ecco due bambini, in pigiama di flanella, fare la loro apparizione. "Ecco i miei nipotini" ci dice il signore anziano. Intirizziti dal freddo si scaldano al calore del camino. Uno dei due figli, con un coltello questa volta a larga lama, taglia la testa al maiale. Poggiata sullo scanno gli viene aperta la bocca e gli viene infilato un grosso limone. Alla domanda sul perché di questa cosa il signore anziano ci dice: "quando andremo a sezionare la testa del maiale, se la bocca fosse chiusa non riusciremmo con il coltello ad asportare tutte la parti commestibili". Le due signore anziane portano via la testa che ritroveremo all’uscita sul davanzale del piano superiore. I due bambini, come in un copione già visto, o forse raccontato, si pongono ai lati del maiale pendente ed afferrate le zampe le divaricano. Capiamo ora anche il perché di questo. Uno degli uomini con un coltello affilatissimo, partendo dall’alto, comincia prima ad incidere e poi a tagliare la parte del sottopancia del maiale fino ad arrivare in basso. Se le zampe anteriori non fossero state divaricate avrebbe avuto difficoltà a compiere l’operazione. Il maiale, ripulito di tutte le interiora, è riposto in un canestro di vimini che viene portato via dalla signore. Il maiale ora è li pronto per essere diviso in due metà. Nel frattempo, la vescica, unico elemento fuori dalla cesta, viene soffiata con un maccherone fino a diventare come un grosso pallone. Fatta essiccare, appesa alle travi, servirà come contenitore per la conservazione della sugna. Armatosi di ascia, uno degli uomini spacca il maiale, che ora pende appeso in due metà. Il vecchio allenta le funi della carrucola e i figli caricatosi ognuno una metà dell’animale sulle spalle, vanno a riporlo su un vecchio tavolo di legno con su un bianco lenzuolo. Fuori ormai è chiaro. Salutiamo gli uomini e i bambini e ci allontaniamo in macchina per tornare in albergo. Percorsi non più di duecento metri ci incuriosiscono delle donne che di buon mattino e con il freddo che fa lavano in un fiumiciattolo. Rallentiamo e dal finestrino abbassato, riconosciamo due delle signore che avevano partecipato poc’anzi all’uccisione del porco. Ci fermiamo e avvicinatoci, notiamo che non lavano panni ma qualcosa di strano. Ci spiegano che sono gli intestini del maiale e che una volta puliti e sistemati serviranno per insaccare la carne. Un arrivederci e colazione in albergo. Alle otto e trenta salutiamo Valerio, la nostra guida locale, con la promessa di rivederci fra due giorni, per andare ancora dai signori del maiale e scoprire altri segreti che seguiranno l’uccisione del porco. Alle sette del mattino di lunedì 29 dicembre, Valerio viene a prenderci per riportarci dai signori del maiale. Strada facendo ci spiega che questa volta assisteremo alla sfasciatura del porco ovvero alla separazione di tutte le sue parti. Venivamo accolti nella sala da pranzo dove insieme al caffè e alla anice ci viene offerta una torta con all’interno una pasta di colore scuro. Valerio ci spiega che è la torta di "sanguinaccio" fatta cioè con il sangue prelevato dal maiale. La sera dell’uccisione, le donne radunate intorno al fuoco, preparano questo sanguinaccio. Il sangue viene fatto bollire per quasi un’ora in un pentolone rivestito all’interno da una patina di stagno (compito questo affidato allo stagnaro, che una volta girava per le varie masserie e la sera rientrava a dorso del suo asino carico della merce ricevuta a compenso per il suo lavoro). Fatta evaporare tutta l’acqua, resta nel pentolone la parte solida del sangue che le donne provvedono a mescolare con zucchero, cioccolato e cannella. Curiosi di questa torta, proviamo ad assaggiarla. Ha un sapore veramente gradevole e la mangiamo volentieri. Ritorniamo nella stanza del sacrificio e il signore anziano, questa volta con un grembiule bianco, armato di vari coltelli, sfascia "con mani abili" il maiale. Ricava prima due prosciutti dal posteriore dell’animale e poi separa dalle cotenne tutte le altre parti. A mano a mano che i pezzi sono pronti vengono portati alle donne che, sedute ad un tavolo rotondo, provvedono a fare a pezzettini la carne. Ottenuta una discreta quantità viene portata al centro del tavolo e viene insaporita con polvere di peperone dolce, che servirà a dare il colore, sale e finocchietto selvatico. Girata e rigirata più volte viene insaccata nei budelli che hanno forme diverse, secondo l’uso preposto: salcicce o soppressate. I salumi vengono poi appesi con uno spago alle assicelle che pendono dalla travi. Valerio ci spiega che niente viene buttato dal maiale. Il grasso, raschiato dalla cotenna, verrà fatto sciogliere sul fuoco e conservato dopo essere stato colato. Raffreddandosi si solidifica e verrà fatto sciogliere di nuovo per poter ricoprire i salumi una volta essiccati (ci vogliono venticinque/trenta giorni secondo la temperatura esterna). Una menzione particolare spetta ai ciccioli, "cicoli" nel dialetto casalbonese. Quando viene separata la carne dal grasso, pur eseguita da mani esperte, qualche parte di carne resta attaccata. Nella liquefazione del grasso, le piccole parti di carni restano solide. Raccolte dopo la colatura, verranno anch’esse conservate sotto sugna e serviranno per insaporire patate, peperoni e frittate. Il vecchio racconta: "in tempo di guerra" (il riferimento è alla seconda guerra mondiale) i boscaioli ed i contadini che raggiungevano a piedi il posto di lavoro, anche sei e più chilometri, mettevano in tasca i ciccioli, e strada facendo li mangiavano uno alla volta". La sugna era il condimento di tutte le pietanze, fritte o bollite: l’olio costava molto. Continua il vecchio: "oggi tutti abbiamo problemi di stomaco e la sugna non si usa più come condimento. Io, però, ogni tanto da mia moglie mi faccio preparate patate fritte e peperoni del nostro orto, conservati sotto aceto, con i ciccioli e la sugna". Gli occhi gli si inumidiscono pensando ai tempi andati, quando nelle feste si condiva la pasta fatta in casa con il sugo di salciccia e cotica arrotolata. "Come erano buoni i fagioli cotti vicino al fuoco nella pignatta di terracotta. Che dire delle minestre con dentro l’osso del prosciutto? Una vera delizia". "Va beh!", conclude il vecchio, "speriamo che i giovani facciano tesoro delle cose che con tanti sacrifici lasciamo loro in eredità, anche questa del maiale".

