Cultura

Conosciamo tutti la storia tragica degli Ebrei. Una storia di persecuzioni,  di espulsioni, di ghettizzazione, sino a giungere all’ apocalittica tragedia dei lager nazisti. Ma la nascita del primo ghetto della storia, quello di Venezia nel 1516 , è una storia tutta da conoscere. Perché, come ben racconta Francesco Jori nel suo libro, “1516 – Il primo ghetto. Storia e storie degli Ebrei Veneziani”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2016, “Con l’istituzione del Ghetto si viene dunque a sancire un particolare rapporto reciproco, ben inquadrato da Pier Cesare Ioly Zorattini, tra i più autorevoli storici dell’ebraismo :”La segregazione diventa per la prima volta condizione pregiudiziale per la sopravvivenza di questa minoranza, la cui permanenza nella città viene in certo qual modo garantita, malgrado le periodiche minacce di cacciata e i sistematici ricatti finanziari delle autorità locali” (pag.37). Il Ghetto di Venezia passa nell’arco di un secolo da 700 persone a circa 5 mila; ma lo spazio era quello che era. Ed ecco che nasce un nuovo modo di costruire le case : in altezza, con abitazioni che arriveranno sino a sette piani. Ma in quel luogo ristretto, in cui pulserà la vita di ogni giorno, ci sarà anche un fermento culturale con pochi uguali al mondo.

Cos’era la Venezia di quegli anni!

Personaggi come Tiziano, Giorgione, Palladio, Tintoretto, ma anche Pietro Bembo e il Ruzante;  ma poi l’Università di Padova e personaggi famosi come Pomponazzi e Galilei. In questo clima il Ghetto di Venezia si sviluppa con i suoi abitanti dediti al commercio e diventa crocevia d’incontro degli ebrei che provengono da diverse parti dell’Europa, formando una comunità composita. E troveremo, quindi, ebrei di origine polacca,tedesca, slava, ma anche provenienti da altri Stati italiani. Eppure in questo coacervo di nazionalità la lingua utilizzata correntemente sarà l’italiano. Una comunità che viveva e pregava, prosperava e lottava quotidianamente e che la Repubblica di Venezia terrà  sempre presente per spremere denaro. Una comunità che cresceva su un territorio limitato e che spinse i suoi abitanti a trovare spazio in verticale. Vennero su, così, case come piccoli grattacieli;  abitazioni non sempre sicure, case anguste, in cui abitavano gli ebrei di Venezia. Le attività in cui eccellevano furono in primis quella del banco dei pegni, ma poi sarà seguita anche da quella del commercio di abiti e stoffe. Così Venezia permetterà agli ebrei di commerciare in abiti usati, la “strazzaria”, ovviamente non gratis ma dietro erogazione di un prestito. La storia dei rapporti tra la Serenissima e gli ebrei sarà quella di un potere politico che non perderà mai occasione di rimpinguare le sue casse con tasse e prelievi vari dalla comunità ebraica.

Interessa, però, notare come questa comunità diventi centro culturale grazie ai suoi intellettuali: Leone da Modena, Simone Luzzatto, Samuele Aboab e Sara Copio Sullam, una donna colta, conoscitrice  di storia, letteratura, astrologia. La casa della Copio diventerà un vero salotto letterario frequentato da intellettuali ebrei e cristiani. E in questo Ghetto  troveremo anche Mosè Zacuto che, per aver scritto il “Tofteh ‘Aruch”, L’Inferno preparato, verrà conosciuto come il “Dante degli Ebrei”. E come non ricordare la tradizione dei medici ebrei : a loro, poco dopo aver dato vita al Ghetto, e solo a loro, verrà consentito lasciarlo di notte per curare i malati. Non possiamo non ricordare a questo punto Giacobbe Mantino, la cui perizia medica fu tale da essere scelto come medico di fiducia da alcune famiglie aristocratiche veneziane e quando si trasferirà a Roma diventerà medico personale di papa Clemente VII e Paolo III. Il Ghetto finirà di esistere, come luogo chiuso, all’arrivo delle truppe napoleoniche che rimossero le porte e vennero fatte bruciare in piazza. Ma quello che ha significato per  la storia il Ghetto di Venezia, rimane. Una Comunità plurale, formata da persone con cultura e tradizioni diverse che seppero dar vita ad una convivenza con il potere veneziano, sempre pronto a utilizzare periodicamente gli Ebrei come un bancomat, grazie alla loro abilità negli affari e nelle scienze, diventando, però, importanti interlocutori della Serenissima.   

