Cultura

 

I politici dovrebbero riaffermare il proprio impegno dimostrando di non essere succubi degli interessi economici che collegano i Paesi occidentali alla Cina. Difendere i diritti dei tibetani non e’ una scelta ma un dovere. Come possiamo accettare di commerciare con un paese che viola i diritti umani in modo cosi’ evidente?

D’altra parte anche liberare i cittadini cinesi dal giogo dell’ignoranza dettato dal proprio governo e’ un dovere. Come possiamo instaurare partnership, svolgere fiere, aprire attività in Cina quando sappiamo in che stato di inconsapevolezza vengono preservati i cinesi? Pensiamo alla prima contestazione di quest’anno per le Olimpiadi: mentre tutto il mondo ha visto che, in Grecia, durante l’intervento del politico cinese, un contestatore ha mostrato uno striscione pro tibet, i cinesi non hanno visto nulla… avevano la differita di 45 secondi, tempo sufficiente per tagliare le immagini. Mentre in tutto il mondo e’ possibile utilizzare motori di ricerca, posta elettronica e qualsiasi altro strumento legato ad Internet, i cinesi non possono: esiste la censura, il controllo dei messaggi email, i provider di Stato possono aprire o chiudere le connessioni, google ed altri possono essere semplicemente oscurati. Sono solo due esempi che devono far riflettere sul fatto che non si tratta solo di difendere i tibetani, di preservare la loro cultura, di "salvare il salvabile" dopo quasi sessant’anni di persecuzioni ma anche di portare consapevolezza al popolo cinese, di ristabilire la verita’: insomma, e’ anche il popolo cinese che va salvato. Cinesi e Tibetani in questo senso dovrebbero essere uguali ai nostri occhi: entrambi i popoli sono da salvare.

Di certo l’annientamento sistematico della civiltà tibetana e’ un male così evidente che molti si sono sensibilizzati. Lo stato di ignoranza in cui vive il popolo cinese però e’ altrettanto grave. Il governo cinese tiene all’oscuro il popolo in merito a ciò che potrebbe danneggiare la propria immagine. E’ possibile che un Paese democratico abbia un dialogo con chi viola ogni valore fondamentale di rispetto verso il proprio popolo? Come possiamo tollerare che il governo cinese non possa essere messo in discussione all’interno del proprio confine? Come possiamo tollerare che il governo cinese, dal 1950 quando l’armata rossa entrò nei confini del Tibet, distrugga i monasteri, persegua i monaci e violi i diritti umani di un popolo intero? La politica deve riconquistare il dominio sull’economia. Gli interessi delle imprese devono passare in secondo piano quando ci si trova di fronte ad una situazione di questo genere. La Cina deve avviare un processo di democratizzazione, di consapevolezza civile, di scoperta del valore della libertà. Soltanto con un interlocutore che almeno lanci le basi per un processo di cambiamento e’ corretto proseguire il dialogo. Non abbandoniamo i tibetani e non abbandoniamo i cinesi. Impegniamoci, oggi, a fare qualcosa per portare un cambiamento nella politica del governo di Pechino. Impegniamoci, domani, a non smettere di pensare ed agire a favore del popolo del Tibet e della Cina.

Vito Andrea Vinci



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • A PROPOSITO DI SCHIAVITU’
  • UN DIARIO... CORSARO



    A PROPOSITO DI SCHIAVITU’

    All’inizio del 1808, il terzo Presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, si fece promotore di una decisione epocale, cancellando la tratta degli schiavi, che aveva consentito ai trafficanti della carne umana di deportare milioni di persone, in condizioni che definire disumane è certamente riduttivo: secondo valutazioni circostanziate, non erano più di un terzo coloro che riuscivano a sopravvivere alle retate dei negrieri in terra d’Africa ed a trasporti allucinanti, per approdare nell’America settentrionale, dove venivano venduti e sfruttati nelle piantagioni e nelle nuove attività economiche.
    Il secondo centenario dell’editto di Thomas Jefferson, solo parzialmente umanitario perché eliminava la tratta ma non la schiavitù, che restava tale per tutti coloro che erano stati già "importati" e per i loro eredi, non è stato oggetto di celebrazioni significative, anche negli Stati Uniti. In effetti, si sarebbe dovuto attendere un ulteriore sessantennio, per giungere alla cancellazione della schiavitù, quale istituto giuridico vigente nella legislazione statunitense, al prezzo di una guerra lunga e sanguinosa tra gli Stati abolizionisti del Nord e quelli del Sud, contrari all’egualitarismo, per taluni aspetti rivoluzionario, di Abramo Lincoln.
    Altrove, la schiavitù avrebbe continuato ad esistere per parecchio tempo: basti pensare che in Paesi come l’Arabia Saudita o la Mauritania è stata cassata dai rispettivi ordinamenti soltanto nel 1963 e nel 1980.
    La ricorrenza del provvedimento di Jefferson costituisce comunque una buona occasione per meditare sulla permanenza delle condizioni schiavistiche nel mondo di oggi, ad onta delle varie Dichiarazioni dei diritti che presiedono, o dovrebbero presiedere, ad una convivenza civile degna di questo nome. Basta guardarsi intorno per comprendere come la schiavitù sia tuttora diffusa in ogni dove, e come alle vittime nulla importi se non esiste più sul piano istituzionale, rendendola a più forte ragione inaccettabile sul piano etico-politA?"???ico, e naturalmente, su quello giusnaturalistico.
    E’ sconcertante constatare che questa schiavitù "di fatto" tende addirittura a crescere, a fronte delle maggiori difficoltà economiche indotte dal contenzioso fra Stati ed etnie, dalla conflittualità religiosa, e prima ancora, da uno sviluppo demografico che ha sestuplicato la popolazione mondiale nel breve giro di un secolo. Ciò accade in misura maggiore nel terzo mondo e nelle zone depresse (basti pensare, per limitarsi a poche fattispecie clamorose, alla schiavitù cui un dittatore sanguinario volle costringere l’intera Cambogia, fino a tradurla in genocidio; ovvero, alle condizioni del Tibet, che dopo mezzo secolo di assolutismo cinese sono ulteriormente peggiorate rispetto a quelle, pur drammatiche, del 1950, come attesta la civile testimonianza del Dalai Lama). Eppure, la schiavitù non è esclusiva dei Paesi governati da sistemi autoritari o totalitari, e permane in sacche talvolta vistose, anche dove "libertate è fiorita".
    Non è forse vero che le condizioni degli Indiani d’America, spesso confinati in riserve, e condannati ad una malinconica sopravvivenza, sono tuttora contrarie allo spirito ed alla lettera delle Dichiarazioni? Non è forse vero che un flusso incontrollato di emigranti come quelli che attraversano quotidianamente il Mediterraneo a rischio della vita alimenta condizioni di autentica schiavitù, e quel che è peggio, di bassa forza al servizio della delinquenza organizzata?
    Gli esempi potrebbero continuare, ma la questione di fondo, al di là della loro elencazione, sta nel fatto che le cose non cambiano sul piano sostanziale, perché esistono principi generali e norme conseguenti, ma generalmente sfornite di sanzioni.
    La tratta degli schiavi non esiste, sulla carta, già da due secoli, come non esiste la schiavitù, ma la realtà dei fatti contraddice in modo evidente, e spesso spietato, quella del diritto positivo, e prima ancora il diritto naturale e lo stesso messaggio cristiano. Non è azzardato concludere affermando che, al giorno d’oA?"???ggi, le soluzioni sia pure parziali possono essere affidate soltanto ad una legislazione internazionale veramente prescrittiva e condivisa.
    In un quadro di lungo termine, o meglio, in una prospettiva talmente lontana da potersi definire teleologica, l’abolizione effettiva della schiavitù sembra subordinata alla costituzione di una Repubblica mondiale conforme agli auspici di taluni grandi utopisti contemporanei come Ernesto Balducci: a patto, beninteso, che i suoi principi fondanti divergano in modo totale dal "volto demoniaco del potere" teorizzato da Gerhard Ritter, ma propongano l’avvento di un autentico universalismo umano e civile.

