Cultura

Marzio Tremaglia - Numero 12

"Credo nei valori del radicamento,
della identità e della libertà;
nei valori che nascono dalla tutela
della dignità personale.
Credo in una dimensione etica della vita,
che si riassume nel senso dell’onore,
nel rispetto fondamentale verso se stessi,
nel rifiuto del compromesso sistematico
e nella certezza che esistono beni
superiori alla vita e alla libertà
per i quali a volte è giusto
sacrificare vita e libertà".
Marzio Tremaglia



Apriamo questo articolo citando un brano del "credo" di Marzio Tremaglia, il giovane assessore alla Cultura della Regione Lombardia (figlio dell’attuale Ministro per gli Italiani all’estero), scomparso meno di due anni fa dopo aver lasciato una traccia indelebile nelle politiche culturali, non solo della Lombardia, ma di tutta Italia. Marzio Tremaglia è stato l’uomo che ha "inventato" un modo nuovo di fare cultura in maniera non ingessata, non conformista, sempre qualitativamente elevata; rivalutando la storia dimenticata, salvaguardando valori profondi e antichissimi, riscoprendo il senso sacro del bello, mostrando - per la prima volta in maniera qualificata e qualificante - ad un pubblico eteroclito opere e idee di grandissimi autori fino a ieri "emarginati".

Lo citiamo perché ora che il centrodestra è al Governo, pur tra mille difficoltà e insidie, da più parti si è sentita l’esigenza di dare a questa coalizione una sua credibilità culturale e, nel contempo, di utilizzare la forza derivante dal nuovo ruolo istituzionale per porre fine ad un’egemonia dogmatica e settaria che ha avvelenato tre generazioni di italiani. Purtroppo però, fino ad ora, abbiamo assistito solo alle "adunate" di intellettuali - convocate da dell’Utri (Forza Italia) o da Gasparri (AN) - che, al di là delle buone intenzioni, sono servite forse solo a creare nuove liste di futuri (improbabili) beneficiari del nuovo corso e di sicuri (attuali) ostracizzati dal potere culturale ancora saldamente in mano alla sinistra. Si tratta, certamente, solo di un primo passo ed è sempre meglio "sbagliare" che non far nulla oppure criticare come fa, purtroppo, la maggior parte dei politici e degli intellettuali che dovrebbe, invece, lavorare attivamente per "rovesciare" gli oligopoli della kultura (ma sì, scriviamola con la k così si capisce subito cosa non è) dominati da una sinistra sempre più becera e nostalgica.

Se realmente si volesse abbattere il monopolio di questa kultura "catto-comunista" (in Italia, come si sa, è consentita una sola "dialettica" quella tra le dottrine materialiste di derivazione marxista e quella populista-progressista della sinistra cattolica), se -dicevamo - si volesse davvero costruire una cultura libera e plurale (prima ancora che pluralista) capace di accompagnare e guidare il profondo rinnovamento politico, economico e sociale che il governo di centrodestra sta tentando di attuare, allora bisognerà costruire un’articolata strategia di rinnovamento, penetrazione e gestione, accompagnata dal sostegno alla creatività e alla professionalità degli operatori culturali non conformisti, identitari, liberi…

Dunque una strategia su due livelli di cui il primo parte dal presupposto che non bisogna "inseguire la moda", ma educare alla libertà, alla scelta, all’anticonformismo… insomma una politica esattamente all’opposto di quella tenuta fin’ora dalla Mediaset di Berlusconi (o, meglio, di Confalonieri). Sì, perché non è esempio di "pluralismo" infarcirsi di persone di sinistra (dai telegiornali alla satira, dall’intrattenimento ai programmi musicali) con la scusa che questo fa "audience" o che è "di moda"… è solo un esempio di stupidità o, quanto meno, di mancanza di lungimiranza e di un proprio, originale progetto culturale.

Non si può far finta di non sapere che "le mode" non sono fenomeni spontanei ma sono costruite a tavolino, pianificate e imposte grazie al controllo dei media (quello, per intenderci, che Berlusconi NON ha). Sono i ristretti oligopoli di attempati ex-sessantottini che si annidano nelle case discografiche, nelle case editrici, nelle principali radio, nelle stanze dei palinsesti televisivi, negli uffici creativi delle grandi agenzie pubblicitarie che dettano queste "mode", che impongono (il termine è esatto) ai ragazzi di vestirsi come Jovanotti, di ascoltare Manu Chao, di parlare come la Dandini. Un esempio? Fra i tantissimi è la recente campagna pubblicitaria della compagnia aerea Meridiana (di proprietà di Agnelli…) che propone (impone) l’immagine di un Che Guevera moderno, bello, affidabile ma, naturalmente, sempre "rivoluzionario" e, quindi, comunista.

Ancora oggi sono i vecchi "conquistadores" della sinistra, che hanno invaso le tv e le radio pubbliche e private, ad imporre i programmi di satira o di intrattenimento gestiti sempre e soltanto da gente di sinistra, per poi dire che "la satira non si tocca". E non parliamo di Luttazzi (il quale - poverino - dopo essere stato usato è stato sepolto), ma proprio delle porcherie di casa Mediaset: dalle Jene alla Gialappas, dal continuo foraggiamento al covo marxista dello Zelig, fino ai più demenziali programmi musicali che hanno come ospiti sempre e solo "artisti" allineati al vecchio regime. Ma il discorso vale, naturalmente, anche per le case editrici (la berlusconiana Mondadori in testa) presso le quali è tutt’ora impossibile pubblicare un "Libro nero sul comunismo italiano" o la storia di Sergio Ramelli ucciso dagli sprangatori di Avanguardia Operaia, per non parlare di un testo scolastico di storia con una visione non marxista (come quello scritto dal professor Cardini).

Il rinnovamento culturale dell’Italia, il nuovo Rinascimento che le menti libere sognano, parte proprio dallo scardinamento del potere di "fare moda", di imporre modelli culturali deviati, di precludere - a monte - ogni possibilità di crescita, affermazione, successo o anche solo conoscenza per chiunque non sia "politically correct" secondo gli stereotipi ormai consolidati della sinistra. Questa dovrebbe essere la "mission" della classe politica ed economica di centro-destra in ogni contesto decisionale sia centrale che periferico. Si tratta di un’operazione di "riapproprazione del territorio" che ha già almeno un esempio (anche se non proprio positivo, perché molto settario e quindi non talmente libero e plurale) in ciò che ha fatto e sta facendo Comunione e Liberazione in Lombardia, riuscendo a far interagire in maniera sinergica il potere politico con quello economico al fine, anche, di imporre modelli culturali, sociali e persino morali originali.

Naturalmente, però, il riappropriarsi "dall’alto" dei centri di programmazione e divulgazione della cultura deve andare di pari passo con la ideazione e realizzazione di nuovi progetti culturali credibili e qualitativamente ineccepibili. Ma qui, per fortuna, bisogna dire che già esiste una vivace attività creativa da parte di operatori culturali storicamente o recentemente legati all’area del centrodestra i quali, tuttavia, il più delle volte, producono solo iniziative spontanee e locali, quindi poco conosciute, che meriterebbero invece di essere più diffuse. Esiste già, insomma, un ricco e qualificato fermento operativo, una nuova, seria e differenziata offerta di mostre, libri, convegni, rassegne, iniziative di studio, teatro, musica… Non esistono, invece, strutture di collegamento, coordinamento, distribuzione e, soprattutto, di promozione, pubblicizzazione e diffusione.

A questo punto la grande sfida per il centrodestra sarebbe quella di creare un "Network della cultura identitaria", capace di mettere in contatto domanda e offerta di nuovi progetti culturali fuori dal conformismo e dal monopolio costruito in oltre mezzo secolo di omogeneo regime culturale catto-comunista senza, nel contempo, cedere alla tentazione di creare nuovi oligopoli di partito; offrendo agli operatori culturali maggiori possibilità e quindi maggiore libertà e garantendo, nel contempo, un utile servizio a quegli amministratori locali di centrodestra (dal presidente di circoscrizione fino all’assessore regionale) i quali, avendo la possibilità e persino la necessità di realizzare iniziative culturali, vorrebbero dare ad esse una connotazione identitaria ben precisa, ma… non hanno idee o non sanno a chi rivolgersi.

