Costume

QUANTE EDUCAZIONI?!…

Settembre, è ora di riaprire…. E ritorna il solito tormentone delle nuove richieste che la società, i pedagoghi, e chi più ne ha più ne metta, rivolgono alla scuola, cioè ai docenti che si ritiene debbano sempre più essere esperti ( ma questa esperienza come, dove, quando la possono acquisire?) in sempre nuove discipline. L’ultima, solo in ordine di tempo, proposta formulata è quella di introdurre nell’ambito di "livelli essenziali di prestazione" ( un buon corso di educazione linguistica urge) una " educazione alla convivenza civile". Dopo l’educazione stradale, alimentare, sessuale etc. arriviamo alla richiesta di insegnare a convivere civilmente. Si rendono conto coloro che hanno formulato questa proposta di che cosa stanno dicendo? Mi permetto alcune considerazioni:

  • Si sente la necessità di insegnare ciò che non si conosce ancora o non si conosce più. Siamo dunque regrediti in pochi anni a un livello così basso di inciviltà e di rozzezza?
  • Non mi sembra che le generazioni passate, pur senza l’ausilio dei maestri, non sapessero convivere civilmente.
  • A mio modesto parere, quando non si insegnavano tante educazioni il livello di educazione e di capacità di convivenza civile era ben più elevato di quello degli ultimi anni.

E’ il caso di dire chiaramente a pedagogisti e a politici di smetterla con queste inutili e vuote esercitazioni retoriche, con questi vaniloqui capaci solo di buttare fumo negli occhi alle persone culturalmente più fragili. Occorre invece recuperare il senso di una istituzione scolastica che, tenendo conto di una società in rapida evoluzione, una società che pone sempre più nuove e complesse problematiche, ritorni a proporre valori, contenuti culturalmente qualificanti e formativi. Occorre formulare un progetto culturale ed educativo che ponga al centro la formazione di un uomo così istruito e colto da poter diventare libero e consapevole. Un uomo che, proprio perché istruito e colto, sia dotato di personalità autonoma, di senso etico e civile, un uomo che sappia da solo quali sono gli ambiti, le possibilità e i limiti della sua azione civile, un uomo che sia capace di dominare con la ragione le passioni e gli istinti. Un uomo che impari a declinare i sostantivi o gli aggettivi, non le proprie responsabilità. Non sarà moltiplicando , ma fino a quando ? fino a che punto? i saperi che formeremo un optimus, ma nemmeno un bonus vir. Al massimo formeremo un homo che avrà bisogno sempre di direttive, di ordini, di modelli esterni perché privo di interiorità. La nostra tradizione culturale ha da secoli la capacità di formare uomini colti, civili capaci di produrre e di insegnare agli altri le regole della convivenza civile. Oggi stiamo attribuendo sempre meno valore alla nostra storia e alla nostra cultura in nome di stravaganti e, concedetemelo, bislacche nuove materie scolastiche. Mi viene un sospetto più che legittimo, del resto trenta anni di insegnamento mi hanno insegnato ad essere malpensante, ma per ora non lo esterno. Pongo però due domande: 1)Cui prodest? 2) Chi controllerà la correttezza, l’imparzialità, l’onestà intellettuale dei maestri? E’ un preciso dovere morale per tutti noi riflettere su questi problemi e dire chiaramente ai genitori quali spazi di manipolazione della coscienza dei loro figli si stanno aprendo.

Pierangela Bianco





"E’ UNA VERGOGNA!"

Ecco il nuovo tormentone dell’estate. Al tempo stesso urlo isterico del cretinismo italico e slogan demagogico di ex-governanti smemorati. Cercare il beota che grida "è una vergogna" è diventato il gioco preferito di video-giornalisti privi di fantasia. Perché, se la lamentazione egoistica - si sa - è un vizio atavico, farla diventare una moda dando visibilità mediatica a qualsiasi piagnisteo personale è invece un recente, brutto vizio delle nostre reti televisive (Canale 5 in testa).

Ai primi di agosto, milioni di italiani e di stranieri intasano le autostrade, ed ecco il solerte giornalista risalire la coda e intervistare il vacanziero affranto e sudaticcio che grida "E’ una vergogna". Ma cosa è una vergogna? Che lui se ne vada in vacanza? Che il giornalista gli rompa le scatole? Che ci siano milioni di ottusi o di forzati che partono lo stesso giorno? No, naturalmente, nell’immaginario collettivo "è una vergogna" che il governo non faccia autostrade a sette corsie solo per l’esodo d’agosto, "è una vergogna" che il governo non abbia ancora finito la Salerno-Reggio Calabria in un anno, dopo che ne sono passati venti da quando iniziarono i lavori.

Otto mesi di siccità, manca l’acqua in quasi tutto il Sud, ed ecco giornalisti dal volto affranto aggirarsi tra cittadini esasperati ed agricoltori disperati a cogliere la fatidica frase: "E’ una vergogna". Ma cosa è una vergogna? Che il buon Dio ci neghi la pioggia? Che l’uomo stia sconvolgendo il clima? Che in sessant’anni di democrazia non si sia costruita una rete nazionale di acquedotti capace di portare acqua al Sud come fecero persino gli antichi romani? No, naturalmente, per l’italiano medio inchiodato davanti alla tv, la "vergogna" è questo governo che non fa nulla, che promette miracoli e poi fa morire di sete la gente, che vuole costruire il ponte sullo Stretto, mentre manca l’acqua nelle case.