    Carlo Montani


    UN DIARIO... CORSARO

    Fare una recensione di un’Agenda, di un Diario, non mi era mai successo…Eppure quella che mi è capitata tra le mani è un’agenda tutta speciale. L’ ha voluta Massimo Corsaro, Coordinatore regionale della Lombardia per Alleanza Nazionale ; l’ ha voluta perché quest’anno ricorre, fra i tantissimi anniversari, anche il 40° del ’68. "E’ facile prevedere un lungo susseguirsi di rievocazioni nostalgiche di ex figli dei fiori, rivoluzionari col conto in Svizzera, pacifisti a senso unico, anarcoidi illuminati(?) e quant’altro fu il prodotto di quella stagione", dice Massimo Corsaro. Ed allora spetta " a noi il compito di ristabilire la verità". Per questo Corsaro ha pensato di produrre un’ Agenda con la "raccolta di cronache, racconti e commenti dell’epoca scritti e vissuti "dalla nostra parte". L’Agenda, giova ricordarlo, è dedicata - come si legge nel risvolto di copertina - all’indimenticabile Marzio Tremaglia. Grazie anche alle vignette di Candido e del Borghese l’Agenda ricostruisce quell’anno "maledetto", compiendo in questo modo pure un’operazione di recupero di un giornalismo satirico che ha fatto storia.

    Barbarossa

 

Tutto si sarebbe potuto pensare nell’Italia di oggi, ma non certo che la Fiera del Libro di Torino, pervenuta alla XX edizione, si trasformasse in una vetrina di rivendicazioni da parte della minoranza slovena di Trieste e provincia, alcune delle quali davvero surreali. Invece, è puntualmente accaduto, durante la presentazione di talune opere letterarie di sette Autori sloveni contemporanei, introdotti da Giorgio Pressburger, esponente significativo di quella minoranza. Sia ben chiaro: nessuno ha da sollevare eccezioni sul fatto che in una grande manifestazione culturale come quella del Lingotto si dia spazio a tutte le voci, sia perché i confini del mondo letterario si sono praticamente dissolti, sia perché, nel caso specifico, il recente ingresso della Slovenia in seno all’Unione Europea rende a più forte ragione attuale il dialogo con la sua cultura, e con esso, l’approfondimento di un rapporto che lo stesso Pressburger, nella sua prolusione, ha lamentato essere tuttora episodico, se non addirittura minimo, precludendo l’accesso a spazi di più ampia e definitiva "pacificazione". Il relatore, dopo avere premesso che, a suo giudizio, molti italiani non conoscono l’esistenza stessa della Slovenia, e nella migliore delle ipotesi, si disinteressano dei suoi problemi, ignorando valori culturali che sarebbero una vera e propria "ricchezza" dell’Italia, ha sottolineato che la minoranza è vittima, ancor oggi, di molte "umiliazioni", tanto più gravi perché perpetrate da parte di un Paese come l’Italia stessa, che pure è una "grande superpotenza culturale", e quindi destinata ad esercitare un ruolo più importante, alla lunga, di quello delle superpotenze militari. Alla fine, il Prof. Pressburger, forse trascinato dalla foga, ha ripetuto che i cittadini italiani di espressione slovena sono trattati "in modo subordinato", ha affermato che "l’orizzonte è cupo", ed ha aggiunto che la minoranza, vittima di un vero e proprio "degrado", deve lottare per la sua stessa "sopravvivenza", ed arroccarsi in una strategia di permanente difesa. Non basta: gli stessi editori italiani sono stati accusati di essere "razzisti" solo perché si ostinano ad ignorare poeti, romanzieri e narratori di Slovenia, tanto che, secondo la sorprendente conclusione dello stesso Pressburger, bisogna "costringerli" a cambiare registro. Tutti sanno che, non da oggi, la minoranza slovena in Italia è una delle più protette in assoluto, sia da parte dello Stato che della Regione Friuli Venezia Giulia: motivo di più, per essere quanto meno sconcertati a fronte di affermazioni così categoriche e non certo collaborative, anche se pronunciate al cospetto di pochi intimi. Peccato, perché la presentazione di esponenti della cultura slovena contemporanea come Boris Novak e Miroslav Kosuta, anche attraverso la lettura di alcune loro composizioni, avrebbe potuto essere un momento di effettiva aggregazione, e di auspicabile superamento di quella "Trieste triste" in cui, secondo le parole dello stesso Kosuta, non è difficile imbattersi in chi "già da tempo vorrebbe infine morire". Sta di fatto che taluni esponenti di spicco della minoranza slovena, nonostante la sua rappresentanza nel Parlamento nazionale e quella più significativa nel Consiglio regionale, non hanno ancora superato i complessi di un radicato sciovinismo, trasformando, come nella fattispecie, una tribuna letteraria in una passerella politica, con riferimenti storici ai fatti del 1920, quando l’incendio del "Balkan" avrebbe annullato i valori di una civile convivenza, se non anche ai censimenti austriaci, i cui conteggi avevano evidenziato la presenza di un buon terzo di sloveni (in un comprensorio non certo omogeneo all’odierno contesto provinciale). Sarebbe troppo facile, a questo punto, contestare chi ha affermato che il Golfo di Trieste è diventato "uno stagno", e che la città di San Giusto è il "polmone" della Slovenia, nella stessa misura in cui Lubiana ne è il "cuore", sottintendendo la permanenza di mal sopite nostalgie, se non anche di rivendicazioni. Se la cultura non ha confini, pur esprimendosi attraverso un linguaggio non ancora universale (fatta eccezione per quello della musica), e se le assise letterarie hanno una valenza sociale che tende a comporre divisioni ed incomprensioni, è il caso di stendere un velo su affermazioni come quelle udite a Torino, che oltre tutto, è appena il caso di porlo in evidenza, non hanno nemmeno il supporto di un pur evanescente "fumus boni juris".