Si tratterebbe, in definitiva, di censire, raccogliere, valutare e proporre tutte le iniziative realizzate o realizzabili dalle centinaia di associazioni, Enti, Fondazioni, Istituti e società specializzate (non tutte necessariamente appartenenti all’area del centrodestra, sia chiaro), che siano riconducibili a quel disegno culturale che Marzio Tremaglia identificò chiaramente nel suo "credo". Quindi progetti culturali che promuovano:

  1. i valori del radicamento, dell’identità e della libertà
  2. il senso sacro del bello in una dimensione etica delle arti
  3. la conoscenza della storia come pluralità di memorie e testimonianze
  4. la riscoperta delle radici culturali e delle tradizioni nazionali ed europee
  5. la massima divulgazione della cultura, anche attraverso l’uso di nuove tecnologie, per coinvolgere strati di popolazione più ampia e più giovane.


E’ un grande sogno, un grande progetto, ma è anch’esso una "priorità", non meno importante del risanamento economico, della riforma scolastica, del rinnovamento infrastrutturale, dello sviluppo delle telecomunicazioni, della salvaguardia dell’agricoltura, del federalismo, del presidenzialismo… Troppe sfide per un governo solo? Bene, allora rimbocchiamoci tutti le maniche… e ognuno faccia la sua parte.

Guido Giraudo

CULTURA E POLITICA: FRATTURA A DESTRA

"MA QUALE DE GASPERI! MEGLIO CODREANU"

I giovani di AN preferiscono i "classici". Ma Fini pensa alla svolta liberale.

"La politica senza la cultura è un mostro dedito alla gestione, all’amministrazione; una scienza senz’anima. Mi sembra di capire che la cultura come Kultur, dunque come civiltà, venga rifiutata, rimossa. È un errore che potremmo pagare assai caro". Partiamo da qui, da questo giudizio del direttore del Secolo d’Italia, Gennaro Malgieri. E ribadiamo subito - a chi goebbelsianamente mette la mano alla fondina della pistola quando sente parlare di cultura - che di questo connubio tra politica e cultura non si può fare a meno. O meglio, non ne può fare a meno chi voglia fare una Grande Politica, che agendo nel presente costruisca qualcosa per il futuro. Chi vuole diventare un tecnocrate o un professionista di "giochini" parlamentari, lasci perdere la cultura e i libri. Non ne avrà alcun bisogno. I libri… Ormai sembrano essere diventati più un problema che una risorsa per i vertici di Alleanza Nazionale. Negli stand librari dei congressi di AN si fa una censura preventiva: niente Evola, lasciamo perdere Mussolini. Céline? No, troppo antisemita… E meno male che almeno i libri del professor Fisichella sono ancora ammessi. Enzo Cipriano, proprietario della libreria Europa, è stato costretto a subire i veti dei "colonnelli". Fino alla definitiva epurazione dalle assemblee del partito. Per carità, se arrivano le televisioni e vedono un libro di Evola sui banchetti, sai lo scandalo. Dispiace dirlo, ma dopo due vittorie elettorali, la Destra continua ad avere un problema: un complesso di inferiorità nei confronti della cultura di sinistra. E non importa che un autorevole poeta progressista, Giovanni Raboni, sentenzi sul Corriere della Sera del 27 marzo scorso: "I grandi scrittori? Tutti di destra". Buttiamo a mare tutti questi autori. Troppo politicamente scorretti… Per entrare nei salotti della politica senza imbarazzi è meglio dimenticarseli. Che tristezza… Il "dramma" però è un altro. Gli Evola, i Mishima, i Codreanu, i Drieu La Rochelle, gli Jünger sono tuttora gli autori più letti dai militanti di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile di AN. I gestori delle librerie di area - oltre all’"Europa", la "Bottega del Fantastico" di Milano - confermano. E allora? Allora la cosa è grave. Perché quando Fini, in un’intervista alle "Iene" (sic), dichiara che sono Einaudi e De Gasperi i nuovi statisti di riferimento del partito, implicitamente taglia fuori dagli orizzonti culturali di AN tutta la cultura della destra tradizionale, rivoluzionaria-conservatrice, nazional-populista. Un errore? Beh, qui conviene intendersi. AN va nella direzione di un orizzonte conservatore, moderato, pienamente inserito nelle coordinate delle liberaldemocrazie occidentali, come sembra? Se questa è la direzione, Fini fa bene a dirsi einaudiano o degasperiano. La linea politica impone delle scelte culturali, per ora anche fin troppo rimandate. Basta dunque con l’ambiguità politico-culturale. Per ora, comunque, il "dramma" rimane. Buona parte dei giovani di AG non ne vogliono neanche sentire parlare di conservatorismo, liberalismo… Per chi è cresciuto a pane ed Evola è difficile digerire di dovere mettere nei piani alti della propria biblioteca, quelli poco visibili, i libri che hanno fondato anni di militanza. Quisquilie? Il realismo politico impone delle scelte? Vero, ma per chi - e ci risiamo - pensa che non vi possa essere una buona politica senza cultura alla spalle, il cambio dei riferimenti culturali è una questione seria. Da affrontare seriamente. Cosa che, ci sia consentito, per ora non è stato fatto. Dichiarazioni finiane estemporanee, togli Schmitt metti Popper, nell’indifferenza di molti, ma non di tutti. Ricordiamo ancora Marzio Tremaglia arrabbiato, durante una festa del Secolo a Milano, alcuni anni fa, rifiutare di mettere il liberale Popper tra gli autori di riferimento del vero uomo di destra. "Ma Gianfranco che dici?", si chiedeva l’indimenticabile Marzio. Prima o poi si arriverà a una resa dei conti. Nei documenti di Fiuggi e in quelli seguenti c’è una dose di destra tradizionalista, un pizzico di destra populista e giusto una spruzzata di destra liberale. Tutti contenti, dunque. Per adesso. Ma forse quello che ora sembra un cocktail ideologico gradevole tra un po’ diventerà indigesto, perché non soddisferà a pieno nessuno. Il tempo delle scelte arriverà. E se la strada è quella di costruire una destra conservatrice, una domanda sorge spontanea: i giovani militanti seguiranno Fini? Secondo Marco Tarchi, politologo mai tenero nei confronti del leader di AN, "questo è il problema. C’è una grande inquietudine nel mondo giovanile di AN di cui la stampa non parla. Per molti giovani i miti sono rimasti i soliti: Evola, Codreanu, Josè Antonio, Brasillach… È ridicolo il tentativo di convincerli a passare da Evola a Tocqueville. Si è passati dalla rivolta contro il mondo moderno alla quasi totale accettazione della modernità. E i giovani non ci stanno". E se Tarchi avesse ragione? E se i giovani militanti, risorsa importante per la vita del partito, prendessero un’altra strada? Le risposte sono ancora premature. Resta però il fatto che, tra i giovani, i mugugni e le contestazioni a bassa voce si sentono, inutile negarlo. Quello che ruota intorno ad AN, secondo Enzo Cipriano, è "un ambiente che definirei di scontenti i quali però, montellianamente, votano turandosi il naso". Fini e i suoi colonnelli contro i giovani di AG? A qualcuno potrà sembrare un’esagerazione ma la frattura - che per ora è culturale ancora prima che politica - è nei fatti. Bisogna aprire gli occhi. Anche Sergio Romano, da osservatore esterno, rileva che "Alleanza nazionale si avvicina sempre più a un partito moderato ed è sempre meno un partito social-nazionale". Ma - sottolinea l’editorialista del Corriere della Sera - "AN ha ancora una militanza ed un apparato che appartiene ad un’altra storia. Spostare l’intero apparato del partito su posizioni nuove mi pare complicato, non è certamente un processo facile né immediato. Tuttavia Fini appare convinto dell’opportunità di proseguire senza fermarsi nel cammino intrapreso da tempo". L’analisi ci pare convincente. E al tempo stesso preoccupante. La base militante di AN da risorsa diventerà una zavorra ingombrante per le scelte di Fini? Che triste prospettiva! La cosa peggiore però è che sembra uno scenario verosimile. La speranza è che non diventi realtà.