    Vincenzo Ponzo


    ESAME DI MATURITA’

    Trenta tazzine di caffè rischiano di far saltare l’esame di maturità a Vincenzo, studente all’ ITIS di Sala Consilina (SA).

    L’esame di maturità resta impresso nella mente di ogni studente: le angosce, le notti insonni, la corsa a preparare l’ultimo capitolo della materia di esame. Ognuno ha un ricordo particolare.Questo che raccontiamo non accade tutti i giorni. Dopo circa due ore dall’inizio della prima prova scritta di italiano il bidello, chiamato dai professori, chiede agli studenti cosa vogliono bere.Ventisette studenti e tre professori chiedono una tazza di caffè,Vincenzo una tazza di latte. Dopo venti minuti due bidelli arrivano con le ordinazioni. Vincenzo dopo un po’ comincia ad avere dei conati di vomito, senza più riuscire a scrivere. E’ allergico al caffè e l’aroma sprigionata dalle trenta tazzine di caffè in una stanza non molto grande gli ha procurato quell’ effetto. Convincere i professori ad uscire dall’aula non è stato semplice ma di fronte ad uno studente che non riesce più ad andare avanti hanno trovato la giusta soluzione: Vincenzo fuori dall’aula su un terrazzo vicino guardato a vista da un bidello. Arieggiata l’ aula ha potuto riprendere la sua fatica d’esame.

    V.P.


    ANDATE TUTTI A... FARVI BENEDIRE

    Scandaloso! Un popolo unito da vincoli di parentela si spacca dopo l’elezione del sindaco. S’invoca l’intercessione della Madonna. Dopo l’elezione del sindaco in un paesino in provincia di Salerno gli elettori delle opposte fazioni (due le liste civiche della contesa) continuano la loro battaglia escludendosi a vicenda. Parenti presenti nei due schieramenti non si guardano più. Madri disperate non possono più invitare a pranzo i figli perché le nuore si guardano in cagnesco. Nell’unico circolo del paese, centro d’aggregazione di tutta la comunità, molti non entrano più. Un muretto lungo la S.S. 19 delle Calabrie che accoglieva tutti i concittadini in vena di fare quattro chiacchiere è diviso a metà. Casalbuono, questo il paese della contesa, nell’entroterra campano ai confini della Basilicata, situato su una collina a 650 metri sul livello del mare, conta 1300 abitanti con 970 elettori, almeno 100 domiciliati fuori; i più per motivi di studio. Si conoscono tutti per nome e cognome e ognuno sa la storia dell’altro. Nell’area non vi sono insediamenti produttivi e i residenti sono in prevalenza pensionati. Un’oasi felice per l’aria pura e fresca, ma soprattutto per l’accoglienza riservata ai tanti paesani residenti altrove che d’estate vanno a trascorrervi le ferie, è diventata "una piazza d’armi". - "E’ una vergogna!" - Tuona un insegnante da sempre impegnato politicamente. - Questa volta non ho voluto schierarmi da nessuna parte e per il semplice fatto di essere andato a passeggio con un candidato mi hanno accusato di aver fatto propaganda per quella lista; così sono guardato in cagnesco sia dai vinti che dai vincitori. - "Auguri per la vittoria di tuo nipote." - Dice un’anziana signora ad una sua amica. - "Con che faccia tosta osi farmi gli auguri tu che non l’hai votato!" Così anche quei piccoli gruppetti che nelle lunghe serate d’estate si ritrovavano fuori dell’uscio rischiano di scomparire. -"Vi è incertezza anche sul ferragosto casalbuonese che da molti anni un gruppo d’amici organizza a beneficio di tutta la comunità". Queste testimonianze sono rappresentative di una situazione che può diventare ancora più pesante se la neo-eletta amministrazione comunale non saprà con trasparenza e spirito critico essere al servizio d’ogni cittadino. "Un pellegrinaggio alla cappella della Madonna della Consolazione elevata a santuario diocesano l’8 settembre 2002 e che in quell’occasione aveva visto tutti i casalbuonesi uniti in un abbraccio fraterno non farebbe male a nessuno e chissà che la benedizione del vescovo di Teggiano mons. Angelo Spinillo non faccia rinsavire tutti".

