Cultura

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • RAPPORTI POLITICI E RAPPORTI PERSONALI
  • EDUCAZIONE = NO DROGA

    RAPPORTI POLITICI E RAPPORTI PERSONALI

    Viviamo in una società in cui da una decina di anni i rapporti umani, avvelenati dalla divisione politica, stanno sempre più deteriorandosi e le contrapposizioni ideologiche inficiano il normale svolgimento della vita civile, di lavoro, di relazione. Si confonde il giudizio politico con la valutazione umana, professionale, tecnica. Si sta scavando un solco fra le persone in nome di ideologie che, persa in buona parte la forza delle idee, sono diventate paraventi per nascondere aggressività, voglia di escludere, di insultare, di colpire in una spirale che, chi si chiama fuori da questa logica, fa molta fatica a capire e a sopportare. L’Italia, dopo la guerra di liberazione che è stata una guerra civile, ha conosciuto un periodo di pace e una volontà di ricostruzione morale che si fondava su valori come il rispetto reciproco, la comprensione umana, la capacità di dialogo, di confronto costruttivo. Poi il ’68 ha segnato una prima svolta nei rapporti: la caccia al diverso nel nome dell’ideologia ha cominciato ad innalzare delle barriere, degli steccati che hanno portato a momenti gravi per la nostra vita civile. Sono seguiti gli anni di piombo in cui buona parte della società ha ritrovato una sorta di coesione. Il nemico era interno, ci si sentiva tutti minacciati e allora abbiamo trovato unità di intenti se non di valori. Con qualche opportuno distinguo. Una sorta di convivenza civile basata sul rispetto dell’altro è durata fino al crollo del muro di Berlino, quando ci si è illusi che fosse finito il comunismo e che si aprisse un periodo di elaborazione e confronto di idee al di là delle ideologie. L’illusione è durata molto poco. Le ideologie non erano tramontate, avevano cambiato aspetto: avevano tolto la divisa e messo il doppiopetto. Erano difficilmente identificabili, ma proprio per questo più subdole, più devastanti. Il dialogo e il confronto prevedono che tutti giochino e si siedano al tavolo nel rispetto delle stesse regole. Così non è stato. Eravamo troppo abituati a leggere la storia a senso unico per accorgercene, troppo impegnati a celebrare alcune date e a non voler vedere che cosa era successo il giorno dopo, troppo impegnati a chiedere abiure da una parte e a dimenticare l’orrore che stava dietro la storia di altri. Ignoranza comoda che abbiamo pagato a caro pezzo. La gioiosa macchina da guerra si stava organizzando e procedeva sull’autostrada costruita da Mani Pulite che ha azzerato con accuse infamanti, non sempre provate e speso rivelatisi infondate, un’intera classe politica e dirigenziale. Non abbiamo studiato con la dovuta attenzione Gramsci e non ci siamo resi conto che tutto era già scritto. Una parte della società è stata trattata come un branco di farabutti, ladri, malavitosi. Importanti uomini politici, industriali, liberi professionisti, alti dirigenti sono finiti sul banco degli imputati. Sono state gettate palate di fango sul nostro paese, e quindi su di noi, e molti, moltissimi ne erano contenti. Poi mentre l’on. Occhetto presentava anche ai ciechi che non se ne erano ancora accorti la sua gioiosa macchina da guerra, ecco che Silvio Berlusconi fa nascere Forza Italia. Da quel momento non si parla più di idee, non ci si confronta più, ci si vomita addosso ogni genere di insulti. Dopo la vittoria inaspettata del Polo delle libertà vi è stata subito una rabbiosa, violenta, quasi fanatica reazione. Se Mani pulite ha avvelenato i rapporti umani, l’on. Berlusconi ha fatto saltare un meccanismo che era stato accuratamente preparato e che si credeva invincibile. La reazione violenta, isterica, spesso scomposta è stata quella di colpire, ghettizzare, denigrare moralmente, culturalmente quelli che non si riusciva più a vedere se non come avversari. E’ successo nel mondo del lavoro, nelle università, nella scuole. E’ successo nei rapporti quotidiani: venivi insultato all’edicola se comperavi Il Giornale, venivi attaccato a una tranquilla cena con conoscenti e amici, venivi improvvisamente emarginato nel lavoro. E’ un morbo orrendo, una sorta di pestilenza che si è diffusa nella società e che ha contagiato troppe persone. Bisogna farla finita, bisogna che le persone più ragionevoli e coraggiose si adoperino per invertire la tendenza. Però occorre chiaramente dire chi ha diffuso questo clima e perché. E’ partito da una precisa parte politica che, seguendo consapevole o meno la lezione di Stalin e dintorni, ha creato questa situazione. E lo ha fatto proprio nel momento in cui una certa evoluzione politica portava allo scoperto pagine vergognose e terrificanti della loro storia, pagine con le quali era duro fare i conti. Era più comodo, era meno difficile ignorare e tentare di continuare sulla stessa via. Non glielo dobbiamo e possiamo permettere. Devono fare i conti con la loro storia e poi dire chiaramente quale è la loro posizione. Lo hanno giustamente preteso da altri. Lo dobbiamo pretendere da loro. Il muro di Berlino non era una qualsiasi opera muraria che è stata abbattuta per fini estetici. E’ stata una vergogna . E’ stato costruito per impedire di fuggire dall’est, dal paradiso comunista, verso l’ovest. I gulag sono stati luoghi di sterminio. Lenin, Stalin , Mao, Castro e tutti i vari dittatori comunisti hanno tenuto il potere con la violenza, con la soppressione delle più elementari libertà, con il terrore. Signori della sinistra che cosa ne pensate? In Italia abbiamo in Parlamento due partiti che nel loro nome si chiamano comunisti e altri che hanno cambiato abito: che cosa ne hanno fatto del vecchio? Vogliono dirci che rapporto hanno con i dittatori feroci e sanguinari vecchi e nuovi che sono nella loro storia? Io spero veramente che si possa al più presto tornare a parlare, a confrontarsi, a discutere di idee. Ma se non facciamo chiarezza, se non individuiamo le responsabilità, non per colpire ma per chiarire e poi ripartire, non credo sarà possibile.

    Pierangela Bianco



    EDUCAZIONE = NO DROGA

    E’ bastato che l’on. Fini presentasse una proposta di legge per rendere più restrittivo l’uso della droga e inasprire le pene anche per i consumatori che si è fatta sentire alta e forte la protesta dei paladini della libertà. Si è subito levato chiaro il grido di dolore del giornale politicamente più corretto d’Italia che ha avvertito i suoi lettori:"Dimenticatevi l’uso personale e qualunque licenza di drogarsi. Anche a casa propria, anche con i propri amici". Sembra che sia in atto un attentato alla libertà personale e che presto subiremo un "proibizionismo assurdo e dannoso." Ci sarebbe da ridere, ma la questione è troppo seria. Però una domanda mi è sorta spontanea: ma come si permette, chi dà a quel giornalista la sicurezza che la maggior parte dei suoi lettori faccia uso di sostanze stupefacenti? In questi giorni il dibattito si è nuovamente acceso anche nelle scuole, complici le autogestioni di rito. Proviamo a piantarla di fingere che il problema sia se e quanto la droga faccia male o meno, e quale sia la differenza fra droghe leggere e droghe pesanti. Le Nazioni Unite e il Consiglio superiore di Sanità hanno dichiarato la pericolosità della cannabis affermando che non la si può chiamare droga leggera. Il 95% dei tossicodipendenti da eroina ha cominciato con la cannabis. Autorevoli indagini scientifiche dimostrano che i bambini nati da madri fumatrici di cannabis hanno uno sviluppo neurologico deficitario. E’ provato che i consumatori abituali di spinello manifestano demotivazione, eccessiva irritabilità, aggressività, problemi nella capacità di giudizio, perdita di neuroni cerebrali deputati alla memoria a breve termine. Si potrebbe continuare, ma voglio porre un altro problema. E’ forte la corrente di chi si batte per la liberalizzazione della droga e la depenalizzazione del reato almeno per quanto riguarda l’ uso personale. Naturalmente costoro parlano di scelta, di autodeterminazione, di libertà. Ma quale? Quella di rimbecillirsi? Quella di ridursi a larve umane? Ci si scandalizza quando il problema deflagra e abbiamo casi in cui si manifesta una drammatica e inaudita violenza. Non si potrebbe pensarci prima? Diciamolo chiaramente: drogarsi fa male, nuoce gravemente alla salute. E il male va stroncato quanto più possibile, prima che contagi, prima che coinvolga altri esseri, prima che diventi un problema sociale. Reprimere soltanto non serve. E’ vero, ma è pur sempre qualche cosa. Che ne direste di educare? Questo termine non compare quasi mai negli scritti, nelle conferenze, nei dibattiti, al massimo si parla di informare. Certo sapere di che cosa si tratta è importante, ma se non si educa, se non si trasmettono valori, se non si dà un senso alla vita, allora l’informazione non basta. Si discute in questi giorni sul perché ci si droghi a scuola. E ce lo chiediamo anche? Certo hanno il loro peso il gusto della trasgressione, l’effetto pecora per cui ci si deve integrare nel branco qualunque cavolata venga fatta, ma non basta. La scuola per molti ragazzi ha perso quel ruolo di luogo di educazione, quel senso di rispetto, quella "sacralità", diciamolo pure, che ha avuto per intere generazioni. Di chi è la colpa? Guardiamoci allo specchio: la colpa principale è dei docenti. Poi possiamo accusare la famiglia, i mass media, la società, cosa che non guasta mai. Ma noi docenti quale educazione trasmettiamo, quali valori, quale senso del dovere, di rispetto di se stessi e dell’altro? A ognuno la risposta.