Barbarossa

E’ passato più di  un anno da quando Marcello Veneziani salutò i suoi lettori. Negli ultimi tempi, per quattro anni, aveva curato per Il Giornale la breve ma caustica rubrica Cucù. Era un appuntamento quotidiano cui il giornalista, saggista, Marcello Veneziani ci aveva abituati.  A dicembre sul suo sito aveva pubblicato un “Messaggio di fine anno”  che risulta essere un vero e proprio addio :”Immaginavo di non andare mai in pensione con la scrittura ma di scrivere fino a che ero vivo e pensante. E invece mi sono trovato a vivere l’esperienza dell’azzeramento, dell’annichilimento, dell’uscita dal mondo”. Ora Veneziani lascia la “parola scritta” per privilegiare quella orale, con quelli che lui chiama i “comizi d’amore”.

Veneziani è stato un punto fermo per molti anni per la cultura della Destra, senza essere fazioso né sterilmente polemico. Ha dato voce ad un pensiero che non trovava, e non trova, facile presenza nella Repubblica delle lettere e dei media, fornendo materiale di riflessione a quell’area politica che non vuole allinearsi con il pensiero dominante. E’ stato costretto ad allontanarsi dal Giornale perché, come ricordava Giancarlo Perna nell'intervista su Libero Quotidiano.it del 12 aprile 2015 (Veneziani: "Berlusconi è già nella storia, ma deve lasciare la politica") " hai detto che ti hanno fatto fuori perché non sei cortigiano".

Ora Veneziani ha pubblicato un nuovo libro, Lettera agli italiani  ma lo possiamo ancora seguire anche sul suo sito, dove continua a  prendere  posizione sulle vicende politiche con la consueta verve.

Riportiamo una parte dell’articolo La verità sulla Resistenza particolarmente significativa, presente sul suo sito : http://www.marcelloveneziani.com/la-veritagrave-sulla-resistenza.html del 25 Aprile 2016


Non posso poi dimenticare altre tre cose.

La prima è che la guerra partigiana ebbe episodi di valore e di coraggio ma anche di gratuita, feroce e impunita violenza. Dimenticare gli uni o gli altri è un oltraggio alla verità e alla memoria dei suoi eroi e delle sue vittime.

La seconda è che molti fascisti combatterono e morirono senza macchiarsi di alcuna ferocia, pagarono di persona la loro lealtà, la loro fedeltà ad un’idea e ad uno Stato; mezza classe dirigente dell’Italia di domani fu falciata dalla guerra civile.

La terza è che di risorgimentali autentici, di mazziniani e patrioti, ve ne furono sia tra gli antifascisti che tra i fascisti. I seguaci di Gentile, di Berto Ricci, di Balbo, ma anche di altri oscuri o controversi protagonisti del tempo, davvero pensarono, cedettero e combatterono nel nome della patria. 

Non sto facendo nessuna apologia del fascismo, reputo il fascismo morto e sepolto da una montagna di anni. Ma non sono disposto a negare, attutire o rimuovere la verità e calpestare il sacrificio di quei ragazzi. Reputo l’antifascismo una pagina luminosa di dignità e di libertà quando il fascismo era imperante; ma non altrettanto reputo l’antifascismo a babbo morto, cioè a fascismo finito. Reputo la Resistenza una pagina necessaria nella storia d’Italia ma reputo le stragi di civili e le uccisioni a guerra finita una pagina infame. Si fa peccato a dire tutto questo? Sono pronto a peccare, nel nome della verità e della libertà. 

Un lettore attento e non fazioso comprende che – a più di 70 anni dalla fine della guerra mondiale – queste riflessioni possono essere la base per chiudere finalmente con il passato. E non per dimenticare, ma per costruire un futuro certo, solido, che da troppi anni ci attende. Un futuro che del passato apprenda la lezione ma che non continui a farsi ingabbiare.

Antonio F. Vinci

Giovani D'oggi - Numero 55

 