    V.P.

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • MADRE TERESA DI MILANO
  • IL SOPRAVVISSUTO
  • UN 25 APRILE DIVERSO


    MADRE TERESA DI MILANO

    Seconda parte

    Un articolo apparso su "Il giorno" di mercoledì 7 aprile 2004, nell’edizione di Legnano, evidenziava in prima pagina " il gesto eroico " di Stankovic con il titolo : "Stankovic salva un ragazzo ferito. - Fermo ad uno stop ha visto scontrarsi una moto e un’ auto. Si è subito prodigato per aiutare il motociclista ferito". Premesso che l’omissione di soccorso è punibile come reato penale, pur elogiando il gesto del famoso calciatore dell’ Inter, non credo ci sia bisogno di sbatterlo in prima pagina facendo passare come evento straordinario quello che è un dovere morale oltre che civile . Questo episodio ci da’ comunque lo spunto per parlare ancora di Madre Teresa di Milano (vedere www.barbarossa.com N° 22). In quel servizio si parlava di lei come di una donna schiva che non cerca ne’ pubblicità ne’ soldi. Ha rifiutato persino la platea del Maurizio Costanzo show. Numerosi episodi sono legati alla sua missione volta ad aiutare gli ultimi . Abbiamo aspettato con lei il nuovo anno alla stazione Centrale di Milano e nel vederla impegnata con i suoi barboni si nota un qualcosa di mistico che trascende i confini umani . La Caritas, in accordo con il comune di Milano, aveva donato buoni pasto per il cenone di San Silvestro alla mensa delle Ferrovie dello Stato per circa cinquecento poveri . La nostra Mimma Tropeana (76 anni) ben sapeva che non tutti quella sera avrebbero avuto un pasto caldo e una coperta . Si è recata alla stazione Centrale con otto volontari al solito posto con circa settanta pasti caldi, bibite calde, e sacchetti di plastica con dentro panini imbottiti, panettone e una bottiglia di acqua minerale, oltre a indumenti puliti e coperte di lana . Alle 20 si unisce al gruppo anche il dottore Ermanno di Parabiago . Solita distribuzione e solita manifestazione d’affetto . Giovanni, il barbone storico della stazione Centrale sul suo giaciglio di pietra (uno scalino), è coperto fino al collo, non vuole svegliarsi. Un volontario lo scopre . E’ tutto bagnato e un odore nauseabondo ci fa ritrarre. A quel punto bisogna fare qualcosa, non lo si può lasciare in quello stato. Mimma invita Giovanni ad alzarsi ma questi imprecando non vuole farsi toccare da lei, in quanto donna . Per fortuna c’e Alessandro:un volontario di Rescaldina . Rimboccatosi le maniche lo solleva e comincia a svestirlo . Io e il medico teniamo una coperta che fa da paravento ma dopo un po’ devo abbandonare: non resisto a quell’ odore . La scena che si presenta è raccapricciante: Giovanni è sporco di cacca fino alle caviglie. Come fare a lavarlo? La temperatura esterna è di circa 5 gradi. Mimma invita i volontari a prendere un contenitore con il the caldo col quale viene lavato. Alessandro non aveva nemmeno una mascherina per proteggersi dall’odore . Dopo circa mezz’ora Giovanni è in piedi sorridente, lavato di tutto punto e con tutti i vestiti puliti. Ogni mercoledì la Madre Teresa lascia la stazione Centrale con il suo taccuino pieno di appunti per le necessità impellenti dei suoi poveri. In uno di questi incontri mi confida : "Domani devo andare a Sondalo a ricoverare uno dei nostri poveri ammalato di tbc. Finalmente sono riuscita ad avere un posto. Sarà una giornata dura perché non so bene come arrivare da Sondrio a Sondalo, anche per via dei miei piedi malandati". Sposto i miei appuntamenti e alle otto e trenta di sabato sono a casa sua per accompagnarla. Ha una valigia pesantissima piena di indumenti intimi,maglioni, camicie e due pigiama. Alle nove e trenta sono alla stazione Centrale e alle dodici e trenta a Sondalo. Dopo un pranzo in un ristorante l’amico viene ricoverato. Mimma premurosa, come sempre, saluta l’ammalato raccomandandolo alla caposala e lasciandogli i soldi per le telefonate. Una sera in stazione Centrale, finita la distribuzione di tutti i viveri, arriva un mendicante chiedendo qualcosa da mangiare . Panico generale : non è rimasto nemmeno un tozzo di pane . Mimma non si scompone apre il suo "Berlingo" e tira fuori da sotto il sedile due scatole di Simmenthal. "La Divina Provvidenza ci dice non ci abbandona mai ".