Carlo Montani



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • BERTINOTTI CONTRO LEPANTO
  • GRAMSCI, UN GRANDE UOMO



    NUOVI ICONOCLASTI: BERTINOTTI CONTRO LEPANTO

    Con la decisione di rimuovere dallo studio di Montecitorio un quadro illustrativo della battaglia di Lepanto, che nel 1571 aveva dato luogo ad una vittoria cristiana epocale, il Presidente della Camera Fausto Bertinotti, contrariamente ai suoi stessi auspici, non ha reso un servizio alla causa islamica e della sua componente moderata, certamente maggioritaria. Infatti, la coscienza collettiva ha reagito con forte impostazione critica, facendo quadrato intorno ai valori della civiltà occidentale e prendendo le distanze, in termini più accentuati, da tutte quelle suggestioni terzomondiste che ormai da tempo fanno parte del bagaglio di una sinistra sempre più lontana dal marxismo ortodosso, ma sensibile come non mai al richiamo radical-chic.

    Il mondo ha comprensibilmente gridato allo scandalo quando i talebani fecero scempio delle statue afghane di Buddha che costituivano una componente significativa del patrimonio culturale dell’umanità, nella stessa misura in cui aveva manifestato totale dissenso dalle efferatezze perpetrate dalle Guardie Rosse di Mao durante la seconda ondata della Rivoluzione cinese, non solo nei confronti del popolo, ma persino in quello dell’arte, che in quanto tale trascende dottrine, ideologie ed epoche. Ebbene, quanto ha fatto Bertinotti si inserisce nella stessa negazione di una cultura intesa come valore universale: dopo tutto, la volontà di affermare la priorità del pluralismo, della comprensione e della pace, che secondo il Presidente della Camera costituisce la chiave di lettura del discusso provvedimento, avrebbe potuto essere manifestata attraverso iniziative di tipo convenzionale, come un convegno od un simposio, in cui distribuire gli abbracci di rito a qualche musulmano, meglio se fondamentalista.

    Rimuovendo il quadro di Lepanto (a proposito, sarebbe il caso di avere notizie meno approssimative sulla sua nuova collocazione), Bertinotti ha voluto dare, invece, un segnale piuttosto preciso di simpatie che hanno ben poco di laico e molto di iconoclastico: sul piano morale, se non è un’offesa ai valori fondanti dell’impegno cristiano, a cui il Presidente della Camera dovrebbe essere sensibile, se non altro per la matrice solidaristica che in altre occasioni aveva dichiarato di condividere, poco ci manca.

    Con la battaglia di Lepanto, la storia d’Europa, ma si potrebbe dire del mondo,fece registrare una svolta fondamentale, non solo per la sofferta vittoria delle armi cristiane, ma prima ancora, perché la concentrazione di forze che diede luogo alla Lega Santa parve anticipare, sia pure brevemente, una più moderna consapevolezza di quanto possa unire, piuttosto che dividere, l’appartenenza ad una civiltà capace di parlare al cuore degli uomini, perché fondata sullo spiritualismo. La difesa di questa civiltà, che ebbe momenti essenziali non soltanto a Lepanto, ma un secolo più tardi, anche davanti alle alture viennesi del Kahlenberg, perché l’avversario era a sua volta credente e valoroso come pochi, si tradusse in fasti da epopea: proprio per questo, il riconoscimento di tanti sacrifici attraverso l’arte figurativa non avrebbe potuto e dovuto essere tradito per una concessione alla moda od alle convenienze contingenti.

    In buona sostanza, Fausto Bertinotti, negando il ruolo di un’arte che supera per definizione i limiti del contingente, ha confermato, forse non del tutto inconsciamente, lo schematismo di una formazione culturale in cui anche il momento estetico finisce per essere subordinato a pregiudiziali utilitaristiche. Va soggiunto, peraltro, che nel caso di specie si tratta di un utilitarismo privo di un’ampia valenza sociale, ma subordinato ad esigenze di impatto meno nobile, come quelle del cosiddetto "teatrino della politica".

    Il Presidente della Camera è uomo di grande esperienza e di spiccata sensibilità, ma proprio per questo sorprende che nella fattispecie non abbia ritenuto di dover prescindere dalle sue propensioni ideologiche, come sarebbe stato auspicabile per chi, occupando la terza carica dello Stato, ha da essere necessariamente "super partes". A dire il vero, Bertinotti non è nuovo a comportamenti che si possono definire partigiani anche dal punto di vista etimologico, come accadde a pochi minuti di distanza dalla sua stessa elezione, che non volle dedicare a tutti gli italiani, ma "alle operaie ed agli operai": con la differenza peggiorativa che nel caso della rimozione del quadro di Lepanto non si è reso responsabile di talune omissioni emozionali tutto sommato comprensibili, pur se ingiustificabili, ma di un provvedimento discriminante tanto meno commendevole, in quanto certamente programmato.

