Cultura



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IL CORAGGIO DI RICORDARE
  • TITO: FINE DI UNA PARABOLA



    IL CORAGGIO DI RICORDARE

    Dopo più di cinquant’anni di vergognoso silenzio finalmente è stata istituito il Giorno del Ricordo per commemorare…" le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra…". Il 30 marzo 2004 il Parlamento italiano ha riaperto una pagina per troppo tempo nascosta per vigliaccheria, per squallido opportunismo, per incapacità di fare i conti con quello che si è stati e in buona parte ancora troppi sono. Non si sono volute ricordare, anzi si sono volute cancellare quelle povere vittime che hanno pagato la sconfitta della seconda guerra mondiale per una elaborazione della memoria secondo la quale si è fatta passare per una vittoria una dolorosa e bruciante disfatta seguita da una guerra civile che si è messa sugli altari e si celebra ogni anno con più enfasi senza considerarla nella sua interezza, anzi negando spudoratamente anche alcuni aspetti vergognosi come quelli del "triangolo della morte". Forse si spera che continuando a tacere, a coprire, a negare si possa modificare la storia. Ma i fatti non cessano di esistere perché qualcuno vuole ignorarli e seppellirne per sempre la memoria. Viene il momento in cui le vittime gridano più forte dei loro carnefici e li costringono a fare i conti con la barbarie dei boia, l’ ignavia il cinismo di chi allora, durante e poi non ha saputo, voluto o potuto fare i conti con questa scomoda realtà. Per anni le foibe su testi ed enciclopedie sono state solo ricordate come "doline carsiche molto diffuse in Istria", ignorando che lì dentro c’erano italiani di tutte le fedi politiche che volevano sfuggire alla slavizzazione forzata e al comunismo di Tito. Quella pagina bianca, ricoperta di mezze verità o perfino di spudorate menzogne, adesso deve essere finalmente riscritta. Adesso bisogna riconoscere che fu una tragedia dettata dall’odio etnico, politico ed ideologico, una feroce miscela che generò uccisioni di massa, feroci persecuzioni, violenze di ogni genere. Ci fu anche lo scontro fra comunisti e non comunisti, fra diversi nazionalismi, ci fu la reazione all’occupazione fascista della Slovenia. Ragioni storiche sulle quali è necessario aprire il dibattito per capire, ma nulla può giustificare l’uccisione di migliaia di persone in modo tanto orribile. Ci fu un disegno politico nell’eliminazione delle persone, non fu una resa dei conti, una grande vendetta del momento. Furono uccisi cittadini italiani appartenenti a varie classi sociali e di differenti idee politiche, perfino apolitici. Ma italiani. Furono ammazzati in vari modi, alcuni furono fucilati, altri deportati in campi di concentramento dove rimasero anche a lungo morendo di stenti, sevizie, malattie. E poi ci furono gli infoibati. Uomini, donne, bambini, anziani, spintonati a calci e pugni fino all’orlo della cavità, con i polsi legati col fil di ferro, messi a due a due in modo che uccidendo il primo, questi precipitasse nel baratro trascinando con sé tutti gli altri. Venivano così lasciati morire dopo lunga agonia. Testimonianze riferiscono di urla, di strazianti richieste di aiuto che venivano dal fondo della terra anche dopo due giorni dagli eccidi. Questa è una barbarie che non ha giustificazioni di sorta. Proprio per questo è ancora più sporco, più indecente, più vergognoso, più intollerabile il tentativo di tacere, di minimizzare. Le foibe rientrano fra le grandi tragedie del "secolo del male" e costituiscono uno specchio della coscienza etica, civile, culturale di ognuno di noi. Una coscienza che ci divide in due categorie ben definite: chi è anti-totalitario e chi è anti ciò che gli fa comodo. Conoscere la storia è sapere chi siamo, da dove veniamo, è recuperare le nostre radici, le nostre tradizioni, la nostra essenza di uomini. Per questo si dice che la storia è maestra di vita. Ma la storia fatta di silenzi, di falsificazioni, di mitificazioni non è maestra di vita, non aiuta a far sì che non succeda più. Bisogna ricordare tutti gli episodi se vogliamo educare i giovani, e magari anche i meno giovani, a una conoscenza senza censure preventive, alla comprensione delle ragioni dell’altro, alla tolleranza. La Scuola italiana è stata particolarmente carente su questo piano: la storia del ‘900 è stata scritta e insegnata in modo troppo spesso falso e distorto. Non si sono presentati e valutati i fatti, ma si sono condannate, ignorate o elaborate pretestuose costruzioni concettuali giustificazioniste a seconda di chi avesse commesso certe azioni. Bisogna che si abbia il coraggio da più parti di superare l’imbarazzo profondo di alcune culture politiche e la connivenza di altre che hanno tenuto a battesimo la Repubblica. E’ ora di porci consapevolmente davanti a tutta la nostra storia, anche la più dolorosa, anche quella davanti alla quale qualcuno non può non provare rimorsi e vergogna, anche quella dimenticata e sottaciuta. E’ un’operazione necessaria se vogliamo rendere salde le ragioni del nostro essere come nazione.

    Pierangela Bianco


    TITO: FINE DI UNA PARABOLA

    A venticinque anni dalla morte di Tito, avvenuta nel maggio 1980, una carica esplosiva posta sulla sua statua nella nativa Croazia ha decapitato il busto che adornava il mausoleo del vecchio dittatore, sul quale, secondo le cronache, stavano crescendo le ortiche, ormai da tempo. Il gesto è sembrato assumere una valenza simbolica, chiudendo definitivamente un’epoca, e liquidando in termini icastici l’esperienza politica del titoismo, già condannata, sul piano economico, dal disastro dell’autogestione e dallo sfascio della vecchia Repubblica federativa.

    Josip Broz (vero nome del defunto Maresciallo) era salito alla ribalta durante il secondo conflitto mondiale, quando era assurto in breve tempo da semplice comandante dei partigiani comunisti, in lotta contro le forze dell’Asse ma anche contro gli insorti cetnici di Draza Mihajlovic (fedeli alla Monarchia jugoslava in esilio), a leader riconosciuto dell’eterogeneo mosaico costituito dagli Slavi del sud. Tito, grazie al supporto degli Alleati, ed in primo luogo di Londra, ebbe buon giuoco nel prevalere, e nel valorizzare oltre ogni ragionevole ipotesi l’apporto delle sue bande.

    Uomo di grande carisma e di straordinario fiuto politico, Tito riuscì a sedersi accanto ai vincitori in posizione di sostanziale parità, costringendo l’Italia all’unico apprezzabile sacrificio di territorio metropolitano (cui si sarebbe aggiunto quello di Briga e Tenda a favore della Francia, di ben più modesta entità), con la cessione di gran parte della Venezia Giulia e di tutta la Dalmazia. Il dittatore jugoslavo, mettendo in pratica con oculato tempismo i principi della "realpolitik", volse a proprio esclusivo vantaggio la vittoria degli Alleati sul fronte italiano, incurante dei delitti di cui le forze comuniste si erano macchiate nei confronti della stessa popolazione civile, anche dopo la fine delle ostilità militari: le uccisioni tramite infoibamenti, annegamenti, fucilazioni e lapidazioni, perpetrate a danno degli italiani, coinvolsero un numero imprecisato di Vittime, non lontano, secondo autorevoli ricerche, dalle ventimila unità, mentre buona parte del popolo giuliano-dalmata prendeva la via dell’esilio per sfuggire alle persecuzioni. Lasciarono la propria terra circa 350 mila persone, un quarto delle quali dirette all’estero, soprattutto in Paesi oltremare.

    Negli anni successivi, Tito governò col pugno di ferro, eliminando nelle sue prigioni un gran numero di oppositori, e mettendo il mordacchio ad ogni dissenso che potesse porre in pericolo la precaria unità jugoslava, dove convivevano diverse nazionalità e religioni.

    Questa prassi non impedì all’astuto Maresciallo di attuare sin dal 1948, unico fra tutti i satrapi dell’Europa Orientale, il disimpegno dall’alleanza con Mosca, sostituendolo con un singolare terzomondismo, che lo pose all’avanguardia dei Paesi "non allineati", giunti a 44, ed appartenenti, fatta eccezione per la Jugoslavia, ai Continenti extra-europei. Fu una mossa di notevole acutezza, perché permise a Tito di avviare rapporti di vicinanza politico-economica con l’Occidente, e di portare a casa un florilegio di aiuti, sotto forma di finanziamenti agevolati, ma anche di donazioni, nella cui erogazione si distinsero, nell’ordine, Stati Uniti, Germania, Francia, e la stessa Italia.

    Con quest’ultima, i rapporti giunsero a tale stato d’avanzamento che nel 1975 fu possibile chiudere, col trattato di Osimo, ogni residuo contenzioso, ed acquisire la sovranità sulla Zona "B" del Territorio Libero di Trieste, ceduto dall’Italia senza alcuna contropartita, in ossequio alla politica di "solidarietà nazionale" che aveva portato il PCI nell’area di Governo, dopo un’opposizione pluridecennale.