Piomba sull’Italia una perturbazione che, nelle settimane successive, devasterà mezza Europa. Paesi allagati, spiagge deserte, danni un po’ ovunque. Ed ecco ripartire il branco di giornalisti-iene a filmare volti di cittadini infangati, turisti infreddoliti e albergatori tremebondi che gridano in coro: "E’ una vergogna". Cosa? Che sia venuto a piovere dopo otto mesi? Che per tre giorni i bagnini non abbiano lavorato? Che torrenti tenuti in stato di incuria grazie a qualche veto ambientalista che impedisce interventi di manutenzione, improvvisamente straripino portando fango nelle case? No, naturalmente, la "vergogna" è questo governo, che non interviene, che non vara provvedimenti di emergenza, che non stanzia soldi per riparare il pavimento di casa mia.

L’agricoltura è in ginocchio perché, tra siccità e grandine, i raccolti quest’anno saranno scarsi e già gli agricoltori marciano sui loro trattori al grido di: "E’ una vergogna". Che cosa, potrebbe chiedersi un ascoltatore un po’ più attento, visto che già il Ministro ha varato un piano straordinario di aiuti, che esistono fior di rimborsi assicurativi per i danni da grandine, che sono previsti interventi comunitari per gli stati di calamità naturale…? Cosa è una vergogna? Non ha importanza. Il contadino grida che è una vergogna questo governo che pensa ai guai di Berlusconi e non ai suoi.

Un ragazzo viene investito da un’auto pirata? E’ una vergogna, Fini aveva promesso più sicurezza. Centinaia di extracomunitari sbarcano in Puglia? E’ una vergogna, Bossi aveva promesso meno immigrazione. Un ragazzo si fulmina su un palo della luce? E’ una vergogna, Berlusconi aveva promesso maggiore efficienza. E ancora: cade una aereo in mare? E’ una vergogna, bisogna chiudere l’aeroporto e poi portare paracadutisti "è roba da fascisti". Turisti rimangono a terra fregati da un’agenzia di viaggi fantasma? E’ una vergogna: "il governo dovrebbe fare qualcosa". E via così, fino alla nausea.

Ma come accade per ogni moda, il grido "E’ una vergogna" contagia soprattutto chi ha poche idee, ed ecco, infatti, che ad impossessarsene sono i più beceri esponenti di quell’opposizione che fu - ahinoi - governo. Così arriva Castagnetti a visitare le carceri nel giorno di ferragosto e ad accorgersi - udite, udite - che sono strapiene. "E’ una vergogna" grida il pipino, il governo deve risolvere il problema del sovraffollamento. Quale governo? Questo che c’è da un anno o quelli che non hanno fatto nulla nei decenni precedenti. Dov’era Castagnetti due ferragosti orsono? Perché non era in giro con l’allora ministro comunista Diliberto a visitare carceri? Era troppo occupato a difendere Ochalan?

L’America è in recessione, le borse crollano, i mercati non tirano, l’economia mondiale frena e le prospettive non sono rosee, ovviamente, neppure per l’Italia. Ed ecco Rutelli e Visco pronti a gridare "E’ una vergogna", vogliamo le dimissioni di Tremonti. Perché? Perché "loro" hanno lasciato un buco da non si sa quante migliaia di miliardi? Perché loro hanno varato leggi demagogiche ed elettoralistiche come il taglio dei ticket, che ha fatto esplodere la spesa sanitaria, o il bonus fiscale alle grandi aziende, che ha fatto mancare 5 mila miliardi alle casse dello Stato? No, ovviamente, la vergogna è Berlusconi che aveva promesso "meno tasse per tutti" e dopo ben sedici mesi ancora non l’ha fatto…

A questo punto il lettore ci scuserà ma vorremmo anche noi unirci al coro e gridare: "E’ una vergogna". Sì, guardare la tv è una vergogna. La demagogia e lo sciacallaggio sono una vergogna. Quest’Italia irreale di gente lamentosa che ci viene propinata ogni giorno è una vergogna. Questa opposizione berciante e rissosa è una vergogna… un vero "tormentone"… e non solo estivo.

G.G.