Viviamo in tempi difficili e ciò che subito appare evidente è che le nuove generazioni sono disarmate di fronte al futuro. E non solo perché c’è la crisi e non c’è lavoro, ma perché i giovani di oggi non sono attrezzati ad affrontare il futuro. Li vediamo questi ragazzi e ripensiamo a quelli che eravamo noi anni fa. Non è il solito, malevole ed invidioso, confronto tra generazioni diverse. I nostri padri ci rinfacciavano d’avere meno educazione, d’essere più sfrontati, di essere troppo avanti ("i bambini nascono ora con gli occhi aperti", dicevano le nostre madri ricordando come i piccoli una volta tardavano ad aprire gli occhi alla nascita). Eravamo la generazione della contestazione, del ’68, della minigonna, dei "figli dei fiori", delle barricate, della politica attiva. Eravamo, sì eravamo, nel senso che vivevamo. Ora non più, ora non si vive, si sopravvive. Un torpore ammorba le giovani generazioni. Neppure il binomio "ragazze e pallone" funziona più. Li vediamo questi giovani che come unica occupazione hanno quella di essere perennemente al cellulare. Guardateli per strada, nell’intervallo a scuola ( se non in classe con il cellulare sotto il banco): una dipendenza totale, un modo, l’unico, di comunicare. Ormai il cellulare è diventata una protesi. E così li vediamo crescere dipendenti dal tablet o dal PC, dalla televisione o da tutto ciò (poco altro, a dire il vero) che non richieda una partecipazione attiva. Il loro frasario è stereotipato, come le loro movenze, il look, tutto. I nostri figli non leggono più. Troppa fatica : c’è la TV che ti dà la vita in diretta con l’immagine, te la commenta, te la spiega. Perché faticare a comprendere con la tua testa? Le biblioteche scolastiche sono desolatamente inutili; internet è lo strumento per "fare ricerca", o meglio per fare "copia ed incolla" per le tesine, magari dimenticando di cancellare a piè di pagine il link… E’ l’esaltazione del non fare fatica, ma non nell’ottica del miglior utilizzo del tempo risparmiato. E’ la "cultura" di oggi, diciamo per autoconsolarci. Ma è sbagliato. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo, e di porre rimedio. Stiamo crescendo una generazione senza cultura, che magari conosce più cose di quelle che conoscevamo noi ai nostri tempi, ma non sa. Non sa scegliere, non è intelligente, nel senso di intus legere, leggere dentro le cose. Nozionismo fine a se stesso; impero dei quiz; visione computerizzata della vita. Questa non è cultura.

Tempo fa mi hanno mostrato un testo della polizia di Houston (Texas). Lo riporto perché può essere un’ottima fonte di riflessione.

Se volete rovinare un ragazzo
• Fin dall’infanzia dategli tutto quello che vuole; così crescerà convinto che il mondo abbia l’obbligo di mantenerlo.
• Se impara una parolaccia, ridetene; così crederà di essere divertente.
• Mettete in ordine tutto quello che lascia in giro: libri, abiti, scarpe; fate voi quel che dovrebbe fare lui, in modo che si abitui a scaricare su altri le sue responsabilità.
• Date al ragazzo tutto il denaro che vi chiede. Non lasciate mai che se lo guadagni. Perché dovrebbe faticare, come avete fatto voi, per avere quel che vuole?
• Prendete le sue parti contro i vicini di casa, gli insegnanti, gli agenti dell’ordine: sono tutti prevenuti contro vostro figlio.
• Quando si mette in un guaio serio, scusatevi con voi stessi dicendo : Non siamo riusciti a farlo rigare diritto.

Preparatevi a una vita di amarezze : non vi mancheranno.


A.F.V.

Canzoni Italiane - Numero 54

 

"Non sono solo canzonette" scriveva Paolo Simoni.
E’ quello che ho pensato (e forse prima non avrei mai pensato che lo avrei pensato…) leggendo di Simone Cristicchi. Sì, proprio lui, il vincitore della 57 edizione del Festival di Sanremo del 2007 dove canterà "Ti regalerò una rosa". Un successo che si aggiunse ai tanti altri già ottenuti da questo cantante particolarissimo. Ebbene, ve lo confesso, abituato a destreggiarmi tra Hegel e Platone non avrei mai pensato di occuparmi del capellutissimo Cristicchi. Ma tant’è. Cristicchi ha scritto una canzone che avrebbe voluto portare all’ultimo Festival di Sanremo, ma che alla fine non ha presentato. Una canzone, "Magazzino 18" (così chiamata dal luogo dove nel Porto vecchio di Trieste sono conservate le masserizie dei profughi), che narra della vicenda degli esuli italiani di Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, un esodo che tenne dietro alla tragedia delle Foibe. Sul web si sono scatenate contro di lui le invettive, le offese di chi lo vede revisionista : " «Puntuale ogni anno salta fuori un fenomeno con qualche minchiata sulle foibe, ebbravo Cristicchi». «In occasione delle nuove revisionate di Cristicchi riproponiamo un nostro documento sulla questione, firmato Laboratorio Politico Iskra». Sono solo due dei numerosi messaggi che fra Twitter, Facebook e posta elettronica stanno piovendo addosso a Simone Cristicchi dopo l’uscita della sua canzone "Magazzino 18", dedicata all’esodo degli istriani, giuliani e dalmati", così scriveva Pietro Spirito su "Il Piccolo" di Trieste del 22 febbraio. Non vale la pena polemizzare, sarebbe dare troppo peso alle "critiche". Riproduciamo il testo, lasciando ai lettori ogni commento.