    In pratica, l’esperienza titoista indusse una gestione totalitaria del potere protrattasi per ben 35 anni, durante i quali lo Stato jugoslavo si identificò col suo Presidente, lasciando ai collaboratori, sia pure di vertice, come i Gilas ed i Kardelj, funzioni sostanzialmente comprimarie, anche se talvolta significative.

    Sul piano economico, i risultati furono disastrosi, tant’è vero che, già in epoca titina, il debito pubblico "pro-capite" della Jugoslavia era il più alto d’Europa. Le conseguenze politiche, invece, furono rinviate al dopo Tito, perché Josip Broz riuscì a difendere sino alla fine l’unità della Repubblica federativa, grazie ad una prassi di grande spregiudicatezza che non disdegnava l’uso indiscriminato della forza. Ad esempio, Mirko Vidovic, un intellettuale dissidente, fu condannato a sette anni di carcere duro, per avere osato pubblicare un libro di poesie critiche nei confronti del regime.

    Dopo la morte di Tito, la corsa verso il disastro divenne sempre più accelerata, rivelando in termini talvolta drammatici il fallimento politico ed economico della formula jugoslava: non mancarono, tra l’altro, alcuni suicidi eccellenti, come quello di Ljubisa Veselinovic, figura di spicco della Resistenza, come atto di estrema protesta contro la degenerazione del Paese, innanzi tutto sul piano morale.

    Oggi, la decapitazione della statua di Tito stende un velo di malinconia sulle "magnifiche sorti e progressive" di una stagione che era stata salutata in buona parte dell’Occidente come l’alba di un mondo nuovo, improntato al cosiddetto socialismo integrale, e che invece fu l’anticamera dell’ennesimo dramma balcanico. La palingenesi del titoismo in una sorta di crepuscolo degli dei, nel quale la commedia dell’arte prevale largamente sulle suggestioni wagneriane, sta a dimostrare che l’esercizio del potere in chiave di "realpolitik", quand’anche supportata, come nel caso di specie, da una diffusa tolleranza internazionale, è destinato al collasso, se non venga governato dal senso etico dello Stato, e nello stesso tempo, dal rispetto dei valori fondamentali di civiltà e di giustizia.

    Carlo Montani



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • E’ SOLO BIECA PROPAGANDA
  • UNO SGUARDO DA VICINO



    E’ SOLO BIECA PROPAGANDA

    Siamo in dicembre e puntuale come il freddo è riscoppiata la polemica se sia corretto o meno celebrare il Natale nelle scuole. E’ ovviamente solo un aspetto di un discorso ben più ampio, presentato in modo subdolo. La questione ha radici profonde, fa parte di una strategia ben precisa e si sta presentando in forme diverse, in modo sempre più frequente e sfacciato. Mi pare ingenuo, o addirittura stupido, credere che il problema sia quello che viene messo in luce. E’ uno specchietto per le allodole. Dietro c’è, secondo me, una strategia ben precisa che ha una chiara matrice politica. Non è un problema né di rispetto delle minoranze, né di laicità della scuola. Non celebrare il Natale, abolire il presepe, evitare di pronunciare il nome di Gesù modificando le canzoni che si insegnano ai bambini è solo la punta dell’iceberg. Distruggere l’identità religiosa è il primo importante passo per distruggere una cultura. E’ un modo di sradicare la cultura cristiana, di mettere in crisi le radici della nostra civiltà per poter poi colmare quel vuoto con valori, cultura e ideologie ben chiare. Mi sembra evidente che c’è un disegno politico che si serve di docenti "politicamente corretti" consapevoli ( pochi) e di una maggioranza che va a rimorchio e che per insipienza, ignoranza, ignavia si sta facendo coinvolgere in un gioco perverso sulla pelle di bambini e di adolescenti. Si vuole colpire la religione che è alla base della nostra civiltà perché l’antioccidentalismo ha dato al cervello ai compagni che hanno visto miseramente crollare con il muro di Berlino e l’U.R.S.S. i loro sogni. Non è un caso che la maggior parte dei paesi islamici siano governati da governi di matrice sinistrorsa e che anche nel nostro paese proprio da sinistra si aprano porte e finestre all’immigrazione di qualunque tipo e qualunque genere. E’ una massa di futuri (nella disgraziata eventualità che dovessero vincere le prossime elezioni) elettori che potrebbero a livello numerico costituire una solida base elettorale. Che vi siano connivenze fra una buona parte della sinistra e l’islamismo più antioccidentale mi pare sia evidente a chiunque legga i giornali e si guardi attorno. I no global, i pacifisti a senso unico che hanno riempito e continuano a riempire le piazze sono una testimonianza evidente. Tra l’altro propri in questi giorni è comparso in un sito islamico un video dal titolo " Un messaggio della resistenza irachena" in cui si ringraziano "in particolare i pacifisti e i no global per aver manifestato contro la guerra". Vi è stata una okkupazione gramsciana non solo della scuola, ma purtroppo anche di alcuni significativi settori della Chiesa. Troppi appartenenti al mondo religioso a vari livelli stanno vendendo la loro identità per un piatto di lenticchie avvelenate. In nome dell’accoglienza, della carità, del rispetto del diverso, del dialogo, valori sacrosanti se portati avanti almeno alla pari e con piena coscienza di chi si è, di chi si è stati e del proprio credo, si stanno consegnando mani e piedi a chi di queste parole non sa nemmeno il significato. La testa no, quella non la consegnano perché non ce l’hanno, al massimo serve a reggere i capelli. Sono preoccupata, indignata, schifata. Ho già espresso in passato il mio pensiero e continuerò a farlo con forza, con violenza, con speranza finché troverò spazi di libertà e di coraggio che mi ospiteranno.