FECONDAZIONE ASSISTITA

Nei giorni scorsi la Camera ha approvato il primo provvedimento che in Italia regolamenta la delicata materia della fecondazione assistita; ora il testo passa al Senato che potrà confermare o modificare quanto fin ora deciso. L’importanza di questo progetto di legge è enorme, vista la delicatezza dei temi che affronta, quali, per indicare solo i più rilevanti, la tutela della vita umana, i diritti del concepito e il concetto stesso di famiglia, la ricerca scientifica sugli embrioni, la selezione genetica e la clonazione; è evidente a tutti come tematiche così rilevanti, anche per le implicazioni di carattere etico e morale che comportano, lungi dall’esaurirsi nelle discussioni parlamentari, alimentano un vivo dibattito nella società. Passando sommariamente in rassegna il contenuto del dettato normativo si deve evidenziare innanzi tutto l’importanza che esso riserva al nascituro: i suoi diritti vengono per la prima volta riconosciuti in modo esplicito da questa legge che dice come essi vadano contemperati con quelli degli altri soggetti (padre e madre) coinvolti nel processo di fecondazione assistita. Ma cos’è in sostanza la fecondazione assistita? Si tratta di una terapia medica che può essere utilizzata solo quando sia accertata l’impossibilità per una coppia di avere dei figli e consiste nel creare in laboratorio, dall’incontro di gameti maschili e femminili, embrioni umani, da impiantare poi nell’utero della donna perché possa portare a termine una gravidanza e concepire un figlio. Il testo votato alla Camera stabilisce che possono accedere alle tecniche di procreazione assistita solo coppie maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi. Questo significa che non sarà consentito estendere tale trattamento ai single e agli omosessuali, che priverebbero il nascituro del suo diritto ad avere un padre e una madre. Vietata anche la fecondazione eterologa, quella cioè in cui uno dei gameti o entrambi provengano da donatori terzi estranei alla coppia: è autorizzata dunque solo la fecondazione omologa in cui la coppia che chiede l’intervento e l’impianto dell’embrione nell’utero della donna è la stessa che ha fornito le cellule sessuali per il concepimento dell’embrione impiantato. In pratica i genitori del bambino che nasce con la tecnica della fecondazione assistita devono essere necessariamente i donatori dei gameti con cui è stato formato l’embrione e quindi anche padre e madre biologica del figlio: no dunque a qualsiasi forma di maternità surrogata e utero in affitto. Fondamentale secondo la legge il ruolo del medico: stabilito il diritto all’obiezione di coscienza per il personale sanitario che non vuole partecipare a questo tipo di interventi, il medico dovrà informare la coppia anche della possibilità di ricorrere all’adozione come alternativa alla procreazione assistita, in modo tale da garantire il formarsi di una volontà consapevole. Il progetto di legge vieta inoltre espressamente qualsiasi sperimentazione sull’embrione umano, riconoscendone per implicito la dignità e la necessità di una sua tutela giuridica. La ricerca è consentita solo per finalità terapeutiche o diagnostiche volte alla tutela della salute e allo sviluppo dell’embrione stesso. Vietata finalmente la produzione di embrioni umani per qualsiasi fine diverso da quello dell’impianto nell’utero materno: in assenza di qualsiasi norma in proposito, fino ad oggi in Italia sono stati prodotti in laboratorio 30.000 embrioni pronti a diventare dopo nove mesi altrettanti pargoletti, ma che vengono attualmente conservati a temperature siderali nell’azoto liquido, in attesa di avere disposizioni dal Ministero della Salute su cosa fare di loro. A parte questa pesante eredità di anni di sperimentazione selvaggia, d’ora in avanti non sarà più possibile congelare o sopprimere gli embrioni. La legge vieta ogni tipo di selezione su embrioni e gameti e ogni tipo di manipolazione genetica sull’uomo (salvo che per fini terapeutici); è pure vietata la clonazione umana e la fecondazione di gameti umani con gameti di specie diverse e la produzione in laboratorio di ibridi e chimere: fino ad oggi tutto ciò che di più nefasto si può immaginare, se possibile sul piano delle conoscenze scientifiche, si poteva realizzare senza nessuna conseguenza giuridica, salvo problemi di coscienza dell’autore dell’intervento (ma non tutti se li ponevano…). Va quindi accolto sostanzialmente con favore questo provvedimento che mette fine all’assoluta assenza di regole in un settore così importante.

Alessio Sarais

EDUCAZIONE SESSUALE NELLE SCUOLE

Di educazione sessuale nelle scuole si parla da sempre. E sempre nascono polemiche tra docenti, genitori e alunni per un linguaggio crudo, per superficialità nell’informazione, per presunti o reali situazioni scandalose, ecc. ecc. E’ di questi giorni una decisa presa di posizione di Silvia Ferretto, Presidente di AN della Commissione Cultura, Giovani e Istruzione della Regione Lombardia, in merito ad alcune situazioni verificatesi nella scuola lombarda. Per una chiara visione del problema, riproduciamo il comunicato stampa emesso dalla Segreteria della stessa Ferretto.

SI ALL’INFORMAZIONE, NO ALLA VOLGARITA’

Silvia Ferretto - Presidente della Commissione Cultura, Giovani e Istruzione della Regione Lombardia - proprio non ci sta a farsi dare della bacchettona e spiega "Quando ho ricevuto le prime segnalazioni non volevo crederci e ho pensato ad un’esagerazione ma, quando ho avuto modo di vedere il "materiale didattico" utilizzato sono rimasta letteralmente allibita e sconcertata.
Il linguaggio utilizzato - esordisce la consigliera regionale - è volgare e diseducativo e le risposte fornite in molti casi si rivelano essere superficiali, incomplete, quando non imprecise o addirittura false.
In qualità di Presidente della Commissione Cultura e anche e soprattutto di madre, mi sono sentita in dovere di intervenire inviando una lettera al Direttore Scolastico Regionale chiedendogli di intervenire tempestivamente ed avviare un’indagine conoscitiva. Credo che la funzione della scuola debba essere di educare e di fornire ai giovani gli strumenti per crescere e non certo di assecondare espressioni volgari. I ragazzi sono capaci di esprimersi anche con termini propri della lingua italiana e questi sono quelli che devono essere incoraggiati ad usare.
Non si può pretendere di trattare il discorso in modo "matematico", dando risposte sintetiche e parziali perché diversamente si rischia di fare cattiva informazione e di diseducare, facendo danni ancor peggiori.
E’ fondamentale - continua Silvia Ferretto - che ogni risposta venga inserita in un contesto più ampio dei sentimenti e delle relazioni interpersonali, che sia corretta, precisa e venga fornita con linguaggio e modalità appropriate che rispettino la sensibilità e la maturità personale di ognuno.
Da un lato si pretende di trattare i ragazzi come persone adulte e mature ai quali girare informazioni senza filtri, dall’altro però li si tratta come minorati, incapaci di comprendere ed utilizzare termini propri e d’uso comune della lingua italiana. Anche l’Osservatorio sui Diritti dei Minori ha espresso un giudizio fortemente critico sul metodo educativo e sul linguaggio adottatati da alcune scuole, definendoli ’promozione degli aspetti lessicali della pornografia pura’", ricorda la consigliera regionale di AN.
Si parli dunque - conclude l’esponente regionale di AN - anche a scuola di sesso e anticoncezionali ma lo si faccia con sensibilità, rispetto ed educazione.