    Pierangela Bianco

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • Buono scuola: perche’ si’
  • Giovani fra scuola e famiglia

    BUONO SCUOLA: PERCHE’ SI’

    E’ finalmente stato reso concreto il buono scuola che realizza la legge di parità approvata durante la scorsa legislatura dal ministro Berlinguer. I ministri Letizia Moratti e Giulio Tremonti hanno siglato un accordo per 30 milioni di euro da distribuire alle famiglie che mandano i figli alle scuole paritarie. Con questo provvedimento si pongono le premesse perché si mettano sullo stesso piano scuole a gestione statale e a gestione privata. I finanziamenti rientrano in una politica a favore delle famiglie, in modo da aumentare le reali possibilità di scelta delle famiglie e dei giovani. E’ un provvedimento di carattere sociale. A quanti ritengono che sia stato sconveniente dare la priorità a tale provvedimento e parlano di non opportunità politica perché si sottraggono risorse dello stato ad altri provvedimenti, ricordiamo che i soldi stanziati non sono dello Stato ma dei cittadini e che il bonus è solo un ritorno di quanto i cittadini hanno versato pagando le tasse. La società globalizzata ci chiede di andare al di là del solo Stato e di superare il concetto che l’istruzione debba essere monopolio di un solo gestore. Immediata è stata la reazione delle principali organizzazioni sindacali che hanno opposto un secco no. O forse è meglio chiamarlo niet ? A questo punto occorre chiedersi perché tanta ostilità? Quali sono i termini reali del problema? Il problema, denunciamolo chiaramente, non è la legittimità o meno della legge di parità: il problema vero è che statalisti laici e cattolici vedono la concreta possibilità che attraverso questo e analoghi provvedimenti si inneschi un meccanismo che porti in breve tempo a una concreta liberalizzazione della scuola, introducendo quella competizione che spezzerebbe il monopolio statale, e che per questo è tanto temuta da chi concepisce lo stato come un organismo centralista e accentratore, come uno strumento di potere, uno stato che più ci si affanna a proclamare laico, più si vorrebbe come etico. Senza dimenticare quali interessi ruotino intorno a una struttura che è stata per tanti anni, e in parte lo è ancora, un bacino in cui far confluire la disoccupazione intellettuale e un fertile terreno da cui attingere tessere sindacali. Statalisti poi sono, in gran parte, i docenti di scuola statale che vedono nella liberalizzazione e nella competizione una minaccia per il sistema scolastico pubblico. Niente di più falso, lo dico da docente di scuola statale, che crede nella sua importanza e nel suo valore, ma proprio perché la considera un grande e importante patrimonio, ritiene che vada salvata dal monopolio statale, che sta mettendo a nudo problemi complessi e vistose carenze. Purtroppo molti di noi sono talmente abituati a ragionare in un’ottica statalista che non riescono a capire che solo attraverso il pluralismo e una costruttiva e corretta competizione si può ridare efficienza e qualità al sistema scolastico italiano. I docenti preparati, qualificati e capaci non solo non devono temere, ma anzi devono appoggiare un sistema aperto in cui la loro professionalità, la loro capacità progettuale possa essere riconosciuta e valutata, un sistema in cui si riconosca il merito e la qualità del loro lavoro. I docenti non si riapproprieranno della funzione di educare le persone attraverso le discipline, se non in una scuola veramente libera e pluralistica Chi crede nella libertà di insegnamento, non può non volere anche la libertà di apprendimento e di scelta da parte dell’utenza. La scuola è un servizio, pagato a caro prezzo da tutti i cittadini, di cui i beneficiari sono studenti e famiglie. Ora mi chiedo se è possibile che su una questione fondamentale come l’ educazione e la preparazione culturale studenti e famiglie vogliano essere espropriati del diritto di scelta… Per questo ben venga il buono scuola, e sia il primo passo verso una serie di riforme che liberino la scuola dallo statalismo, le diano competitività ed efficienza.

    Pierangela Bianco


    GIOVANI FRA SCUOLA E FAMIGLIA

    La riapertura delle scuole ripropone all’attenzione il problema della demotivazione dei giovani. Nel loro porsi all’interno dell’istituzione scolastica sia per quanto riguarda il rapporto docente-discente che per quanto riguarda il ruolo discente nella quotidianità di un lavoro faticoso e che chiede impegno e applicazione costante… Si tratta di un problema complesso che rischia di diventare sempre più grave e di cui non ci si può occupare solo in presenza di casi eclatanti. Alla base vi è il rapporto adolescente famiglia-istituzione scolastica, un rapporto che sta diventando sempre più complesso e meno chiaro nella definizione dei ruoli e delle competenze. Abbiamo creato una società che si pone in modo schizofrenico nei riguardi dei giovani: li considera adolescenti fino quasi a trent’anni, ma, essendo maggiorenni per legge a diciotto, tende a far loro assumere nella società e nella scuola ruoli e responsabilità sempre maggiori. Un esempio per tutti: lo stesso diciassettenne che si rivolge ai genitori per essere protetto e difeso quando incontra degli ostacoli nel suo percorso scolastico, siede poi in Consiglio di Istituto e il suo voto , nelle decisioni riguardanti la vita della scuola, vale quanto quello di un docente o di un genitore. Genitori iperprotettivi, tesi con ogni mezzo a risolvere i problemi, a spianare la strada senza comprendere che imparare ad affrontare e a superare le difficoltà vuole dire crescere come uomini, famiglie che insegnano prima di tutto a declinare le proprie responsabilità creano ragazzi fragili che si scontrano con una scuola in cui si chiede ( o almeno si dovrebbe chiedere) lavoro, fatica, sacrificio, applicazione. L’adolescente che vive questo dualismo è sconcertato. Vi è poi un problema molto delicato, complesso e importante, che riguarda le aspettative della famiglia nei riguardi del figlio. Molte volte nella mente del genitore il figlio virtuale ha preso il posto del figlio reale e questo crea conflitti e fratture negative, e talvolta devastanti, per l’equilibrio e la crescita dell’adolescente che si ripercuotono sul suo essere studente: si crea così un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Anche all’interno del pianeta scuola i problemi sono tanti. Vi sono troppi insegnanti che non riescono ad assolvere al loro ruolo educativo e tengono comportamenti inadeguati e fuorvianti: incapaci di essere autorevoli senza diventare autoritari, falsamente comprensivi giocano in difesa per non essere attaccati, assumono il ruolo di compagni o amici che è assolutamente fuori posto rispetto alla funzione educativa. Questo crea situazioni di tensione, di demotivazione, di noia, veicola senso di inutilità verso la proposta culturale e arriva a provocare situazioni di conflittualità all’interno del rapporto adulto-adolescente che alcuni studenti cavalcano e sfruttano a loro favore. Il problema è questa volta serio e grave, riguarda tutta la società e non può essere risolto senza il concorso responsabile di famiglie, docenti, società. Ci tengo a sottolineare responsabile perché credo occorra un cambio di mentalità, non leggi calate dall’alto che poi nessuno ha gli strumenti per fare applicare. Bisogna che tutti coloro che sono in grado di rendersi conto della gravità del problema, che credono nella centralità della scuola come luogo di istruzione, di formazione culturale e di educazione, e nell’importanza della famiglia come primo luogo in cui si impara ad assumere le proprie responsabilità, si diventa uomini e donne, cerchino di iniziare un cammino comune di cambiamento coinvolgendo il maggior numero possibile di persone. Smettiamola di trattare ragazzi intelligenti,con un potenziale intellettuale da stimolare e da far crescere, come se fossero tanti eterni bambini da proteggere rispetto al mondo, cioè come degli imbecilli; aiutiamoli invece a responsabilizzarsi, ad operare delle scelte, a superare le difficoltà, a trovare una strada idonea ai propri interessi, alle proprie attitudini, alla propria volontà e capacità. Diversamente saremo adulti irresponsabili che formano nuovi frustrati, e anche peggio.

    Pierangela Bianco

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • Comunità Giovanile a Parabiago
  • Esame: se, come, perche’?

    COMUNITA’ GIOVANILE A PARABIAGO : un successo annunciato.

    Il progetto di Comunità Giovanile a Parabiago ha preso forma: un inizio sfavillante, non c’è che dire. Il cortile della Villa Corvini è stata invaso da una marea di cittadini parabiaghesi che hanno giustamente ricambiato, con la loro massiccia partecipazione, l’onore per la presenza del maestro Vincenzo Zitello. Ma più che soffermarmi sul merito della manifestazione, mansione più adatta ad un cronista che ad un militante, vorrei invece sottolineare l’aspetto organizzativo e l’impronta ideologica che è stata, è, sarà, la base di questa esperienza. Ebbene Camerati, vorrei sdoganare il termine "organizzazione": spesso, nel comune sentire, è associato ad una macchina burocratica che si muove per schemi prefissati. Qui stiamo parlando invece della fusione sublime tra il lavoro, la dedizione e la volontà di raggiungere un obiettivo. Ciò che è accaduto alla Villa Corvini quel sabato sera è parso, a chi segue dall’inizio questa avventura, come la manifestazione concreta di una grandiosa prospettiva delineata nelle fredde giornate dello scorso inverno. Un prospettiva, si badi, della quale si erano abbozzati solo i contorni, che necessitava di contenuto: lavoro, tempo, denaro, ma soprattutto volontà di fare. Ed è proprio questo che mi preme sottolineare: il carattere, la volontà, lo spirito di sacrificio, gli elementi che hanno trainato il carro alato del successo. Molti i momenti di scetticismo dei quali colui che scrive si è fatto portatore: mi piace pensare che questi dubbi, queste incertezze, abbiamo apportato un ulteriore spirito critico in chi li ha ricevuti, ma soprattutto in me stesso. Ho detto "ulteriore" perchè è ovvio che di spirito critico gli iscritti di Comunità Giovanile Parabiago non sono poveri. Ma la volontà, lo spirito, il carattere a portare avanti le proprie idee contro mille ostacoli appartiene alla militanza di Destra, alla quale ci onoriamo di appartenere. Non è quindi un caso che Comunità Giovanile sia partita con il piede giusto: le basi ideologiche su cui si fonda sono secolari e radicate. E come diceva il più grande Statista del ’900 "la Storia ci darà ragione".

    Giuseppe Bellini


    ESAME: SE, COME, PERCHE’?