    Pierangela Bianco


    UNO SGUARDO DA VICINO
    Conflitti di religioni, di culture e di civiltà

    Secondo una tesi fatta valere da un professore di Harvard, noi assistiamo oggi ad uno scontro non più tra ideologie, ma tra civiltà. Le ideologie planetarie sono crollate, dopo essere state alla base di sanguinosi conflitti ed aver dato origine alla guerra fredda. L’utopia comunista è stata l’ultima a disintegrarsi. Al posto delle superstrutture ideologiche, noi ritroviamo oggi, in una maniera non ancora a tutti evidente, le divisioni tra gli uomini basate sui diversi passati, sulle diverse tradizioni, culture, religioni: in una parola, basate su una diversa civiltà. Ritroviamo, insomma, l’uomo con le sue credenze, i suoi testi sacri, i suoi tabù, la sua cultura, il suo senso etico, le sue abitudini di vita plasmate da secoli di storia.
    Per Samuel P. Huntington della Harvard University (The clash of Civilizations and the remaking of the world order) i conflitti di cultura e di civiltà, e non quelli basati sull’ideologia o sull’economia, dominano e domineranno sempre di più la scena internazionale. La nuova identità, la nuova autoidentificazione che si sta delineando fra i popoli è sempre più collegata alla più ampia civiltà di appartenenza, vale a dire agli specifici valori religiosi e culturali costituenti quell’insieme che va sotto il nome di cultura e di civiltà. Presso le élites del mondo islamico, che fino ad ieri tendevano ad assumere valori ed apparenze occidentali, si assiste oggi ad un ritorno alle radici.
    Le linee di divisione e di frattura, nel mondo, dovute alle differenze religiose e di cultura, sono quanto mai visibili nel rapporto conflittuale sempre più evidente tra civiltà islamica e civiltà occidentale.
    Le linee di demarcazione di una civiltà rispetto alle altre non sono però assolute. La stessa civiltà occidentale ha due varianti: l’americana e l’europea. L’Islam è diviso in diverse sotto-civiltà come l’araba, la turca, l’indonesiana. Secondo Huntington, il mondo si trova suddiviso in 7 o 8 grandi civiltà: occidentale, confuciana, giapponese, islamica, indù, slava-ortodossa, latino-americana e, forse, africana.
    Le caratteristiche e le differenze culturali sono più tenaci di altre differenze di carattere politico ed economico. Si può, infatti, facilmente cambiare le proprie condizioni economiche, andare a vivere in un altro paese, cambiare partito, ma meno facile è che un cristiano diventi musulmano, e viceversa. Che si consideri anche che una persona non può essere per metà musulmana e per metà cristiana.
    Secondo Huntington, le guerre che sconvolsero l’Europa, fino alla Rivoluzione francese, erano guerre tra principi o imperatori, condotte allo scopo d’ingrandire la propria base territoriale e il proprio potere. Con la Rivoluzione francese, le guerre divennero guerre tra popoli, almeno fino alla prima guerra mondiale. Con l’avvento, in Europa, del bolscevismo, e del fascismo e del nazismo, alla base dello scontro si installò l’ideologia. Con la caduta del nazismo e del fascismo, la contrapposizione fu, negli anni della guerra fredda, tra ideologia liberale e ideologia comunista. In tutti i casi, si trattò di uno scontro interno alla civiltà occidentale. La fine della guerra fredda, invece, ha posto la civiltà occidentale di fronte ad altri tipi di civiltà, ossia ad altri modelli di sviluppo culturale, sociale ed economico. I paesi occidentali considerano democrazia e liberalismo valori universali. I diritti dell’uomo sono visti come un bene assoluto. Ma le altre civiltà poggiano su basi diverse dalla nostra. Di qui tensioni e conflitti.
    La guerra terroristica anti-occidentale in atto può essere vista come una guerra tra opposte civiltà. I volontari della morte, per compensare la propria inferiorità economica e militare, fanno ricorso alla poco costosa ma tremenda arma del terrorismo. In altre parole, il terrorismo, nello scontro attuale di civiltà, è l’arma del più debole.
    Il tema "ideologie, culture e civiltà" ci spinge ad esaminare una questione fondamentale: il rapporto esistente tra noi, esseri trapiantati, e la nostra cultura e la nostra civiltà d’origine. La realtà di coloro che hanno effettuato il viaggio di Ulisse, per riprendere quest’ espressione forse un po’ troppo romantica. Noi siamo venuti in questa nuova terra da soli o al seguito dei genitori, o qualche volta con tutta la parentela. Vi sono interi paesini che si sono trapiantati qui. Quindi alla base dell’emigrare non vi è stato un atto veramente "eroico". Il viaggio transoceanico non è un qualcosa che ci nobiliti in partenza, tutti, e che ci renda superiori. Ma è un viaggio che ha comportato delle prove difficili e che ha creato in taluni di noi un’esperienza intima molto simile ad una morte e ad una rinascita. Questo viaggio fatidico ci ha condotti a fare una scoperta che chi è rimasto in Italia quasi mai fa: la scoperta che il nostro luogo di nascita, il nostro paese, la nostra civiltà non sono il centro del mondo, e che il mondo, anzi, non ha - ahimè! - alcun centro. Lo stesso rapporto con la lingua materna è divenuto per molti di noi un rapporto sofferto. La lingua d’origine non è più sostenuta da automatismi verbali, vale a dire da ripetizioni automatiche di suoni familiari, dall’uso di frasi consacrate, da quei veri e propri slogan, o parole del gergo per addetti ai lavori, di cui è così ricco il parlare corrente in Italia: il lodo Maccanico, la manovra, le rogatorie, le fideiussioni, i tempi brevi, i tempi lunghi, e così vi dicendo. Intorno a noi i suoni delle lingue parlate sono quanto mai vari. Tutto, nella nuova patria, è sottoposto al vento del dubbio. Vivere da minoritari - gli Ebrei ce lo insegnano - non è riposante. L’aver visto l’altro volto della luna non dà certezze, ma aumenta il dubbio: il dubbio creatore. Qualcosa è cambiato nell’anima di noi emigrati. Dal paese Italia è emersa la Patria. Chi conquista una lingua - qui in Québec due lingue « straniere » - e bisogna mettere straniere tra virgolette, perché per noi non sono veramente straniere - conquista la chiave che apre altri mondi. Il multiculturalismo occorre viverlo per sapere veramente cos’è. Bisogna aver avuto dei figli da un coniuge non italiano, in questa terra agitata dal conflitto tra la nazione francese e quella inglese, e dove vige la politica del multiculturalismo, per trovarsi confrontati a certi problemi che chi è rimasto in patria beatamente ignora. Per molti, in Italia, la scelta per il proprio figlio di un nome esotico, straniero, è semplice adesione a delle mode, è manifestazione di snobismo. Per noi, scegliere un nome francese o inglese oppure italiano, per un figlio nato qui, equivale a cercare di definirne l’essenza nazionale, culturale, e ad orientarlo verso una bandiera piuttosto che un’altra. Il nome è un’identità sonora, visibile.
    Un fenomeno assai particolare si è verificato in chi ha lasciato l’angolino di terra che lo ha visto nascere, per andare a vivere in una cultura, in una civiltà, in un mondo diversi. Il trapianto in una terra straniera ha creato in noi un nuovo rapporto con il mondo di origine, con l’angolino di terra che ci ha dato i primi colori, i primi suoni, i primi sapori, le prime emozioni, i primi sogni. Questo mondo è stato da noi interiorizzato e vive in noi con una forza che non aveva e che non poteva avere prima. Si è verificato con la partenza un fenomeno strano e paradossale. Se da un lato l’emigrare ha implicato il superamento delle frontiere e ha comportato l’allargamento degli orizzonti, con la presa di coscienza della relatività delle culture nazionali, dall’altro lato questo emigrare ha fatto sorgere in noi un rapporto particolare con il mondo lasciato. La radice locale, che ormai appartiene al passato, paradossalmente si è dilatata in noi, facendosi molto esigente. Essa esige il nostro ricordo, la nostra fedeltà, il nostro rimpianto. Se da un lato, quindi, vi è stato in noi un superamento dei confini interiori di sensibilità, di cultura e di civiltà, dall’altro le differenze tra le culture, lungi dallo stemperarsi e dal dissolversi, si sono fatte per noi più evidenti, perché realtà concrete alle quale noi siamo confrontati ogni giorno. Il paragone tra noi e gli altri è un dato costante nella nostra vita. In noi, trapiantati della prima generazione, non vi è perdita d’identità - come spesso si ripete - ma al contrario "un eccesso d’identità".
    Forse la spiegazione di un tale fenomeno, strano e contraddittorio, che vede in noi trapiantati un bisogno quasi spasmodico di ritorni ideali, è da ricercarsi in una legge che può essere così espressa: solo accentuando il nostro senso di fedeltà ad un’immagine idealizzata della Patria, e solo rafforzando il nostro senso di appartenenza al gruppo etnico d’origine, noi riusciamo a trovare la forza necessaria per compiere il lungo viaggio nella terra degli altri. Gli internazionalismi da salotto, le abolizioni a tavolino delle frontiere, le teoriche fratellanze universali noi le lasciamo a chi è rimasto beatamente in Patria.
    A questo punto, voglio leggervi ciò che un grande storico delle religioni, il romeno Mircea Eliade, scrisse su certe misteriose leggi dell’anima che solo l’esilio permette di scoprire. Questo straordinario brano, tratto dall’autobiografia dell’illustre studioso romeno, esprime una verità, sottile e complessa, che molti di noi emigrati abbiamo nell’anima, ma che non ci riesce facile spiegare. Ecco perché io trovo le sue parole così importanti.
    Ha scritto Mircea Eliade: "Salivo lentamente, tranquillamente e provavo sempre più tumultuosamente nella mia anima questa rivelazione: lo spaesamento è una lunga e pesante prova iniziatica destinata a purificarci, a trasformarci. La patria lontana, inaccessibile sarà come un Paradiso, dove noi torneremo spiritualmente ossia "in spirito", in segreto, ma realmente. Ho molto pensato a Dante, al suo esilio. È senza alcuna importanza se fisicamente noi torneremo o no nel nostro paese. Così anche noi non dobbiamo tormentarci chiedendoci quale paese e quale sorta di gente vi ritroveremo. La Firenze di Dante non era più la Firenze medievale, come non era ancora la Firenze del Rinascimento che, del resto, neppure essa è durata per molto tempo. Essa ha perduto la sua autonomia politica a vantaggio dell’Italia che è nata più tardi. Ma tutti questi avvenimenti non hanno mai potuto abolire "la Patria" di Dante. È questa stessa patria che si rivela a me, oggi, mentre salgo lungo la via dei Salici, il Sacro-Cuore alla sinistra, come una Santa-Sofia dipinta di recente, troppo bianca e troppo netta nel cielo sereno - ma bisognerà che noi stessi diveniamo come Dante (non, bene inteso, come genio, come grandezza, ma come situazione spirituale). Come lo scrivevo a Vintila Horia, è Dante, e non Ovidio, che noi dobbiamo prendere come modello." (Fragments d’un journal, Gallimard, 1973)

    Claudio Antonelli



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LO STILE E’ L’UOMO STESSO...
  • IL CICLO MUSICALE "TOLKIENIANA"



    LO STILE E’ L’UOMO STESSO...