Massimiliano Mingoia





INTELLETTUALI SI’, MA CONTRO AN

C’eravamo tanto ignorati. E continuiamo a farlo. Il rapporto tra la Destra politica e quella che potremmo definire, capovolgendo il titolo dell’ultima fatica di Marcello Veneziani, la Destra della cultura, è oggi come e più di ieri decisamente difficile. Converrei con chi facesse notare che sottolineare tale situazione è un esercizio molto prossimo alla scoperta dell’acqua tiepida. Tuttavia è importante e forse interessante rilanciare il tema in questa precisa fase storica, una fase in cui la Destra rappresentata da Alleanza nazionale è approdata a posizioni di governo sostenuta da un notevole benché oscillante consenso elettorale, dalla piena legittimazione delle forze politiche e sociali amiche e dalla considerazione dei mezzi di comunicazione. Era legittimo immaginare che la Destra, una volta svincolata dal cappio che minacciava la propria esistenza politica e per quanto riguarda le forze militanti anche quella fisica, avrebbe sfruttato la condizione di maggiore "benessere" per promuovere le risorse intellettuali cresciute negli anni attorno al proprio mondo. L’osservatore e forse anche il diretto interessato attendevano un proliferare di quotidiani, riviste, case editrici, circoli culturali e, perché no, il coinvolgimento di chi non è affatto privo di pensiero. Ebbene, di tutto ciò nemmeno l’ombra. Ha prevalso tra i rappresentanti di An la voglia di festa, di mondanità e di salotti buoni, che a coloro che erano abituati a fermarsi in anticamera deve essere parsa come la realizzazione di un sogno, come a chi riesce dopo una vita a "farsi la barca" (fenomeno per altro noto come la "sindrome di D’Alema"). Nell’osservare lo scenario "costasmeraldino" fatto da coppie di barbette e tacchi a spillo, un amico parafrasando una canzonetta del Ventennio si è messo a cantare: "Adesso viene il ballo"… Sull’argomento il settimanale Area ha dedicato dei "Focus" molto ben curati e con interventi puntuali sulle relazioni, non pericolose perché pressoché inesistenti, tra An e la cultura. Ne emerge un quadro decisamente sconfortante. Giano Accame, ex direttore del Secolo d’Italia, teorico del socialismo tricolore, annotava giustamente che il cosiddetto sdoganamento della Destra erede del Msi, ha giovato ai politici assurti a ruoli di primo piano niente affatto immeritati, ma non agli intellettuali. I vertici di via della Scrofa insomma, una volta "svoltato", hanno pensato bene di dimenticare chi con la forza del pensiero aveva condiviso mezzo secolo di discriminazione ed emarginazione. Luci e lustrini insomma mal si conciliano con i volumi polverosi della libreria Europa. Volumi diventati pesanti, ingombranti, imbarazzanti per chi consiglia ai quattro venti lo studio di Popper e Tocqueville, senza per altro averne letto nemmeno una riga. Accame ha scritto che la gestione pragmatica e in fondo impolitica da parte di chi guida l’An di governo, decisamente non può andare d’accordo con autori e uomini complessi come Nietzsche, Evola, Marinetti, Berto Ricci, per non parlare di quelli che hanno scelto di morire per non rassegnarsi ad un certo mondo come Mishima e Drieu La Rochelle, di chi alla morte è andato incontro come Brasillach, o chi è finito dietro le sbarre di un manicomio criminale come Pound. Dall’emarginazione degli autori a quella degli intellettuali viventi il passo è breve, anzi brevissimo. Accame, pur con Dna - diciamo così - missino, è "out". Ma la lista (altro che le epurazioni di quelli di sinistra…) è decisamente lunga. Nessuna chance nemmeno per il professor Cardini, portatore di tesi scomode su americanismo, Islam ed economia di mercato. Nel momento in cui il Signore degli Anelli diventa un kolossal di enorme successo e schiere di giovani e meno giovani delle più diverse inclinazioni politiche riscoprono le opere di Tolkien, uno straordinario maestro della letteratura fantastica (e non solo, sia chiaro) come Gianfranco de Turris viene sistematicamente ignorato sebbene sia riuscito a ritagliarsi uno spazio a Radiorai. Duro anche il j’accuse dello stesso de Turris all’atteggiamento di An nei confronti degli intellettuali di destra. Lui che ha memoria lunga ricorda quando una situazione analoga si era manifestata dopo la vittoria di Pirro del ’94 quando l’accusa di voler "mettere cappello" sfruttando l’affermazione delle trionfanti armate berlusconiane coinvolgeva le teste della destra pensante. E le cose oggi non sono cambiate: i loschi figuri vengono ancora considerati come personaggi dediti al lamento e all’autocommiserazione, che si autoescludono, che praticano un singolare snobismo nero, gente schizzinosa, ipercritica verso le logiche del mercato e della tanto decantata era della comunicazione. Di fatto gli intellettuali di destra vengono accusati di sputare nel piatto in cui non mangiano. Insomma, criticate ossessivamente la modernità, come pretendete di trarne vantaggio? Una presa in giro molto poco elegante, un continuo scherno che viene soprattutto da chi si è sempre scagliato contro l’egemonia culturale della sinistra. Dai nemici mi guardi Iddio… Una sorte amara anche per pensatori notevoli come Fausto Gianfranceschi e per penne giovani e brillanti come Pietrangelo Buttafuoco, costretto, non si offenda, ad essere accolto nella "riserva" del pur ottimo Foglio di Giuliano Ferrara, alla stregua di Adriano Sofri. Una lista lunga, dicevamo, che non è possibile non lasciare incompleta. Un capitolo a parte merita Marcello "bello" Veneziani. Il quale scrisse una volta sul Giornale: "L’intellettuale di destra è una professione che non mi piace. E’ una figura fastidiosa per tutti, a cominciare da se stessi. A Dio spiacente e a li inimici sui. Perché tra gli intellettuali non ti perdonano di essere di destra e tra quelli di destra non ti perdonano di essere intellettuale". Per poi proseguire con impeto sincero: "Ne ho le palle piene di questo teatrino, non mi interessa, non mi appassiona". Certo il suo è uno stato d’animo assolutamente condivisibile. Veneziani dopo il "radioso" ’94 rimase fuori, scettico nei confronti di una Destra, sicuramente riverniciata bene, ma del tutto insensibile, anzi insofferente, verso gli stimoli culturali. Memorabile un suo scambio di vedute televisivo con il presidente Fini, visibilmente imbarazzato davanti alle considerazioni al solito taglienti dell’interlocutore. In occasione, ma anche prima in verità, della rivincita elettorale del 13 maggio da parte del centrodestra, Marcello Veneziani, illustre editorialista del Giornale, con un ottimismo mirabile aveva alimentato un’ottima riflessione sulle tematiche politiche, sociali, antropologiche a vario titolo riconducibili ad una cultura della Destra. I suoi pensieri che in parte riprendevano antichi convincimenti li abbiamo poi ritrovati nel suo ultimo libro. Insomma Veneziani, il più dotato (Accame dixit) e non si offenda, il più moderno tra i portatori di un pensiero di destra, ci ha creduto. E anche in questo caso, come già accadde con L’Italia settimanale, cassato per mano "amica", gliela hanno fatta pagare. Poco, o meglio nulla, di ciò che aveva auspicato, dopo un anno di governo Berlusconi (Fini), si è tramutato in realtà. E così il buon Marcello, pur forte di un successo personale indiscusso, ha dovuto ricredersi. Ad Area Veneziani ha dichiarato: "…vi è la sensazione di assoluta marginalità, che si manifesta pienamente nel disagio manifestato da coloro che fanno cultura a destra. Il problema è che i politici di centro-destra (sintomatico il trattino, ndr) non si sono resi conto della centralità della cultura nelle dinamiche sociali, e sembra che il dialogo tra cultura e politica sia diventato impossibile". Viene ribadita dunque l’incomunicabilità tra Alleanza nazionale e quelli che dovrebbero essere i suoi riferimenti culturali, anzi c’è il convincimento di chi guida il partito che la cultura rappresenti una zavorra. "Senza respiro culturale la destra politica non è che un cadavere", è la sua severissima conclusione. Questa volta Veneziani non porge l’altra guancia: "Mi pento di aver scritto La cultura della Destra. Quando l’ho immaginato ritenevo potesse avere una qualche valenza civile. Oggi, purtroppo, mi rendo conto che non ci sono margini di azione reale: è inutile parlare con i muri, non vedo alcuna possibilità". Parole dure come pietre, a testimoniare che qualcuno sugli Aurei Scranni ha perso o sta perdendo un’altra possibilità. Ma il Marcello Furioso non è il solo a pensarla così. Sentite cosa scrive il professor Fisichella, senatore ed esponente di spicco del partito di Fini: "La destra italiana di governo, quella che si esprime attraverso Alleanza nazionale, è di livello molto basso, e questo inciderà nel tempo e comporterà una caduta di credibilità, di cui già si avvertono alcuni segni; una caduta che si ripercuoterà sull’azione di governo e sul generale apprezzamento che viene soprattutto da quel mondo che in qualche modo, viceversa, dalla Destra si aspettava alcune cose". Facciamo dunque così male ad accalorarci per l’argomento? Risposte, grazie.