Siamo partiti in un giorno di pioggia
cacciati via dalla nostra terra
che un tempo si chiamava Italia
e uscì sconfitta dalla guerra
Hanno scambiato le nostre radici
con un futuro di scarpe strette
e mi ricordo faceva freddo
l’inverno del ’47
E per le strade un canto di morte
come di mille martelli impazziti
le nostre vite imballate alla meglio
i nostri cuori ammutoliti
Siamo saliti sulla nave bianca
come l’inizio di un’avventura
con una goccia di speranza
dicevi "non aver paura"
E mi ricordo di un uomo gigante
della sua immensa tenerezza
capace di sbriciolare montagne
a lui bastava una carezza
Ma la sua forza, la forza di un padre
giorno per giorno si consumava
fermo davanti alla finestra
fissava un punto nel vuoto diceva
come si fa
a morire di malinconia
per una terra che non è più mia
che male fa
aver lasciato il mio cuore
dall’altra parte del mare
Sono venuto a cercare mio padre
in una specie di cimitero
tra masserizie abbandonate
e mille facce in bianco e nero
Tracce di gente spazzata via
da un uragano del destino
quel che rimane di un esodo
ora riposa in questo magazzino
E siamo scesi dalla nave bianca
i bambini, le donne e gli anziani
ci chiamavano fascisti
eravamo solo italiani
Italiani dimenticati
in qualche angolo della memoria
come una pagina strappata
dal grande libro della storia
come si fa
a morire di malinconia
per una vita che non è più mia
che male fa
se ancora cerco il mio cuore
dall’altra parte del mare
Quando domani in viaggio
arriverai sul mio paese
carezzami ti prego il campanile
la chiesa, la mia casetta
Fermati un momentino, soltanto un momento
sopra le tombe del vecchio cimitero
e digli ai morti, digli ti prego
che non dimentighemo.


A.V.

In Italia manca una cultura di Destra.


O meglio, c’è ma non si vede. C’è ma è nascosta, non viene fatta emergere. Un po’ per la capacità della sinistra di essere presente in modo determinante in ogni forma di mass media : diamo atto della capacità che ha avuto di occupare tutti gli spazi culturali, da sempre. Un po’ perché la cultura di Destra nasce come vitalismo, quasi con una sorta di insofferenza verso i libri, il sapere, le discussioni, privilegiando l’aspetto pratico rispetto a quello teorico. E questa è storia. Eppure la Destra ha un suo retroterra culturale, una sua storia culturale e intellettuali di prestigio, anche oggi. Il Pantheon della Destra non è vuoto, gli dei non sono fuggiti: ha molte presenze, di rilievo, storicamente importanti, ma spesso isolate. E’ mancata forse una capacità sintetica, non abbiamo avuto un Carlo Marx, né un Antonio Gramsci… ma tanti intellettuali che hanno elaborato tesi, teorie, analisi e proposte spesso in modo isolato, individualistico. La storia della cultura di Destra è fatta di molte, singole, e spesso divergenti personalità.