    ...disse Buffon nel 1753 nel suo discorso di insediamento all’Académie francaise. Dopo due secoli e mezzo credo che queste parole siano più che mai attuali e offrano una chiave di lettura di tanti avvenimenti del nostro tempo. Anche di quelli apparentemente banali, ma, se letti con attenzione, profondamente rivelatori di un modo non tanto di comportarsi, ma di essere. Agosto è il mese del divertimento, dello svago, delle ferie. E allora che cosa c’è di meglio di una bella festa in piazza, magari in maschera e con la partecipazione dell’assessore alle politiche giovanili di un comune della provincia? E’ giusto che le istituzioni partecipino alla vita della comunità che li ha eletti, si tengano in contatto con la gente, legittimino comportamenti, facciano tendenza. Che diamine, siamo in un paese democratico e c’è libertà di divertimento. Se poi , sempre in modo ludico, ci si traveste da preti e da frati che danno la caccia a procaci fanciulle o qualche donzella che, tanto per scherzare, indossa la veste monacale rivista per l’occasione, qual è il problema? Se qualche burlone, tanto per esagerare, si traveste da vescovo o perfino da Gesù Cristo chi sarà mai quel bacchettone che si scandalizza? E poi c’è l’assessore (politicamente corretto dato che è stato eletto con i Comunisti italiani) a legittimare il tutto… E’ successo a Soarza di Villanova in provincia di Piacenza in una calda estate d’agosto, e c’è da scommettere che a celebrare riti blasfemi, a dileggiare la religione cattolica consacrando finte ostie e lattine di birra la meglio gioventù del luogo, e magari anche gli amici venuti da fuori, si saranno divertiti un sacco. Ognuno evade come può, come sa, ma anche come gli viene insegnato. Come cristiana e cattolica sono schifata. Quelle persone mi fanno comunque molta pena, perché in quel modo si comportano solo esseri intellettualmente minorati ed eticamente inconsistenti. Però la cosa non va sottovalutata e sarà opportuno porsi alcune domande. Chi ha dato l’autorizzazione a tale macabra e offensiva kermesse? Pur nella rossa provincia di Piacenza il sindaco della Margherita che atteggiamento ha tenuto nei riguardi di un assessore della sua giunta? Come considera comportamenti di questo genere? Fino ad oggi, settembre, data di questo articolo, ha taciuto. Probabilmente sta cercando di valutare quanti elettori ci potessero essere fra i buontemponi mascherati e, anche se Soarza non è Parigi, una posizione di condanna ( ammesso che tale sia il suo pensiero) per un semplice party potrebbe costare sul piano elettorale. Fortunatamente il vescovo di Fidenza ha celebrato una Messa riparatrice di fronte a tanta ostentata blasfemia. Ora è pur vero che non si può generalizzare in modo semplicistico, è vero che occorre sempre operare i distinguo e che non si può valutare un’intera coalizione per un episodio, ma il silenzio che ha circondato la vicenda è un campanello d’allarme. Gli appartenenti a quello schieramento continuano a riempirsi la bocca di parole come pace, rispetto, tolleranza, solidarietà, dialogo e confronto tra popoli e religioni diverse e a bacchettare, dileggiare, insultare, a volte in modo pesante e volgare, coloro che non sono schierati al loro fianco. E poi… cari compagni, bollite nel vostro calderone pseudoculturale, ma chi non si riconosce in certe posizioni pensi a chi sono i compagni di viaggio, a dove li potranno portare e, magari, faccia quattro conti. Così, come riflessione, nelle sere d’inverno.

    Pierangela Bianco


    IL CICLO MUSICALE "TOLKIENIANA"

    Un progetto ambizioso quanto affascinante ha da sempre stimolato la creativita’ di Edoardo Volpi Kellermann. Musicista professionista ed appassionato delle opere di Tolkien, EVK ha realizzato il primo dei CD che comporranno un ciclo musicale dedicato al Signore degli Anelli chiamato "Tolkieniana". "Verso Minas Tirith", questo il nome scelto per il primo capitolo, è stato presentato ufficialmente il 23 marzo 2004 a Bruxelles durante il Tolkien50Years, il raduno mondiale delle Società Tolkieniane in occasione del cinquantenario della pubblicazione del Signore degli Anelli.

    Il CD e’ di ispirazione classica ma presenta contaminazioni dalle numerose origini. Tra sonorita’ etniche che si alternano a ballate popolari e passaggi jazz il lavoro si avvale della partecipazione straordinaria di Davide Perino, il doppiatore italiano di Frodo Baggins nel film del Signore degli Anelli. Perino recita alcune "riflessioni in forma poetica" che fungono da apertura e chiusura dell’opera, oltre che da prologo e commento di molti dei brani musicali.

    Sul sito di Edoardo Volpi Kellermann e’ possibile trovare informazioni, scaricare brevi demo ed acquistare il CD che noi abbiamo avuto il piacere di ascoltare.

    Vi segnalo inoltre di visitare il sito dedicato al ciclo musicale Tolkieniana.

    Vito Andrea Vinci

a cura di:
Vito Andrea Vinci

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • QUANDO IL CULTO VA ONLINE
  • IL ROSSO E IL NERO
  • TI SPIO E TE LO DIMOSTRO


    QUANDO IL CULTO VA ONLINE

    L’11 maggio 2004 e’ stata lanciata in Internet un’esperienza piu’ unica che rara legata alla religione. I metodisti britannici hanno fatto realizzare, per loro e per i fedeli di tutto il mondo, una chiesa virtuale. A guardarla sembra quasi un gioco. E in effetti e’ stata realizzata dalla SpecialMoves (http://specialmoves.com/), una società specializzata in prodotti web in flash ovvero in presentazioni, siti o giochi animati che funzionano direttamente su Internet.

    La Chiesa dei Folli (questo l’insolito nome scelto) e’ uno spazio virtuale tridimensionale nato con lo scopo di far incontrare i fedeli di tutto il mondo: una sorta di agorà. Oltre ad essere una grande chat, con grafica ed interazione tra gli utenti, serve anche per trasmettere, via web, i momenti di preghiera settimanali. Ogni domenica infatti, ad un orario prefissato, un reverendo metodista si impegna a realizzare una funzione religiosa online.

    Tornando all’aspetto "giocoso" di questa insolita (ma già di successo) esperienza, bisogna segnalare un certo impegno a far divertire l’utente da parte della società che ha realizzato la chiesa virtuale per conto dei metodisti britannici. Innanzitutto e’ possibile scegliere come apparire esteticamente agli altri utenti (oppure se entrare in modo anonimo e risultare invisibile agli altri). Si può scegliere se presentarsi con un aspetto maschile o femminile e per ognuno dei due sessi e’ possibile optare per uno dei 12 "modelli" proposti (che variano per abbigliamento, colore dei capelli e colore della pelle).

    Una volta entrati molte sono le cose da fare. Principalmente si può chattare con le altre persone online presenti nella Chiesa ma e’ possibile anche scegliere di esplorare il luogo di culto virtuale. Se si chatta ovviamente e’ stata implementata una discreta gamma di gesti da poter fare. E’ possibile inginocchiarsi per pregare così come alzare le mani al cielo per esclamare un Hallelujah. E’ possibile però anche fare le comuni azioni che nascono spontanee parlando nel mondo reale: grattarsi la testa, muovere le mani per dare un significato particolare alle proprie parole, ridere, indicare con un dito qualcosa, salutare, stringere una mano alla persona che si ha davanti. Insomma… un po’ di tutto.

    Se desiderate farvi un giro nella Chiesa dei folli visitate l’indirizzo: http://server3.cof.smhost.net/v16/


    IL ROSSO E IL NERO

    Italia 1943-1945. La guerra civile tra partigiani e fascisti scandisce la vita degli italiani. Oggi, per la prima volta, diventa un videogioco. Non si tratta del solito prodotto sulla Grande Guerra di qualche società straniera bensì di un gioco per computer realizzato da un’azienda italiana… anzi, italianissima: la romana BlackSheep (PecoraNera).

    La novità non e’ però senza dubbio il fatto che sia un prodotto sviluppato ed edito interamente in Italia. Innanzitutto il Rosso e il Nero e’ un videogame dove e’ possibile vestire le uniformi fasciste o i panni dei partigiani. Niente americani. Niente tedeschi. Niente inglesi. Solo italiani.

    Il gioco racconta della guerra civile tra l’esercito regolare fascista e le forze della resistenza comunista dei partigiani, che ha insanguinato il nostro paese. Il gioco non si schiera assolutamente politicamente, ma si presenta invece come una ricostruzione storica degli scenari e delle battaglie più importanti.

    Questa senza dubbio e’ la seconda novità più interessante. Ci sono dodici livelli, ognuno ambientato in una vera città italiana o in una battaglia realmente accaduta. Inoltre ben tredici armi (dal manganello alla granata, dal mitragliatore al fucile con puntatore) tra le più note dell’epoca sono state riprodotte per rendere più realistica l’esperienza di gioco.

    Come terza novità rispetto ad altri giochi vi e’ sicuramente il fatto che per ognuna delle due fazioni e’ possibile scegliere tra vari corpi militari e di resistenza, ognuno riprodotto con uniformi e caratteristiche proprie.

    Il sito web della società romana BlackSheep è : http://www.blacksheepstudios.it/.
    Nei vostri panni ci farei un giro.


    TI SPIO E TE LO DIMOSTRO

    Orwell l’aveva predetto nel 1948 con il suo futuristico libro "1984": Il Grande Fratello prima o poi arriverà. Ecco… ormai e’ piu’ che evidente che c’e’. Volete una nuova controprova? Ci ha pensato "Reason", una rivista politica californiana. A giugno "Reason" ha spedito ai suoi quarantamila abbonati un numero speciale personalizzato.