SANTORO E I RAGAZZI DI NETTUNO

C’è una schizofrenia particolare che evidenzia la diagnosi infausta per le sinistre che oggi, tra estremismo No Global e progressismo da V.I.P., non sanno più che pesci pigliare mentre aria di scissione tira tra margherite appassite e dichiarazioni roventi tra i vari leader.

SCENA UNO
Nell’arco di alcuni giorni, a partire da venerdì 25 febbraio, si sono potute infatti valutare le opinioni di molti di questi a partire da Santoro, noto giornalista che ha dichiarato in più occasioni di sentirsi il "padre adottivo" di Casarini, durante il suo programma Sciuscià dedicato anche alla commemorazione dei caduti di Nettuno fino all’appena trascorsa Giornata della Memoria dedicata al ricordo dell’Olocausto. Ma tutto val bene un voto, o più di uno, e mentre Santoro sciorina la sua solita tiritera da ex sessantottino d’assalto tutto "casa e molotov" si vedono le immagini del cimitero di Nettuno, luogo dove venne combattuta una delle più dure battaglie tra gli alleati anglo-americani e pochi sparuti reparti di giovanissimi militi in grigioverde affiancati dai tedeschi che cercavano di ostacolarne l’avanzata a carissimo prezzo. A poca distanza dal cimitero che contiene le spoglie dei soldati alleati sorge infatti quest’area dove sono sepolti i resti di quei ragazzi italiani, la cui età media era 19 anni, che non vollero passare armi e bagagli al nemico per mantenere fedeltà al giuramento prestato e che tennero le posizioni inutilmente a prezzo della vita; dopo i giusti onori al cimitero alleato, le autorità rendono omaggio assieme a numerosi superstiti e semplici cittadini a questi ragazzini in divisa che decisero di combattere e morire per un Italia in cui, a modo loro, credevano mentre gli alti vertici militari si stavano preparando, assieme a quella macchietta di monarca che li manipolava, a cambiare repentinamente rotta squagliandosene a gambe levate in braccio al nemico giurato di ieri. Ma le morti, come sempre, non sono tutte uguali e il cronista non può perdonare al Comune di Nettuno, che viene descritto come una cricca reazionaria di fascisti impenitenti e revisionisti convinti, di aver decretato che la manutenzione sarebbe stata possibilmente paritaria per i due cimiteri nel rispetto di coloro che in quel periodo, e ognuno con le proprie convinzioni, ci lasciò la pelle giovanissimo. E il conto non torna. Perché accanirsi contro questa città che, prendendo esempio dalle coraggiose parole del Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi, desidera sottolineare l’abominio della guerra accomunando entrambi i sacrifici? Perché presentare i giovani intervenuti come manipoli di ignoranti ragazzotti xenofobi con pericolose simpatie estremiste? Perché Santoro giustifica, comprende e spesso glorifica le violenze estremiste dei Casarini e dei suoi accoliti per poi criminalizzare un fiore su una tomba? Perché un pugno alzato e la maglietta con falce e martello non dev’essere equiparata a un saluto romano? Perché deve esistere Via Karl Marx, Piazza Stalin, Largo Togliatti e non Strada Ramelli? Perché giustificare le "Corriere della Morte" dei partigiani comunisti che in Emilia Romagna fecero lo stesso lavoro degli aguzzini delle SS degli Einsatzgruppen che utilizzavano i furgoni "Turbogas" per sterminare ebrei e handicappati? Perché quei giovani che in due differenti divise si combattevano non hanno diritto allo stesso rispetto? Non perché hanno solo perso, ma perché le sinistre, retaggio diretto dell’ideologia del P.C.I. sottolineano che la "Fedeltà alla Linea" non è decaduta nonostante l’ammorbidimento dei tempi, che non deve esistere storicamente un revisionismo di sinistra ( Stalin a parte...), che i buoni sono loro che, tra l’altro, hanno vinto e garantito il paradiso proletario a suon di sterminii e gulag. Eppure la lotta contro il nazismo era ed è stata giustificata dai terribili eventi storici a tutti noti, ma non si vuole generalmente accettare che tra fascismo e nazionalsocialismo esistevano enormi differenze virtualmente annullate da errori strategici e comodità politiche attribuibili a un Duce che però era supportato da un’ Italia adorante che al grido "Burro o cannoni" scelse questi ultimi perché i vincitori piacciono sempre fino a che questi non inizino a perdere.