    Anno nuovo, problema antico. Che noia! Che sfinimento! Che presa in giro! Esame di maturità ? Non più ! Da qualche anno si chiama esame di stato. Commissione prima esterna, poi metà e metà alla Berlinguer, ora interna alla Moratti, Signori politici è ora di piantarla con le false riforme, con gli aggiustamenti di forma, con il cambiamento del nome: il problema non può più essere impostato in questi termini, occorre il coraggio del vero e sostanziale rinnovamento. E’ anche vero però che non si può discutere su come fare qualche cosa, se prima non ci si è chiesti se e a che cosa serve. Si è sentita la necessità di riformare la scuola, si è approvata una riforma, speriamo si abbia anche la volontà politica (e non solo quella...) di attuarla al più presto, ma a metà giugno intanto siamo sempre qui a recitare una parte che tutti, chi più chi meno, riteniamo antiquata, obsoleta, se non addirittura inutile sul teatrino della scuola. Che senso ha che alla fine del ciclo commissari interni e il presidente esterno, per garantire la regolarità, esaminino studenti che hanno valutato per lo più per tre anni? Che cosa potrà aggiungere una prova in più o in meno, comunque simile a quelle già sostenute, alla valutazione di una persona che il docente ha seguito e visto crescere per un periodo più o meno lungo, ma certo più esteso di quello di un esame ? Se proprio vogliamo mantenerlo allora cambiamo la formula. Una proposta: si potrebbe strutturare la prova sulla valutazione di uno o più lavori interdisciplinari presentati dallo studente e discussi approfonditamente in modo da valutare che uso egli sappia fare di quanto appreso durante il ciclo di studi. Ritengo però che una vera innovazione sarebbe l’abolizione del valore legale del titolo di studio. La scuola certifichi quale percorso abbia compiuto lo studente, quali risultati abbia conseguito nell’arco dell’intero curriculum di studi. Siano poi l’Università, gli ordini professionali, l’industria, agenzie comunque esterne a valutare il valore reale della sua preparazione In questo modo la scuola farebbe un grosso salto di qualità per due motivi fondamentali. Si porrebbe fine in modo naturale, ne sarebbe una logica conseguenza, al mercato dei diplomifici : che senso ha pagare per un pezzo di carta privo di valore ? che cosa importa a uno studente conseguire un titolo che non apre nessuna porta ? la valutazione , infatti, avverrà in una sede differente, dove egli sarà in competizione con altre persone provenienti da scuole diverse e si misurerà in base alle competenze realmente acquisite. Questo gioverebbe alla crescita e alla assunzione di responsabilità delle famiglie, degli studenti, e anche dei docenti. Indipendentemente dal tipo di scuola frequentato sarebbe inevitabile un radicale cambiamento di mentalità che coinvolgerebbe tutte le componenti scolastiche avvicinando così la scuola alla realtà, al mondo del lavoro dove la competizione è,fortunatamente, ben presente. Si passerebbe di fatto dal " mi devo diplomare " a " devo prepararmi a superare delle prove per inserirmi nella vita e nel mondo del lavoro ". Per questo motivo si andrebbe alla ricerca del docente più preparato, più professionale, più severo nel valutare e nel certificare il percorso compiuto. E’ ovviamente necessaria una vera autonomia e una reale possibilità di scelta da parte delle famiglie per creare competizione fra le varie scuole, che devono però essere a loro volta libere di scegliere i docenti i quali, finalmente, verrebbero trattati da veri professionisti e non si vedrebbero più appiattiti e disincentivati da umilianti contratti collettivi che premiano i meno-facenti. Abbiamo allora il coraggio del cambiamento, il coraggio di rompere con gli schemi tradizionali: è cambiata la società, abbiamo bisogno di una scuola nuova, e allora modifichiamo anche il modo di concluderla. Controproponiamo una soluzione che risponda a una visione autenticamente liberale : il progresso di una nazione, il mercato del lavoro non chiedono titoli di cui fregiarsi, chiedono competenze reali che si acquisiscono solo con uno studio serio, costruttivo, approfondito. Quale valore legale ! è necessario un titolo di studio che abbia un valore reale.

    Pierangela Bianco

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • Nasce a Parabiago la Comunità Giovanile
  • Scuola e Politica
  • Interrogazione al Senato presentata da Giuseppe Valditara

    NASCE A PARABIAGO LA COMUNITA’ GIOVANILE

    L’aggregazione giovanile, nelle sue diverse forme, è ormai fenomeno di studi sociologici da anni. Ma mentre quelle chiaramente di sinistra conoscono una certa "fama" per diversi motivi, non ultimi quelli di ordine pubblico, quelle che si propongono di non avere né padroni né padrini politici spesso restano in una nicchia per soli iniziati, per addetti ai lavori. Ora a Parabiago è nata da quella, storica, di Busto Arsizio una sua costola che promette bene. Nella rubrica Altomilanese di questo numero ne diamo l’interessantissimno programma; qui vogliamo parlarne delle sue finalità e del suo progetto con le parole stesse di chi ci lavora.

    Il giorno 1 Aprile 2003., presso la Sala Verde della Villa Corvini in Via S. Maria a Parabiago, alle ore 21, si è tenuta la conferenza stampa per la presentazione di Comunità Giovanile Parabiago. Tale ente è la costola dell’associazione Comunità Giovanile di Busto Arsizio, progetto di aggregazione giovanile partito per volontà di alcuni studenti universitari e delle scuole superiori nel 1989, che senza sosta propone iniziative di ordine culturale, ludico, ricreativo e formativo (concerti, conferenze, iniziative culturali e teatrali, rievocazioni storiche etc). Riprendendo gli intenti del sodalizio bustese, l’associazione si estende quindi anche a Parabiago su iniziativa di alcuni giovani della zona che, attratti dall’esperienza bustocca, si sono fatti promotori della nascita di un centro di aggregazione anche nella provincia di Milano. Anche a Parabiago si vuole creare un polo d’attrazione, una realtà operante soprattutto nel mondo giovanile , che veda riempire quel vuoto che nessuna Istituzione è riuscita sino ad ora a colmare; una realtà che canalizzi l’interesse e la partecipazione dei giovani e possa offrire loro momenti di divertimento, di formazione e di crescita, in un contesto sociale in cui la gioventù non ha più punti di riferimento ed esempi da seguire. In generale il crollo delle ideologie, se da un lato ha tolto alle ultime generazioni ogni spinta e tensione ideale, dall’altro ha lasciato un vuoto che è stato colmato solo dalle ideologie del nulla, del nichilismo e dell’edonismo: la gioventù oggi è sola, sempre più violentata dal consumismo, confinata ai margini di un mondo a lei ostile. Nasce da qui l’esigenza di Comunità Giovanile di dare spazio ai giovani, creare momenti e situazioni in cui potersi confrontare e crescere, sostituendo al nulla e alla noia il divertimento, la formazione culturale, l’impegno sociale. Una forma ed un’organizzazione sociale in grado di porsi come alternativa credibile al già visto e sentito. Una realtà che si propone diversa soprattutto nella sostanza: un’alternativa comunitaria, fondata sulla donazione di sé e sempre insieme condivisa, sulla riscoperta dello stare insieme e soprattutto del "fare" insieme. Una realtà metapolitica, che vuole incidere sul sociale, e movimentista, che vuole offrire al giovane la possibilità di crescere non solo culturalmente, ma anche attraverso l’impegno costante e quotidiano. Nel primo anno di attività le iniziative dell’Associazione si sono concentrate in un unico progetto "L’identità europea: alla riscoperta delle radici storiche, culturali e spirituali del nostro continente". Il primo appuntamento, sponsorizzato dalla Regione Lombardia, Provincia e Comune di Parabiago, si terrà sabato 7 Giugno alle ore 21 in Parabiago presso Villa Corvini dove Vincenzo Zitello, artista di fama internazionale, si esibirà per Comunità Giovanile. Zitello nasce dalla scuola di Alan Stivell, dal quale ha appreso tutti i segreti della musica gaelica e della cultura bretone. Zitello spazia alla riscoperta delle varie tradizioni musicali dei popoli Europei, vero specchio ed anima delle identità e dello spirito delle singole comunità. Il viaggio artistico porta Zitello all’incontro, seppur con una personalissima chiave di lettura, con la musica sacra: sono sue le musiche per il Concerto del Giubileo del 2000, mentre nel 1995 a Loreto, alla presenza del Papa, in coppia con Rossana Casale, esegue una sua versione dell’Ave Maria. Sono altresì numerose le sue collaborazioni con artisti del calibro di Fossati, Battiato, Tosca, Casale e Alan Stivell. Nella stessa serata, a seguire, vi sarà l’esibizione di Gens D’Ys, scuola di danze tradizionali Lombarde e Celtiche. Attraverso una delle maggiori e più ancestrali forme di espressione popolare, la danza, verrà posta l’attenzione sui forti legami che la Lombardia ha sempre avuto con l’Europa dal punto di vista culturale. Nell’arco dell’anno verranno proposte altre manifestazioni (così come da programma) che hanno un’importanza fondamentale per Comunità Giovanile. Esse serviranno all’associazione per testare la risposta dei giovani di fronte a nuove iniziative, ed ai giovani per ricevere il segnale della presenza di una nuova realtà, pronta ad accogliere le loro istanze e le loro esigenze, decisa a promuovere insieme a tutti loro le più disparate iniziative volte alla rinascita di un sopito protagonismo giovanile.

    Comunità Giovanile
    Elena Cozzi





    SCUOLA E POLITICA

    In occasione del conflitto in Irak è riesploso il popolo pacifista. I nipotini di Stalin hanno riempito le piazze urlando il loro sdegno contro l’oppressore Bush, l’imperialismo americano, la guerra del petrolio e altri slogan, sempre gli stessi, che ricompaiono ogniqualvolta vi siano gli U.S.A. in guerra. Allora si tratta di una sporca guerra. Le loro bandiere multicolore hanno riempito le piazze, adornato finestre e davanzali, tutto questo legittimamente in uno stato democratico ove vi è libertà di pensiero che spesso diventa libertà di insulto, di menzogna, mistificazione e quant’altro. Non mi indigna, è il gioco delle parti e i comunisti sono sempre gli stessi. Invece mi indigna fortemente la strumentalizzazione che della guerra è stata fatta nelle scuole: con quale diritto Presidi e Professori hanno fatto esporre la bandiera della pace ( o meglio dei pacifisti) accanto a quella dell’Italia e dell’Europa? Alcuni docenti di un noto liceo classico milanese hanno addirittura preso posizione con una lettera pubblicata sulla Stampa del 23 aprile in cui si leggono frasi come" avvertiamo…..l’instaurarsi di un clima di regime, nel quale si cerca di tacitare il dissenso e le voci fuori dal coro" : chi vi avrebbe tacitato, visto che avete urlato nelle piazze, alla televisione e alla radio, avete esposto ovunque le vostre bandiere? Anche per la sfacciata menzogna c’è il limite fissato dalla decenza. Poco sotto rincarano la dose dimostrando tutta la loro obiettività e il loro rispetto per chi la pensa in modo diverso e scrivono "A chiunque sia ancora capace di un barlume di coscienza critica non può sfuggire…" frasi di questo genere sono di una violenza inaudita e inaccettabile in bocca ad educatori. Faccio parte di quegli imbecilli a cui è del tutto sfuggito e si sono permessi di dare valutazioni diverse. Credo anche che la scuola dovrebbe favorire la discussione critica e il confronto fra varie posizioni, altrimenti tradisce la sua funzione primaria. Vorrei porgere a questi sedicenti cultori della pace una domanda: avete spiegato ai vostri allievi che cosa è storicamente il pacifismo? Mi sorge un dubbio: ma voi lo sapete o credete veramente che pace e pacifismo siano la stessa cosa? Siete in malafede, solo ignoranti o tutte e due le cose? Questo però è solo uno dei tanti aspetti di un problema molto serio e complesso: quali sono i confini che un docente non deve varcare? Non è censura, è rispetto degli studenti, è onestà intellettuale, è etica professionale. La scuola è il luogo in cui dovrebbe essere riconosciuta la legittimità di tutte le posizioni e in cui al docente è lecito esprimere la propria, ma come una delle posizioni possibili, non come l’unica posizione culturalmente, o peggio, eticamente corretta. Purtroppo questo è avvenuto in molte scuole, questo avviene tutti i giorni in modo più o meno subdolo. Come liberi cittadini di un libero stato dobbiamo farci carico tutti di questo problema: ne va non solo dell’educazione dei nostri giovani, è in gioco la società di domani.