    Avete capito bene… 40.000 abbonati che hanno ricevuto ognuno una rivista differente. Già questo esperimento meriterebbe una menzione speciale ma "Reason" aveva un intento ben diverso che semplicemente soddisfare meglio i propri abbonati. Ognuna delle 40.000 riviste edite presentava infatti una copertina personalizzata con il titolo (ad esempio) "Mario Rossi, loro sanno dove sei" e sotto una fotografia satellitare della casa dell’abbonato. Un notevole sistema per far capire ai lettori l’assenza di privacy al giorno d’oggi.

    Ogni copertina riporta nel titolo il nome di un abbonato differente, e la foto satellitare della sua abitazione. La personalizzazione prosegue all’interno: una lettera del direttore ai lettori comincia chiamando il lettore per nome, "Caro Mario Rossi...", e va avanti con riferimenti al quartiere in cui abita, al tempo che impiega mediamente per recarsi al lavoro, alla percentuale dei suoi vicini di casa che hanno la laurea, al numero dei bambini per famiglia, e così via.

    Il principale articolo del numero di "Reason" ovviamente era dedicato alla fine della privacy provocata dal moltiplicarsi di banche dati, satelliti che scrutano la terra trasmettendo milioni di immagini al minuto, telecamere a circuito chiuso, e dal sempre più diffuso uso di Internet per acquisti, raccolta di informazioni, comunicazioni.

    Se desiderate conoscere meglio "Reason" date un’occhiata al sito web: http://www.reason.com

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RICORDARE PURCHE’...
  • 25/04/1945 - FU VERA GLORIA?


    RICORDARE PURCHE’...

    L’iniziativa dell’assessore Paola Frassinetti di intitolare a Sergio Ramelli l’Aula Magna del Liceo classico Carducci di Milano ha suscitato prevedibili, vivaci e spesso faziose polemiche. Qualcuno ha avuto la faccia tosta di parlare di "lottizzazione di vittime" ( sen. Fiorello Cortiana dei Verdi) dopo che proprio a Milano nel 2001 è stato intitolato un Istituto tecnico a Claudio Varalli. Chi era Varalli? Un giovane di 27 anni, militante del Coordinamento dei comitati antifascisti, che fu ucciso da un militante di destra che egli aveva aggredito e che ebbe il torto di difendersi in maniera senz’altro eccessiva, visto che fu condannato per eccesso di legittima difesa, ma dopo essere stato attaccato. Lui sì è degno di essere ricordato, è giusto intitolargli una scuola. Chi era Sergio Ramelli ? Un ragazzo di 18 anni morto il 29 aprile 1975 dopo 47 giorni di agonia perché 10 militanti di Avanguardia Operaia lo attesero sotto casa e gli spaccarono la testa a colpi di chiave inglese. 10 contro 1: che eroi ! Ma Ramelli era colpevole di essere un militante del Fronte della Gioventù, quindi indegno di essere ricordato. Viviamo in uno stato democratico e perciò godiamo di libertà di pensiero, di parola, di opinione politica, che diamine! Ci sentiamo quotidianamente ricordare dalle massime autorità dello Stato e della Chiesa che bisogna lavorare per la pacificazione, che bisogna ricordare perché non succeda più. Appunto. Si faranno sentire le autorevoli voci o taceranno come troppo spesso hanno fatto di fronte al politicamente scorretto? Il fatto è che i morti non sono tutti uguali: ci sono quelli di sinistra buoni e santi comunque e a prescindere, quelli di destra colpevoli e non degni di essere ricordati sempre, comunque e a prescindere.
    Sinistri di ieri, di oggi, con varie maschere o a viso scoperto, ditelo chiaramente, abbiate il coraggio almeno delle parole! Un docente del Carducci, capofila della contestazione, ha dichiarato fra l’altro che "la scuola non è un cimitero". Quante scuole conoscete intitolate a dei vivi? E’ lecito chiedere ai contestatori perché è giusto che a Varalli si dedichi una scuola e a Ramelli nemmeno un Auditorium? La verità è che la scuola è tristemente lottizzata da una sinistra che spesso e volentieri è stata ideologa o addirittura protagonista di violenze in nome dell’ideologia, di una sinistra pronta alla condanna se le aggressioni erano di destra, ma egualmente pronta a giustificare, approvare e condividere se erano di sinistra. Ora la storia si ripete, cambia, a volte, la forma, ma resta intatta la sostanza. Tutti possiamo aver sbagliato, aver creduto in qualche cosa che si è poi rivelato cieca e bieca violenza, ma adesso occorre prendere le distanze e condannare chiaramente se si vuole davvero voltare pagina. Di fronte all’assassinio o si condanna o si è conniventi.
    Personalmente sono molto lontana dalle idee di Varalli e di Ramelli. Inoltre ritengo che le scuole vadano intitolate ad esponenti della storia, della cultura, delle scienze, uomini che si sono distinti per meriti riconosciuti e che hanno un valore educativo e culturale per gli studenti che frequentano quell’istituto… Per questo non condivido la decisione dell’assessore Frassinetti. Però o si cambia nome all’Istituto tecnico Varalli o ben venga l’Auditorium Ramelli. Gli anni di piombo sono stati una triste pagina della nostra storia, funestata da troppe vittime. Prima o poi occorrerà far luce sulle responsabilità, su chi e perché ha creato tanti morti, disseminato tanto odio e creato tanti guasti nella nostra società. Dal giudizio che ne diamo, dalla onestà intellettuale che abbiamo nel porci di fronte a queste vicende e nel condannarle senza se e senza ma si vede chi siamo realmente.
    Chi accetta l’Istituto Varalli e condanna l’Auditorium Ramelli o è accecato dall’ideologia, o è in malafede o sfrutta in maniera politica un atto di pietà e di equilibrio politico che Milano doveva compiere dal 2001. Evidentemente è rimasto con la mente e la coscienza a quegli anni, ma è diventato così vigliacco da nascondersi dietro false motivazioni.

    Pierangela Bianco


    25 APRILE 1945

    Fu vera gloria?

    Avendo dei figli giovani, sono rimasto sconcertato nel leggere il racconto dell’ex capo partigiano Giovanni Pesce che, sul quotidiano "La Prealpina" di Varese del 22 aprile scorso, ha rievocato le sue gesta di combattente per la libertà rivendicando, con malcelato orgoglio, omicidi e attentati.
    Non capisco cosa vi sia da vantarsi nell’assassinare alle spalle un uomo in divisa o compiere un sanguinoso attentato dinamitardo per poi fuggire, con il volto celato da un passamontagna, a gambe levate e lasciare ad altri le conseguenze dei propri atti.
    Pensavo che alle giovani generazioni bisognasse insegnare la lealtà, l’eroismo e il coraggio di affrontare il nemico ad armi pari secondo le regole, non dico della cavalleria, ma perlomeno di guerra. Invece per questi personaggi i valori da diffondere sono evidentemente altri.
    Gli italiani che seguirono Mussolini anche nella cattiva sorte si batterono, nella Repubblica Sociale Italiana, inquadrati in un esercito o nelle varie milizie, sempre con il volto scoperto e perfettamente riconoscibili, consapevoli che così facendo esponevano se stessi e i loro familiari alla vendetta partigiana (infatti, furono migliaia, dopo la guerra, i genitori, i fratelli e i figli di fascisti giustiziati dai liberatori, come ampiamente documentato nell’ormai famoso saggio di Gianpaolo Pansa "Il sangue dei Vinti" - Ed. Sperling & Kupfer, Milano 2003).
    I partigiani, invece, pur potendo vestire anch’essi una divisa, quella del regio esercito di Badoglio che affiancava le truppe angloamericane, preferirono la tecnica della guerriglia e del mordi e fuggi, sicuramente meno rischiosa ma più devastante nelle conseguenze. Gli attentati alle truppe tedesche in ritirata furono, infatti, pianificati al solo scopo di suscitare la reazione tedesca, che fu quasi sempre durissima e disumana (vedi la strage nazista delle fosse Ardeatine, conseguenza dell’attentato partigiano di Via Rasella).
    Ho molto rispetto per chi mette in gioco la propria vita per un ideale, qualunque esso sia, ma mi viene difficile nutrire lo stesso sentimento verso chi, per puro calcolo politico (sedersi al tavolo dei vincitori per spartirsi il potere), ha trasformato una lotta tra eserciti in una sanguinosa guerra civile dove a pagare sono stati, al di là della retorica resistenzialista che ci assilla da sessant’anni, tutti gli italiani.

    Gianfredo Ruggiero

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • MUSICA NON CONFORME: MUSICAZIONE
  • MUSICA NON CONFORME: ASS. LORIEN


    MUSICAZIONE

    Per musica non conforme si intende la musica che è di fatto alternativa a quella ascoltata dalla massa e promossa dai media perché, a causa delle differenze culturali e valoriali che esprime, si trova ad essere esclusa o decide di autoescludersi dal grande mercato.

    Tra le esperienze giovanili piu’ interessanti non possiamo non segnalare MusicAzione, un’associazione nata per promuovere la diffusione della musica con particolare attenzione alla Musica Non Conforme in tutte le sue forme.

    MusicAzione in particolare si e’ distinta per l’iniziativa di una radio dedicata al rock identitario e alla musica alternativa. Una WebRadio per essere precisi. Uno spazio virtuale a cui collegarsi tramite un programma gratuito per ascoltare musica al pc.