    Come fu detto, "non si mente alle proprie radici": nella maggioranza dei casi, è un assunto valido anche quando si accede alle massime cariche degli Stati, e si adottano decisioni di valenza meramente simbolica che non tengono conto del "Volksgeist" prevalente, ma si adeguano a pregiudiziali politiche di parte, senza rispetto veruno per la volontà di maggioranze che hanno il solo torto di essere troppo silenziose.

    Carlo Montani


    GRAMSCI, UN GRANDE UOMO

    Nel settantesimo della morte di Antonio Gramsci, vogliamo dedicare queste poche righe alla memoria di un uomo che seppe vivere e morire per le sue idee.
    Non ci riferiamo ad Antonio, il pensatore e leader comunista, ma a suo fratello Mario dimenticato da tutti perché ebbe la sventura di vestire la camicia nera.
    Più giovane di dodici anni, Mario Gramsci aderì al fascismo al ritorno dalla prima guerra mondiale che combatté con il grado di sottotenente. A nulla valsero i tentativi del fratello Antonio di convincerlo ad abbandonare la fede fascista per aderire a quella comunista, non ci riuscirono neppure le bastonate dei compagni che lo ridussero in fin di vita. Fu il primo segretario federale di Varese, volontario per la guerra d’Abissinia e combattente nel ’41 in Africa settentrionale.
    Dopo l’8 Settembre ’43, quando l’Italia si svegliò col fazzoletto rosso attorno al collo e la bandierina americana in mano, Mario Gramsci, invece di gettare la sua divisa come fecero molti suoi coetanei, continuò a combattere. Ma lo fece dalla parte sbagliata, dalla parte dei perdenti. Aderì infatti alla Repubblica Sociale Italiana. Fatto prigioniero, fu torturato per fargli abiurare la sua fede fascista. Poi fu deportato in uno campo di concentramento in Australia dove le durissime condizioni di detenzione riservate ai militari fascisti non renitenti, cominciarono a minare la sua salute. Rientrò in Patria sul finire del ’45 e subito dopo morì in un ospedale di terz’ordine attorniato solo dall’affetto dei suoi cari.
    Andò sicuramente meglio al celebre fratello Antonio che quando si ammalò in carcere, a causa di una malattia contratta da adolescente, fu scarcerato e, da uomo libero, poté curarsi a spese del Regime in una famosa clinica privata. Non pretendiamo che Mario Gramsci sia ricordato alla stregua del fratello maggiore a cui, giustamente, sono dedicati libri e intitolate piazze - perché al di là del giudizio storico rimane un grande del novecento - ma un piccolo pensiero, crediamo, lo meriti anche lui. Con Mario Gramsci vogliamo onorare tutti fratelli "minori", come il fratello di Pier Paolo Pasolini ucciso dai partigiani comunisti. Dimenticati, questi fratelli d’Italia, perché caddero dalla parte sbagliata.

    Gianfredo Ruggiero
    Presidente del Circolo culturale Excalibur

ESODO ED ESILIO - Numero 40

 

L’esodo giuliano e dalmata è stato caratterizzato da diversi aspetti speciali, che lo distinguono da molte esperienze analoghe. Tra di essi, vale la pena di ricordare ad uso degli immemori che non fu una qualsiasi migrazione, assimilabile a quelle di cui abbonda la storia italiana e recente, ma una scelta di civiltà e giustizia con un marchio di irreversibilità, tipico del vero esilio, nel quale non c’è speranza di ritorni più o meno lontani, ma nostalgia per la terra perduta, non disgiunta dalla permanente indignazione per i modi con cui venne praticata, come nel caso specifico, una vera e propria pulizia etnica.

Nel caso dei giuliani e dalmati, l’esodo, reso più drammatico dalle tragiche vicende che costarono la vita a tanti Martiri, fu contraddistinto subito, durante i lunghi anni nei quali si susseguirono le varie ondate da Zara, da Fiume, dall’Istria, poi da Pola, ed infine dalla Zona "B", dalla consapevolezza che esso costituiva il presupposto di un esilio senza appello, reso ancora più amaro, in molti casi, dal trasferimento in Paesi lontani, dove tanti profughi avrebbero ricostruito la propria vita su basi del tutto nuove.

Un esodo altrettanto massiccio aveva fatto seguito, nello scorcio conclusivo del 1917, alla rotta di Caporetto, quando l’intero Friuli e la parte settentrionale del Veneto furono abbandonati alla mercè dell’invasore, ma in quella circostanza l’angoscia dell’ora tragica fu mitigata dalla fede nella Vittoria e nel successivo ritorno, che avrebbe trionfato di lì ad un anno grazie al sole di Vittorio Veneto. C’è di più: in quella circostanza un intero Paese si strinse attorno ai profughi con encomiabile solidarietà, tanto che alcuni di loro sarebbero rimasti per sempre nelle regioni che li avevano accolti.

Al contrario, durante l’esodo giuliano e dalmata degli anni quaranta e cinquanta, accadde qualcosa di profondamente diverso, come è testimoniato dall’oltraggio di Venezia e di Ancona a chi scendeva dalle navi della diaspora con pochi poveri fagotti, se non anche alle ceneri di un Eroe come Nazario Sauro, o dal divieto di assistere un treno di esuli in transito dalla stazione di Bologna, dove fu minacciato lo sciopero generale se tanto si fosse osato. Secondo i nuovi padroni del vapore, quei disperati altro non erano se non un’accozzaglia di fascisti che erano stati giustamente puniti per le loro nefandezze e che, peggio ancora, avevano osato rifiutare il paradiso di Tito.