Fabio Pasini





E DE BENOIST SALI’ IN CATTEDRA TRA I PADANI

Mentre Alleanza nazionale si prodiga a tenere lontano quegli scocciatori che ancora parlano della cultura di destra, c’è qualche vicino di Casa che invece si dimostra interessato a ciò che dicono alcuni pensatori che un tempo andavano per la maggiore nelle conferenze e nelle librerie di casa Msi. Dal 6 all’8 settembre nel rifugio Cai al Passo del Cuvignone, fra il lago Maggiore e il lago di Varese, si è tenuto un seminario della scuola di formazione dei giovani leghisti. All’"Università d’estate", come la hanno chiamata quelli del Movimento Giovani Padani, sono intervenuti anche docenti d’eccezione. Uno di questi è stato Alain De Benoist, filosofo francese della Nouvelle Droite, un volto noto soprattutto per i cultori della Tradizione europea. De Benoist, sempre meno capelli e barba sempre più brizzolata, si è presentato ai giovani seguaci di Bossi, che durante il loro ultimo congresso vendevano i libri di Julius Evola (Ag-denti...), con il sorriso sornione di chi pensa: "Ma che ne sapete voi?!". Ma interloquendo con loro si è reso conto che lui con il suo trasversalismo dei valori, la sua Europa dei popoli e delle Regioni, il suo antiliberismo, era molto più popolare tra gli sbarbati in camicia verde piuttosto che altrove. Proprio la sua critica economica è stata tra i passaggi più apprezzati: "Il liberalismo ha delocalizzato il capitale e ha accelerato la globalizzazione". Già la globalizzazione, sembra che qualcuno sia stato scavalcato oltre che a sinistra anche a destra su tematiche che storicamente gli appartenevano… Come dire: quando la storia ci dà ragione noi ci diamo torto! De Benoist è dovuto andare dai Giovani Padani per dire che "la differenza in sé è un dato positivo, che esiste il diritto alla differenza e che, difendendo la propria identità si difende anche quella degli altri". De Benoist se la prende con il liberalismo politico e il liberismo economico, e nessuno dissente, anzi. Addirittura la giovane platea leghista s’infiamma quando il filosofo francese spara contro il presidente del Consiglio: "Berlusconi è un populista liberale, troppo filoamericano e la sua politica antisociale non è per nulla condivisibile". Inutile dire che ai militanti del Mgp non freghi nulla se per attuare la sua "politica antisociale" il premier si sia affidato al povero Maroni. Applausi quando il relatore dice che il nuovo capitalismo "preme sulle condizioni sociali ed economiche di ogni singolo Paese dell’Occidente". Per la cronaca ha tenuto una lezione "padana" anche l’avvocato Stefano Vaj, collaboratore della rivista "L’uomo libero" ( www.uomolibero.com ), diretta da Piero Sella, ed è stato autore di contributi come "Dittatura dell’economia e società mercantilistica", "Il diritto alle differenze culturali", "Alle radici dell’Europa" e l’"Europa come destino". Anche per Vaj attenzione e applausi dai Bossi boys. Si tenga presente che la Lega nord, le sue giovani avanguardie in particolare, si sta costruendo una forte identità attingendo a piene mani dalla mitologia e dalla tradizione celtica, apprezzandone la musica, la ritualità e la simbologia. Torna in mente nulla? Attenzione dunque: si corre il rischio, mentre l’odierna gioventù di An viene costretta ad assimilare Karl Popper, di sentir dire a Umberto Bossi che Tolkien "non era mica un pirla"…

F.P.

Un resoconto - Numero 11

UN RESOCONTO

Nei giorni 7,8,9 Giugno 2002 si è svolta presso il Palazzo Orrù di Quartu Sant’Elena, la II edizione della mostra fotografica "Dal MSI ad AN. Immagini, riviste, testimonianze", organizzata dall’Associazione Culturale "Manfredi Serra"in collaborazione con la Presidenza Provinciale di Alleanza Nazionale e Azione Giovani, e l’Associazione Culturale "Vico San Lucifero".
Un tuffo nel passato, partendo dalle prime elezioni politiche - svoltesi il 18 Aprile del 1948 - con i volantini dell’epoca che già anticipavano quello che sarebbe stato il taglio politico-ideale che avrebbe assunto il MSI, fino ad arrivare agli scatti fotografici dell’ultimo congresso bolognese, passando attraverso i congressi provinciali di Cagliari, convegni, storiche manifestazioni nazionali, campi di formazione politica. Il successo dell’evento è dato dai numeri raggiunti. Più di cinquecento i pezzi esposti: fotografie, volantini, riviste, quotidiani, tessere del partito e delle organizzazioni giovanili, manifesti e striscioni, hanno colorato e dato movimento alle sale espositive. Sono stati circa trecento invece i visitatori che dal Venerdì alla Domenica, hanno potuto ammirare un pezzo di storia politica italiana: siamo riusciti a garantire - grazie alla preziosa collaborazione di tanti giovani e meno giovani - un’ ottima affluenza per tutte le conferenze organizzate, che hanno catalizzato un interesse inaspettato alla vigilia: a conti fatti, quindi, un ottimo risultato, se si pensa che l’Associazione che ha ideato e organizzato l’evento, è in piedi solamente da una anno circa.
Il rischio era di imbattersi in una fredda carrellata di immagini, volantini, pubblicazioni, manifesti, senza entrare nell’evento raffigurato, senza riuscire a capire il significato di uno striscione per Paolo di Nella o un volantino contro la partitocrazia o una foto della Giovane Italia. Così invece non è stato, grazie alle didascalie e a tutte quelle persone che si sono prestate per commentare le immagini. In questo modo anche chi, di solito, non legge i libri editi da Settimo Sigillo o non sfoglia il Secolo d’Italia, ha potuto toccare con mano il nascente orgoglio missino ferito dalla guerra persa, ha potuto toccare con mano la ghettizzazione, l’infausta scissione con Democrazia Nazionale, il monolitismo degli anni ’80, fino alla nascita di Alleanza Nazionale. Tutto questo - ovviamente - debitamente rapportato alla città di Cagliari e provincia.
Le conferenze sulle organizzazioni giovanili dovevano fungere da contorno alla prima donna Mostra ed invece sul campo sono state colonna portante della manifestazione quartese. La presentazione del libro "FdG.Una militanza difficile tra partito e società civile", avvenuta Sabato 8 Giugno alla presenza dell’autore (Marco de Troia) e moderata da Andrea Curreli (militante del Fronte della Gioventù nei primi anni ’90), ha ripercorso le tensioni ideali, le occasioni perse, i rapporti conflittuali che hanno animato i rapporti fra il FdG e il Msi. Marco de Troia ha analizzato questi rapporti partendo dalla fondazione del Msi e dalla impronta nostalgica che il partito si autoconfezionò fin da subito:"Il Msi entra sulla scena politica italiana quando i giochi sono fatti, ossia quando i partiti democratici del CLN si sono suddivisi il patrimonio del consenso su basi sociali. Al Msi non resta che attestarsi su posizioni di seconda fila, diventando per motivi sistemici ed intrinseci alla sua natura partito di seconda scelta. Esso è privo di una classe di riferimento sociale, ha un personale politico formato prevalentemente da credenti, è condannato ad una politica di visibilità. Si trasforma in partito nostalgico". La precisa e coraggiosa analisi dell’autore è proseguita attraversando l’inserimento micheliniano ed i turbolenti (esternamente ed internamente) anni ’60, la ghettizzazione degli anni ’70 e la scissione con Democrazia Nazionale, la nascita della Nuova Destra ed il cesarismo almirantiano che ha il suo punto più basso con l’espulsione di Marco Tarchi. Una analisi puntigliosa, precisa, ricca di citazioni che ci porta fino ad Alleanza Nazionale ed alla sua identità indefinita.
Domenica 9 Giugno, la tavola rotonda sui movimenti giovanili ha avuto il merito di mettere a confronto le organizzazioni di ieri con quelle di oggi. Si è partiti con il dott. Franco Cabras, primo Segretario del Raggruppamento Giovanile del MSI di Cagliari nel 1947, per poi passare alla Giovane Italia con Emilio Belli ed al Fuan con Paolo Camedda e Angelo Abis, arrivando alla nascita del Fronte della Gioventù e all’ intervento di Isabella Luconi (militante negli anni ’70 e ’80 ed ora redattrice della rivista Excalibur), che ha evidenziato come "in quel periodo l’importante era esserci, era resistere a tutte le infamie che piovevano addosso, maturando in questo modo il vero cameratismo che era comunità di valori e di intenti, era solidarietà reciproca, erano legami fortissimi".
Fabio Meloni, ultimo dirigente nazionale del Fronte della Gioventù che la Sardegna ha avuto, ha messo in luce il pensiero e l’azione che venti anni fa avevano i militanti dell’organizzazione giovanile missina, facendo un diretto confronto con la gioventù oggi idealmente e politicamente impegnata. Meloni si è soffermato sui rapporti fra "i grandi" ed "i giovani", fra partito e movimento giovanile: ieri la gioventù che guardava, pensava e stava a destra era avanguardia che criticamente proponeva, oggi la gioventù che guarda, pensa e sta a destra è avanguardia che acriticamente subisce.
A confermare questa tesi ci ha pensato (bontà sua) un dirigente nazionale di Azione Giovani (Fabio Mandelli) che nel suo intervento ha difeso a spada tratta il mondo politico-giovanile (senza interrogarsi sul disimpegno crescente, l’indifferenza, il disagio, gli antiglobal) e asserito che il ruolo dei giovani di destra - oggi che AN è partito al governo - è quello di far conoscere ad altri giovani ciò che il (buon?)Governo di centro-destra propone: fulgido esempio di una politica giovanile che coltiva e promuove una moderata ed innocua avanguardia acritica, con giovani che - nelle piazze, nelle scuole, tra la gente - si fanno megafono di battaglie non loro. L’ultima fase temporale dell’incontro-dibattito, ha visto come protagonisti i giovani di oggi, il loro rapporto con la politica e quindi con il partito che deve (o dovrebbe) idealmente rappresentarli. Ha aperto le ostilità Simone Spiga (Coordinatore regionale di Azione Giovani) seguito da Paolo Truzzu (Presidente Provinciale di Azione Giovani), il quale - con sano realismo - è andato ad interrogarsi sulle varie crisi vissute dal movimento giovanile: "ci sono stati dei periodi in cui si era terribilmente soli: avversati nel partito, nella società e all’interno del movimento stesso". Carica di passione ideale e lontana da polemiche non utili all’obiettivo da perseguire, è stata la relazione di Antonella Zedda (Presidente Provinciale di Azione Universitaria), la quale ha lucidamente messo l’accento sull’importanza del "noi" quando si fa politica; l’importanza del "noi" quando si fa comunità; l’importanza del "noi" quando si prende la comunità ad esempio in una società individualista come la nostra. La giovane destra (agevolata dalle tante letture in materia e proseguendo il cammino tracciato dalla destra dei valori) si sta facendo promotrice di una difficile battaglia nella società per recuperare il senso del "noi", cercando di ricucire quanto è stato strappato negli ultimi trent’anni.
Se Dio lo vorrà il prossimo anno vedrà la luce la III edizione della mostra fotografica, ma soprattutto sarà l’occasione per un altro momento di leale e costruttivo confronto, per capire chi siamo stati e chi siamo, dove siamo andati e dove andiamo, quale società ereditiamo e quale società intendiamo lasciare ai nostri figli.