SCENA DUE
Risiera di San Sabba a Trieste, Campo di Concentramento di Fossoli a Modena, l’area del Campo di Bolzano, Borgo San Dalmazzo a Trieste, nomi tragicamente noti della nostra storia nazionale recente e visti nella giornata di ieri come monumenti alla follia estremista e dell’odio eppure tutti accomunati da situazioni analoghe lungamente preparate e sotto il tiro dei riflettori: iscritti di Alleanza Nazionale contestati e cacciati, cartelli che insultano il Presidente Ciampi con scritto " I tuoi ragazzi di Salò hanno fatto questo! " e le solite triste bandiere rosse che non garriscono più a nessun vento che non sia la brezza dei ricordi. L’anno scorso un personaggio importante della Comunità braica italiana mi confidò il suo disgusto quando vedeva quelle bandiere rosse e quei personaggi presenziare la cerimonia presso il Campo di Fossoli che come sempre mi vedeva presente : " Se penso a quanti italiani di religione ebraica sono stati salvati dai fascisti, se penso a quanti sconosciuti Perlasca ci sono stati tra loro e se penso che questi qui cercano di manipolare la nostra tragedia attribuendosi ogni merito per poi dimenticare di aver fornito assistenza e armi ai paesi arabi nemici di Israele mentre bruciano le bandiere con la stella di David alle loro pacifiche manifestazioni di molto peggiori di quelle degli estremisti di Destra, mi viene da chiedere se davvero tutto questo ha un senso". E io gli risposi che sì, l’aveva ma che era dettato per ovvi scopi propagandistici da un area che ancora si illude di essere la vera voce di classi disagiate che non ci sono più e la cui esistenza è sempre più messa in discussione quando guardiamo i loro leader dilettarsi in proletarissimi hobbyes quale la pesca d’altura o la vela, il golf o le auto sportive che costano come una casa per dieci famiglie. E purtroppo conta poco che il leader di Alleanza Nazionale dichiari che il Duce non rappresenta più per lui il massimo statista del Novecento e che speri di essere ufficialmente invitato in Israele. Dubito molto che un uomo intelligente come l’On. Fini la pensi realmente così e ritengo che tali infauste affermazioni siano dettate da esigenze strategiche del momento, per giunta inutili dato che purtroppo Santoro e quelli come lui hanno ragione su un punto: essi vincono perché sono riusciti in quasi un secolo a convincere le masse che la Storia dei "Buoni" l’abbiano scritta loro e loro soltanto e con quei voltafaccia degni di un Beria riescono a sputare sulla tragedia dell’ Italia in guerra contro il mondo e poi bruciare le bandiere USA, dichiarandosi liberatori degli ebrei nei campi di sterminio e poi favorendo i terroristi che fanno stragi di innocenti in Israele. Grazie Santoro: spero solo che la storia di Perlasca, fascista che salvò migliaia di Ebrei ungheresi a rischio della vita e senza per questo rinnegare ciò in cui credeva, andato in onda in questi giorni faccia capire quanto sia povero e ipocrita il mondo che tanto vorrebbe.

Fabrizio Bucciarelli

Moneta al popolo - Numero 07

Con questo articolo inizia la collaborazione con il Gruppo Universitario "Controvento" di Modugno (Bari), il cui responsabile è Gianvito Armenise, autore dell’analisi qui riprodotta. Come sempre, diamo spazio a chiunque voglia intervenire con onestà intellettuale e consapevolezza critica nel dibattito per una Destra in cammino, anche se le opinioni espresse non sempre sono condivise dalla redazione del Barbarossaonline ed impegnano solo gli Autori.

MONETA AL POPOLO
Per una riforma del sistema monetario ostaggio dell’usurocrazia bancaria. Il Prof. Giacinto Auriti ed il Prof. Francesco Cianciarelli, da anni hanno accettato una sfida dal sapore vagamente "crociato": far accertare l’illegittimità dell’attuale sistema di produzione monetaria che indebita i popoli all’atto della creazione della moneta e, conseguentemente, predisporre un’intelaiatura giuridico-economica che attribuisca al popolo la proprietà della stessa sin dall’atto dell’emissione. L’idea dei SIMEC, ossia Simboli Econometrici, è tanto semplice nella sostanza quanto rivoluzionaria nella applicazione. Essa prende le mosse dalla teoria del "valore indotto della moneta" (crea valore chi accetta la moneta come mezzo di scambio e non chi la stampa o la emette; per rendersene conto Auriti ama ricordare l’esempio di un banchiere che stampa banconote in un’isola deserta; fino a che non ci sarà il primo prenditore il valore della moneta non nascerà) e da una esperienza similare proveniente da un paese di 40 mila abitanti, Itaca nello Stato di New York (USA). Un giornalista, tale Paul Grove, ha inventato l’hour, una