Queste considerazioni, a sessanta anni dal diktat del 1947, acquistano un significato importante che è bene proporre soprattutto agli ignari, perché attestano quanto ampia, e per taluni aspetti incolmabile, fosse stata la regressione compiuta nel giro di un solo trentennio a danno della sensibilità umana, civile e sociale del popolo italiano: non tanto per le sofferenze belliche, da cui il Paese era stato colpito con forte virulenza anche nella prima guerra mondiale, o per la paura di un futuro incerto e precario anche dal punto di vista economico, quanto per l’avvento del massimalismo comunista e delle sue malcelate attese di una rivoluzione definitiva.

In siffatto clima, l’esodo ebbe connotazioni ancora più deprimenti rispetto a quelle del 1917 o dello stesso 1919, quando ebbe luogo il grande abbandono della Dalmazia, con la sola eccezione di Zara, da parte di tutti gli italiani che non avrebbero potuto né voluto trasformarsi in sudditi del nuovo Stato jugoslavo creato a Versailles. Anche per questo, l’esperienza dei campi profughi si sarebbe protratta, in diversi casi, fin verso la fine degli anni sessanta: mancavano le case, non c’erano occasioni di lavoro, ma come attestano le cronache dell’epoca, negli esuli più anziani, deboli e poveri era subentrato uno scoramento esistenziale praticamente inguaribile, dovuto all’estrema precarietà delle loro condizioni contingenti, ma prima ancora, all’accoglienza matrigna che avevano ricevuto in patria, e che era tanto più dolorosa in quanto erano stati loro a doversi fare carico, pur senza colpa veruna, delle conseguenze di gran lunga maggioritarie della sconfitta.

Proprio per questo, a sessanta anni dall’esodo, e dall’inizio di un esilio che non avrebbe avuto fine, è congruo affermare che la recente istituzione legislativa di un "Giorno del Ricordo" capace di restituire una migliore visibilità storica a quella tragedia, dovrebbe essere suffragata da pur tardive misure di risarcimento, non solo a proposito del conclamato indennizzo equo e definitivo dei beni nazionalizzati, ma prima ancora, in termini morali: ad esempio, assicurando una tutela meno episodica dei sepolcri italiani in Croazia e Slovenia, già oggetto di troppe soperchierie; promuovendo un effettivo rispetto della normativa che fa divieto di dichiarare nati all’estero coloro che videro la luce in Istria e Dalmazia prima del trasferimento di sovranità; diffondendo una cultura storica meno approssimativa, e spesso mendace, attraverso una giusta revisione di testi scolastici generalmente evasivi e riduttivi se non addirittura falsi.

L’elenco potrebbe continuare, ma non è questa la sede per elaborare un "cahier des dolèances" che costituisce caso mai competenza specifica delle Organizzazioni giuliane e dalmate. Ciò che preme ribadire, invece, è che l’esodo giuliano e dalmata non fu soltanto un grande fenomeno plebiscitario attestante una scelta indiscutibile di giustizia, se non anche la fuga verso la salvezza fisica, ma un sacrificio affrontato nel tradizionale ossequio ai valori cristiani di tolleranza, pur nella tristezza di doverlo compiere nella logica dell’esilio: in altri termini, senza speranze di ritorni.

Le figure più nobili del movimento giuliano e dalmata non hanno mai fatto mistero della volontà di "tornare", e non già da semplici turisti, quasi a sottolineare la permanenza di una fede che lo scorrere del tempo non ha affievolito, pur proiettandola in un futuro indefinito, e pur dovendosi prendere atto non senza rammarico che l’occasione positiva è stata perduta all’inizio degli anni novanta, quando lo sfascio della ex-Jugoslavia e la caduta del Muro avrebbero consentito l’apertura di ben altri orizzonti.

In questo senso, l’esilio può essere davvero una caratterizzazione dell’esodo che, lungi dal tradursi in accettazione passiva dell’ineluttabile, voglia proporsi come vigile attesa e preparazione, non diversamente da quanto è già accaduto nella storia, compresa quella degli anni più recenti. Appena venti anni or sono, chi avrebbe mai scommesso sull’unificazione tedesca, o sul recupero della piena sovranità nazionale da parte degli Stati baltici o di altre componenti dell’ex-Unione Sovietica? Un famoso aforisma di San Paolo esortava ad essere pronti, ma implicitamente sottolineava che sarebbe colpa non dappoco, quella di farsi trovare impreparati.

Carlo Montani



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • FESTA DELL’EQUINOZIO: UN EVENTO DI CULTURA
  • QUANDO LA SCELTA ERA IN NOME DELL’ONORE



    FESTA DELL’EQUINOZIO: UN EVENTO DI CULTURA

    Chi ha mai detto che le piccole Comunità non possano esprimere un impegno culturale e civile, tanto più apprezzabile in una congiuntura socio-politica come quella contemporanea, troppo sensibile alle pur importanti pregiudiziali economiche fino al punto da fagocitare i valori della persona ed i contesti primari della vita associata? L’esempio di Trivignano Udinese in occasione della festa dell’equinozio, gentile consuetudine che richiama nella frazione di Clauiano tanta gente attratta dalla genuinità dell’ambiente e dall’originalità delle manifestazioni, dimostra ancora una volta il contrario.

    Quest’anno la festa dell’equinozio si è distinta per una serie di iniziative che hanno valorizzato al massimo, anche in un’ottica promozionale, le prerogative locali, a cominciare dai buoni cibi, e soprattutto dal buon vino, oggetto di un suggestivo "recital" in Casa Foffani, ad opera di Mario Cei ed Alessandro Quasimodo, che hanno letto versi di poeti antichi e moderni, con l’accompagnamento pianistico di Adalberto Maria Riva, dedicati proprio al vino, ed al suo ruolo salutare e stimolante nella vita umana. Lo stesso dicasi per le altre manifestazioni in programma, dal teatro delle marionette per la gioia dei bambini agli spettacoli teatrali, come quello dedicato a Primo Carnera, e soprattutto, "Prima che sia giorno", in cui è stato rievocato un episodio agghiacciante della Grande Guerra come la decimazione di Cercivento del 1916, esempio purtroppo diffuso di una "giustizia" militare dal volto tragicamente demoniaco.