    Vincenzo Ponzo


    IL SOPRAVVISSUTO

    Facendo zapping tra la pubblicità di "Porta a porta" e il programma di Maurizio Costanzo non posso fare a meno di soffermarmi su Rai 3 che presenta una mamma con quattro bambini. Uno in una culla fatta di stracci che non si regge in piedi : è pieno di mosche. "E’da diversi giorni che camminiamo, dicono che a circa 15 Km c’è una distribuzione di viveri ma non ce la facciamo ad andare avanti ". "E’ la mano di Dio che ci ha fatto incontrare questa famiglia - dice il missionario scopritore di questa ennesima tragedia - prendi del pane: bisogna dargli dell’ acqua e zucchero. Prendi bimbo devi mangiare. Dobbiamo dargli qualcosa altrimenti muore. Dobbiamo far conoscere queste cose agli italiani perché possano con la loro solidarietà aiutare questo popolo. Quante volte abbiamo visto queste scene che ci hanno fatto passare la fame? Quante volte ci siamo sentiti dei vermi di fronte ad un piatto di pastasciutta? "Da quando sono nato - recita un interlocutore - queste cose che continuiamo a vedere non sono cambiate. E’ l’ipocrisia del sistema degli aiuti ." Nel mondo muoiono di fame 40mila persone al giorno. Un paese come Parabiago e Nerviano domani non ci sono più. Legnano dopodomani. Dopo una settimana : Busto Arsizio, Rho e paesi limitrofi. La peste della fame porta via Milano dopo altri cinquanta giorni. In un anno è scomparsa tutta la Lombardia. Sono rimasto solo io. Sono un uomo fortunato. Sono diventato il padrone d’Italia, pardon il padrone della Lombardia. Non impiegherò molto a diventare anche il padrone d’Europa e forse del mondo."Massa e Potere": ha impiegato 40anni Elias Canetti, premio nobel per la letteratura, a scrivere questo libro nel quale parla del Sopravvissuto come di un malato mentale... Sono forse malato anch’io? Voglio sopravvivere a tutti? Ergermi su un eremo e godere alla vista di un’immensa distesa di cadaveri? Mi viene in mente fra’ Romano impegnato nel centro Africa, con il quale ho una fitta corrispondenza e che spesso mi dice "non mi spaventano i poveri ma il numero dei poveri ". Tranquillo fra’ Romano, faccia i calcoli: 40mila al giorno, 10 giorni 400mila, 100 giorni 4milioni. Ne restano ancora giorni da contare. Non demordere fra’ Romano continua a contare.

    V.P.


    UN 25 APRILE DIVERSO

    Non tutti celebrano la giornata del 25 aprile nella stessa maniera. Ecco cosa fanno il 25 aprile di ogni anno i volontari dell’Associazione onlus Meter, di don Fortunato Di Noto.

    Ogni anno, il 25 aprile, i volontari dell’Associazione Meter celebrano la "Giornata della Memoria dei Bambini-vittime della violenza, dello sfruttamento e della indifferenza- ; lo slogan di quest’anno è "In memoria dei bambini. Che non accada mai più". E’ una Giornata non astratta, ma intrisa e di riflessioni e di preghiera, immersa nella realtà della vita dei bambini dimenticati. E’ l’impegno per dare voce al dolore e al silenzio della carne martoriata dei bambini e delle loro famiglie. E’, infine, una Giornata di speranza e di profonda preghiera dove in Italia e all’estero si coinvolgono tantissime persone nel ricordo e nella memoria, affinché non accada mai più la violenza sui bambini.

    La Giornata ha particolarmente rilievo nella Sede Centrale di Meter ad Avola (SR) presso la Parrocchia Madonna del Carmine dove assieme ai bambini e alle loro famiglie alle ore 10 e alle ore 19 ci sarà un momento di riflessione e di preghiera. Inoltre presso le città di Modica, Ragusa, Pachino, Canicattini B., Messina, dove sono presenti gli "Sportelli Meter" ci saranno momenti programmati per celebrare la Giornata, come anche in Italia e all’estero i collaboratori di Meter si impegneranno a celebrare in famiglia, nelle parrocchie. Basterà solo un minuto di raccoglimento in qualsiasi posto e luogo.