    Pierangela Bianco




    Atto Senato
    INTERROGAZIONE a risposta scritta 4-04507 presentata da Giuseppe Valditara giovedì 8 maggio 2003 nella seduta n.390

    VALDITARA, BEVILACQUA. - Al Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Premesso:

    che la legge finanziaria 2003, all’articolo 35 (Misure di razionalizzazione in materia di organizzazione scolastica), prevede una forma di tutela della qualità del servizio scolastico nel porre la riserva «salvaguardando l’unitarietà di insegnamento di ciascuna disciplina» nel caso in cui «le cattedre costituite con orario inferiore all’orario obbligatorio d’insegnamento dei docenti, definito dal contratto collettivo nazionale di lavoro, sono ricondotte a 18 ore settimanali»; che numerosi Centri per i Servizi Amministrativi, a ciò guidati dai rispettivi Uffici Scolastici Regionali, conducono un’operazione prettamente burocratica nel portare le cattedre a 18 ore, producendo il rischio della impossibilità operativa in alcuni accorpamenti e un conseguente peggioramento della qualità del servizio didattico; che per alcune classi di concorso (ad esempio A046, Lingua e Letteratura straniera, e A049, Matematica e Fisica nei Licei scientifici) vi è così il rischio di spezzare la continuità didattica, non ottenendo, del resto, neanche economie di spesa, in quanto le scuole dovranno pagare i docenti per le supplenze giornaliere, ora realizzate sostanzialmente con il completamento a 18 ore; che non è possibile prevedere aprioristicamente soluzioni «tampone», come la formazione nei casi sopra richiamati di cattedre di 20 ore, in quanto lo stesso articolo 35 della legge 27 dicembre 2002, n. 289 (legge finanziaria 2003), al comma 1 - fermo restando quanto previsto dall’articolo 22 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, ed in particolare dal comma 4 - stabilisce che le ore aggiuntive sono attribuite ai docenti «con il loro consenso»; che il testo della Riforma, all’articolo 3, comma 1, lettera a), recita testualmente: «Il miglioramento dei processi di apprendimento e della relativa valutazione, nonché la continuità didattica, sono assicurati anche attraverso una congrua permanenza dei docenti nella sede di titolarità», prefigurando tale enunciazione una qualche limitazione alla mobilità volontaria dei docenti in funzione della specifica continuità didattica nelle medesime classi (non certo genericamente nella scuola) che, di fatto, viene ad essere pregiudicata da un’applicazione meccanica della legge finanziaria, gli interroganti chiedono di conoscere: in quale modo il Ministro intenda sostenere e incoraggiare un’applicazione delle disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato al comparto Scuola coerente con le attese legate alla Riforma; quali iniziative intenda assumere per tutelare sia un livello organizzativo delle singole istituzioni scolastiche che garantisca modalità ottimali di prestazione del servizio da parte dei docenti sia la massima soddisfazione dell’utenza relativamente alla qualità del servizio didattico stesso.

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • 1923-2003 : E ORA SI CAMBIA!
  • MACCARI E STRAPAESE, LA LEZIONE DI ORCO BISORCO


    1923-2003 : E ORA SI CAMBIA!

    Mercoledì 12 marzo il Senato ha dato via libera alla riforma scolastica. Dopo ottanta anni e 34 tentativi andati a vuoto la scuola cambia volto. In effetti da anni la scuola non era più quella voluta da Gentile e che aveva egregiamente formato generazioni di italiani. Si era trattato però di cambiamenti striscianti, di aggiustamenti in corso d’opera o di leggi che modificavano qualche aspetto snaturando un impianto , diciamolo, eccellente e creando solo confusione e abbassamento del livello culturale. Oggi la riforma Moratti è globale, organica , tocca tutti i gradi dell’istruzione. La struttura c’è. Ma è lecito sapere anche che cosa si insegnerà? Quali strumenti verranno messi a disposizione delle scuole? Come verranno formati e aggiornati gli insegnanti? Per ora siamo davanti a una scatola vuota. Tra proclami trionfalistici come quello del Movimento italiano genitori che parla di " primo importante passo verso una scuola di qualità equiparabile ai livelli europei" gli studenti dell’Uds che annunciano 24 mesi di proteste, tanto per mantenersi in allenamento, e l’opposizione che si preoccupa solo del contratto e della copertura finanziaria, argomenti importanti ma non inerenti l’essenza del cambiamento, attendiamo fiduciosi una scuola di "libertà responsabile, pluralità, flessibilità" come trionfalmente dichiarato dal premier Berlusconi. Attendiamo anche le novità proposte dalle Regioni, cui toccherà il 10 % del monte ore in nome della "personalizzazione" dei programmi. Francamente mi sfugge il rapporto fra personalizzazione del programma e regionalizzazione. Nell’attesa è doveroso segnalare alcuni aspetti inquietanti. Mi pare che la maggior attenzione e le proposte qualitativamente più sensate e costruttive riguardino il primo ciclo, mentre il secondo ciclo sia penalizzato proprio sul piano della qualità. E’ positivo aver diviso i licei dalle scuole di formazione professionale, ma perché ridurre i licei a due bienni e dedicare un anno intero all’approfondimento e all’orientamento? E chi arriva all’ultimo anno con le idee chiare che cosa fa? Non vorrei che a furia di orientarsi si perdesse la bussola. Fortunatamente per intervento del senatore Valditara si ovvierà, con i decreti attuativi della riforma, a una risoluzione sciagurata quale quella di valutare ogni anno, ma di fermare solo ogni due. Si eliminerà così il punto più debole della nuova riforma. Se costruendo un edificio ci accorgiamo che le fondamenta scricchiolano rinforziamo il secondo piano? Vorrei infine richiamare l’attenzione sul problema della professionalità del corpo docente. Anche se i programmi saranno i migliori possibili, occorre tener presente che la loro realizzazione è affidata ai docenti. Dai pure la stoffa più pregiata a un mediocre sarto, l’abito sarà di qualità scadente. Ora il problema a mio avviso più grave della scuola italiana è dato dalla qualità del corpo docente. L’articolo 1 , c. 3 parla esplicitamente di valorizzazione professionale del corpo docente e l’on. Valentina Aprea ha dichiarato che occorre favorire fra gli insegnanti la cultura della valutazione e che occorre smettere con l’autoreferenzialità. Benissimo, concordo, ma vorrei porre un problema: chi, come e che cosa valuterà? Vista la situazione attuale e la fumosità di quanto proviene dall’alto è lecito chiedere se a qualcuno interessa come, a che livello qualitativo si lavora in classe? Perché è bene far sapere anche ai non addetti ai lavori che attualmente tutto si valuta e si retribuisce tranne la qualità dell’insegnamento. Anzi troppo spesso l’insegnante serio, preparato, che lavora e che conseguentemente pretende il raggiungimento di determinati livelli è penalizzato. Continueremo così? Chi ci valuterà? Il dirigente scolastico, gli studenti, i genitori, i bidelli? Saremo tanto più bravi quanto maggiore sarà il numero dei promossi e più alta la media dei voti che daremo ai nostri studenti? Non sono provocatoria, vivo da troppi anni nella scuola e ho qualche difficoltà a credere nelle favole. Nel frattempo colgo un segnale inquietante. Si è formata una commissione per stilare un codice deontologico: chiaro segnale di una precisa volontà di passare da un ruolo subordinato e impiegatizio e un ruolo professionale: dopo molte e presumo interessanti discussioni si è concluso con un nulla di fatto. Eppure è un argomento che varie associazioni avevano da tempo discusso ed erano state formulate ipotesi concrete. Ora o i membri della commissione erano degli incapaci o non c’è la volontà politica di dare una vera svolta al ruolo docente. Tertium datur?

    Pierangela Bianco
    MACCARI E STRAPAESE, LA LEZIONE DI ORCO BISORCO

    Le bacchettate e le burle contro la società moderna di un paradossale "eretico ortodosso"
    Perché riscoprire un autore dimenticato che oggi farebbe impallidire Verdi e No global

    Mino Maccari fu pittore di particolarissimo talento, disegnatore pungente, umorista geniale e impietoso. Ma questo toscanaccio era - cosa che gli è costato, caso ennesimo, l’oblio imposto dalla cultura "rispettabile" - un fascista. Fu Maccari un mirabile interprete del fascismo più autentico, ma rimasto idea pura e minoritaria, quello "tradizionalista" e "popolare", cattolico e antiborghese, anticalvinista e antiamericano, antidealista e antimodernista. Quello che restò lontano dai rituali del regime, dalle parate, dai pennacchi, dagli orbaci all’ultima moda e dagli stivali lucidi. Uno dei motti maccariani più celebri durante il "fastismo", il fascismo opulento, era: "Sia fatto arrosto chi s’è messo apposto". Mino, di cui uno degli pseudonimi preferiti fu Orco Bisorco, "a posto" non si mise mai. Chiamò "Strapaese" il luogo ideale e immaginario di cui auspicava l’affermazione e che divenne un ricco movimento culturale. Non volle cedere all’ansia futurista che pervadeva quell’epoca. Inorridiva pensando al manifesto del 1909 in cui si scrisse: "un automobile ruggente , che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia". Lui e agli altri "selvaggi" consideravano l’automobile una "camicia di Nesso" e non la usarono mai. Un’altra "eresia" di Maccari fu il rifiuto delle tesi razziste importate. Telesio Interlandi (direttore del Tevere in cui lavorò anche Almirante) fu preso bellamente per i fondelli con una serie incessante di battute, al punto che gli fu dedicata una quarta di copertina con la seguente didascalia: "A Telesio Interlandi / Or ciascun si raccomandi / presentando com’è logico / l’albero genealogico". Strapaese si autodefiniva "colonia dei fascisti selvaggi, che è quanto dire degli italiani rurali, di quelli che si salvano dalla società americana". Qualcuno contesta che i "selvaggi" fossero eretici rispetto al fascismo mussoliniano, semmai - si sostiene - ne erano l’espressione meno contaminata. Mussolini scrisse:: "L’urbanesimo assume in Italia aspetti sempre più inquietanti…Bisogna ruralizzare l’Italia, anche se occorrono miliardi e mezzo secolo"? A queste parole del duce, Orco Bisorco rispondeva con goliardica impertinenza: "O Mussolini, gli Strapaesani hanno già cominciato: da qualche anno e senza un quattrino". "Noi possiamo vantarci - diceva fiero l’Orco toscano - di essere i più strenui difensori del fascismo rurale e delle qualità probe, oneste, forti della nostra gente; noi soli la difendiamo - e non per estetismo - dal bastardume novecentista, dalle teorie futuriste-bolsceviste, dalle impostazioni sfacciate della cosiddetta civiltà di marca americana". Nessuno sfuggì all’aggressività corrosiva di Strapaese. Nemmeno uomini come Gentile ed Evola, Spirito e Chiurlo, Pende e De Stefani, Volpe e Ansaldo furono risparmiati dalle mitragliate antimoderniste dei "selvaggi". Nessuna istituzione di regime, per quanto intoccabile, fu risparmiata: "che seccatura / l’istituto fascista di cultura". Nonostante le sue frecciate da toscanaccio gli avessero già una volta procurata l’espulsione dal partito, Maccari non sapeva restar muto di fronte al carrierismo dei certi gerarchi: "Ispezionate le province, camerata Farinacci, ma ispezionatele a fondo e troverete delle carogne da buttar via e dei buoni da utilizzare. Perché molto spesso la disciplina, localmente, diventa il mezzo col quale un pugno di faziosi stretti da vincoli oscuri, sottomettono i nuclei pensanti e le intelligenze che oltre a portare al partito un contributo di pensiero, di idee e volontà, romperebbero le uova nel paniere misterioso dei sullodati signori". Questo Maccari che menava fendenti a destra e a manca amava follemente l’umorismo e l’ironia, al punto di imputare al regime di aver ereditato e fatto proprio una certa tetra "austerità" di tipo "mazziniano": "Abbiamo spesso considerato che il Fascismo non ha oggi, manifestazioni d’allegria. I suoi giornali umoristi fanno piangere. I giornali politici son quasi sempre lugubri. Il Fascismo che non sa ridere ci stringe il cuore. La politica che non sa ridere non fa per noi". Questo fu il fascismo di Orco Bisorco e della "tribù selvaggia" di Strapaese (nella quale militarono Soffici e Malaparte, Pelizzi e Bilenchi, Ungaretti e Bencini): una miscela esplosiva fatta di squadrismo e tradizionalismo, oggi utilizzabile più che mai. Oltre il "tradizionalismo" spurio e laicistico degli Omodeo, oltre il "tradizionalismo" esoterico e neo-pagano di Evola, quello di Maccari e della sua squadraccia fu il tradizionalismo popolare cattolico, rivoluzionario e antiborghese, antiamericano e antimodernista che spavaldamente proclamava: "Siamo nati in campagna! Abbiamo bazzicato per le osterie! Abbiamo amici fra i barrocciai, fra i vetrai, fra i contadini, fra gli artigiani!…Si finisse a Piccadilly, ed alla Fifth Avenue, sempre ragioneremo e discorreremo alla maniera antica italiana. Se la civiltà dei nostri tempi è, come dicono, una civiltà meccanica, ovvero macchinista, non saremo così sciocchi da farci schiacciare o rimbecillire dalle macchine". Perché dunque parlare oggi di Mino Maccari, che era già fuori dal tempo nella sua epoca? Beh, il suo lascito deve rappresentare un pungolo per le nostre coscienze moderne, uno stimolo per affrontare le sfide del nostro tempo, per non arrendersi alla violenza di modelli che hanno già vinto, perché si sono imposti, ma a cui mai e poi mai dobbiamo permettere di toglierci la voglia di sognare.