moneta locale d’accredito alternativa al dollaro, capace di creare - con l’assenso delle Federal Reserve Banks - un movimento pari a circa due milioni di dollari. Pertanto sulla scia di queste confortanti ed incoraggianti premesse e con il parere favorevole di legittimità rilasciato dal Procuratore Generale della Corte d’Appello d’Abruzzo, Bruno Tarquini, è stato possibile coinvolgere ben 90 comuni abruzzesi, ivi compresi i quattro comuni capoluogo di provincia, nella stipulazione di una convenzione, ai sensi dell’art. 24 e ss. della Legge 142/90 in tema di autonomie locali, per lo svolgimento coordinato del servizio socioeconomico di erogazione dei Simboli Econometrici in caso di emergenza monetaria. Vediamo nella sostanza di cosa si tratta. Ai sensi dell’art. 9 co. 1 della 142/90, spettano ai Comuni tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed i territori comunali specificatamente nei settori organici dei servizi sociali e dello sviluppo economico, nonché ai sensi del successivo co. 2 dello stesso articolo i Comuni, per l’esercizio delle loro funzioni in ambiti territoriali adeguati, adottano forme di cooperazione fra di essi o con le Province; inoltre l’art. 24 della medesima legge, ai commi 1 e 2, dispone che: "Al fine di svolgere in modo coordinato funzioni e servizi determinati, i Comuni e le Province possono stipulare tra loro apposite convenzioni. Le convenzioni debbono stabilire i fini, la durata, le forme di consultazione degli enti contraenti, i loro rapporti finanziari ed i reciproci obblighi e garanzia". Accertato allo stesso tempo che i rischi di crisi monetarie non sono più soltanto una remota evenienza, così come evidenziato e paventato dallo stesso governatore di Bankitalia, Antonio Fazio, si rende non più procrastinabile l’attuazione di un piano di salvataggio, in presenza di tali difficoltà. Quindi, attraverso la stipulazione della convenzione, è previsto che ciascun Comune aderente all’iniziativa si impegni a trasmettere - con cadenza periodica al Comune capofila - tutti i dati utili (demografici, socioeconomici, ecc.) ai fini dell’individuazione delle necessità vitali e produttive delle popolazioni locali. Dopodiché il Comune capofila provvede a far stampare a costo zero (o al minimo costo possibile) i SIMEC ed a distribuirli ai Comuni aderenti alla convenzione in proporzione al numero degli abitanti residenti in ciascuno di essi ed in funzione delle necessità stabilite in base ai dati forniti precedentemente. La cosa rilevante da sottolineare è che i SIMEC - in ogni caso - non sostituiscono la moneta corrente, ma fungono semplicemente da strumenti di misurazione del valore economico da utilizzare in caso di emergenza monetaria, analoghi alle cosiddette "carte annonarie"; onde per cui, non essendo sostituti della moneta, non possono essere prestati ad interesse, né all’atto dell’emissione, né durante la loro circolazione. Inoltre - ed è questa la fondamentale differenza rispetto alla moneta-debito oggi in circolazione prestata agli Stati dalle Banche Centrali - i SIMEC sono attribuiti in proprietà, all’atto della loro emissione, ai cittadini residenti nel territorio dei Comuni aderenti. Per poter far ciò, è indispensabile che ogni Comune assegni a ciascun cittadino, un Codice dei Redditi Sociali (C.R.S.), simile al codice fiscale, mediante il quale gli viene accreditato un vero e proprio potere d’acquisto formalizzato con i SIMEC.

Contestualmente alla distribuzione della quota dei SIMEC spettante a ciascun cittadino, vien fatto sottoscrivere allo stesso un atto formale che lo impegna ad utilizzare e ad accettare i Simboli Econometrici quali mezzi di pagamento in occasione di una eventuale crisi monetaria. In ogni caso, l’accettazione e/o l’utilizzazione di fatto degli stessi, sostituisce - poiché comportamento concludente - la sottoscrizione dell’atto di cui sopra. Infine quando i prezzi tendono a coincidere con i costi di produzione, (tendenza da rilevarsi a cura del Comune capofila) cesserà ogni erogazione e distribuzione dei SIMEC. Con questo provvedimento si conseguono contemporaneamente tre risultati considerevoli: 1) si procede all’emissione di un "simbolo monetario" che misura il valore economico dei beni il quale risulta essere, sin dall’atto dell’emissione (che avviene a cura di una sorta di Assessorato al Tesoro del Comune capofila), di proprietà dei cittadini, risolvendo incontrovertibilmente il dilemma circa la proprietà della moneta; 2) si stampano tali Simboli Econometrici a costo zero o, in ogni caso al minor costo possibile accreditandoli a ciascun cittadino in funzione dei suoi bisogni e delle proprie necessità. Viene, quindi, completamente ribaltato l’attuale meccanismo che produce l’insostenibile indebitamento degli Stati moderni, in base al quale la Banca Centrale "su di un pezzo di carta che costa 30, ci stampa 100 mila e scrive: pagabili a vista al portatore" alla stessa stregua di una cambiale. Con il paradosso che, la Banca Centrale pur non essendo la proprietaria della cartamoneta in circolazione, la presta allo Stato contravvenendo un elementare principio secondo cui prestare è una prerogativa esclusiva del proprietario; 3) si commisura e si modula l’incremento del Prodotto Interno Lordo locale all’incremento dell’erogazione dei SIMEC evitando (o attenuando sensibilmente) le tensioni inflazionistiche (o crisi deflattive) annullando la circostanza attuale secondo cui l’incremento del PIL anziché determinare aumento di ricchezza, produce la dilatazione abnorme ed ingiustificata del Debito Pubblico. Si comprende benissimo, a questo punto, come il radicale e rivoluzionario "esperimento" (ma fino ad un certo punto) dei SIMEC, si pone come un colpo di maglio inferto all’ortodossia più restia ai cambiamenti e come una pietra lanciata nello stagno della Politica Monetaria. E non possono essere sicuramente accolte le critiche del dirigente dell’Ufficio del Tesoro dell’Aquila, Francesco De Matteis che bolla in maniera sbrigativa l’intera vicenda come "una iniziativa folkloristica" argomentando, tra l’altro, che "questo tipo di titolo di credito non è legale. Teoricamente potrebbero essere utilizzati in un rapporto privato, per esempio all’interno di un’azienda. Ma tutto si basa sulla fiducia fra chi li riceve e chi li dà.(...) Solo lo Stato può emettere moneta. Per il resto si tratta di iniziative folkloristiche ed illegali" Il pericolo è quello già richiamato dall’Enciclica Centesimus Annus (1991) di S. S. Giovanni Paolo II secondo la quale "... c’è il rischio che si diffonda un’ideologia radicale di tipo capitalistico, la quale rifiuta perfino di prendere in considerazione questi problemi, ritenendo a priori condannato all’insuccesso ogni tentativo di affrontarli, e ne affida fideisticamente la soluzione al libero sviluppo delle forze di mercato". Ed infatti è proprio questo atteggiamento di "apatia collettiva e di nichilismo allo stato puro" che non permette neppure di discutere delle problematiche legate ad una corretta e "giusta" creazione ed emissione monetaria; atteggiamento che conduce, inevitabilmente, al mantenimento dello status quo, di modo che, quel comportamento di tipo fideistico richiamato dall’Enciclica, si dimostri il vero trionfatore. Tuttavia segnali incoraggianti di cambiamenti di rotta sembrano delinearsi con forza all’orizzonte ed interventi non più sporadici e provenienti da ambienti economici "autorevoli", lasciano ben sperare per il futuro. La chiave di volta dell’intera questione, però, è rappresentata unicamente dalla capacità di comprendere la reale posta in gioco e l’effettivo dato del problema: uno Stato che non possiede la capacità di spesa poiché privato della possibilità di emettere moneta, è uno Stato che non assicura la prosperità e la tranquillità delle presenti e future generazioni, poiché le sue decisioni saranno inevitabilmente assunte sulla base degli interessi di quegli organismi e potentati economico-finanziari che effettivamente detengono le leve del potere monetario.