    Lo scorso anno il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, su sollecitazione dell’Associazione, aveva fatto sapere che "con il dovuto approfondimento delle istituzioni parlamentari e di governo possa essere individuato un percorso che permetta la realizzazione della proposta di istituire una Giornata della Memoria dei bambini". La sollecitazione è stata felicemente recepita anche dal Presidente della Camera, On.le Pier Ferdinando Casini, mostrandosi disponibile per coinvolgere i gruppi parlamentari e per tramutare l’iniziativa in proposta di legge. Ci auguriamo che tutto questo possa ancora realizzarsi.

    Siamo certi che, come madre, padre, cittadino, cristiano e non cristiano possa condividere con un messaggio, con un minuto di raccoglimento la nostra iniziativa e il nostro impegno per ricordare durante la Giornata delle Memoria dei Bambini, un nome e la speranza che non accada mai piu’.

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • TEATRO NON CONFORME: VERTEX
  • ACCADEMIA DI DANZE IRLANDESI: GENS D’YS
  • CORO DRAMMATICO RENATO CONDOLEO


    TEATRO NON CONFORME: VERTEX

    La Compagnia "Teatro Vertex" e’ ormai nota da anni nel nostro ambiente e non per iniziative sperimentali e creative in piu’ ambiti. Dalla poesia alla commedia, dalla letteratura alla tragedia "Teatro Vertex" si e’ sempre distinta con uno stile teatrale "non conforme".

    "Crediamo nell’espressione come sublime esteriorita’, piu’ forte dei contenuti ormai morti; per questio siamo teatro, quel teatro che, dalla radice del greco Theo, illumina, fa luce su qualcosa che e’ oscuro".

    Per ulteriori informazioni e’ possibile visitare il sito:
    www.vertexteatro.it


    ACCADEMIA DI DANZE IRLANDESI: GENS D’YS

    "Era il 1993 quando alcuni amici decisero di costituire un gruppo di danza ispirato alle tradizioni bretone, scozzese e soprattutto irlandese. Dopo dieci anni, Gens d’Ys è cresciuto grazie all’apporto di nuovi elementi, alla partecipazione a stage tenuti da insegnanti professionisti e soprattutto grazie agli insegnamenti di Sinead Venables, ex campionessa del mondo di danze irlandesi. Il repertorio, a lungo limitato soprattutto a danze di genere popolare e folkloristico, si sta ora aprendo al nuovo stile irlandese, portato a conoscenza del grande pubblico dagli spettacoli Riverdance e Lord of the dance. "

    Per ulteriori informazioni e’ possibile visitare il sito:
    www.gensdys.it


    CORO DRAMMATICO RENATO CONDOLEO

    Essendo essenzialmente rivolta alla diffusione del metodo mimico, l’Associazione "Coro Drammatico Renato Condoleo" non ha alcun tipo di prevenzione estetica e culturale; conseguentemente non ha alcun timore a presentare spettacoli di stile e contenuti estremamente diversi.

    Tra le opere non possiamo dimenticare lo spettacolo di punta del CDRC, "Chi ha paura dell’uomo nero?", discorso su Sergio Ramelli, ragazzo di destra degli anni ’70, processato a scuola e fatto uccidere sotto casa per aver "detto male delle Brigate Rosse".

    Per ulteriori informazioni e’ possibile visitare il sito:
    www.cdrc.it

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA MADRE TERESA DI MILANO
  • MASINI E AN, TRA VERITA’ E PETTEGOLEZZO