Simone Olla
Azione Giovani Quartu Sant’Elena

La destra? Più liberale che sociale

Gianni Alemanno - "Intervista sulla destra sociale" -
a cura di Angelo Mellone; introduzione di Giano Accame - Marsilio (11 euro)

Un’intervista per far luce su programmi, idee e autori di riferimento della destra sociale. Questo si proponeva - pensiamo - Gianni Alemanno quando ha iniziato questa conversazione con Angelo Mellone. E il proposito è stato, almeno in parte, rispettato. Dalla lettura del testo si esce infatti con qualche idea chiara in più sul significato che l’esponente di An attribuisce alla definizione di "destra sociale". Da cui prende il nome, come noto, la corrente del partito che vede come propri leader proprio Alemanno e Francesco Storace. L’ "Intervista sulla destra sociale" non è comunque un testo scontato. Anzi, riserva più di una sorpresa. Con qualche spunto inaspettato, che delinea una destra che se resta sì sociale, inizia però a fare i conti con la cultura liberale e, in alcuni casi, si riferisce ad essa. Ma partiamo dalla definizione di Alemanno: "La destra sociale è quella parte della destra che si ritrova in una cultura e in una visione del mondo di orientamento comunitario, e da questa cultura declina un progetto politico fondato sulla centralità dell’identità nazionale, sui principi di partecipazione e di sussidiarietà e, quindi, sul rinnovamento dell’economia sociale di mercato". Va detto subito che il punto su cui occorre soffermarsi è il concetto di "comunitarismo", così come inteso dal ministro alle Politiche Agricole. Le affermazioni di Alemanno sono lapidarie: viene ripudiato l’organicismo, lo Stato etico e il nostalgismo. Senza ambiguità. Ma vediamo alcuni brani dell’ "Intervista": "L’organicismo è una tipica impostazione culturale della destra radicale. Partendo da un’esasperazione della cultura comunitaria, la destra radicale ha elaborato concezioni di Stato organico o Stato etico, in cui il principio comunitario viene tradotto politicamente in una visione onnicomprensiva e totalizzante, tale da negare i conflitti sociali e politici, e quindi la democrazia. (…) Qui siamo all’anticamera del totalitarismo". Affermazioni che ci convincono. Ma che fanno sorgere alcune domande. Si rende conto Alemanno che in questo modo accantona il 90 per cento degli autori politici a cui buona parte degli aderenti del Msi prima, e di An ora, fanno riferimento? Nelle tesi di Fiuggi vengono citati dei pensatori che, senza paura di smentite, possono essere classificati come cultori dello Stato etico o di una visione organicista dello Stato. Parliamo di Julius Evola, Carl Schmitt, Giovanni Gentile, Ugo Spirito, Gabriele D’annunzio. Tutti da togliere dalla biblioteca di An? Quali dunque i nuovi riferimenti? A quest’ultima domanda non si trova una risposta convincente nel testo alemanniano. Andando avanti con la lettura, però, il leader della destra sociale spiega che "il pluralismo, o meglio il pluralismo conflittuale, è una caratteristica ineliminabile - e feconda - della modernità". Modernità - e dunque Rivoluzione francese - che Alemanno non demonizza. Anzi, se la prende con i reazionari a senso unico. Ma proprio parlando della sua concezione del conflitto in politica, ecco la sorpresa. Dice l’intervistato: "Questo (…) è anche un punto di contatto con le culture liberali più avvedute che, da Tocqueville in poi, non negano la presenza dei corpi intermedi e tantomeno delle dinamiche sociali conflittuali". Bene. Benissimo. La destra sociale guarda anche a quel liberalismo che Hayek ha definito "classico e anglosassone". Liberalismo sì, ma assolutamente comunitario. E con qualche punta di socialità. La strada è quella giusta. Come un politico accorto come Alemanno sa, non è più tempo di "alternative corporative", come recitava l’articolo 1 dello statuto del Msi. Tanto vale allora rifarsi alla miglior cultura liberale, quella lontana da certo giacobinismo totalitario ma aperta a una logica partecipativa. La necessità di essere destra di governo in un parlamento liberaldemocratico impone anche coraggio culturale. Forse Tocqueville, in questa fase, può essere più utile di Evola. Eppure questa considerazione, dettata dal realismo, non ci fa certo felici. E nella nostra personale biblioteca certi autori continueranno ad aver il posto che meritano.

L’Apota


Inizia con questo articolo la collaborazione di Pierangela Bianco al Barbarossaonline. Bianco è una preziosa collaboratrice, professionista seria e preparata del mondo della scuola, e a questo mondo dedica questo suo primo scritto.