Eppure, pur nelle diversità, ci sono dei punti fermi tra le diverse posizioni presenti nella cultura di Destra : gli ideali di patria, del senso dell’onore, del cameratismo, dell’ appartenenza ad una comunità. Ma poi la Dottrina sociale della Chiesa, il riconoscimento del valore del lavoro, della proprietà, della famiglia. Punti irrinunciabili per la Destra e che la distinguono dagli altri orientamenti culturali perché dalla Destra sono ritenuti irrinunciabili o, come si dice oggi, non negoziabili. Proprio in un’età di smarrimento, di disorientamento, come questa che stiamo vivendo, il richiamarsi a valori non rinunciabili può essere la stella polare cui riferirsi. Da qualche decennio ormai abbiamo proclamato, con malcelata gioia, la fine delle ideologie, delle differenze, delle diverse concezioni di vita. Siamo quasi orgogliosi che siano cadute le divisioni, non comprendendo che le distinzioni non sono necessariamente divisioni e che la scomparsa, vera o presunta, delle differenze ha costruito una "civiltà" dell’omologazione. Una civiltà basata sul conformismo frutto della "cultura televisiva", di quel pensiero unico che ci sta facendo sempre più disponibili ad una civiltà da Grande Fratello, in una "globalità" che è diventata il mondo in cui "tutte le vacche sono nere". E’ giunto il momento per la Destra, che non è nostalgia, né reducismo, né retorica, di costruire il futuro. Se è vero che " il domani appartiene a noi", siamo già nel domani. Nel deserto di oggi la Destra deve giocare il suo ruolo e, forte dei suoi valori, dare risposte certe ai problemi di sempre: la difesa della famiglia, della vita, del lavoro. Ma anche dare risposte certe alle nuove "emergenze", al mondo che cambia, senza ipocrite finzioni : il problema dell’occupazione giovanile, dell’immigrazione, delle diversità. Risposte nuove ma sostenute dal senso di tolleranza e di accettazione, che non vuol dire buonismo. La Destra potrà vivere ed essere vincente se, abbandonando l’immagine stantia e vecchia dell’intolleranza, togliendo alla sinistra il monopolio delle risposte agli interrogativi della società, saprà interpretare senza infingimenti e senza compromessi, ma con la schiena diritta, forte della sua tradizione, il mondo che cambia. Diversamente è destinata ad essere un’associazione di reduci, di nostalgici, che sognano un improponibile ritorno di ciò che non può tornare … o si accoderà ad altre formazioni per sciogliersi in un unanimismo che la cancellerà del tutto. Purtroppo oggi sono queste le strade aperte e che si stanno percorrendo…

V.A.F.

Inevitabilmente Vittorio Sgarbi se la prende con qualcuno. Sempre. Se poi va in televisione state pur certi che il suo eloquio, ben fornito e tornito, pieno di immagini e parole ricercate, sarà certamente infarcito di parolacce, espressioni volgari, magari anche insulti, come un hot dog farcito con würstel, ketchup, maionese o senape. E sennò perché lo inviterebbero nei talk show? Sgarbi fa spettacolo, come la Belen con annessa farfallina! L’uomo è un intellettuale in gamba, grande critico d’arte, fascinatore, ma il suo essere sempre e comunque "contro" alla lunga infastidisce. Il 23 aprile su "il Giornale", nell’articolo "Un appunto ai professori : la laurea non dà lavoro" se l’è presa con il ministro Elsa Fornero : " ci irritano i toni da maestrina, le lezioni di vita e di comportamento". Da quale pulpito… Il tutto perché "si è permessa di lanciare un monito impertinente alle famiglie: "Prima di preoccuparvi della casa, provvedete ad assicurare una laurea ai vostri figli". E giù a dire che "l’università non è l’alternativa dell’alloggio", che "non è carino abitare al dormitorio pubblico", che le lauree "per trovare un lavoro sono inutili, perché non garantiscono una preparazione tecnico-professionale", ecc. ecc. Un insieme di luoghi comuni che proprio non era il caso di evocare. Che si trovi prima lavoro come idraulico o fornaio, a parte la crisi, lo sanno tutti. Sgarbi poteva evitare queste banalità. Che il lavoro "intellettuale" abbia i suoi difficili inserimenti nel mondo del lavoro lo sanno anche i bambini (basti pensare al precariato degli insegnanti), ma da qui a svilire in modo ridicolo lo studio e le università ne corre. D’altra parte Elsa Fornero che oltre ad essere professore ordinario di Economia presso l’Università di Torino è anche dal novembre scorso ministro del Lavoro nel governo Monti, insieme ad Agnese Romiti e Mariacristina Rossi è stata autrice dell’articolo "Il mattone in Italia vale più dell’istruzione?", pubblicato già nel numero di gennaio/febbraio di quest’anno sulla Rivista dell’Università Cattolica "Vita e Pensiero". Fra l’altro vi si dice : "L’Italia esibisce un tasso di partecipazione all’istruzione terziaria molto basso per un Paese "ricco" : secondo dati Ocse nel 2006 solo il 13 per cento tra coloro che erano tra i 25 e i 64 anni di età era iscritto all’università, contro il 27 per cento della media. Come sottolineato da Ocse, il basso grado di istruzione caratterizza tristemente il nostro Paese ed è considerato uno degli elementi potenzialmente responsabili della mancata o asfittica crescita". Altro che università di massa! Eppure non si trova di meglio che mettere alla berlina chi invoca una maggiore istruzione, portatrice oltretutto di progressi sociali e di miglioramento di reddito. E’ vero : Elsa Fornero ha un po’ l’aria da maestrina. Ma è una maestrina che si commuove parlando dei sacrifici che si dovranno imporre ai pensionati. L’abbiamo vista in diretta in TV commuoversi sino a strozzarsi la voce : cosa inaudita, nel senso etimologico di mai udito… Beh noi preferiamo questi tecnici/politici ai politici di professione che imbastiscono discorsi retorici, che prend ono in giro i loro stessi elettori, che becchiamo sempre più frequentemente con le mani nella marmellata. Il governo Monti non ci piace più di tanto, ma almeno la Fornero con la sua lacrima ha dimostrato che crede in quello che fa, che sente quello che dice, che ha un’anima!