    L’antico borgo di Clauiano, tappa obbligata dell’itinerario che collegava Aquileia a Cividale, è diventato protagonista di vita, e staremmo per dire di anima, in due giorni allietati dalla dolcezza dell’autunno incipiente, ma nello stesso tempo, nobilitati da intenti culturali che hanno trovato ampia risposta ed attenta audizione, sia nel pubblico locale, sia in quello proveniente da fuori provincia.

    Vale la pena di rammentare agli immemori, ed a coloro che si compiacciano di ricordare, che l’esempio di Trivignano dimostra come si possano fare "egregie cose" anche con pochi mezzi, coniugando al meglio l’apporto dei privati con l’impegno istituzionale, senza forzature contingenti né contraddizioni strumentali, e costituendo un modello idoneo ad essere recepito anche altrove. Del resto, i limiti di budget non hanno impedito di ascoltare, durante il "recital" di cui si diceva, passi di grande effetto tratti, fra gli altri, da Omero e da Baudelaire, od anche da Catullo, Leopardi, Neruda, Depero, e via dicendo, fino al padrone di casa Foffani, tutti a vario titolo innamorati del vino; per non dire dei pertinenti supporti musicali di Mascagni, Debussy e Verdi (non a caso, la conclusione è stata affidata a "Libiam nei lieti calici", pezzo straordinariamente idoneo ad un’iniziativa per il vino).

    La valorizzazione delle risorse locali, in buona sostanza, può essere perseguita con successo senza bisogno di ricorrere a manifestazioni stereotipe, spesso ripetitive, dando spazio ad una cultura non certo elitaria, ma fondata sulla memoria collettiva e sulla partecipazione generale. All’alba del nuovo millennio, piace sottolineare questa affermazione di genuinità, e questo forte convincimento di dover ravvisare nell’uomo la misura di tutte le cose.

    Carlo Montani


    QUANDO LA SCELTA ERA IN NOME DELL’ONORE

    Gianfranco Gambassini, Una pagina di vita in una pagina di storia: dalla Repubblica Sociale al Seminario Romano Maggiore, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2006, pagg. 152, euro 14.

    La storia, pur non essendo maestra di vita, perché in caso contrario consentirebbe di prevenire errori e deviazioni che invece vengono ripetuti con singolare pervicacia, ha sempre una valenza culturale, che diventa etica quando l’interpretazione dei fatti e delle idee che ne furono la matrice, trascenda conclusioni soggettive, o peggio strumentalizzazioni di comodo: come ha rilevato il Sen. Andreotti intervenendo alla presentazione di questo libro, tenutasi nella Sala Conferenze della Biblioteca del Senato, il bene ed il male non sono facilmente separabili, tanto che, più spesso di quanto si creda, "la cattiveria dei buoni è più dura di quella dei cattivi".

    Proprio per questo, ogni ricerca storica autenticamente tale, come questa di Gambassini, che non è un diario, come si potrebbe presumere a prima vista, ma una rivisitazione di esperienze umane sofferte e spesso tragiche, maturate in un momento traumatico come pochi, assume connotazioni di forte impegno civile, non disgiunto dall’ethos e dalla forza volitiva che esso comporta. Se è vero che "non si mente alle proprie radici", è anche vero che per fare grande storia è necessario comprendere, prima ancora delle proprie, le ragioni degli altri.

    Lo stesso Andreotti, nelle stimolanti riflessioni che hanno accompagnato il suo intervento alla presentazione di Gambassini, ha insistito sul tema, affermando che "ci vuole grande prudenza nel dare giudizi", e che il tempo trascorso dalle vicende della RSI non è ancora sufficiente per giudicare uomini e cose "con distacco assoluto" (cosa peraltro impossibile, perché la storiografia europea del Novecento, da Meinecke a Croce, ha formulato in termini ineccepibili il principio di "contemporaneità" della storia, sia essa antica o moderna).

    Ma c’è di più: il Senatore a vita, spingendosi in esemplificazioni analitiche, ha rammentato come nel dicembre 1940 Papa Pacelli, in visita al Quirinale, ebbe a caldeggiare presso il Sovrano la permanentizzazione della non belligeranza italiana, anche se questa scelta poteva sembrare opinabile, non essendo infondato chiedersi se "sarebbe stato il caso di lasciare tutto nelle mani di Hitler".

    Un’opera come quella di Gambassini, in buona sostanza, ha meriti di metodo e di contenuti che vanno ben oltre la narrazione di una dura esperienza umana, sia negli anni della RSI, sia in quelli immediatamente successivi, quando fu ospite del Seminario per sfuggire ai rigori di una "giustizia" sommaria, ma meglio sarebbe dire amorale, come quella partigiana.

    Si tratta di meriti messi puntualmente a fuoco, non soltanto dal Sen. Andreotti, ma anche dal Prof. Chiarini (Ordinario di Storia contemporanea alla Statale di Milano e Presidente del Centro Studi RSI), quando ha sottolineato come le scelte dei giovani che abbracciarono la causa dell’ultimo fascismo fossero in larga misura "prepolitiche", perché indotte da valori non certo contingenti come l’onore, la coerenza, e soprattutto l’idea di Patria; dal Prof. Parlato (Ordinario di Storia contemporanea all’Università San Pio V, e Rettore della medesima), quando ha ricordato come l’esperienza del ventennio non sia stata totalitaria, bensì autoritaria, anche perché molti fascisti erano cattolici, donde la mancanza di una forte convinzione ideologica, tanto da potersi dire che l’adesione alla RSI di uomini come Gentile, Biggini o lo stesso Gambassini sia stata una reazione (non priva di suggestioni aristocratiche) al trasformismo ed alla facilità di rivoltare le gabbane, tipica di quel momento, ma non solo di quello; e da Mons. Tani (Rettore del Seminario), il quale non ha mancato di rammentare come, sia prima del 1945, sia dopo, la risposta del movimento cattolico, e per esso di Mons. Ronca, Rettore dell’epoca, fosse stata sempre improntata "in funzione della carità cristiana", anche con forte rischio personale, ma non disgiunta da valutazioni etiche di base (e come le attuali dispute sul ruolo di Pio XII non abbiano reale fondamento, inquadrandosi, si dovrebbe aggiungere, in una dimensione antistorica, perché basate su conclusioni a posteriori che non tengono conto della "realtà effettuale" di quell’epoca davvero tragica).