Gianvito Armenise
Responsabile Gruppo Universitario Controvento
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IL GRAN MAESTRO, IL SUPREMO MAGISTRATO E MONSIGNORE

Sabato 24 novembre: investitura ufficiale del Gran maestro del Collegio dei capitani e delle contrade. Il supremo magistrato, le autorità, le reggenze delle diverse contrade, il popolo del Palio hanno fatto cerchio nella bella e antica chiesa di sant’ Ambrogio, attorno a Virginio Poretti, il nuovo Gran maestro. La cerimonia è stata suggestiva, le parole dette con una solennità di stampo medievale, mentre lo squillo delle chiarine e il rullo dei tamburi completavano la solenne atmosfera. Ma due sono stati i momenti più significativi, al di là della cerimonia. Scorgere nel gruppo delle supreme autorità la figura del supremo magistrato, il sindaco Maurizio Cozzi e non un suo delegato. Eh sì, perché questo proprio si temeva, dopo i fulmini dei giorni scorsi. Ma non è successo. Meglio così. Non sappiamo cosa sia accaduto nel frattempo, come e perché l’ira del supremo magistrato sia sbollita, ma tant’è. Resta, comunque, che la reprimenda che Cozzi aveva sollevato contro una "politicizzazione" del Palio, vera o presunta ( prendendosela con chi "ha portato la politica di serie B nel mondo delle Contrade"), era e resta sacrosanta. Cozzi, giovane avvocato legnanese, ha sempre voluto portare avanti i suoi "distinguo", affermare la sua autonomia dai partiti in campo amministrativo, come sindaco, e la sua volontà di non avvallare strappi e tensioni all’interno della Sagra del Carroccio, come supremo magistrato. E questo in più occasioni.

L’ autonomia nei confronti dei partiti della maggioranza - per altro giusta - qualche volta può sembrare eccessiva, quando pretende di ammantarsi addirittura di indipendenza. In quel caso si dimentica che il sindaco deve essere il sindaco di tutti i cittadini sì, ma non può tralasciare di essere stato eletto e sostenuto da quella maggioranza. Sono gli strattoni che talvolta Maurizio Cozzi è costretto a dare per ricordare che non può essere ostaggio dei partiti, ma rischia di incrinare il consenso della maggioranza. Quando, invece, come supremo magistrato rifiuta di avvallare episodi di violenza o strappi al clima generale della Sagra non può che avere il nostro incondizionato consenso. Probabilmente Cozzi ora ha voluto chiudere un episodio senza intestardirsi su una posizione inflessibile e il suo comportamento non può che essere pienamente condivisibile. Ma c’è stato, si diceva, anche un altro momento significativo. Quando il celebrante, mons. Galli, ha ricordato, alla fine della sua omelia, che il Palio non è un gioco. Poche parole, ma che non devono sfuggire ad un pubblico attento. Ci piace pensare che mons. Galli, anche ripensando un po’ tutta la sua predica, abbia voluto ricordare quanto il Palio costituisca parte integrante, forse fondamentale, per la storia di una città che sta ora cercando la sua nuova identità. Non vorremmo far dire al sacerdote ciò che abbiamo nel cuore ma, riferendoci anche a quanto scritto nell’ultimo numero di Barbarossaonline, il Palio va rivisitato. Se non vogliamo far morire il Palio, se vogliamo che la vita delle contrade abbia un senso e non sia solo un associazionismo fine a se stesso, utile solo per far sfilare vanità, bisogna ripensarlo. E ripensarlo significa, a nostro avviso, riportare quell’aria fresca un po’ goliardica che è andata perdendo nel tempo; ma significa anche che la vita delle contrade si apra agli interrogativi della città, delle scommesse che sta affrontando in questo inizio di secolo (o di millennio, come fino ad ora ci stiamo ripetendo fino alla nausea…). Che la vita del Palio e, conseguentemente della Sagra, non diventi una sagra qualsiasi, come quella del melone o della porchetta. Legnano merita di più che non una sfilata storica tanto… avvertita dai legnanesi se è vero, come ci dice un sondaggio riportato da "Il Palio", diretto da Chiara Porta, appena pubblicato, che un legnanese su quattro non sa neppure quante sono le contrade e uno su cinque non sa che a maggio si corre il Palio. Ancora più "traumatico" è scoprire che del 41,1% degli intervistati che dichiara di non aver mai partecipato a manifestazioni di contrada ben il 38% dichiara che in occasione dell’ultima domenica di maggio "fugge" dalla città. Il Palio non è un gioco, ma con lo spirito del gioco, dell’allegria, della tradizione, può e deve aprirsi alla vita di ogni giorno. Altrimenti sarà la fine.