    La vita del selvaggio Mino
    Nato a Siena nel 1898, a diciannove anni partecipa alla Grande Guerra come ufficiale di artiglieria di campagna. Tornato a Siena nel 1920 si laurea in giurisprudenza ed inizia a lavorare presso lo studio dell’avv. Dini a Colle Val d’Elsa. Sono di questi anni i suoi primi tentativi di pittura ed incisione. L’esordio di Maccari in pubblico è con il Gruppo Labronico. Nel 1922 partecipa alla "marcia su Roma". Nel 1924 viene chiamato da Angiolo Bencini a curare la stampa de "Il Selvaggio", dove vi appaiono le sue prime incisioni; nel 1926 abbandona la professione legale e ne assume la direzione fino al 1942. Nel 1925 la redazione del "Selvaggio" si trasferisce a Firenze e tra i suoi collaboratori annovera Ardengo Soffici, Ottone Rosai e Achille Lega. Nel 1927 Maccari partecipa alla II° Esposizione Internazionale dell’Incisione Moderna e alla III° Esposizione del Sindacato Toscano Arti del Disegno. L’anno dopo è presente alla XVI° Biennale di Venezia. Nel 1929 "Il Selvaggio" si trasferisce a Siena e Maccari espone delle puntesecche alla II° Mostra del Novecento Italiano a Milano. Agli inizi degli anni Trenta è capo redattore della "Stampa" di Torino, accanto al direttore Malaparte. Nel 1931 partecipa alla I° Quadriennale di Roma (dove sarà ancora nel 1951 e nel 1955). Nel 1932 "Il Selvaggio" si trasferisce a Roma. Nel 1938 viene invitato alla XXI° Biennale di Venezia con una sala personale, collabora ad "Omnibus" di Longanesi e tiene una mostra personale all’Arcobaleno di Venezia. Nel 1943 espone ad una personale a Palazzo Massimo in Roma e alla Mostra Dux al Cinquale di Montignoso. Nel 1948 è di nuovo alla Biennale di Venezia dove gli viene assegnato il premio internazionale per l’incisione (vi sarà anche nel 1950, 1952, 1960, 1962). Alla fine degli anni Quaranta inizia la sua collaborazione alla rivista liberale "Il Mondo", diretta da Pannunzio, conclusasi nel 1963. Nel 1955 è alla Biennale di San Paolo (Brasile). Nel 1962 gli viene affidata la presidenza dell’Accademia dei Lincei. Quindi nel 1963 tiene una mostra personale a New York alla Gallery 63 e nel 1967 partecipa alla "Mostra d’Arte Moderna in Italia 1915-1935", tenuta a Firenze a Palazzo Strozzi. Seguono una serie di mostre personali ed esposizioni internazionali di grafica, tra cui quella del 1977 a Siena, dove gli viene dedicata una personale a Palazzo Pubblico. Muore nel 1989 a Roma.

    Fabio Pasini

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • SCUOLA: UN ANNO SI’, UN ANNO NO
  • CRONACA DI UN SUCCESSO


    SCUOLA: UN ANNO SI’, UN ANNO NO

    Osservazioni critiche sul progetto di introduzione del "biennio valutativo"

    La ventilata introduzione (prevista dal DdL Delega in materia di norme generali e di livelli essenziali delle prestazioni in materia di istruzione e di formazione professionale licenziato dal Senato) del sistema di valutazione scolastica per periodi didattici biennali ai fini del passaggio al periodo successivo (il cosiddetto "biennio valutativo") rappresenta una grave ipoteca sulla qualità del sistema scolastico del nostro paese, che rischia molto verosimilmente di compromettere qualsiasi pregio della riforma scolastica Moratti. Siamo infatti i primi ad auspicare una didattica e una pedagogia che sollecitino negli studenti le migliori motivazioni per lo studio, stimolandoli ad intraprendere la scoperta dei tesori che le materie scolastiche custodiscono, quasi scrigni a disposizione di chi voglia applicarsi con entusiasmo nello studio. Inoltre sappiamo benissimo che il provvedimento della "bocciatura" deve essere usato con oculatezza, considerando le ripercussioni talvolta gravi che può sortire nello studente che sia stato respinto, e non limitandosi a considerare i voti, bensì anche la storia personale dello studente e le diverse cause che hanno concorso a fargli conseguire un profitto sanzionabile con la "bocciatura".

    Nondimeno il biennio valutativo ci sembra esiziale per i seguenti motivi:
    1. Anche gli studenti motivati, che studiano per gustare il sapore del sapere, acquisiscono la passione per lo studio solo gradualmente, perché essa è molto più una conquista che non un equipaggiamento e si consegue solo studiando e approfondendo argomenti, discipline, problemi, e quant’ altro: l’appetito vien mangiando. In altri termini, il desiderio di conoscere è un’aspirazione primigenia dell’uomo, ma si trova connaturato solo a livello germinale, perciò va sviluppato e attuato. Dunque, se la passione per lo studio si acquisisce solo studiando, è chiaro che geneticamente essa richiede, almeno nelle prime fasi della carriera di uno studente (ma talvolta la passione per lo studio sboccia, se sboccia, solo all’Università), che quest’ultimo venga obbligato a studiare se non vuole ripetere l’anno. È molto difficile che uno studente impari a studiare per passione se non ha incominciato a studiare per costrizione.
    2. Chiunque abbia anche la pur minima esperienza di insegnamento sa benissimo che anche il miglior insegnante del mondo è impotente nei riguardi di molti studenti che, per varie ragioni (personali, familiari, sociali, storiche, culturali, o altro) -ragioni che spesso gli insegnanti non sono in grado oggettivamente di rimuovere- sono insensibili e apatici rispetto a qualsiasi richiamo del sapere e del bello e che non provano alcun interesse per lo studio. Del resto, anche Socrate, inventore di quell’arte maieutica che è il modello supremo dell’insegnamento, non riuscì col suo magistero ad accendere la passione per la ricerca in tutti i suoi interlocutori, e da alcuni di essi fu addirittura mandato a morte. Pertanto per studenti apatici e insensibili l’unico strumento che l’insegnante possiede per favorire l’apprendimento è, purtroppo e suo malgrado, il ricorso ad una valutazione negativa che si traduce nella "bocciatura" finale al termine dell’anno scolastico. È chiaro, dunque, che l’introduzione del biennio valutativo costituirebbe per simili studenti la garanzia di un’immunità totale lungo tutto il corso del primo anno, la garanzia che non c’è nessuna ragione per studiare perché anche la più totale assenza di impegno e di applicazione non provocherà nessuna conseguenza, perché basterà darsi un po’ più da fare nel secondo anno per superare due anni in un colpo solo, e ciò senza aver studiato effettivamente per due, bensì soltanto per un anno, grazie alla consapevolezza che l’ anno iniziale non dovrà mai essere ripetuto da nessuno. O con la consapevolezza che, anche in caso di "bocciatura" al termine del secondo anno, soltanto quest’ultimo viene ripetuto e non il primo. Insomma il biennio valutativo è il lasciapassare inequivocabile ad uno studio ad anni alterni dove si consente che tutto ciò che si insegna durante un intero anno scolastico venga completamente ignorato.
    3. Per l’intera durata del primo anno l’insegnante si troverà dunque a che fare con studenti che vengono a scuola solo perché obbligati e che hanno ben poche ragioni per attenersi ad un comportamento rispettoso e disciplinato che non disturbi lo svolgimento delle lezioni. Perciò, si badi, simile riforma valutativa danneggerebbe anche gli studenti motivati e volonterosi, che verrebbero disturbati dagli altri e ostacolati nel loro legittimo desiderio di imparare, di ascoltare e di intervenire nel corso delle lezioni.
    4. L’ introduzione del biennio valutativo, oltre tutto, ci emarginerebbe dal resto dell’ Europa: infatti tale istituto non esiste in nessun altro Stato, con la sola eccezione della Spagna, dove ha dato pessima prova di sé, tanto che in quel paese si sta tentando di correre ai ripari: facciamo almeno tesoro dell’ esperienza altrui!

    Il biennio valutativo si configura pertanto come l’ azzeramento di qualsiasi pregio che l’imminente riforma scolastica possa esibire, anzi dell’intero sistema scolastico: che senso ha stabilire programmi di insegnamento, inserire nuove materie, progettare l’aggiornamento e la riqualificazione degli insegnanti, ecc., se tanto gli studenti possono per un anno intero trascurare qualsiasi materia e qualsiasi programma? Quali vantaggi dell’introduzione del biennio valutativo, se esistono, possono controbilanciare gli enormi svantaggi che esso comporta?