E’ sempre la solita disinformazione…

Due episodi diversi nella forma, ma simili nella sostanza hanno segnato questa fine anno scolastico milanese. Dopo mesi di discussione gli studenti del Liceo scientifico Vittorini, che avevano chiesto di poter allestire una mostra e invitare qualche esperto sul problema delle Foibe, sono stati beffati dal Consiglio d’istituto che, bontà sua, ha loro concesso di ascoltare, ma non di scegliere, un esperto, e si è arrogato il diritto di invitare un solo relatore, il prof. Giampaolo Valdevit che ha tenuto una conferenza a senso unico (quando si dice il monopolio dell’informazione…), che ha indignato gli studenti. Mi viene spontanea una riflessione: perché non invitare almeno due oratori che confrontassero tesi opposte e lasciare gli studenti liberi di trarre le loro conclusioni in piena autonomia? E’ comprensibile che il prof. Valdevit minimizzi la tragedia delle Foibe e sostenga tesi aspramente contestate dagli esuli istriani ; deve indubbiamente essere difficile fare i conti con un retroterra culturale e politico sporco di sangue quando ci si erge a paladini della democrazia e della libertà. Ma il preside, i docenti, i genitori del Consiglio d’istituto non provano almeno un po’ di vergogna per aver compiuto una tale violenza su studenti che chiedevano solo di essere informati su una tragedia che, lo si accetti o no, ha coinvolto tanti italiani e sulla quale qualcuno sta cominciando ad alzare il velo del silenzio, o forse è più corretto dire dell’omertà, che una certa parte politica ha steso su questa tragedia? Un altro episodio riguarda il prestigioso Liceo classico Parini. Alcuni studenti hanno chiesto di organizzare un’assemblea sulla globalizzazione invitando il dott. Agnoletto. Il Preside, correttamente e nel pieno rispetto di quel pluralismo che deve caratterizzare la vita di un luogo deputato alla formazione e all’educazione di giovani, ha accettato e ha anche proposto che ci fosse non un discorso a senso unico, ma un dibattito democratico con un esponente di tesi opposte proponendo l’on. La Russa. A questo punto il Consiglio d’Istituto, dando prova di che cosa significhino per una certa parte politica le parole democrazia, libertà, rispetto delle idee, ha respinto la scelta del Preside e ha controproposto una terna di esponenti fra i quali individuare l’interlocutore dell’esperto scelto. Come dire sceglie una sola parte chi invitare a sostenere le proprie idee e chi la pensa diversamente. Questa è la democrazia, questo è il rispetto delle opinioni, questo è il pluralismo che vengono sbandierati dalla sinistra che ha il coraggio di presentarsi come la loro unica depositaria. Mi pare che i fatti siano più eloquenti di qualsiasi opinione. Una sola conclusione: possono mascherarsi e cambiare d’abito quanto vogliono, ma evidentemente la violenza, l’arroganza, il disprezzo verso chi non canta nel coro è costitutivo del loro DNA, e non perdono occasione per dimostrarlo. A noi organizzarci per contrastarli, sperare nel dialogo e nel confronto non solo è inutile, è stupido perché giocano con le carte truccate e prima ce ne renderemo pienamente conto, meglio sarà. Pierangela Bianco


Azione Giovane Hobbit di Cagliari

Azione Giovani Hobbit nasce a Cagliari il 15 Novembre 2001. L’intento è di far risorgere quei valori propri del Fronte della Gioventù, quali la militanza e il cameratismo, che erano stati dimenticati. Non più quindi appiattiti sulle posizioni del partito ma critici se necessario. Non più estranei ai problemi della società ma vicini alla gente. Ne abbiamo dato prova lo scorso 6 gennaio, ad esempio, con la "Befana Tricolore". Nei mesi di novembre e dicembre sono stati raccolti tantissimi giocattoli usati, poi distribuiti nel giorno dell’Epifania, da una parte per aiutare le famiglie meno agiate, dall’altra per riscoprire l’importanza delle feste tradizionali. Altro tema molto sentito : la causa irlandese e tibetana. In nome dell’autodeteminazione dei popoli, il circolo si è più volte mobilitato per sensibilizzare l’opinione pubblica su questi temi. Una lunga campagna contro la Cina comunista quindi per tutto marzo. "25 Aprile: Onore ai Caduti della R.S.I.". Questa la nostra posizione sul giorno della "Liberazione". Non è e non sarà mai la festa di tutti gli Italiani ma solo di una parte. Veniamo ad Azione Studentesca. Da febbraio ad aprile abbiamo portato a Cagliari, grazie anche alla collaborazione dell’amministrazione locale, una mostra dal titolo "Gulag, il sistema dei lager in URSS". Un tema quello dei Gulag, che la storia ha dimenticato, insieme alle Foibe, insieme ai campi di concentramento americani. Il 6 maggio volantinaggio in ricordo della Riforma Gentile, che di fatto la riforma Moratti trasla in un’ottica moderna. Prossime iniziative : una manifestazione in sostegno alla Bossi-Fini contro l’immigrazione clandestina e una in ricordo della morte di Falcone e Borsellino.

Giulio Uras
Azione Giovani Hobbit


Segnalazioni
Rutilio Sermonti, L’Italia nel XX secolo, Edizioni all’Insegna del Veltro, Euro 15,43 .
Un libro verità per chi vuole conoscere i fatti e capire la storia. Un libro per tutti ma particolarmente indicato per gli studenti . Il libro verrà presentato presso la Trattoria Vallombrosa da Ugo ( al lato della Basilica di San Paolo) alle ore 19.00 . Seguiranno interventi di esponenti del Collegio sul tema "Verso l’Assemblea Nazionale Costituente del Movimento nazionalpopolare; la serata si chiuderà con la cena sociale.

In Italia c’è una piccola voce anticonformista in più, è:
www.uomoqualunque.it E’ tutto ciò che rimane della storica testata di Giannini che, da un anno, è diretta da Guido Giraudo (che fu, negli anni Settanta, direttore di un’altra testata storica "Il Candido" di Guareschi e Pisanò). Vi segnaliamo il suo articolo "Maggio 2006" che è in perfetta sintonia con una tradizione politico-satirica, andata in gran parte perduta con il tempo.

Due recensioni - Numero 09

DUE RECENSIONI

Rino Camilleri , La vera storia dell’inquisizione,
Piemme, pp. 150 € 12,40

Inquisizione. La sola parola un poco di paura la fa e la fa soprattutto in tutte quelle persone che sui libri di scuola hanno visto questo tribunale dipinto a tinte fosche. Le bordate intellettuali, cominciano con l’avvento dei governi liberali in Europa e con l’affermarsi della crescente necessità di una Chiesa di Stato indipendente da Roma. Rino Camilleri espone con puntualità e ricchezza di particolari l’intera storia dell’Inquisizione, smontando tesi precostituite, preconcetti, bugie e omissioni secolari. Talvolta però l’Autore eccede nella sua innata semplicità espositiva, riducendo la comprensione, per i meno esperti.
Possiamo suddividere questo agile ma completo ed importante libro, in due parti principali: la parte storica e quella dei singoli casi particolari.
Nella parte storica viene analizzata l’Inquisizione nelle tre forme assunte, dal XII secolo fino alla Congregazione del Sant’ Uffizio, che chiude definitivamente il suo operato nel 1965 divenendo Congregazione per la Dottrina della Fede, sotto Paolo VI. L’Autore, quindi espone la storia dell’Inquisizione medievale (la prima), sorta principalmente per contrastare l’eresia catara; l’Inquisizione spagnola, che tra le tre è stata sicuramente la più severa, nata comunque per affrontare e contrastare un fenomeno sociale più che religioso; ed infine l’Inquisizione Romana, divenuta Congregazione del Sant’ Uffizio nel 1588, che operò soprattutto in Italia, contro il diffondersi del Protestantesimo.
Nella seconda parte l’Autore analizza i singoli eventi per i quali l’Inquisizione è maggiormente ricordata: vengono descritti, talvolta in modo troppo breve, le vicende dei Templari e di Giovanna D’Arco, di Giordano Bruno e Galileo, ed altri casi specifici che vedono l’Inquisizione protagonista, ma quasi mai feroce come ci hanno insegnato, in un crescendo di spinto anticlericalismo. Da segnalare la bella prefazione di Franco Cardini, uno fra i più preparati medievisti in circolazione.