    Per informazioni e’ possibile visitare uno dei seguenti siti:
    Rock Identitario - www.rockidentitario.it
    MusicAzione - www.musicazione.com


    ASSOCIAZIONE LORIEN

    Parlando di esperienze interessanti c’e’ da ricordare l’Associazione Lorien. Costituita a Milano il 28 ottobre 1997 come risposta alla constatazione che parte significativa del materiale musicale prodotto vent’anni prima da vari gruppi di musica alternativa era già praticamente introvabile e ormai, con ogni probabilità, definitivamente perduto. L’Associazione Lorien si propone quindi di essere l’archivio storico della musica alternativa.

    Per informazioni e’ possibile visitare il sito:
    Associazione Lorien - www.lorien.it

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RIFORMA MORATTI: ALCUNI MOTIVI PER DIRE SI’
  • OMAGGIO A FILIPPO CORRIDONI

    RIFORMA MORATTI: ALCUNI MOTIVI PER DIRE SI’

    Si prepara un finale d’anno scolastico movimentato: riprende la protesta di docenti, studenti, genitori, sindacati, movimenti spontanei contro la riforma della scuola targata Moratti. Una riforma che rivoluziona l’intero sistema scolastico e che, come tutto ciò che comporta delle grosse novità, non è certo perfetto, deve essere calato nella realtà, verificato, corretto, modificato in base ai risultati e all’esperienza. Intanto però dall’opposizione vengono divulgate con ogni mezzo informazioni in buona parte parziali o apertamente false che creano sconcerto e preoccupazione fra una parte del popolo della scuola che si può dividere in varie categorie:
    - ci sono quelli che sono poco informati,
    - ci sono quelli che volutamente non vogliono capire ,
    - ci sono quelli che diffondono falsità perché contrari sempre, comunque e a prescindere,
    - ci sono quelli che, semplicemente, non capiscono più niente.
    In attesa di veder sfilare in corteo pure i neonati, di assistere ad atti di violenza o perfino a minacce di morte nelle scuole contro "gli amici della Moratti," come successo in un noto liceo milanese,di capire come verrà accolto l’invito, che deriva da alcune parti sindacali, a boicottare le riforme approvate dal Parlamento italiano liberamente, democraticamente, quindi legittimamente, eletto, cerchiamo di entrare nel merito di alcuni aspetti qualificanti di questa riforma innanzitutto per conoscere. Alcuni principi concordano con quelli presenti in numerosi documenti europei come l’apprendimento per tutto l’arco della vita, le pari opportunità per raggiungere elevati livelli culturali, il diritto alla formazione e all’istruzione per almeno 12 anni. Sono finalità che coincidono con i principi che hanno guidato i lavori della Commissione Delors, che rispondono ai bisogni di una società che è in rapida evoluzione e richiede un continuo aggiornamento e una costante ridefinizione delle conoscenze. Esigenza pienamente recepita dalla legge che parla di promuovere" l’apprendimento per tutto l’arco della vita", che assicura a tutti "pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze …adeguate all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro" (art.2,1,c.a) e che garantisce " il diritto all’istruzione e alla formazione per almeno 12 anni o, comunque, sino al conseguimento di una qualifica entro il diciottesimo anno di età." Un’ altra importante, positiva e qualificante novità riguarda gli insegnanti che, come tutti gli altri professionisti, devono rendersi conto che la loro formazione deve essere sempre più qualificata e deve costantemente stare al passo con l’evoluzione della società. L’aggiornamento deve diventare regola quotidiana, legato al settore della ricerca, agli istituti universitari e al contesto storico in cui si opera. La legge prevede infatti che "la formazione iniziale è di pari dignità per tutti i docenti e si svolge nelle università presso i corsi di laurea specialistica", e, soprattutto definisce strutture didattiche di ateneo atte a promuovere governare i centri di eccellenza per la formazione permanente e in servizio degli insegnanti (art.5,1,c.a,f,g). Si entra poi in una nuova visione del rapporto fra cittadino e istituzione in base a principi di libertà di insegnamento, di apprendimento, di scelta delle famiglie. Le istituzioni scolastiche acquistano autonomia e responsabilità, gli studenti sono posti al centro del sistema scolastico attraverso una particolare attenzione a piani di studio personalizzati e al portfolio delle competenze, che è uno strumento diacronico di valutazione autentica. Nato in Canada e negli Stati Uniti, ha avuto una diffusione prevalentemente in ambito formativo nei paesi anglosassoni ed è stato introdotto negli anni ottanta in Francia. Anche qui nulla di strano, ma un adeguamento a strumenti già in essere in alcuni paesi fra i più avanzati. E’ una scuola dove maggiore è la libertà, ed è anche la scuola della flessibilità. Il sistema rimane unitario, ma sono previsti opzioni sia per l’ingresso che per l’uscita e una pluralità di percorsi e di soggetti formativi sia per quanto riguarda le modalità che la durata e i luoghi della formazione. Decisamente innovativa è la flessibilità interna ai percorsi, la possibilità di cambiare il proprio orientamento in itinere e l’alternanza scuola-lavoro, che costituisce una combinazione di preparazione scolastica e di esperienze assistite nel mondo del lavoro per mettere in grado gli studenti di acquisire abilità e conoscenze utili per lo sviluppo della loro professionalità con diverse modalità. L’apprendimento non avviene infatti principalmente attraverso la trasmissione teorica di regole e principi astratti, ma in un intreccio di imitazione e creatività che nasce dall’attenzione consapevole a quello che già in altre parti d’Europa, Germania, Francia, Regno Unito, avviene. Si riconosce finalmente anche in Italia pari dignità ai due sistemi del secondo ciclo e si innalzano i livelli qualitativi dell’Istruzione e della Formazione professionale. E’ chiaro che il discorso è lungo e complesso, si possono e si devono muovere molte critiche, ma costruttive, tese a migliorare e non solo a distruggere e soprattutto occorre criticare con onestà intellettuale. La falsità, la menzogna anche se gridate sulle piazze e scritte sugli striscioni non portano da nessuna parte e soprattutto non diventano verità . Mi piace concludere con l’autorevole giudizio espresso il 21 gennaio dalla Commissione europea che, presentando una comunicazione sull’implementazione delle linee guida concernenti lo sviluppo della politica economica 2003-2005, a pag.74 valuta i risultati italiani sulla cosiddetta " economia della conoscenza" in questo modo:"Questa è stata trattata in modo completo e le opportunità e le raccomandazioni sono state pienamente accolte e seguite. In particolare la scuola primaria e secondaria è stata oggetto di riforma e diversi provvedimenti sono stati adottati per stimolare ricerca e innovazione".

    Pierangela Bianco



    OMAGGIO A FILIPPO CORRIDONI

    Cari amici de Il Barbarossa, in questa attesa edizione vi racconto con immenso piacere la presentazione di un nuovo libro sulla vita del "soldato sindacalista" Filippo Corridoni. L’incontro è avvenuto il 19 febbraio 2004 presso la Comunità Giovanile di Busto Arsizio (VA) in una serata che metereologicamente non poteva essere peggiore, in quanto, per arrivarci ho fatto numeri da rallista nordico causa neve…. Alla presentazione è intervenuto l’amico Andrea Benzi, curatore del libro, ed alcuni coraggiosi che nonostante il maltempo hanno preferito una sana serata di quella "cultura che non si arrende" piuttosto di starsene a casa ad assorbirsi la serata di esclusione del Big Brother televisivo. Il libro intitolato "Per le mie Idee" fa parte della nota collana LABOR e raccoglie scritti, lettere, frammenti epistolari e cartoline dal fronte del protagonista. Filippo Corridoni (1887-1915), per chi non lo conoscesse, è un grande personaggio storico che attualmente per vari motivazioni, soprattutto politiche, è stato ingiustamente dimenticato. Egli nella sua breve esistenza fu un perseguitato antimilitarista ai tempi della prima Campagna d’Africa e divenne poi uno dei massimi esponenti, con Mussolini e De Ambris, dell’interventismo antiaustriaco ai tempi della Grande Guerra e donò la sua vita nella mitica "Trincea delle Frasche" nell’anno 1915. Fu inoltre un importante sindacalista del tempo ed alcuni dei suoi pensieri possono essere ritenuti validi ed applicabili nella società odierna. La sua vita fu dedicata al sacrificio, dedicata agli altri e nonostante le debolezze fisiche che lo afflissero per tutta l’esistenza continuò nel suo intento, con l’entusiasmo della prima ora senza mai perdersi d’animo, sino al tragico destino. Corridoni è un tipico esempio di quella categoria di uomini che manca totalmente alla società odierna e secondo il sottoscritto meriterebbe un’attenzione maggiore sia a livello culturale che sindacalista, e non farebbe sicuramente male uno studio accurato del personaggio storico nel percorso scolastico. Nel libro vi è anche un accenno al bustocco Felice Azzimonti (1888-1957), noto sindacalista e socialista riformista eletto più volte sindaco di Busto Arsizio.