    Per: Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante (AESPI)
    Angelo Ruggiero

    Per: Consulta Regionale per i Valori della Scuola
    Alfonso Indelicato

    Per: Comitato Nazionale Difesa Scuola Italiana (CNADSI)
    Manfredo Anzini

    Per: Associazione Nazionale Docenti (AND)
    Alberto Giovanni Biuso

    Per: Associazione Professionale "Scuola del Futuro"
    Luigi Rapisarda

    Per: Centro ricerche, studi e iniziative "Europa 2000"
    Giuseppe Manzoni di Chiosca

    Per: Fondazione Cajetanus
    Diego Zoia


    CRONACA DI UN SUCCESSO…

    Si riparte. Trascorso il periodo delle festività , ci si prepara per un nuovo anno ricco di impegni e di auspicabili successi, con la speranza di non venir travolti dall’insostenibile frenesia della quotidianità; peccato mortale, soprattutto per chi è abituato a far tesoro del tempo e dell’esperienza. Ma fin da questi primi mesi, un nutrito gruppo di giovani avrà un punto di riferimento immediato, un perno della propria azione, rappresentato da un preciso momento di riflessione, di pensiero, di vera comunità. Una scommessa vinta, dunque, il Raduno della Giovane Destra tenutosi tra le mura del Palazzo Orrù di Quartu S.Elena nei giorni 21, 22 dicembre, in pieno periodo prenatalizio. Organizzata dalla Presidenza Provinciale di Azione Giovani, la due giorni quartese -ribattezzata "Ideando l’Azione"- è stata teatro di una effervescente elaborazione culturale e politica messa in scena dai numerosi militanti della realtà provinciale; ma soprattutto ha dato occasione, una tantum, di respirare in maniera effettiva e non soltanto ideale il clima comunitario che da vigore e ragion d’essere all’azione quotidiana ed alla fiaccola che ne è emblema. Un buon cappuccino, un pranzo comunitario ed una buona pizza per concludere il giorno hanno collegato in un’unica sessione ideale le varie fasi del campo. Nessun lato è stato trascurato; tra momenti ludici ed altri di approfondimento, i ritmi delle giornate hanno soddisfatto la necessità, per un ambiente talvolta abituato ad eseguire piuttosto che elaborare, di confrontarsi sui temi che la post-modernità esprime pressantemente. Tre gruppi di lavoro distinti si sono dunque occupati di altrettanti temi, nel tentativo di far emergere differenze e trovare una sintesi. Apripista della discussione intorno ad ogni tavolo è stata una breve minuta, ricca di interrogativi, distribuita ai militanti qualche giorno prima dell’incontro. Il primo gruppo (di cui Simone Olla, presidente di Azione Giovani Quartu, ha curato la minuta ed ha svolto il ruolo di moderatore) ha analizzato i rapporti tra Europa ed Islam ; alla luce dei recenti avvenimenti, che hanno rimesso in discussione i due concetti, si è convenuto come attorno ad essi sia premente la necessità di evitare ferree schematizzazioni, cercando invece di coglierne la naturale e proficua indefinibilità. Considerazioni utili giungono dunque dal grande libro della storia, che permette di leggere un secolare riconfigurarsi di rapporti tra le due realtà, di cui l’Europa sarebbe emblematica sedimentazione. Esempi positivi di coesistenza, integrazione e cooperazione, come nel caso della Spagna araba di 1300 anni fa, cozzano con la spesso prospettata realtà di blocchi monolitici, incomunicanti ed attualmente contrapposti, in virtù di un discutibile ideologismo politico. Chi paventa "scontri di civiltà" non si inscrive dunque in una logica propriamente fondamentalista? Un atteggiamento produttivo potrebbe consistere nell’analisi dei reali motivi -e non di comodo- degli integralismi di qualsiasi segno, sia quello islamico, sia occidentalista. In tal senso, si dovrebbe tenere dunque conto della tendenza universalista più o meno esplicitamente ostentata dalle democrazie liberali occidentali nei confronti della diversità; la storia, di cui non ci si può vantare di conoscere direzione e verso, si dimostra dunque materia prima da cui attingere per analizzare il fenomeno della cosiddetta "terza invasione" dell’Islam; conseguentemente il fenomeno dell’immigrazione andrebbe forse letto attraverso le lenti della coerenza, riconoscendo l’asimmetria reale tra un’immigrazione metabolizzabile secondo esigenze economiche o strette affinità culturali con i suoli d’arrivo, ed una che abbia la precondizione del rispetto dell’essenza stessa della comunità, non soltanto della propria ma anche di quella altrui. Il secondo gruppo di lavoro ("11 Settembre, Perché?") - moderato da Giuseppe Corda (Presidente del circolo di Azione Giovani di Assemini) e da Simone Belfiori (militante di Azione Giovani Quartu, nonché curatore della minuta) - si è invece occupato dell’annosa questione inerente i tragici fatti dell’11 Settembre. Numerosi sono stati gli aspetti trattati: dal riconfigurarsi dello scenario politico mondiale in seguito alla caduta del blocco sovietico, all’idea e al ruolo dell’Europa, fino ad inevitabili considerazioni di carattere antropologico su culture e civiltà. Sono emerse posizioni differenti, che non hanno consentito di trovare una vera e propria sintesi; tuttavia, non sono mancate occasioni di dialogo e conclusioni comuni. Si è manifestata, in maggioranza, una simmetria di vedute riguardo al rifiuto dell’ipotesi di uno "scontro di civiltà" in atto e nei confronti di una visione dell’Islam unitaria e riduttiva; allo stesso modo, uniforme è stata la condanna nei confronti dei tragici eventi delle Twin Towers. Numerose anche le voci di chi non condivide le modalità di intervento militare messe in atto nei territori dell’Afghanistan; è stato prospettato lo scenario di una più stretta osservanza del diritto internazionale -con conseguente riferimento ad azioni di polizia internazionale- ed un ricorso a strumenti tipici del sistema-rete, individuabile nell’intervento nei nodi finanziari e della comunicazione. Una delle tesi, pur non negando il ruolo avuto dalla Cia nel periodo delle guerra fredda nel finanziamento e nella formazione della rete di Al-Qaeda, vede nell’operato di Bin Laden -indicato come punto nevralgico dell’intera rete- un movente prettamente economico al quale si saldano pretestuosamente motivi religiosi; il legame dello sceicco con i trafficanti d’armi e droga avrebbe dunque ruolo preminente, e la stessa rete troverebbe finanziatori in ogni luogo del globo, tra cui la regione europea. Le ragioni che pongono l’accento sull’ossessiva ed incombente presenza americana nei "luoghi sacri" dell’Islam, sommate alle considerazioni sull’invasività della decennale politica estera statunitense nella regione mediorientale, assumerebbero quindi un peso strumentale e secondario; viene inoltre ricordato come le cosiddette realtà islamiche "moderate" o "filo-occidentali" siano effettivamente al loro interno anch’esse ricettacolo di forze per l’organizzazione di Bin Laden. Il pomo della discordia è caduto essenzialmente in questo frangente: pur ammettendo la possibilità di un’associazione strumentale di istanze socio-politiche e religiose (caratteristica effettiva di un integralismo) e rilevando un’essenziale affinità di diverse posizioni, un’altra delle tesi emerse ritiene invece primario, ai fini della sconfitta del fenomeno terroristico, il prosciugamento del serbatoio d’odio di cui si nutre il fondamentalismo islamico. La realtà degli Stati Uniti, alfieri della corsa all’Occidentalizzazione del mondo e della prevaricazione aggressiva in nome di interessi economici, dovrebbe dunque riconsiderare le ragioni della sua attività nel mondo arabo; utile sarebbe inoltre adottare misure risolutive riguardo al conflitto arabo-israeliano e rimuovere l’embargo in Iraq. La causa di Bin Laden trova infatti nuovi adepti tra le fila di coloro che sono vittime di un odio strumentale e pericolosamente fomentato. Divergenze sono inoltre sorte riguardo all’idea stessa di "rete"; la voce di chi ha sostenuto una preminenza in termini finanziari e direttivi di uno o pochi nuclei interamente coordinati (tra cui quello di Bin Laden) ha fatto di contro alla teoria di una rete capillare ma di natura essenzialmente cellulare e locale, in cui ogni punto possa assurgere ad un ruolo centrale e periferico. Infine, altri punti di discussione sono stati quelli intorno ai concetti di Europa ed Occidente; una tesi ha letto nell’Occidente un contenitore sostanzialmente uniforme, nel quale sia Europa che Stati Uniti possono riconoscersi per cultura e società; un’altra tesi, riconoscendo delle affinità notevoli tra Europa e Stati Uniti, ritiene però il concetto di Occidente un indicatore prettamente economico, che svolge una funzione di patina nei confronti di profonde diversità socio-culturali dal notevole sedimento storico. Il terzo gruppo, la cui minuta è stata redatta da Giovanni Pili - militante di Azione Giovani Quartu -, è stato chiamato "Scuola e Università". In realtà, si è parlato quasi ed esclusivamente di Scuola, causa pressoché totale assenza di studenti universitari tra i partecipanti al dibattito; la maggioranza di essi ha infatti optato per uno degli altri due gruppi. Tra gli oggetti di discussione, sono state affrontate le questioni inerenti a quel che rimane della "massificata, pianificata e livellata" riforma Berlinguer; sono dunque emerse le perplessità riguardo ai meccanismi effettivi dell’autonomia scolastica, evidenziando la carenza di una corrispettiva riforma degli organi collegiali della scuola. E’ inevitabilmente finita sotto analisi la riforma Moratti, che ha suscitato non pochi pareri discordi, sia riguardo alla propriamente detta "Riforma della Scuola" e degli organi collegiali, sia riguardo alle questioni di Edilizia e Parità scolastica ; dunque, scuola pubblica o privata ? La speranza è che la parità scolastica possa essere un’occasione di rilancio per la scuola statale attraverso il confronto costante con la scuola non statale; scenario alternativo potrebbe consistere in un’ulteriore declassificazione della prima. Tra le battaglie storiche di Azione Studentesca, è stata nuovamente discussa l’abolizione del libro di testo obbligatorio: concorde sulla premessa, la giovane destra cagliaritana si è però prefissa di approfondire ulteriormente le modalità di attuazione di un tale provvedimento, prendendo in considerazione temi apparentemente semplici ma essenziali come il fatto che una famiglia media (e tantomeno il giovane) non sia effettivamente in grado di scegliere il più adatto tra i libri di testo. Si prospettano dunque ipotesi alternative alle già prospettate Commissioni D’Indagine (forse inadatte a giudicare la storia in quanto non propriamente "scienza esatta") e bersagli primari, da ricercarsi nelle logiche di scelta e distribuzione -con annessa la questione della speculazione editoriale-, rispetto al capro espiatorio di un’"egemonica sinistra". I gruppi di lavoro hanno presentato pubblicamente le loro relazioni alla conclusione della due giorni,ovvero nella serata di domenica alle ore 19; per il gruppo Europa e Islam, Simone Olla ha svolto le funzioni di relatore. Simone Belfiori e Giuseppe Corda hanno invece esposto le conclusioni emerse dal lavoro del gruppo "11 Settembre : Perché?". La relazione finale del rimanente gruppo, ossia "Scuola e Università", è stata tenuta dal responsabile di Azione Studentesca Quartu Alberto Cordeddu. Tra gli altri momenti di approfondimento culturale, da segnalare lo spazio denominato "La Comunità che pensa": a tutti i militanti è stato consegnato un’estratto da " Il piccolo principe " di Antoine de Saint-Exupéry, selezionato dal Presidente Provinciale di Azione Giovani Paolo Truzzu. Dopo un breve tempo dedicato alla lettura, il dibattito si è sviluppato spontaneamente intorno ai numerosi spunti offerti dal brano; sono emersi fortemente i concetti di Amicizia e Comunità, Radicamento e Legame, Appartenenza, Responsabilità e Diversità. Ancora un’altra occasione di riflessione è stata offerta alla conclusione della giornata di sabato, quando ha infatti avuto luogo la proiezione del film "Black Hawk Down" di Ridley Scott, un ottimo -dal punto di vista della sceneggiatura- film di Guerra, inerente la fallimentare operazione militare americana a Mogadiscio (Somalia) del ’93. Più che buono dal punto di vista tecnico, esso ha prevedibilmente rivelato un opinabile sostrato etico-ideologico. Per quasi tutta la giornata di domenica, la comunità militante si è piacevolmente avvalsa della compagnia della Co-reggente nazionale di Azione Giovani Giorgia Meloni, che ancora una volta ha dimostrato grande interesse ed attenzione per le realtà locali tra cui quella sarda. Giorgia ha avuto modo di presenziare allo svolgimento dei lavori del campo, offrendo il suo prezioso contributo ad ogni discussione, senza però privare i militanti del minimo spazio di espressione. Alle ore 15, un suo lungo discorso, capace di scaldare i cuori e di offrire nuova linfa riparatrice di contrasti e discordie, ha posto l’accento sul modo in cui dovrebbero lavorare le realtà giovanili, mettendo da parte ogni personalismo per costruire quel sogno che soltanto una comunità che agisce come tale ha speranza di vedere realizzato. Moltissimi temi sono stati toccati, dall’Idea di Europa -che dovrebbe essere il faro del pensiero e dell’azione della Giovane Destra- alla politica estera del Governo, dalle battaglie passate -condite da testimonianze personali- del Fronte Della Gioventù fino ai rapporti spesso contrastati con il Partito, per giungere poi alla definizione degli scenari futuri di Azione Giovani, sia in relazione alla sua articolazione sul territorio, sia in riferimento agli spazi totalmente nuovi che gli si offrono in una realtà mutata, sempre più numerosi in virtù dell’essere l’organizzazione giovanile più capillarmente diffusa e dotata di numeri potenzialmente capaci di vincere molte battaglie. Un lungo applauso ha fatto seguito ad un’ora e più di discorso, alla fine del quale ogni militante ha certamente guadagnato qualcosa di importante, impossibile da far trasparire in queste righe. Oltre all’elaborazione culturale, anche momenti di svago hanno condito per buona parte il Raduno; Risiko, chitarre e musica alternativa sono stati elementi indispensabili per rinfrancare lo spirito e staccare la spina, offrendo al tempo stesso un’occasione per conoscersi e divertirsi. Ma il momento culminante dell’attività ludica è stato sicuramente il quiz "Chi vuol essere comunitario ?", svoltosi nel pomeriggio del sabato. Sulla falsariga dei più noti giochi a premi televisivi, da un’idea dei ragazzi di Azione Giovani Quartu è stata realizzata una sorta di sfida tra due squadre composte in maniera casuale dai militanti della provincia. Domande di storia, cultura generale e storia del partito hanno dato vita ad un quiz diviso in 5 fasi. Tra risate e sano divertimento, l’idea sembra aver avuto successo ed ha avuto l’approvazione ufficiale di Giorgia Meloni, che ha promesso di esportarla nel resto d’Italia. Domenica notte, dopo la cena, si è chiuso dunque uno degli eventi che saranno sicuramente ricordati dall’intera comunità negli anni a venire, poiché si tratta del primo di un’auspicabile e lunga serie di incontri: la speranza infatti è che sempre più spesso nasca l’esigenza di condividere il proprio tempo con gli altri, in modo da "regalarsi un momento di confronto", come recitava la breve presentazione del raduno. Nella vita quotidiana del militante, ed ancor più nel forte sentimento che ha spinto ognuno di noi ad abbracciare questo ambiente, la condivisione di un’ideale ha rappresentato una scintilla e funge da collante tra cuori, menti, radici e destini degli individui prima ancora dei loro volti, dei loro nomi. L’essenziale è invisibile agli occhi, dice la volpe al piccolo principe. Le idee sono dunque invisibili…ma lo è anche il tempo, nella misura in cui ci sfugge in continuazione senza che spesso ne si riesca ad afferrare il senso; ed a noi, che respingiamo la politica del presente, senza radici nel passato e senza sguardo verso il futuro, a noi che amiamo cogliere il meglio della realtà non per viverlo hic et nunc ma per coltivarlo e consegnarlo al mondo che verrà, il senso del tempo non deve assolutamente sfuggire. Dobbiamo vedere questo tempo. Per farlo, la strada passa attraverso il riuscire a condividere un momento, come in quelle due fredde giornate di dicembre.