Il Barbarossa

 

Dopo quelle dalmate, dove la tragedia era già iniziata nel 1944, Fiume fu la prima città ad essere sconvolta dai delitti compiuti dai partigiani subito dopo l’occupazione (maggio 1945) e dalle tante uccisioni indiscriminate. Fra i Caduti più noti si ricordano i senatori Riccardo Gigante ed Icilio Bacci, ma anche i maggiori esponenti dell’autonomismo, tra cui Nevio Skull e Mario Blasich, assassinato nel proprio letto di invalido per essersi rifiutato di riconoscere che l’Olocausta potesse diventare jugoslava. I fiumani, quando appresero che l’Italia di Alcide DeGasperi aveva rinunciato aprioristicamente alla loro difesa, proponendo per confine la vecchia linea Wilson, non ebbero alternativa all’Esodo e partirono in massa: chi col permesso di espatrio, chi clandestinamente, chi alla luce dell’opzione consentita dal Trattato di pace del 1947. A fronte di una popolazione nell’ordine delle 60 mila unità, furono almeno 54 mila i cittadini profughi. Pola ebbe un destino analogo, maturato attraverso circostanze diverse. Dopo i quaranta giorni dell’occupazione titoista, caratterizzati da tragedie analoghe a quelle avutesi altrove, che culminarono nell’affondamento della moto-cisterna "Lina Campanella" con circa 350 prigionieri a bordo (la maggioranza scomparve nel naufragio avvenuto il 21 maggio, mentre i superstiti furono nuovamente arrestati dai partigiani ed avviati ai famigerati campi di detenzione), la città, assieme ad un piccolo circondario, era stata inclusa nella Zona anglo-americana della Venezia Giulia: quanto bastava per suffragare la speranza che col Trattato di pace almeno Pola non sarebbe stata trasferita alla Jugoslavia. Un anno dopo, quando in luglio si diffuse la notizia che la Conferenza di Parigi aveva deciso in senso contrario, la sorpresa fu pari alla disperazione. Il colpo di grazia alle attese dei cittadini di Pola sopravvenne il 18 agosto 1946 col terribile eccidio di Vergarolla ordito dall’OZNA, la polizia politica di Tito, allo scopo di azzerare le ultime resipiscenze, come autorevoli esponenti del regime, quali Edvard Kardelj e Milovan Gilas avrebbero ammesso in tempi successivi. Sulla spiaggia di Vergarolla, contigua a Pola, dove erano convenute centinaia di persone per la Giornata della "Pietas Julia", vennero fatte esplodere 29 mine contenenti nove tonnellate di esplosivo: le vittime, molte delle quali non poterono essere nemmeno identificate, furono oltre cento, in maggioranza donne e bambini, con un’età media di 26 anni. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’atto terroristico, anche se la conferma ufficiale sarebbe giunta mezzo secolo più tardi con l’apertura degli Archivi britannici di Kew Gardens. Al pari degli altri, anche l’Esodo da Pola ebbe carattere plebiscitario, completandosi entro il marzo 1947: partirono 28 mila persone su 30 mila abitanti, in larga maggioranza via mare, con destinazioni articolate fra Venezia, Ancona e Trieste. Carattere distintivo di questo Esodo fu la concentrazione in viaggi collettivi, con accoglienze negative tanto più sorprendenti in quanto gli istriani avevano dovuto abbandonare tutto e sbarcavano, al massimo, con qualche povero bagaglio: i comunisti, sobillati dalla loro stampa, non perdonavano a quegli infelici di avere rifiutato il "paradiso di Tito". A Bologna i "treni dei profughi" non poterono sostare in stazione per qualche assistenza minima perché i ferrovieri rossi avevano minacciato lo sciopero; a Venezia furono oltraggiate persino le spoglie di Nazario Sauro; a Genova, durante la campagna elettorale del 1948 i candidati del Fronte Popolare avrebbero paragonato i "banditi giuliani" a quelli che infestavano la Sicilia. I campi di raccolta frettolosamente predisposti in Italia furono 109: generalmente privi di ogni conforto sia pure ridotto all’essenziale, non furono estranei alla frequente decisione di emigrare in Paesi lontani. A fronte di un Esodo complessivo che alla fine avrebbe interessato 350 mila persone (compresi i profughi dalmati e quelli dalla Zona "B" del cosiddetto Territorio Libero di Trieste), furono circa un quarto coloro che partirono per l’Estero: più spesso verso Paesi oltremare, dove molti avrebbero affermato la dignità umana e civile della loro scelta con l’impegno nel lavoro e nella vita sociale. A proposito di Pola, si deve ricordare che il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi veniva sottoscritto il Trattato di pace imposto dagli Alleati, la patriota italiana Maria Pasquinelli uccise con tre colpi di pistola il Gen. Robert De Winton, Comandante della piazzaforte locale, per esprimere l’estrema, disperata protesta nei confronti dell’iniqua condanna freddamente pianificata dai vincitori, in ossequio alle pretese della Jugoslavia avallate dall’Unione Sovietica. Maria, che era stata crocerossina sul fronte africano e poi insegnante in Dalmazia dove aveva collaborato alacremente alle onoranze per i Caduti italiani, si era distinta nel Comitato per l’assistenza ai profughi di Pola con grande disponibilità ed altruismo, ed aveva confidato di compiere un gesto di risonanza mondiale, nella consapevolezza di compiere un sacrificio totale. In effetti, due mesi più tardi, il processo celebrato a Trieste davanti ad una Corte Alleata si concluse con la condanna a morte, poi commutata in quella dell’ergastolo. Maria Pasquinelli, affidata alla giustizia italiana per l’espiazione della pena, sarebbe stata graziata nel 1964, dopo 17 anni di detenzione. Oggi, ospite di un pensionato, vive a Bergamo.