    R.Rossetti

 

Si è tenuto a Milano uno storico concerto in ricordo di Carlo Venturino, scomparso vent’anni fa.

"Vecchi amici vi saluto, non è più tempo di cantare".

Il fratello Marco: grazie a tutti, ma oggi non mi interessano più né la politica né la musica alternativa

E’ stata una serata di grandi emozioni quella che a metà dicembre ha riunito al teatro Carcano di Milano circa mille persone per "Tributo a Carlo", concerto degli Amici del Vento dedicato alla voce e anima storica del gruppo milanese di musica alternativa. Carlo Venturino moriva il 27 dicembre 1983 per un incidente di moto; da quel giorno la band non ha più suonato fino al 1986 quando trova la forza di ripresentarsi alla sua gente con un’esibizione al cinema Argentina. A cantare sarà il fratello di Carlo, Marco, già chitarrista del gruppo, che nel frattempo ha scritto nuove canzoni. Gli Amici del Vento, con vari avvicendamenti, riprendono l’attività anche se le uscite pubbliche non sono molte e a metà degli anni ’90 nascono nuovi brani e si tengono nuovi concerti. L’apice sarà il concerto che nel 1997 a Monza celebra i vent’anni loro e della Compagnia dell’Anello, ma l’anno dopo il gruppo decide di smettere. Si può dunque capire l’importanza che ha avuto "Tributo a Carlo" per i cultori della musica alternativa e soprattutto per chi potuto comprendere che cosa hanno rappresentato gli Amici del Vento per un certo ambiente. La serata, organizzata dall’associazione culturale Lorien (www.lorien.it) dell’incredibile Guido Giraudo, ha avuto uno straordinario successo di pubblico. Un pubblico quanto mai eterogeneo: da Azione Giovani a Forza Nuova, dagli ex ragazzi degli anni ’70 ai ventenni "pelati", dalle signore impellicciate a qualche (oggi sono meno rare) graziosa fanciulla. Pochi i volti "illustri" - si riconoscevano Tomaso Staiti di Cuddia e Guido Bombarda - i quali per lo più, specie quelli legati a via Mancini, hanno preferito evitare spiacevoli confronti. Già, perché il momento politico della destra è noto e sebbene i sondaggi di Mannheimer indichino una tendenza generale opposta, la popolarità dell’onorevole Gianfranco Fini tra i presenti al teatro Carcano non è parsa elevatissima. Quando il sipario si alza appare Marco Venturino, chitarra a tracolla. Si parte con "A Carlo", splendida canzone scritta per ricordare "notti fredde" in cui si parlava "per delle ore" di donne, di politica, di speranze, convinti che "il vento tra i capelli forse ci perderà, ma il sogno nei miei occhi non morirà". Quindi alcuni pezzi storici: "Noi", "Nel suo nome", dedicato a Mikis Mantakas, "Vecchi amici" e "Fior tra i capelli", sugli orrori del comunismo, l’antiabortista "Lettera a un bambino buttato via", quindi "Anni ‘70". Brividi quando parte "Ritorno". In platea cantano tutti: "Un giorno dopo l’altro / e cadono le foglie / autunno alla stazione, non c’è tua moglie…". Nella seconda parte del concerto gli Amici del Vento rendono omaggio ad altri autori della musica alternativa: Compagnia dell’Anello, Gabriele Marconi ("Piccolo Attila" è sempre magica), ZPM, 270 bis, Massimo Morsello e Fabrizio Marzi. Nel "terzo atto" è la volta dei brani più recenti, lucidi e tremendi: si va da "Progressista rap" a "L’identità", da "Droga" a "Essere normale", da "Nar", riflessione su chi è caduto nella trappola della lotta armata, a "Gatto nero", divertente canzone in cui chissà quanti si sono riconosciuti (sorrisi e cortesie al Sistema di "giorno", quindi avventure e botte con i "gatti rossi" di notte). Arriva il momento del gran finale che non potrebbe essere diverso: "Se mille son le storie che il vento porta via / questa è la nostra storia, generazione mia…". Il teatro s’infiamma ed esplode letteralmente per le ultime parole: "…su questa nostra terra un vento soffierà / e noi semineremo la nostra libertà / lontano spazzerà i figli del tradimento / ma noi saremo in piedi: siamo Amici del Vento!". C’è qualcosa di magico, di inquietante e vagamente frustrante nell’aria. Il sipario cala e la sensazione è che non cali soltanto sull’ultimo (?) concerto degli Amici del Vento. Qualcosa che viene da lontano, molto lontano, forse ha conosciuto davvero la sua fine. E’ con un animo punto da questo tarlo, oltre che scaldati da una grande emozione, che abbiamo incontrato Marco Venturino, che oggi è uno stimato medico chirurgo. E’ stata una chiacchierata lunga e molto interessante e, se si vuole avere la presunzione di saper leggere nell’animo delle persone, dobbiamo dire che l’uomo ha qualcosa di esemplare. Un colloquio sincero e franco da cui emerge un quadro niente affatto felice per chi ancora coltiva certe illusioni, specialmente per quanto riguarda le parti in cui il nostro registratore è stato spento e di cui nell’intervista di seguito pubblicata non leggerete, crediamo correttamente, nulla.

Tu hai detto chiaramente, anche in apertura del concerto "Tributo a Carlo", che non ti occupi più di politica. Che cosa pensi dei recenti fatti riguardanti il maggior partito della destra italiana e il suo leader?
Ho scritto di recente su una chat di un gruppo di ex camerati che, in realtà, Fini ha fatto bene a fare quello che ha fatto. La gente come me è stata liberata dalla sua azione politica. Lui ha fatto le sue scelte, la sua strada, ha seguito una linea nella quale io non mi ritrovo, per cui non mi sento più "in dovere" di votare Alleanza Nazionale. Perché? Che differenza c’è tra An e l’Udc o la Margherita? E poi - detto che la democrazia è il grande pregiudizio del secolo scorso - se vogliamo entrare nel gioco democratico, in un Paese veramente democratico la gente che si occupa di politica deve essere una minoranza. La politica è un mestiere, come è un mestiere fare il medico, il giornalista o fare qualsiasi altra cosa; non chiedo a te cosa devo fare in sala operatoria.

Forse però quello che fa più male nella fase attuale della destra politica è che al di là delle scelte di un capo, che può passare come ne sono passati altri, è il venir meno di un gruppo umano che condivida, se non altro, almeno gli stessi sentimenti.
Sai, anche sotto questo punto di vista ci sono da fare delle constatazioni molto amare. Il gruppo umano che a un certo punto si è venuto a creare attorno all’ambiente neofascista - chiamiamolo così - italiano negli ’70, al di là di un certo comune sentire, era un gruppo "di emergenza" dovuto a delle contingenze esterne che avevano isolato e, anche fisicamente, impensierito tale ambiente. In realtà quello che univa certi individui era molto meno preciso e spesso di ciò che si crede. Nell’ambiente neofascista milanese, per esempio, si andava da Alleanza cattolica a chi credeva nell’eresia di Ario. Erano posizioni incompatibili, infatti quando l’emergenza esterna è calata, facendo sì che l’anello si potesse dilatare, queste persone addirittura non si parlano più. Non solo. Il "gruppo umano" abbiamo anche visto che fine ha fatto. Quando i nostri, che magari sono stati militanti per anni, sono andati al potere, non si sono comportati tanto diversamente da quelli contro i quali ci siamo sempre scagliati. Sono sempre stato convinto, e per questo motivo sono entrato nella grande famiglia della destra giovanile degli anni ’70, che noi fossimo migliori degli altri. E non è stato così, spiace dirlo, spiace veramente, ma non è stato così. Molti dei nostri, diventati sottosegretari, assessori, hanno formato i loro circolini d’interessi e hanno cominciato a manovrare poco chiaramente.

A proposito, che cosa pensi di Silvio Berlusconi?
Altra nota dolente. E’ un uomo che non c’entra nulla con noi e la nostra storia; liberismo, cultura dei consumi, edonismo, guerra di fatto allo Stato etico sono l’opposto di quell’insieme di valori in cui abbiamo sempre creduto e per cui ci siamo sempre battuti con tutte le nostre forze. E poi - parliamoci chiaro - i compromessi si fanno per ottenere qualcosa che ti sta a cuore. An si schiera a difesa degli interessi di Berlusconi, sopporta di tutto per che cosa? Per dire anch’essa che gli americani hanno fatto bene a invadere l’Iraq? No, non lo posso accettare, quindi dico basta. Anche perché non c’è niente di peggio di quelli che vogliono stare all’interno però poi fanno i critici.

Beh, credo di far parte anch’io, per ora, di questa gentaglia…
Non ho parlato di gentaglia. Il problema è che ti fai del male, ma capitava anche ai miei tempi. Anche se molti dissidenti erano autenticamente dei "compagni" capitati lì per caso.