    La storiografia contemporanea, nel quadro di un "revisionismo" che è stato demonizzato dalla "vulgata" tuttora prevalente, ma che, a ben vedere, ne costituisce l’essenza e la stessa ragion d’essere, perché conoscere ed interpretare la storia significa compiere opera di costante approfondimento (a cui il libro di Gambassini contribuisce in maniera non effimera), ha dimostrato che il ruolo della RSI non fu quello di servo sciocco del Reich, anche se per molti aspetti la sua sovranità fu certamente e dolorosamente limitata, almeno sul piano sostanziale, come attestano fenomeni come quelli dell’Adriatisches Kustenland o dell’Alpenvorland.

    Al contrario, se l’Italia non conobbe una sorte ancora peggiore, come quella di altri Paesi dell’Est, e se la logica dell’occupazione militare, al di là di non poche degenerazioni criminali, non si spinse al punto di fare terra bruciata, salvaguardando vite umane, infrastrutture, impianti industriali ed opere d’arte, ciò si deve proprio alla RSI, come ha posto in evidenza quella storiografia, ma come emerge anche dall’impegno divulgativo di uomini come Gianpaolo Pansa, dichiaratamente di sinistra, ma proprio per questo a più forte ragione apprezzabili in una ricerca della verità tuttora rischiosa, come ha dimostrato l’aggressione di Reggio Emilia ai danni del giornalista Autore della fortunata trilogia sulla Resistenza.

    In effetti, sia dall’una che dall’altra parte, come ha ricordato il Prof. Chiarini, ci furono ragioni ideali e motivazioni di nobile sincerità, ma anche per questo non potrà esserci una reale "pacificazione", nemmeno quando saranno scomparsi l’ultimo partigiano e l’ultimo "repubblichino", se quelle ragioni, spesso "più grandi di loro", se non anche motivate da fattori contingenti o da vere e proprie emergenze, non saranno comprese fino in fondo, e sublimate in un riconoscimento di pari dignità, anche per chi si trovò per convincimento o per circostanza dalla parte "sbagliata".

    Del resto, nefandezze di ogni tipo, come ormai è ampiamente documentato, furono compiute dall’una e dall’altra parte, perché la madre dei delinquenti, ahinoi, è sempre incinta; e poi, non è forse vero che anche gli Alleati si macchiarono di delitti condannati dallo stesso diritto internazionale, fucilando senza alcun motivo i prigionieri italiani in Sicilia, distruggendo obiettivi senza valore militare, e programmando azioni meramente terroristiche come i quaranta bombardamenti che rasero al suolo la piccola Zara, solo perché così piaceva a Josip Broz detto Tito?

    Se non altro per questo, grande merito etico-politico deve essere riconosciuto a Gianfranco Gambassini per avere consegnato agli ignari, e prima ancora agli immemori, quest’opera tanto più stimolante perché mutuata dalla grande storia, ma nello stesso tempo dalla dura esperienza personale; per avere dichiarato "assolutamente inaccettabile" le dichiarazioni di Gianfranco Fini secondo cui "la Repubblica Sociale Italiana è stata una vergogna", cosa che "ha offeso profondamente l’onore di tutti i ragazzi di Salò", ma anche "i valori morali della destra italiana"; e per avere concluso il suo intervento al Senato auspicando che la discussa legge con cui, nello scorcio dell’ultima legislatura, è stato finalmente riconosciuto ai combattenti della RSI lo "status" di belligeranti, ma "senza benefici", aggiungendo al danno la beffa, possa essere rivista e corretta, prima che gli ultimi di costoro tolgano il disturbo.

    Ecco una bella occasione per la sinistra, oggi al Governo, di dare una prova concreta, moralmente importante ed economicamente trascurabile, della sua propensione "pacificatrice", e di anteporre l’ethos alle ragioni della bassa politica.

    Carlo Montani

 

Dal nostro corrispondente dal Canada


Il critico gastronomico del New York Times, Frank Bruni, ha voluto fare un viaggio nostalgico nella cucina italiana proposta nei ristoranti di New York dagli italo-americani. Il suo responso? Negativo: pasta spesso stracotta e in genere piatti che sono un’ombra di quelli che si possono gustare in Italia (dove Bruni ha soggiornato come inviato del New York Times). Le cucine locali, se trapiantate, non solo riducono la varietà originaria ma perdono una parte dei sapori di partenza. Insomma "emigrano male". Lo stesso capita alle lingue. Che si pensi alla lingua italiana di cui ci serviamo noi emigrati, o anche al francese che usano i quebecchesi, per non parlare della loro cucina, pallidissima ombra di quella dell’Esagono... Sono le stesse culture, in definitiva, che "emigrano male". La regola vuole che il trapianto di una cultura in un paese lontano avvenga all’insegna dell’impoverimento e della deformazione. Tutte le culture, se tenute lontane dall’humus natale, tendono a sbiadirsi e a sclerotizzarsi. Un esempio: le "Little Italies" rappresentano molto male la civiltà italiana. A meno che il gruppo della "transumanza" non riesca a creare un nuovo paese, come è avvenuto all’epoca delle grandi conquiste del passato. Il favore straordinario di cui gode nei discorsi ufficiali, in Occidente, il "multiculturalismo", considerato una sorta di nuova formula societaria che permetterebbe ai popoli di superare gli angusti confini della Nazione, si fonda sulla credenza contraria: una cultura trapiantata varrebbe quanto il suo modello d’origine. Il Paese di accoglimento è quindi concepito come una sorta di contenitore in cui le diverse culture vivono su un piede di parità e coesistono in armonia, ogni gruppo onorando la propria bandiera. Questa concezione si basa sull’idea che una cultura possa "internazionalizzarsi" - cioè trapiantarsi altrove - senza nulla perdere della propria sostanza. Di qui il ripudio dell’idea stessa dell’ "assimilazioneA" dei nuovi arrivati nella società d’accoglimento. La società ideale, oramai, per molti è una società utopica multiculturale: libera, senza condizionamenti imposti dal passato della Nazione di accoglimento (ma pesantemente condizionata dal passato dei singoli gruppi etnici) e dove persino l’identità del singolo, se costui vuole, riesce ad essere "multipla". Il Paese è visto come un gigantesco supermercato dove ognuno apporta o preleva i "prodotti" che gli aggradano. In realtà, che uno di noi provi, in Canada, a far la fila "all’italiana", o che cerchi di togliere i peluzzi dalla manica della giacca dell’amico canadese con cui sta parlando, come si usa fare da noi... Per Giuseppe Prezzolini, che visse per numerosi anni all’estero tra i "trapiantati", l’esito inevitabile del trapianto degli italiani in terra d’America era l’assimilazione. Esito, secondo lui, auspicabile, anche perché l’emigrato italiano portava con sé ben poco della gloriosa cultura italiana. Prezzolini arrivò a sostenere, con cinismo, che l’emigrazione non era una "somma" - somma di lingue, somma di culture, somma di civiltà, somma di sensibilità - semmai una "sottrazione". "Mia figlia ha sposato un sudamericano. I loro figli hanno due lingue materne: l’italiano e lo spagnolo. Conoscono inoltre sia il francese che l’inglese. E tu, caro Claudio, ti ostini a parlare di ‘identità’, ‘origini’, ‘passato’..." Così mi ha detto di recente un amico di Montréal che sostiene di essere, al contrario di me, "figlio dell’universo". Gli ho replicato: "E tu pensi che i tuoi nipoti a loro volta faranno dei figli che parleranno diverse lingue e che avranno un’identità culturale ‘multipla’?" Non ho voluto aggiungere che il parlare due o tre lingue si traduce spesso, tra i figli degli emigrati, nel non conoscerne poi bene nessuna. Le mode certamente cambiano, soprattutto nel campo delle idee. Il passato ci indica però che, a lungo termine, l’assimilazione è l’esito inevitabile - e anche auspicabile - di ogni emigrare.