C.M.

Gli studiosi continuano la ricerca del vero Shakespeare, vale a dire la ricerca mirante a stabilire l’identità del vero autore di quell’insieme di capolavori fin qui attribuiti al William Shakespeare di Stratford-upon-Avon. La paternità letteraria di quest’ultimo, circa l’opera cosiddetta shakesperiana, è infatti contestata da molti a causa di numerosi, consistenti indizi "contrari". Basterà dire che questo Shakespeare attore, impresario teatrale, proprietario terriero, usuraio, non lasciò, alla sua morte, libri in eredità. E del resto, anche se avesse posseduto una ricca biblioteca, come la sua creazione letteraria farebbe supporre, il lasciare libri alle figlie sarebbe servito a ben poco, visto che queste erano analfabete. Il che, dopo tutto, non dovrebbe neppure stupire più di tanto, poiché sembra che lo stesso William Shakespeare non fosse andato negli studi più in là delle elementari. Ed ecco che un serissimo studioso, John Hudson, sostiene in un articolo accademico ("Amelia Bassano Lanier; A New Paradigm") pubblicato in una prestigiosa rivista (The Oxfordian) che il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare fu una donna, certa Amelia (Aemilia o Emilia) Bassano, figlia di un Baptiste (Battista) Bassano, musicista veneziano che era stato fatto venire a Londra a suonare nell’orchestra di corte. I Bassano di Venezia erano molto probabilmente dei "conversi" o "marrani", come venivano chiamati gli ebrei convertitisi al cristianesimo. Una tale attribuzione di paternità letteraria - e forse sarebbe più giusto dire "maternità" - sarebbe stata accolta nel passato con espressioni d’incredulità e persino di dileggio. Ma i tempi sono cambiati: che l’autore immortale sia in realtà una donna, è un’idea oggi accettabile. Gli argomenti presentati da questo studioso a sostegno della sua attribuzione dell’"identità Shakesperiana" alla Bassano, vengono analizzati con serietà anche da quella parte della critica che è in genere poco disposta ad accettare proposte troppo innovatrici. Il sesso femminile della presunta autrice spiegherebbe dopo tutto la necessità che l’autore ebbe di scrivere sotto pseudonimo in quell’epoca lontana, quando era molto difficile trovare un editore per opere letterarie femminili. Quindi che fosse donna, è un’idea oggi accettabile. Sì, donna... Ma italiana? La discendenza italiana della Bassano è per molti un fattore difficile da mandare giù. Lo mostra tra l’altro il fatto che nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti la tesi di John Hudson, l’accento non è mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. E dire che l’identità culturale è uno degli elementi base dell’operazione d’identificazione, compiuta da John Hudson, circa il vero creatore dell’universo shakesperiano, universo marcato da una forte "italianità". "Italianità" non solo di personaggi e di storie ma anche di fonti letterarie. Ebbene, torno a ripetere: l’italianità della Bassano, presunta autrice dell’opera attribuita fin qui a Shakespeare, non sembra destare alcun interesse tra gli addetti ai lavori o anche tra il pubblico profano. Nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti l’audace tesi di John Hudson, l’accento non è quasi mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. Vivissimo interesse suscita invece il fatto che la Bassano fosse un’"ebrea", come la stragrande maggioranza dei commentatori, istantaneamente, l’acclama con compiacimento. Un’altra cosa anche sorprende - ed è questo il punto che intendo sollevare adesso, invitandovi a considerare tutto quanto precede come una sorta di lungo preambolo. Sorprende che non si citi, in questi commenti, il professore universitario Lamberto Tassinari di Montréal, autore di un documentato studio - "John Florio - The Man who was Shakespeare" (Giano Books, 2009) - anteriore a quello di John Hudson, e ricco di