Simone Olla


"1943 -1945 GUERRA CIVILE SULLE MONTAGNE"
il nuovo libro di Marco Pirina

….Il capitolo della guerra civile sulle montagne, riguardante la Provincia di Vicenza è ricco di documenti, testimonianze, foto, inediti e di approfondimenti sui lati oscuri di un periodo, sulle cui tragedie, è sceso il "silenzio dei vivi", consegnando alla memoria solo le "gesta" dei vincitori.
Riemergono dalle pagine del libro le "vicende" di Fontanelle di Conco, le uccisioni di Giuseppe Marozin "Vero", i cui uomini, dopo l’allontanamento dal vicentino, assassinarono, a guerra finita, gli attori Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, la misteriosa uccisione del Maggiore Winkilson, le "operazioni" della Divisione Garibaldina " Ateo Garemi", l’orrenda fine dei coniugi Guiotto, l’eroismo dei "ragazzini" di Tonezza, che batterono i partigiani del "Turco", i documenti inediti sulla Foiba della Rosetta, gli orrori delle foibe di Monte San Lorenzo, del Bus de la Spaluga, gli stupri di Cismon del Grappa, la verità sull’eccidio di Pedescala, il caso del "Gruppo Maestrini, dalle "carte" ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, le "azioni" della "Squadra della morte", giunta a Thiene da Forli, per massacrare inermi prigionieri di guerra, l’uccisione a Caltrano del Commissario Prefettizio, il linciaggio a Chiuppano del Segretario del PNF, la lunghissima scia di morte delle vittime della guerra civile a Valdagno e dintorni ed in tanti paesi e paesini del vicentino, l’infoibamento della famiglia Tescari, la "verità" sul rastrellamento del Monte Grappa, con documenti inediti, l’eccidio di Schio, compiuto il 7 Luglio 1945, con approfondimenti che legano lo stesso al "filo rosso" delle Brigate Rosse.
Uno squarcio nel velo dell’ipocrito silenzio, una luce di verità. per aprire un dibattito libero sulla tragedia della "guerra civile"….

Marco Pirina
del "Centro Studi e ricerche storiche Silentes Loquimur"


Regione Lombardia
E’ stato presentato un Progetto di legge in favore dell’istituzione di corsi di lingua e civiltà latina; prima firmataria il Consigliere regionale, nonché Presidente della Commissione cultura, Silvia Ferretto.

"INTERVENTI REGIONALI A FAVORE DELL’ISTITUZIONE
DI CORSI DI LINGUA E CIVILTA’ LATINA"

"SUMPTUS AUXILIA BENEFICIA REGIONIS AD SCHOLAS
DE LINGUA CULTUQUE LATINO APERIENDAS"


Segnalazioni

I nostri amici della Sardegna ci hanno inviato copia di due riviste da loro pubblicate.

Identità Nazionale. Ha collaborato al numero il Circolo Azione Giovani "Caravella" di Cagliari. Il numero, oltre ad articoli di polemica politica, contiene segnalazioni librarie interessanti. Il foglio è di piacevole lettura.
Per ulteriori informazioni :
- infoassociazione@libero.it
- caravella@tiscalinet.it

Excalibur : mensile culturale dell’Associazione "Vico San Lucifero".
Sito internet : http://web.tiscali.it/vicosanlucifero
E mail vicosanlucifero@tiscalinet.it

Nel numero di febbraio-marzo si segnala, fra l’altro: Maledetta America! del gen. Nicolò Manca; L’Uomo del presente, senza passato né futuro, di Simone Olla ( che collabora anche al Barbarossa); Sardi a Salò - Paolo Orano : il "grande" dimenticato, di Elena Finzi.

Navigando nelle galassie della destra

"Si considera di destra?". "Sì, con insoddisfazione, con tutte le riserve del caso e con tutti i possibili distinguo". Marcello Veneziani risponde così a una domanda postagli da Marco Ferrazzoli. La risposta è contenuta nel libro curato dallo stesso Ferrazzoli e intitolato "Cos’è la destra. Colloqui con diciotto protagonisti della cultura italiana non conformista". Le insoddisfazioni, le riserve e i distinguo sono comuni anche agli altri intellettuali di destra intervistati. Da Accame a Cardini, da Malgieri a Fisichella. Ognuno descrive una destra diversa. Le storie, le letture, le esperienze personali e politiche dei 18 intervistati sono infatti molteplici. Tanto che, dopo la lettura, verrebbe da suggerire al curatore di intitolare il libro "Quante sono le destre?", piuttosto che "Cos’è la destra". Tante le anime che caratterizzano l’arcipelago della cultura "non conformista". Non a caso Marzio Tremaglia aveva voluto intitolare un convegno a Milano nel 1998 "Destra/Destre", cogliendo perfettamente nel segno. Intendiamoci: gli intervistati sono 18, ma le anime della destra che emergono sono qualcuna in meno. Un filo rosso nel libro c’è. Molti degli intervistati sono legati dalla comune fede cattolica. La loro destra è dunque, per loro stessa definizione, "contro-rivoluzionaria, cattolica e reazionaria". A questo filone appartengono sicuramente Rino Cammilleri, Giovanni Cantoni, Franco Cardini, Eugenio Corti, Fausto Gianfranceschi. E, con qualche distinguo, anche Domenico Fisichella, Gennaro Malgieri ed Enrico Nistri. La maggioranza degli intervistati. Ma nel libro compaiono anche i nomi di Dario Antiseri (cattolico sì, ma liberale popperiano), Gianfranco De Turris (cultore del pagano Julius Evola), Giano Accame (ancorato a una cultura politica propriamente fascista) e Marcello Veneziani (attento alla tradizione cattolica ma lontano da ogni intransigentismo). Queste diversità, queste tante destre a confronto costituiscono comunque una ricchezza del libro curato da Ferrazzoli. Tanti gli aneddoti interessanti e curiosi. Come quello raccontato da Enzo Cipriano. Secondo il proprietario della libreria "Europa" di Roma - riferimento obbligato per tutti gli amanti dei pensatori "di destra" - i libri attualmente più comprati dai suoi clienti sono quelli di Julius Evola e di… Ernesto Che Guevara. Proprio così: il filosofo "nero" e il simbolo iconografico di ogni rivoluzione "rossa". Giusto per far capire la varietà (confusione?) di riferimenti culturali che gravita intorno all’ambiente non conformista. Una tentazione al "fascio e martello" (come direbbe Veneziani) mai abbandonata da molti intellettuali "di destra" (e qui i distinguo si sprecano). Giano Accame, ad esempio, parlando del movimento studentesco, risponde così a Ferrazzoli: "Quando nel ’68 le masse studentesche si rivoltarono mi parve meritassero benevola attenzione, anche se già marcate da una confusa prevalenza di sinistra. A Roma i giovani del Caravella avevano aderito alla contestazione. M’illusi, come Drieu La Rochelle a Parigi nel febbario1934, che gli opposti estremismi potessero unirsi nel dare la spallata al sistema". Accame però conclude la riflessione dicendo: "La destra rimase tagliata fuori dal mondo giovanile per una ventina d’anni, ma probabilmente non c’era altro da fare". E concludiamo continuando a parlare di giovani. Enrico Nistri nel libro fa una considerazione che deve far riflettere: "Quella dei giovani (…) è sempre stata la tragedia della destra. Il Pci negli anni Cinquanta aveva i figli dei mezzadri: li ha fatti studiare e ne ha fatto degli storici, dei magistrati, dei giornalisti. Noi avevamo i figli dei dottori: li abbiamo usati come attacchini". Nistri certo si riferisce a tempi passati. Il Pci ora non c’è più. I figli dei mezzadri magari oggi votano a destra. Ma siamo sicuri che i ragazzi di destra non siano usati ancora solo per fare gli attacchini?

Cos’è la destra. Colloqui con diciotto protagonisti della cultura italiana non conformista, a cura di Marco Ferrazzoli, Il Minotauro, Roma, novembre 2001 (16 euro).