Antonio F. Vinci

Prospera la UN.I.COOP

La storia delle cooperative è sempre stata, in Italia, "bianca" o "rossa". Le cooperative nel Veneto o in Emilia Romagna dalla fine dell’Ottocento alla nascita del fascismo si sono spartite il mondo del lavoro in una sorta di don Camillo-Peppone del solidarismo. Ora è nata, già da qualche anno, un’Unione di Cooperative "tricolore". L’UN.I.COOP (Unione Italiana Cooperative) è stata costituita alla fine del 1999 su iniziativa del Dipartimento delle politiche economiche e sociali di Alleanza Nazionale. E’ una nuova realtà che cresce e che fa già parlare molto di sé. Non possiamo non essere lieti di questa nuova forma di cooperazione, che ci mostra quanto sia viva la carica sociale in Alleanza Nazionale, lontani da un appiattimento nei confronti di un liberismo esasperato.

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Dottore a cinquant’anni
Di notizie serie, gravi, tragiche i giornali sono pieni. In questi giorni, poi… Eppure ci sono fatti che non creano crisi politiche, né turbamenti o angosce, anzi, e che ti fanno riconciliare col mondo, come si dice. Piccole storie, ma capaci di farti stare meglio. Una di queste è accaduta a Parabiago. Vincenzo Ponzo, imprenditore cinquantenne, ha coronato il sogno che ha perseguito per tutta la vita: laurearsi. Bravo e auguri, verrebbe voglia di dire. Ma no, anzi sì, ma c’è di più. Il successo, è ovvio, è stato frutto di sacrifici, di fatiche, di notti passate sui libri, di vacanze bruciate a studiare statistica piuttosto che francese ("cinque volte ho dovuto darlo"!), ma è stata soprattutto una grande esperienza umana. E di questa Ponzo non si stanca di raccontarti episodi, momenti, curiosità.
Prima di tutto: l’inizio della storia. Un po’ per un’antica passione, un po’ per scommessa con il figlio Giuseppe, quattro anni fa ebbe inizio l’avventura. "Vedrai che io riuscirò a laurearmi mentre tu starai per diplomarti" diceva al figlio. E così è stato. Iscrizione alla facoltà di sociologia dell’Università di Urbino, dimenticate le vacanze per quattro anni, frequenza dei corsi estivi e studio in tutti i momenti possibili. Ma il mentore, la guida di tutta questa fatica è stata sua moglie Giuliana. Una donna decisa quanto amabile che ha saputo stargli vicino in tutti i momenti della vita e in questo periodo in modo particolare. Giuliana Ponzo ha studiato con il marito (avrebbe potuto benissimo laurearsi anche lei), ha frequentato le lezioni, ha guidato l’auto per accompagnarlo ad Urbino dandogli il cambio quando si partiva alle cinque del mattino da Parabiago, era con lui per iscriverlo agli esami, ha pianto di gioia con lui al momento dell’affissione dei risultati dello scritto di statistica. Questa storia, di cui si sono occupati molti periodici, non è solo una storia rosa, alla De Amicis. Non c’è solo il successo personale; un figlio che si è ampiamente riscattato non solo diplomandosi nel 1998 ma svolgendo, ora, un ruolo fondamentale nell’azienda paterna; una moglie che si è confermata veramente un alter ego meritando anche lei il successo del consorte. No. Questa è una storia che dimostra quanto credere nel lavoro, nell’impegno personale, nella caparbia volontà di riuscire, sia ancora un valore radicato nella gente. Quella gente che ha fatto grande il Nord, diciamolo pure, e che viene, come Ponzo, dal profondo Sud, da Casalbuono in provincia di Salerno. Ma è presente anche il valore dell’amicizia, del trovarsi affiancati gomito a gomito nello studio con giovani che potrebbero essere tuoi figli, accomunati tutti dalla voglia di riuscire, superando barriere generazionali, aiutandosi reciprocamente nelle notti insonni trascorse a studiare. La minaccia della retorica è sempre dietro l’angolo in questi casi, ma non ci lasciamo intimorire. Perché vale la pena sottolineare questa piccola Italia solidale, unita nei valori di sempre: l’amicizia di quei compagni di studio che Vincenzo Ponzo ha voluto tutti ricordare e ringraziare nella sua tesi di laurea.
Ma la storia non finisce qui. Da quella esperienza il neo dottore ha tratto l’idea per un’iniziativa imprenditoriale. Ha dato vita ad un’attività didattica volta ad aiutare chi negli studi universitari trova difficoltà, a causa del lavoro, della famiglia, dell’età.

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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