elementi che vanno nello stesso senso di molti degli argomenti fatti valere da Hudson nel suo saggio sulla Bassano. Tassinari nel suo libro aveva proposto, quale autore delle opere del cosiddetto "Shakespeare", John Florio; anche lui, al pari della Bassano, di origini italiane. È giocoforza constatare che l’intensità delle reazioni con cui è stata accolta la tesi di Hudson contrasta con il disinteresse che ha circondato finora la tesi fatta valere da Tassinari. Come spiegare questa differenza di trattamento? Un inizio di spiegazione ce lo dà la maniera in cui, nella stragrande maggioranza dei commenti consacrati alla tesi di Hudson, si sorvola allegramente sul legame che intercorreva tra Amelia Bassano e l’Italia, il cui padre, lo ripeto, era nativo di Venezia. Si constata insomma nei commenti uno scarso interesse per l’aspetto italiano della ricca identità culturale della Bassano. Questa del resto è identificata in più occasioni semplicemente come Amelia Lanier, con il solo cognome del marito e con l’omissione di quello suo proprio: Bassano, forse con l’intento di rendere Amelia più accettabile al pubblico "normalizzandola" anche nel nome. La Bassano è inoltre costantemente definita "ebrea" e mai "italiana". Queste constatazioni ci aiutano a capire il disagio che deve aver provocato il libro di Lamberto Tassinari, perché libro scritto su un italiano, da un italiano, in lingua italiana (la prima versione è stata in italiano: "Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio" Giano Books, 2008). Speriamo che l’edizione inglese del suo libro venga accolta con maggior interesse, anche perché è ormai impossibile sottacere i forti apporti della cultura italiana all’opera cosiddetta shakesperiana. Mi si potrà a questo punto obiettare che l’attribuzione dell’opera shakesperiana ad Amelia Bassano, un personaggio con antenati ebraici, riesce a dare una spiegazione al fatto che le opere di Shakespeare siano ricche di conoscenze religiose, ebraiche incluse. Ebbene, anche John Florio, figlio del predicatore Michelangelo Florio, era un profondo conoscitore di testi sacri. E oltretutto non è per nulla escluso che anche i Florio discendessero da ebrei. Nel suo notevole libro, Lamberto Tassinari accenna solo a quest’ultimo particolare, senza dilungarvisi. Se vi avesse ricamato solo un po’ su, sono sicuro che avrebbe immediatamente suscitato l’interesse degli addetti ai lavori e di una larga fetta di pubblico. Per essere più chiaro ricapitolerò con parole un po’ diverse quanto già da me detto: il fatto che sull’italianità del padre di Amelia, Battista Bassano, si sorvoli quasi completamente, mentre si pone un entusiastico accento sull’ebraicità degli antenati della Bassano, ci aiuta anche a capire perché la tesi di Tassinari su John Florio, personaggio quest’ultimo troppo italiano per i gusti di esperti e profani, non abbia suscitato l’interesse che questa tesi meritava. È inutile commentare che solo certi tipi di nomi - vedi il nome "Ponzi" - sono capaci di far scattare nella mente di un pubblico un immediato legame con l’Italia e gli italiani. Noi siamo grati a Lamberto Tassinari di aver messo in ampia luce, con il suo "John Florio - The Man who was Shakespeare", il profondo legame che l’universo shakesperiano ha con l’Italia. Legame che la sorprendente, affascinante tesi di John Hudson - al di là della diversità del volto ch’egli pone dietro l’enigmatica maschera shakesperiana - riafferma e consacra. In una futura edizione - ripetiamo l’invito a Tassinari - questi farebbe senz’altro bene bene a ricamare su un fattore quanto mai prezioso in campo accademico e commerciale: le possibili radici ebraiche dello stesso Florio.

Claudio Antonelli

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L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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