Massimiliano Mingoia

QUOTIDIANI, AVANTI "A DESTRA"
Qualcosa si muove nell’editoria "di destra". Finalmente, verrebbe da dire. Il Corriere della Sera di lunedì 10 dicembre riferisce infatti che all’interno di Alleanza nazionale si pensa al rilancio di due testate. La prima è L’Indipendente, il quotidiano che aveva vissuto i suoi splendori qualche anno fa, negli anni di Tangentopoli, sotto la direzione di Vittorio Feltri. E’ la Destra protagonista di La Russa e Gasparri che sta pensando di far tornare in edicola il quotidiano. L’obiettivo è quello di farne una voce di destra all’interno del panorama editoriale italiano. Al progetto sta lavorando attivamente Italo Bocchino, parlamentare di An già braccio destro di Pinuccio Tatarella. Del rilancio de L’Indipendente, peraltro, si era già parlato alcuni mesi fa. L’idea era però naufragata lo scorso gennaio a causa di problemi economici. Ora si ritenta. Forse la voglia di arrivare al congresso di aprile con un organo di stampa autorevole, stavolta indurrà la corrente larussian-gasparriana a insistere. Siamo in attesa degli sviluppi. La seconda testata per cui si parla di rilancio in realtà è già in edicola. Parliamo del Secolo d’Italia, il quotidiano di An diretto da Gennaro Malgieri. Proprio quest’ultimo, sempre secondo il Corriere, "è tornato alla carica con il leader Gianfranco Fini con l’idea (mai abbandonata) di fare un superSecolo, un vero giornale popolare di destra". Anche questo progetto si inserisce nelle trattative precongressuali che stanno animando il partito nelle ultime settimane. Malgieri è entrato infatti nella nuova corrente di Franco Servello, Alleanza per la Destra. Il rilancio della testata potrebbe dunque dar maggior visibilità alla nuova componente di An. Questo il quadro. Forse i lettori di destra potranno trovare a breve due testate più vicini ai loro "gusti" politico-giornalistici. Ma, visti i precedenti progetti editoriali naufragati miseramente, aspettiamo il riscontro effettivo in edicola. Di testate che rappresentino il variegato orizzonte politico-culturale di destra, peraltro, si sente un gran bisogno. Può un partito con il 12-13% dei suffragi essere rappresentato in edicola solo da un quotidiano (Il Secolo d’Italia) che è comprato ormai solo dai dirigenti del partito? Un Secolo che peraltro si fa addirittura scavalcare nell’illustrare le questioni riguardanti An da Il Giornale, che nelle scorse settimane, ha dedicato diverse pagine al dibattito precongressuale che ha visto come protagoniste le varie correnti. Meglio Il Giornale dunque del Secolo. Le alternative poi non sono certo molte. Al centro e sud Italia si può trovare Il Tempo (soprattutto nel Lazio) e il Roma (rifondato da Tatarella) in Campania e Puglia. E poi? Il vuoto. Anche l’editoria settimanale e mensile di destra non passa un momento di grande successo. Tra i settimanali, l’unico rimasto in edicola è Il Borghese, che però non riesce neanche a scalfire il predominio delle corazzate Panorama ed Espresso. L’Italia settimanale di Marcello Veneziani rimane l’unico progetto editoriale di una certa consistenza emerso negli ultimi anni. Ma è stato purtroppo chiuso. Lo Stato, idem. Tra i mensili, l’unico che ha dimostrato continuità è Area, che fa riferimento alla Destra sociale di Storace e Alemanno. Millennio, della Destra protagonista, ha avuto vita breve. Percorsi di Malgieri da alcuni mesi non esce più. In crescita appare invece Charta Minuta di Adolfo Urso, che però ha una diffusione ridotta ad un élite. Insomma, la situazione dell’editoria di destra, come si vede, è sconfortante. Che sia ora di darsi una svegliata?

Massimiliano Mingoia

Un convegno e un libro per ricordare Marzio Tremaglia

Idee in azione: l’esempio di Marzio Tremaglia. Non poteva esserci titolo migliore per ricordare la figura politica e intellettuale dell’indimenticabile esponente di Alleanza Nazionale, morto il 22 aprile 2000. Il titolo si riferisce ad un convegno che si è svolto lo scorso 17 novembre al Circolo della Stampa di Milano. Un appuntamento che ha visto incontrarsi relatori anche lontani dall’universo politico di Marzio, come ad esempio Giorgio Galli. Tutti però accomunati dalla stima profonda per un uomo che ha fatto della Politica, ma con la p maiuscola, lo scopo di una vita. Al tavolo dei relatori sedeva anche il professor Luigi Lombardi Vallauri, che fu il relatore della tesi di laurea di Tremaglia. Toccante il suo ricordo dell’ex studente. Azzeccato il giudizio che vede nella "grande curiosità culturale" una delle virtù più significative dell’ex assessore alla Cultura della Regione Lombardia. Chi ha avuto la fortuna di sentire parlare Tremaglia durante qualche convegno, infatti, non può non ricordare lo spaziare dei riferimenti culturali che egli faceva propri.

A raccontare gli aspetti più propriamente politici di Marzio Tremaglia è stato invece Luca Gallesi, suo collaboratore ai tempi dell’assessorato. "Marzio è stato un uomo di parte o, più precisamente, di partito - ha sottolineato Gallesi - Scherzando, ma neanche troppo, mi ripeteva spesso di essere l’ultimo leninista, per il quale la lealtà verso la struttura veniva prima di tutto". Uomo di parte, dunque, Tremaglia ma "che ha saputo esprimere fortemente un’identità di appartenenza politica meritandosi allo stesso tempo la stima e il rispetto dei suoi avversari, che ne hanno saputo riconoscere le qualità e le doti umane e politiche". Parole non di circostanza quelle di Gallesi. Chi scrive ricorda ancora nitidamente i giudizi ammirati di alcuni suoi conoscenti, di opposte sponde politiche rispetto a quella di Tremaglia, che, dopo averlo sentito parlare, si dichiaravano ammirati per la preparazione del politico di An.

Non è solo il bel convegno del Circolo della Stampa ad avermi fatto ripensare a Tremaglia. Ma anche un libro che raccoglie molti scritti di Marzio e il cui titolo, così come quello del convegno, mi pare significativo: "Cultura contro disinformazione. (Vent’anni di battaglie)". Edito da Asefi-Terziaria. Tanti gli spunti che meriterebbero di essere citati. Vogliamo però riassumere i principali spunti di un articolo - contenuto nel libro - intitolato "I valori della Destra". In tempi di grande confusione politica e culturale, ci pare che questo scritto abbia il grande pregio di mettere dei "paletti" che delimitano l’identità di una Destra che per molti aspetti appare ancora credibile. Anche se da molti dimenticata.

Una Destra che "crede fortemente nella Patria" e nell’affermazione di "una civiltà italiana nel rispetto e concerto delle culture europee". Una Destra realista, che rifiuta ogni astrazione intellettuale. Una Destra spinta dalla convinzione che "la vita non può ridursi allo scambio, alla produzione o al mercato, ma che necessita di dimensioni più alte e diverse", prima fra tutte "l’apertura al ’Sacro’ e al Bello". E ancora, una Destra che rifiuta il multiculturalismo in nome della "difesa di quel principio di identità ed originalità che è esattamente il presupposto per il rispetto, la difesa ed il riconoscimento dei diritti dell’altro". Una Destra legata alla libertà, intesa "come coscienza di una appartenenza, come ambito di partecipazione". Una Destra che ritiene fondamentale un "patto tra generazioni, che comprende i morti e i non ancora nati, le generazioni che furono e quelle che saranno. Modi di essere della Nazione". E qui Tremaglia sembra ispirarsi direttamente ad alcuni brani delle Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia di Edmund Burke. Una Destra, quella in cui credeva Marzio, che rivaluta il concetto di Stato, inteso come "un argine al potere senza nome e senza legittimità delle grandi centrali finanziarie, o al dilagare degli esiti apparentemente discutibili della tecnologia; o alla cancellazione dei diritti del popolo; o alla idea che non esistano più sovranità, ma solo amministrazioni ed organizzazioni". Una Destra che pone il nichilismo come "primo nemico della civiltà italiana ed europea". Una Destra che combatte contro "l’errore economicista che riduce l’uomo ad oggetto".

Una precisa identità politica e culturale quella che emerge da questo scritto di Marzio Tremaglia. Un’identità che può e forse deve essere ancora punto di riferimento per chi, all’inizio del Terzo Millennio, vuole considerarsi ancora "di Destra".

Nel libro di Marzio però si trovano giudizi che fanno anche riflettere sulle attuali scelte politiche di Alleanza Nazionale: pensiamo al suo richiamo alla lotta alla partitocrazia, in tempi in cui si parla di un ritorno degli orfani della Balena bianca democristiana. Oppure al suggerimento dato da Tremaglia a Fini all’inizio del 2000: quello cioè di fare delle dichiarazioni che esprimessero simpatia per le proteste che ci sono state a Seattle. Chissà se dopo i fatti dello scorso luglio a Genova Marzio la penserebbe ancora nello stesso modo. Una cosa è certa: vorremmo che fosse ancora qui con noi per farci ascoltare le sue parole mai banali.

Massimiliano Mingoia

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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