    Simone Belfiori

 

Il 13 novembre il Senato ha licenziato la legge delega di riordino dei cicli scolastici e ora si attende il vaglio della Camera. Finalmente (speriamo!) la scuola italiana avrà quella riforma che ormai da tempo si definisce urgente, che si è tentato di realizzare, ma che poi qualche intoppo ha sempre fermato. Si tratta di una riforma importante, che prende in considerazione l’intero percorso, che non rivoluziona la scuola rispetto all’impianto vigente, non propone nessun salto nel buio , ma introduce molte novità sostanziali, che rispettano la nostra tradizione culturale, anzi la rafforzano rispetto al lassismo a cui da troppi anni stiamo assistendo. Fermiamoci su alcuni punti particolarmente qualificanti: innanzitutto il diritto- dovere di seguire corsi di istruzione per almeno 12 anni, e la creazione di un doppio canale di istruzione e formazione che sia flessibile e, quasi, intercambiabile. L’innalzamento dell’obbligo scolastico è una necessità non solo perché la società chiede ai nostri giovani di essere sempre meglio attrezzati per far fronte ai rapidi cambiamenti istituzionali, economici, culturali e scientifici in essere, ma perché considera tutte le dimensioni della personalità e pone come prioritaria l’attenzione al valore del singolo individuo nella sua unicità e specificità. E’ da sottolineare come vi sia una particolare attenzione ai diritti della scuola democratica, a partire dalla rivalutazione della scuola dell’infanzia e della scuola elementare nella linea della continuità e del raccordo con la scuola media e la scuola superiore, tentando così di porre fine a inutili e dannosi steccati. La formazione della persona come capitale umano è presente in molti punti della riforma, fermiamoci in modo esemplificativo su alcune proposizioni dell’articolo 2. " E’ promosso l’apprendimento in tutto l’arco della vita", condizione imprescindibile per poter " assicurare a tutti pari opportunità di raggiungere elevati livelli culturali e di sviluppare le capacità e le competenze, attraverso conoscenze e abilità generali e specifiche." Inoltre " sono favorite la formazione spirituale e morale, lo sviluppo della coscienza storica e di appartenenza alla comunità locale, alla comunità nazionale ed alla civiltà europea." Sempre all’articolo 2 possiamo leggere che il diritto alla formazione e all’istruzione è assicurato per almeno 12 anni e che "l’attuazione di tale diritto si realizza nel sistema di istruzione e in quello di istruzione e formazione professionale, secondo livelli essenziali di prestazione definiti su basi nazionali." E’ questa la seconda novità altamente qualificante, è la forte scommessa della Riforma Moratti: creare un doppio canale che sia flessibile e quasi intercambiabile, si tratta di riqualificare l’istruzione professionale, creando anche una possibile osmosi con il canale dell’istruzione. Questo significa che si dovrà operare per ridurre al minimo il dislivello culturale oggi esistente per permettere ai ragazzi che vorranno cambiare di poter esercitare concretamente un diritto previsto dalla legge. I due sistemi avranno infatti un nucleo di materie di base comune in modo che, come spiega il senatore Franco Asciutti, sia possibile "garantire maggiore comunicazione fra i due percorsi, per evitare che non si possa nei fatti tornare indietro su una scelta fatta a 13 anni e rivelatasi sbagliata." Si supera quindi la legittima preoccupazione dell’on. Acciarini, capogruppo ds in commissione istruzione a palazzo Madama che pur giudicando positivo il fatto che vi sia un nucleo comune di materie da studiare fino a 15 anni, sottolinea " i rischi e i problemi di una canalizzazione precoce". Mi sembra a questo punto da docente di dover mettere in rilievo il fatto che compete a noi insegnanti elevare il livello culturale, rendere l’istruzione a tutti i gradi più forte, più qualificata più dignitosa, compete a tutti coloro che non solo si ritengono, ma effettivamente sono dei professionisti dell’educazione e non semplici impiegati dello stato come da anni una sciagurata politica sta tentando di farci diventare, e purtroppo ci sta riuscendo se non la si ferma in tempo. Vi è però anche un punto che mi sembra particolarmente inquietante nella riforma: la valutazione sarà biennale e, in caso di bocciatura, si dovrà ripetere solo l’ultimo anno. Mi pare che chi ha formulato questa proposta sia lontano da troppo tempo dalle aule scolastiche o non ci sia mai entrato da docente. Forse questa logica può essere accettata alle scuole elementari, ma è azzardata alle medie inferiori e assolutamente improponibile alle scuole superiori. Secondo quali dettami pedagogici si può pensare di garantire la promozione dal primo al secondo anno di un ciclo? Non bastano i guasti provocati dai debiti formativi e il conseguente abbassamento del livello di apprendimento? Come non capire che eliminare qualsiasi deterrente non farà che favorire la deresponsabilizzazione degli studenti in una fase così delicata del loro processo di maturazione? Il voto può essere anche un elemento di pressione, uno strumento di responsabilizzazione, di richiamo al dovere, perché eliminarne di fatto il valore? E infine che senso ha recuperare il secondo anno lasciando di fatto un vuoto culturale sulle conoscenze dell’anno precedente? Promuovere senza merito, senza che ci sia stata una reale crescita culturale è una truffa. Speriamo che qualcuno se ne accorga, perché certi errori rischiano di compromettere irrimediabilmente un impianto che, almeno per quanto si può vedere, è senz’altro positivo.