    LA MADRE TERESA DI MILANO

    Tuta da ginnastica, giacca a vento e scarpe da tennis che più si adattano ai suoi piedi malati . E’ Mimma Tropeano, un’ anziana signora di 76 anni, cordiale, premurosa e con un sorriso accattivante."Mamma" : è così che viene chiamata dai barboni che popolano la stazione di Milano dove a volte si ferma fino a tardi per portare cibo, medicinali e indumenti. " E’ la madre Teresa di Milano" dice qualcuno ricordando che, come la santa di Calcutta, ha scelto di servire soprattutto i più poveri. "Sono andata in pensione proprio per avere più tempo da dedicare ai poveri. Ho cominciato più di vent’anni fa. Prima non volevo neppure sentir parlare di questi individui. Ero su un fronte opposto. Non me ne curavo; anzi in un certo senso mi davano fastidio. Facevo il ragionamento di molti: è una loro scelta quella di drogarsi, ubriacarsi, di andare a vivere per strada, forse perché non hanno voglia di lavorare. Poi, a poco a poco, il Signore mi ha fatto capire che sono i miei fratelli più cari e allora ho scelto di dedicare a loro la mia esistenza. " In che modo il Signore si è fatto sentire?" "Ho un carattere ribelle e sono portata all’egoismo. Non sono approdata a questo traguardo correndo. Per anni mi sono rifiutata di seguire ciò che il Signore voleva da me. Ho cominciato a vedere un po’ di luce quando il dolore ha bussato alla porta della mia casa. Avevo un fratello che era un santo : si chiamava Don Lucillo. Per ventisette anni aveva lavorato al Cottolengo di Torino e poi per altri quindici all’istituto Sacra Famiglia di Cesano Boscone: due centri dove sono ricoverati ammalati gravi e irrecuperabili. Io lo ammiravo, ma ritenevo esagerata la sua scelta di vita eroica. Dopo la sua morte però sono entrata in crisi. Mi sembrava di essere chiamata a continuare la sua missione. Era come se il suo desiderio di altruismo si fosse trapiantato in me. Non mi decidevo però ad agire e soffrivo tanto. Mi pareva addirittura di impazzire. Poi finalmente ho rotto il ghiaccio e mi sono buttata. Mi sono sentita tranquilla. Avevo davvero trovato la mia strada".Negli ultimi anni molte persone si sono affiancate a Mimma che ha dato vita a un movimento : "Gruppo Divina Provvidenza". "Il volontariato è una malattia contagiosa- ci dice - ; quando nel gruppo arriva una persona nuova, come per incanto a seguire arrivano altri amici. Non mi stangherò mai di ringraziare il Signore per tutto l’aiuto che mi manda". Il lavoro, ovvero la missione che svolge la nostra "Madre Teresa", è impressionante. Ci siamo affiancati a lei e ai suoi volontari in una notte d’invero alla ricerca dei disperati. L’appuntamento è alla stazione Centrale di Milano alle ventitrè. Arriva un fuoristrada con il cassone pieno di sacchi a pelo e coperte e un furgone con cioccolata calda, panini imbottiti, briosche, yogurt, indumenti intimi. Il termometro segna due gradi sotto zero. Concordato l’itinerario da seguire si parte alle ventitrè e quindici. In testa alla piccola carovana un’auto con cinque volontari, tra cui un tassista che ben conosce i posti dormitori. Mimma ci saluta alle tre di notte dopo aver portato soccorso a circa quaranta barboni con la distribuzione di trenta sacchi a pelo, venti coperte, dieci litri di cioccolata e altro. Ogni volta che l’abbiamo raggiunta sul cellulare per concordare un nostro incontro era sempre alla guida del suo Berlingo a procurare cibo per i suoi poveri. Puntualmente ogni mercoledì arriva alla stazione Centrale verso le ventuno e trenta con circa ottocento panini imbottiti (metà per quelli di religione islamica), duecento pasti caldi, pizzette, focacce, yogurt, dolce e altro. A volte non mancano confezioni di riso e pasta. Coperte e indumenti di vario genere ci sono sempre. Collaborano a questa impresa un medico di Bergamo e uno di Parabiago che si alternano ogni mercoledì. L’attività di Mimma Tropeano e dei suoi amici si svolge nella più assoluta umiltà. Ha perfino rifiutato le platea del "Maurizio Costanzo show". La "Divina Provvidenza" non cerca pubblicità e sovvenzioni. I volontari si autotassano per far fronte a qualsiasi necessità straordinaria: "Siamo nelle mani di Dio, non abbiamo mezzi e denaro. Abbiamo messo a disposizione noi stessi ed è meraviglioso constatare come la Provvidenza ogni giorno ci faccia giungere il necessario per aiutare chi ha bisogno. La serata alla stazione Centrale di Milano, si chiude con la preghiera di tutti i volontari e spesso qualche povero. In cerchio, mano nella mano, ringraziamo Dio. Mimma, "la mamma dei barboni", conclude:"Signore ti ringrazio per l’opera svolta, per i nostri fratelli più poveri e per aver chiuso la nostra serata senza incidenti".