Claudio Antonelli

 

Alida Valli - all’anagrafe Alida von Altenburger -se n’è andata. Da tempo apparteneva alla leggenda. Il suo nome evocava un’epoca e un mondo evanescenti, colpiti nel profondo dalla storia e dall’inesorabile trascorrere del tempo. Lei apparteneva sia all’Italia di prima sia a quella di subito dopo la Guerra; per noi, l’ultima, tremenda guerra. Era, insomma, da tanti anni una sopravvissuta. Aveva conservato però una nobile discrezione, perché possedeva lo stile di un’autentica protagonista che sa uscir di scena, una volta gli spettacoli terminati.
Ed ecco che Alida Valli, nella sua ultima intervista, concessa poche settimane prima di morire al giornalista Enrico Groppali del "Giornale", rivela una dimensione che rende la sua memoria ancora più cara al cuore di tanti di noi, perché in essa ella esprime un profondo amore per la sua piccola patria perduta: Pola, simbolo d’italianità. Lei, donna di confine, nata nella città "presso del Quarnaro che Italia chiude e i suoi termini bagna", come disse Dante - città trasformatasi poi, con l’esodo degli italiani, nella slava "Pula" - avrebbe potuto far sfoggio di internazionalismo e globalismo come fanno tanti italiani saltimbanchi. E invece, nell’intervista, Alida Valli non ha fatto che parlare della profonda, eterna ferita, causatale dalla perdita della terra natale.
Ed ecco alcuni stralci di questa intervista:
Alida Valli: [Riferendosi alla voce del mare, che certe notti le sembrava di udire anche nella sua casa ai Parioli] "‘Perché mi hai lasciato?’ diceva. Per aggiungere subito dopo: ‘Cos’hai avuto in cambio?’ E io non sapevo che cosa rispondere perché l’avevo tradito il mare della mia Istria, e laggiù a Pola nessuno mi aspettava più. (…) Perché faccio questo squallido lavoro nel cinema?, mi dicevo. Perché non sono rimasta nella mia terra ad affrontare gli eventi, a reagire al sopruso?, mi rimproveravo. Avessi almeno fatto la maestra, avessi inculcato fin dall’infanzia, ai miei e ai bambini di Pola, l’orgoglio e la dignità di essere italiani invece di perdermi nei filmetti che mi han dato denaro, successo, popolarità a buon mercato, mi ripetevo."
Enrico Groppali: "Purtroppo questo non l’ha saputo nessuno..."
Alida Valli: "Nessuno lo sa, perché non l’ho mai detto. E pochi, adesso che son vecchia, mi crederanno. Doveva dirlo allora, penseranno i superstiti, che certe ferite sia pur toccate ad altri trapassano da parte a parte anche gli esuli contagiandoli in modo irreversibile, facendone degli spostati, delle anime erranti che si muovono di continuo senza mai trovar pace." E ancora: "Solo un anno dopo lo scoppio della guerra, mi decisi a rivedere Pola (...) il luogo dove tutto era cominciato."
Enrico Groppali: "E cosa trovò?"
Alida Valli: "Una città ostile, estranea, distante. Con gli slavi che rimproveravano agli italiani di non parlar serbo-croato. In una comunità divisa, disperata, presaga di ciò che le sarebbe toccato: l’angoscia che è peggio della morte e la deportazione che è una condanna a vita."
Enrico Groppali: "È stata la sua ultima visita?"
"Qualche anno fa, ci tornai per una fiction con Raf Vallone che è stato il mio addio allo schermo."
Enrico Groppali: "Tutto era cambiato di nuovo, no?"
Alida Valli: "Sì perché oramai Pola era croata. Fu allora che mi fecero quell’incredibile proposta."
Enrico Groppali: "A cosa si riferisce?"
Alida Valli: "I nuovi padroni della mia terra non avevano più nessuno da esibire come eroe nazionale. Così non gli parve vero di offrire ad Alida Altenburger la cittadinanza onoraria di artista croata."
Enrico Groppali: "E la Valli cosa rispose?"
Alida Valli: "Che troppe volte, come la mia città , avevo cambiato pelle, ma ero nata e sarei morta italiana. Scrivetelo sulla mia tomba."

Claudio Antonelli

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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