Ecco, a proposito di "compagni", inizierei a parlare più specificatamente degli "Amici del Vento". Tra i vostri primi pezzi ce ne sono diversi di chiaro segno anticomunista, sia ispirati alla tragedia di chi è finito sotto la "grande bestia rossa" sia ai tic di chi in casa nostra sognava "il sol dell’avvenire". Nel 1977 cantavate "comunismo tu hai perduto, vincerà la libertà": oggi siete in abbondante compagnia…
Sì, ma allora tutti questi "eroi" dell’anticomunismo per le strade non si vedevano.

Già, e c’era e c’è anche chi a destra stenta a definirsi anticomunista "tout court".
Il discorso è molto complesso e io credo di non essere ideologicamente in grado di dimostrarlo. E’ appena uscito un bel libro di Marco Tarchi sull’interpretazione del fascismo dove, attraverso un’analisi di diversi storici che si sono occupati del fenomeno fascista, diventa difficile riuscire a trovare un’anima comune tra i vari fascismi e tra i vari aspetti del fascismo. E così è stato esattamente negli anni ’70 nel modo del neofascismo; si andava dai monarchici agli ammiratori di Carlo Magno agli anarcoidi che è oggi si ritroverebbero sulle posizioni dei No Global.

Anche oggi vi è un arco che va da chi ha caldeggiato il rientro degli ex regnanti d’Italia a chi si può benissimo riconoscere in una canzoni velenosamente antisabauda come "La Savoiarda" dei D.D.T.
Certo, si tratta di interpretazioni, di chiavi di lettura di un fenomeno molto complesso come è stato il fascismo, che aveva molte anime. Però ci sono delle estremizzazioni e delle situazioni limite; la Nuova Destra, per esempio, che secondo molti avrebbe dovuto rappresentare la visione più autentica e illuminata del fascismo, in realtà ha preso dal fascismo un aspetto molto peculiare e settoriale arrivando ad avere posizioni come quelle di chi dice: togliamo di mezzo il "pattume anticomunista". Secondo me tutto ciò è sostanzialmente scorretto, perché se stai all’interno di qualcosa e di questo qualcosa sei una parte minoritaria che prende in considerazione solo un aspetto, non puoi pretendere di esserne l’interprete più autentico. Quindi levare al neofascismo italiano degli anni ’70 la visione anticomunista è uno sbaglio, uno sbaglio storico e di interpretazione.

In questo discorso si può inserire il dualismo storico Almirante-Rauti?
Nell’emiciclo che va dalla Destra Nazionale, con l’entrata di personaggi come Covelli e addirittura Plebe, alle posizioni della Nuova Destra, Almirante e Rauti non si situano ai due estremi, ma al centro, uno affianco all’altro. In realtà, su molte cose le visioni non erano così differenti; uno ha cercato di ampliare un progetto politico, l’altro un progetto ideologico, arrivando a teorizzare il cosiddetto "sfondamento a sinistra". Accettare visioni liberal-conservatrici non vuol dire diventare liberal-conservatori, così come cercare di giocare sul terreno della sinistra, non significa sposarne idee e istanze. Quello che è successo oggi invece è che l’apertura si è tramutata in una sostituzione di principi e questo non va bene. Su certe cose bisogna essere fermi: parlo di radici, di Tradizione, di visione spirituale della vita.

Torniamo alla musica. Una serata come quella di "Tributo a Carlo", è inevitabile, induce a qualche riflessione. Tu stesso sei apparso molto emozionato sul palco, ma per tutti i presenti sono stati brividi e nodi alla gola. Che cosa ha significato per te tornare a cantare nel nome di tuo fratello e trovarti di fronte tutte quelle persone che non hanno dimenticato una parola delle vostre canzoni?
E’ una cosa molto bella, che ti fa sentire molto calore e ti fa capire che certe idee, certe scelte sono state condivise e tuttora ricordate. Questo è molto importante al di là di quelle che possono essere le differenze, anche pratiche, sulla visione della politica. Poi, soprattutto, c’è molta amicizia, perché buona parte di quelli che sono venuti al concerto sono amici con cui ho condiviso una parte molto importante della mia vita ed è confortante che sia rimasto qualcosa anche con le persone che non frequento più.

La prima parte del concerto è stata dedicata alle canzoni più vecchie degli Amici del Vento, quelle nate negli anni più duri, in cui si cadeva o si finiva in galera con estrema facilità. Voi quegli "anni spezzati tra gioia e dolore" li avete in seguito cantati, se non proprio con nostalgia, con l’animo di chi riconosce il valore di certi momenti. Meglio quell’epoca buia e di lotta del placido nulla di oggi?
Non è proprio così. Ricordiamo con molta gioia e intensità quel periodo così ricco, che poi è quello della nostra giovinezza. E la giovinezza è la fase delle scelte, della crescita, delle esperienze, in cui ancora non si conoscono le delusioni e le disillusioni. Ma, fermo restando che faccio fatica a capire quali possano essere le necessità adesso di un ragazzo di vent’anni, non credo si possa dire: allora era meglio. Era così e basta, noi abbiamo vissuto intensamente dando la priorità a quelli che chiamavamo valori. Credo che si possa vivere così anche oggi senza bisogno di fare la guerra per le strade. Non mettiamo in atto la grande truffa di far passare gli anni ’70 come l’epoca del grande impegno politico mentre i ’90-’00 come gli anni dello "scazzo" assoluto. Ci sono tantissimi giovani oggi che fanno volontariato, che si impegnano in questioni importanti e il raduno dello scorso anno dei cosiddetti "Papa boys" lo testimonia". Cambiano le forme e i sistemi di realizzazione e manifestazione di se stessi, ma come non tutti allora si immolavano per un’idea, non tutti oggi pensano solo a telefonino e discoteca.

Nell’arco della vostra produzione artistica ci sono alcune costanti: la rabbia ("chi oggi fa il padrone domani striscerà"), l’ironia ("trama nera, trama nera, sol con te si fa carriera") e la speranza ("nel buio della notte una fiamma brillerà, sarà la nostra fiamma, saranno i tuoi vent’anni, la nostra primavera sarà la libertà"). Avete rappresentato molto bene un certo tipo umano che inizia per "f": incazzato, goliardico, sognatore…
Certo. Queste tre componenti caratterizzano quello che siamo noi, quello che abbiamo voluto rappresentare, quello che ci piace essere. Per dirla con un vecchio motto: siam fatti così…

Tu e gli Amici del Vento avete cessato di cantare ormai da qualche anno come altri cantautori e gruppi. A parte chi come Massimo Morsello se ne è precocemente andato, ci sono anche ottimi esempi di continuità nella musica alternativa, penso ai vostri "coetanei" della Compagnia dell’Anello, a Gabriele Marconi, ai 270 bis. Nella serata del teatro Carcano avete reso omaggio anche ad altri artisti, che cosa puoi dire su di loro?
Mah, dovresti chiedere a loro perché facciano ancora musica alternativa e che cosa ci trovino. Personalmente non capisco che senso abbia continuare questa avventura. Tu hai parlato di qualità, ma non mi pare proprio sufficiente; tranne Morsello, che soprattutto con il primo disco ha fatto una musica di ottimo livello, oggi occorrerebbe tutt’altro. Attualmente lo "scantinato" non ha più motivo di esistere. E poi anche a livello umano le delusioni sono parecchie, perché è molto facile parlare di idee, ma quando ti rendi conto di quello che fa Tizio, degli interessi di Caio, dei giri di Sempronio, capisci che è tutto finito.

Che idea ti sei fatto della platea di "Tributo a Carlo"?
Per la verità ho visto poco perché era tutto buio e avevo la luce negli occhi. A parte gli scherzi, non posso che dire bene di quelli che mi hanno onorato della loro presenza; sono molto soddisfatto di coloro che sono venuti, tra l’altro, si è trattato di un pubblico caldo, ma che si è comportato benissimo. Temevo che con gli ultimi accadimenti della politica si potesse scatenare una gazzarra, non tanto per la gazzarra, perché abbiamo visto di peggio, ma perché si sarebbe rovinato lo spirito autentico della serata.

Per la verità qualche intemperanza c’è stata…
Sì, ma doveroso, doveroso. Trovo assolutamente normale che qualcuno si sia messo a gridare "Fini boia!", perché ci stava. Non dico che se non lo avessero gridato loro, lo avrei fatto io, ma quasi… E poi un po’ di esuberanza ci vuole.

Tirando le somme, ritieni davvero finito il vero ambiente umano e politico della destra italiana?
Le cose cambiano, si modificano, ritornano. Certo, quello che ci univa tutti quanti sabato (13 dicembre 2003, ndr) è qualcosa che rimane e che può prendere le forme più diverse. Noi viviamo la delusione perché il partito in cui tutti un tempo (qualcuno magari storcendo il naso) ci riconoscevamo, il Movimento Sociale Italiano, oggi non c’è più, ma non è detto che sia un male. L’unità di certi sentimenti c’è, bisogna solo trovare una linea espressiva, o anche solo dei momenti che possano riunire. Può anche essere sufficiente questo e non è scritto da nessuna parte che si debba esprimere attraverso un partito.

Fabio Pasini

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