    Vincenzo Ponzo



    MASINI E AN, TRA VERITA’ E PETTEGOLEZZO

    A destra piace il vincitore di Sanremo, ma le bischerate si sprecano

    Che Marco Masini, con la sua storia di successo e di baratro, con l’ostracismo e le umiliazioni che ha subito per poi riscattarsi, possa ottenere gradimento a destra non stupisce affatto. Certo in molti hanno preso in simpatia questo ex ragazzo toscano che in passato ha prodotto canzoni belle e brutte, come capita a tutti gli artisti, ma che ha dimostrato di possedere un buon talento. Lo hanno preso in simpatia perché è stato maltrattato, infamato, deriso, e non si sa bene perché. Non lo si sa, ma lo si può ipotizzare: forse non era sufficientemente inserito nel "giro" giusto (di quelli che cantano il primo maggio a Piazza San Giovanni, per intenderci) forse non era abbastanza "leggero" per essere incasellato tra quei microcefali che sfornano porcherie da dare in pasto alle ragazzine, forse semplicemente stazionava sui testicoli di qualche influente personaggio. Così hanno messo in giro la storia che menasse sfortuna, che nel mondo dello spettacolo equivale alla morte professionale. A quelli di destra però certe cose fanno sorridere. Loro nascono (avendo raccolto l’eredità degli arditi) prendendo bellamente in giro nientemeno che la morte, loro vestivano di nero e quante volte hanno desiderato di portare veramente jella a chi gli voleva male. Abbiamo avuto persino una divertentissima canzone, scritta da Marco Venturino, che vedeva il "camerata" come quel tipo di gatto al cui passaggio solitamente ci si scuote più o meno energicamente le pudenda: "di una cosa vi assicuro vado fiero: del mio pelo liscio e nero". Molti hanno solidarizzato con Marco Masini, dimostrando anche un certo apprezzamento Tuttavia appare francamente eccessivo vedere un legame tra Alleanza nazionale e il cantautore fiorentino. Sembra eccessivo - ma esiste per questo - il sito Dagospia, dove è apparso un pezzo dal titolo: "Il Festival quest’anno l’ha vinto La Russa, sponsor di Marco Masini". Il coordinatore del partito, come al solito, sta al gioco: "Purtroppo non l’ho aiutato. Ma se avessi potuto l’avrei fatto volentieri. Tre mesi fa a "Porta a Porta" ho detto che Masini a me aveva portato fortuna. E poi tempo fa ci è passato a salutare a una riunione di An". Il diretto interessato a chi lo ha interpellato sulle sue idee politiche ha risposto semplicemente: "A differenza di altri colleghi che, anche in passato, si sono schierati a sinistra per convenienza, non mi sono mai schierato". Il vincitore di Sanremo davanti a chi gli attribuisce simpatie per la destra glissa dicendo che "il voto è segreto", per poi aggiungere "ho partecipato una volta ad una riunione di An, dopo le ultime vicende di Fini, perché ero curioso. Ma io non sarò mai il testimonial di un partito. La musica non è né di destra né di sinistra". Purtroppo molto spesso abbiamo dovuto amaramente constatare che per la discografia dominante non era (è?) così. Tornando al sito del terribile "portinaio" Roberto D’Agostino, si dice che sempre La Russa abbia chiesto a Masini di scrivere il nuovo inno di An per sostituire quello vecchio, "Libertà", attribuito a Max Pezzali. Il cantautore nega: "Figuriamoci, non l’ho fatto nemmeno per la Fiorentina…". E nega anche Ignazio: "Non abbiamo intenzione di cambiare l’inno attuale, che tra l’altro non è stato scritto Max Pezzali, ma da un ragazzo con la sua consulenza. Masini ci piace molto, ma non sarebbe adatto a fare un inno, anche se la sua musica è bellissima". Il trionfatore dell’Ariston trova un ammiratore anche nel ministro per gli italiani all’estero, Mirko Tremaglia, che ha detto: "Vedrò Masini. Ho chiesto di incontrarlo perché mi piace. E poi vediamo". Il ministro lo apprezza così tanto che gli vorrebbe chiedere di partecipare come simbolo della nostra canzone al Premio italiani nel mondo. "Lo faccio una volta all’anno - spiega Tremaglia - L’anno scorso avevo come ospite Gigi d’Alessio. Quest’anno mi piacerebbe avere Masini. Secondo me rappresenta bene quel sentimento di italianità che gli italiani all’estero vorrebbero". E chissà che agli italiani d’America, per esempio, questo "uomo volante" non ricordi Italo Balbo… Scherzi a parte, è evidente che a destra molti apprezzino questo artista serio, con la faccia pulita e certo non di casa alle feste dell’Unità. Crediamo però che i pettegolezzi di fuori e le esagerate infatuazioni di dentro siano niente più che folate passeggere come i venti di ponente sanremesi. E poi - digiamolo - parlare di "nuovo Battisti" è un’autentica bestemmia!

    Fabio Pasini

 