Pierangela Bianco

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • PREZZOLINI, "TERZISTA" ANTE LITTERAM
  • IERI LA SPADA DELL’ISLAM, OGGI IL VISTO PER TEL AVIV…


    PREZZOLINI, "TERZISTA" ANTE LITTERAM
    L’intellettuale fiorentino con gli "Apoti" ha anticipato Paolo Mieli


    Paolo Mieli l’ha chiamata "terza Italia". Che cos’è? Un luogo puramente intellettuale che si colloca fuori dalla contrapposizione tra le fazioni. Un rifugio dello spirito e delle idee dove possono collocarsi tutti coloro che non vogliono partecipare a quella "guerra civile tutta interna alle nostre menti" che si sta combattendo in questi anni in Italia. Alla "militarizzazione" delle politica, gli uomini della "terza Italia" preferiscono l’onestà intellettuale. O, almeno, la ricerca di quest’ultima. Tenendo ben presente un rischio: "Per chi sta in un terzo luogo, a partita finita non ci sarà né l’amicizia dei vincitori né quella dei vinti". Il partito dei "terzisti" (felice neologismo), dunque, è nato. Sbaglierebbe però chi pensasse che l’atto di fondazione risalga al 18 settembre scorso, data di pubblicazione dell’articolo di Paolo Mieli sul Corriere della Sera. No, la "terza Italia" è nata ottant’anni fa. Più precisamente il 28 settembre del 1922 quando Giuseppe Prezzolini scrisse sulla Rivoluzione Liberale di Piero Gobetti un articolo intitolato "Per una società degli apoti", cioè di coloro che non bevono le bugie della politica. Rileggendo la prosa dell’intellettuale fiorentino fondatore de La Voce si ha proprio l’impressione che l’apotismo sia un "terzismo" ante litteram. Un esempio? "Il nostro compito - scrive Prezzolini a Gobetti -, la nostra utilità, per il momento presente ed anche, nota bene, per le contese stesse che ora dividono ed operano, per il travaglio stesso nel quale si prepara il mondo di domani, non può essere che quello al quale ci siamo messi, e cioè di chiarire delle idee, di far risaltare dei valori, di salvare, sopra le lotte, un patrimonio ideale, perché possa tornare a dare frutti in tempi futuri. A ognuno il suo lavoro. Vi è già tanta gente che parteggia! Non è niente di male per la società se un piccolo gruppo si apparta, per guardare e giudicare; e non pretende reggere o guidare, se non nel proprio dominio, che è delle spirito". Certo, Prezzolini scriveva a un mese esatto dalla Marcia su Roma, nell’infuriare della lotta tra fascisti e antifascisti. Oggi la situazione è diversa; nello scontro politico non si usano le armi (per fortuna). Eppure l’Italia - per usare le parole di Giampaolo Pansa - è ancora immersa "in una guerra civile di parole". Il parallelo apotismo-terzismo conduce a delle conclusioni scoraggianti. Sì, perché gli apoti e i terzisti non sembrano ancora avere diritto di cittadinanza in quest’Italia "in elmetto". Il loro destino, se intendono portare alle estreme conseguenze la propria scelta, appare uno solo: la solitudine intellettuale e politica. Come detto, li attende l’ostilità sia dei vincitori che dei vinti. E la rimozione dalla storia d’Italia. Tanto che a Prezzolini, a vent’anni dalla morte (scomparve il 14 luglio 1982, aveva cento anni) il Comune di Firenze non ha ancora dedicato una via cittadina. Per carità, non vogliamo entrare nelle polemiche sulla toponomastica, tanto amate dai faziosi di destra e sinistra. Ma che a uno degli intellettuali italiani (e fiorentini) più importanti del Novecento non sia stato nemmeno riconosciuto un ricordo di questo genere fa sinceramente cadere le braccia. E’ il triste destino degli apoti. Eppure oggi come non mai di una "terza Italia" dove trovare riparo dalle ottusità, dai manicheismi, dalle scomuniche, dai saluti negati, si sente un estremo bisogno. Ha scritto bene Massimo Gramellini, sulla Stampa: "C’è una terza Italia maggioritaria e senza rappresentanza che comprende milioni di cittadini di destra e di sinistra, ma soprattutto stanchi e confusi, che la brutalità del bipolarismo costringe ogni volta a schierarsi con quella delle altre due che in quel momento le sembra un male minore (…) Questi ’terzi italiani’ non odiano nessuno e hanno un mucchio di cose da dirsi: sarebbe ora che cominciassero a farlo". Se non fosse un po’ retrò, sarebbe proprio il caso di dire: terzisti (e apoti) di tutta Italia, unitevi!

    Massimiliano Mingoia


    IERI LA SPADA DELL’ISLAM, OGGI IL VISTO PER TEL AVIV…

    I partiti e gli ambienti politici si valutano inevitabilmente dalla loro capacità di fornire risposte alle sfide della realtà contingente. La questione islamica, specialmente dopo i fatti epocali dell’11 settembre, s’impone prepotentemente nei ragionamenti politici. Si vuole in questa sede analizzare la posizione della destra rispetto all’Islam del terzo millennio. Il direttore del Barbarossaonline sottolineava nel presentare il giornale come per "destra" sia da intendersi unicamente Alleanza nazionale, in aperta polemica con certa stampa che alimenta confusioni volutamente o semplicemente per sciatta ignoranza. Puntualizzazione condivisibile, anche perché, non ci pare che ci siano tante forze disposte a spingersi per definirsi "di destra". Ma per compiere un’analisi corretta sulla situazione attuale è necessario ripercorrere le tappe progressive nelle relazioni tra l’area politica che ci interessa e la religione e la cultura islamiche. I primi rapporti ravvicinati iniziarono con la riconquista della Libia da parte italiana. Il momento più significativo fu quando nel marzo del 1937, governatore Italo Balbo, durante la visita di Mussolini si tenne una cerimonia nella valle di Bugara. Dallo schieramento di duemila cavalieri arabi, fra inni di guerra e rulli di tamburo, si staccò un armato che consegnò al Duce una spada d’oro intarsiato che il capo del fascismo, come riportò il Popolo d’Italia, "snudò" e "alzò fieramente verso il sole". Più tardi, dal castello di Tripoli disse che l’Italia avrebbe rispettato le leggi del Profeta e promise che avrebbe dimostrato la "sua simpatia all’ Islam e ai musulmani del mondo intero". Promessa che venne mantenuta sotto diverse forme. C’è stato indubitabilmente un fascismo filo-islamico e filo-arabo, che si fondava su un intreccio geopolitico ma anche sull’ammirazione verso una cultura religiosa che alla base aveva valori e riferimenti contigui all’ideologia mussoliniana del sangue, dell’onore e della lotta per la propria terra. Impossibile tacere poi sul peso che ebbe nel rapporto fascismo-Islam la controversa e drammatica questione ebraica. E’ naturale dunque che coloro che raccolsero la scomoda e complicata eredità fascista si siano fatti carico a livello ideale anche di quelle relazioni. Il fascino dell’Islam continuò a farsi sentire anche quando specialmente la gioventù della destra italiana affidò i propri sogni all’illusione di un’Europa delle nazioni e dei popoli, un’Europa forte e fiera - Gabriele Marconi cantava, "Le mie ossa affondano nelle Termopili, il mio sangue scorre nel Tevere, la mia pelle adesso è un tamburo che batte la danza d’estate a Stone Henge…" - quel fascino si fece sentire quando i mujaheddin afgani combattevano e sconfiggevano i carri armati dell’Armata Rossa. Venne l’Intifada e anche a i ragazzi del Fronte indossavano la kefiah palestinese esattamente come gli odiati "compagni" e non mancò chi strizzava l’occhio all’Iran dell’ayatollah Komehini. Insomma una lunga storia di amorosi sensi tra le avanguardie tricolori e i seguaci di Maometto. Una storia che subì un brusco stop nella fase più difficile del Movimento sociale italiano, allorché nel 1991 il segretario Rauti si schierò al fianco degli Stati uniti e degli Alleati contro Saddam Hussein. Fu uno psicodramma politico: i ragazzi del Fdg guardavano con occhi smarriti l’anziano leader rivoluzionario, l’incendiario di antiche eresie, che spiegava loro come fosse necessario unirsi al buon mondo occidentale contro il baffuto dittatore iracheno che si era preso con arbitrio un fazzoletto di sabbia, divenuto oggetto della sensibilità planetaria sol perché trasudava petrolio. Quella frattura coincise, forse non casualmente, con il punto più basso della storia del partito fondato il giorno di Santo Stefano del ’46. Qualcosa stava finendo ed è emblematico che ha dare involontariamente il segnale di quel tramonto sia stato proprio l’uomo che fece sognare generazioni di giovani missini e non con provocazioni culturali e coraggiose avventure ideali. Anche l’illusione di Rauti, giunto alla segreteria con un decennio di ritardo e quindi fuori tempo massimo, cadde. La destra doveva, letteralmente doveva, prendere anche nelle letture geopolitiche altre direzioni, dice qualcuno, rassegnarsi ad entrare pienamente nelle logiche occidentali e atlantico-democratiche. E così fece - con una serie di combinazioni oggettivamente fortunate, è bene riconoscerlo - fino a Fiuggi e oltre. La strada era segnata: Fini partì dalle Fosse Ardeatine per approdare recentemente ad Auschwitz; nel mezzo le ospitalità congressuali a membri del Likud, le ammissioni di responsabilità e le richieste di perdono agli ebrei per le leggi razziali. In un tale contesto è facile capire come le simpatie islamiche si siano decisamente indebolite. La crescita esponenziale del fenomeno immigratorio, con tutto ciò che rappresenta per l’identità nazionale e dell’Europa cristiana, ha fatto il resto, per non parlare della scioccante affermazione sullo scacchiere mondiale del fondamentalismo islamico e del terrorismo. E’ il tempo di Bin Laden e dell’11 settembre: ora l’Islam è nemico - ricordate la capacità di rispondere alle sfide della realtà da cui eravamo partiti? - ma i dubbi e i distinguo ancora una volta rappresentano al tempo stesso la ricchezza e il limite della comunità della destra. C’è chi vuole chiudere le moschee e chi invece continua a leggere il musulmano Guenon e ascoltare il professor Cardini (sbaglia chi "onorevolmente" si scandalizza). Poi va considerato che rispetto ad Alleanza nazionale ci sono forze come la Lega nord che, avendo alle spalle una storia decisamente più breve e più semplice, può condurre con vigore e toni molto accesi la sua "crociata" contro la minaccia islamica. An su questo terreno si sta movendo con quella prudenza impolitica che sembra caratterizzarla un po’ troppo negli ultimi tempi. Fini all’ultimo congresso di Bologna ha detto che per la destra gli "esami sono finiti". Peccato che manchi ancora il timbro sul visto che Israele gli fa sospirare. I tempi però sono oramai maturi, manca poco al giorno in cui il Presidente tornerà da Tel Aviv brandendo esultante, in luogo della "spada dell’Islam", la stilografica dorata di Ariel Sharon…

    Fabio Pasini

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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