Come hanno riconosciuto, autorevoli storici del calibro di George L. Mosse, l’autore de "la nazionalizzazione della masse" la più completa opera sul fenomeno dei totalitarismi contemporanei (ed. il Mulino, Bologna 1975), Renzo De Felice, il più profondo conoscitore della storia degli ebrei sotto il fascismo (ed. Einaudi, Torino 1993) e il rabbino Elio Toaff nel suo libro " Essere ebreo" (ed. Bompiani, Milano 1996, pag. 134), tra i Paesi europei l’Italia è uno di quelli che meno ha conosciuto il razzismo. A differenza del nazionalsocialismo che traeva la sua essenza nella purezza della razza (razzismo biologico), il Fascismo non fu ideologicamente razzista, infatti, nella carta di Piazza San Sepolcro del ‘19, vero e proprio manifesto cui s’ispirò il fascismo nelle sue varie fasi (movimento, regime e sociale), di razzismo non vi è traccia. Mussolini stesso ebbe a dichiarare in più occasioni che in Italia non esisteva una questione ebraica. Così come molti italiani, diversi ebrei aderirono al fascismo dove occuparono anche posti di rilievo, basti pensare all’ebrea Margherita Sarfatti che fino al 1936 diresse la rivista ufficiale del Fascismo "Gerarchia" e al giornale "La nostra Bandiera" diretto da Ettore Ovazza punto di riferimento dell’ebraismo fascista. I rapporti tra istituzioni ebraiche, che godettero d’ampia autonomia, e regime fascista furono, per quanto possibile, improntati al reciproco rispetto. Diversi furono i colloqui che Sacerdoti, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, ebbe con Mussolini che portarono, ad esempio nel campo dell’insegnamento, all’istituzione di sezioni elementari ebraiche nelle scuole comunali e alla modifica dei manuali di religione ad uso dei bambini ebrei nelle scuole statali. Quando, con l’ascesa al potere di Hitler in Germania, riprese vigore in tutta Europa l’antiebraismo l’Italia fascista, a differenza delle democratiche Francia e Inghilterra che si chiusero a riccio, aprì le sue frontiere e furono circa diecimila i profughi ebrei provenienti da Germania, Polonia, Ungheria e Romania che trovarono rifugio nel nostro Paese; altri quattromila ebrei poterono emigrare in Palestina attraverso il porto di Trieste grazie alla collaborazione delle autorità italiane. Mussolini, per un certo periodo, abbozzò anche l’idea di costituire in Etiopia, colonia Italiana, l’embrione della futura nazione ebraica. Uniche voci dissonanti di un certo rilievo provenivano da Giovanni Preziosi e dalla sua rivista "La vita italiana", il cui antisemitismo si collocava nella tradizione cattolica (non a caso Preziosi era un ex sacerdote) e da Interlandi che attraverso le pagine del "Tevere" riproponeva i luoghi comuni dell’antiebraismo classico. Argomenti che in ogni caso ebbero scarsa presa sull’opinione pubblica italiana e ancor meno considerazione da parte della cultura fascista. Improvvisamente (in verità qualche accenno vi fu nel corso dell’anno precedente) nel 1938, a seguito di una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo del 6 ottobre, furono emanate le famigerate e mai tanto deprecate leggi razziali la cui essenza spirituale mirava tuttavia ad emarginare gli ebrei senza perseguitarli, contrariamente a quanto avveniva in Germania, in Europa orientale e, in maniera strisciante, in alcune democrazie occidentali. La Svezia, ad esempio, nello stesso periodo inviò in Germania una delegazione del suo parlamento per studiare la legislazione razziale tedesca e, insieme a Norvegia e Danimarca, attuò una politica eugenetica che portò tra il 1934 e il 1976 alla sterilizzazione coatta di oltre 106.000 persone, in prevalenza donne, ritenute geneticamente pericolose per la purezza della razza (Gianni Moriani " il secolo dell’odio" ed. Marsilio Padova, 1999). Durante la guerra, nonostante le pressanti richieste da parte tedesca, Mussolini si rifiutò sempre di consegnare gli ebrei italiani ai nazisti e diede disposizioni per attuare, nelle zone controllate dall’esercito italiano (Tunisia, Grecia, Balcani e sud della Francia), vere e proprie forme di boicottaggio per sottrarre gli ebrei ai tedeschi. Solo nel periodo 43/45 con la Repubblica Sociale Italiana, nata per riscattare l’onore d’Italia e per porre un freno ai propositi vendicativi di Hitler dopo il voltafaccia badogliano dell’8 settembre, la situazione cambiò: essendo, di fatto, l’Italia centro settentrionale un protettorato tedesco, i nazisti poterono imporre facilmente la loro volontà fatta di rastrellamenti e deportazioni di massa. Ma a differenza di altri paesi occupati, come ad esempio la Francia di Vichy, dove i nazisti poterono attuare il loro programma di sterminio degli ebrei con il pieno appoggio delle autorità locali, in Italia i tedeschi dovettero provvedere in prima persona per la ferma opposizione del governo fascista che negò sempre la sua collaborazione. La partecipazione dei fascisti ai rastrellamenti degli ebrei fu, infatti, sporadica e opera di formazioni irregolari che sfuggivano ad ogni controllo. Cosa indusse Mussolini ad imboccare la strada dell’antisemitismo che portò alla espulsione degli ebrei dagli incarichi pubblici e a negare loro molti diritti civili, è ancora oggi oggetto di discussione tra gli storici onesti. Scartata la tesi marxista della contiguità ideologica con il nazismo, che come abbiamo visto è totalmente priva di fondamento (De Felice afferma che le differenze ideologiche tra i due regimi sono ben maggiori delle affinità), quella più accreditata fa riferimento all’alleanza con la Germania e al conseguente influsso nefasto che le teorie di Rosenberg ebbero sul finire degli anni Trenta anche in Italia e che andarono a risvegliare il mai sopito antisemitismo di matrice cattolica (accusa di deicidio). Le leggi razziali del ’38 rappresentano una macchia indelebile nella storia e nella coscienza del nostro Paese, ma sarebbe ingiusto e storicamente scorretto non riconoscere che se negli anni bui della Shoah migliaia di ebrei ebbero salva la vita fu grazie a Mussolini.

Gianfredo Ruggiero
Presidente del Circolo culturale Excalibur di Lonate Pozzolo

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