Cultura

Inevitabilmente Vittorio Sgarbi se la prende con qualcuno. Sempre. Se poi va in televisione state pur certi che il suo eloquio, ben fornito e tornito, pieno di immagini e parole ricercate, sarà certamente infarcito di parolacce, espressioni volgari, magari anche insulti, come un hot dog farcito con würstel, ketchup, maionese o senape. E sennò perché lo inviterebbero nei talk show? Sgarbi fa spettacolo, come la Belen con annessa farfallina! L’uomo è un intellettuale in gamba, grande critico d’arte, fascinatore, ma il suo essere sempre e comunque "contro" alla lunga infastidisce. Il 23 aprile su "il Giornale", nell’articolo "Un appunto ai professori : la laurea non dà lavoro" se l’è presa con il ministro Elsa Fornero : " ci irritano i toni da maestrina, le lezioni di vita e di comportamento". Da quale pulpito… Il tutto perché "si è permessa di lanciare un monito impertinente alle famiglie: "Prima di preoccuparvi della casa, provvedete ad assicurare una laurea ai vostri figli". E giù a dire che "l’università non è l’alternativa dell’alloggio", che "non è carino abitare al dormitorio pubblico", che le lauree "per trovare un lavoro sono inutili, perché non garantiscono una preparazione tecnico-professionale", ecc. ecc. Un insieme di luoghi comuni che proprio non era il caso di evocare. Che si trovi prima lavoro come idraulico o fornaio, a parte la crisi, lo sanno tutti. Sgarbi poteva evitare queste banalità. Che il lavoro "intellettuale" abbia i suoi difficili inserimenti nel mondo del lavoro lo sanno anche i bambini (basti pensare al precariato degli insegnanti), ma da qui a svilire in modo ridicolo lo studio e le università ne corre. D’altra parte Elsa Fornero che oltre ad essere professore ordinario di Economia presso l’Università di Torino è anche dal novembre scorso ministro del Lavoro nel governo Monti, insieme ad Agnese Romiti e Mariacristina Rossi è stata autrice dell’articolo "Il mattone in Italia vale più dell’istruzione?", pubblicato già nel numero di gennaio/febbraio di quest’anno sulla Rivista dell’Università Cattolica "Vita e Pensiero". Fra l’altro vi si dice : "L’Italia esibisce un tasso di partecipazione all’istruzione terziaria molto basso per un Paese "ricco" : secondo dati Ocse nel 2006 solo il 13 per cento tra coloro che erano tra i 25 e i 64 anni di età era iscritto all’università, contro il 27 per cento della media. Come sottolineato da Ocse, il basso grado di istruzione caratterizza tristemente il nostro Paese ed è considerato uno degli elementi potenzialmente responsabili della mancata o asfittica crescita". Altro che università di massa! Eppure non si trova di meglio che mettere alla berlina chi invoca una maggiore istruzione, portatrice oltretutto di progressi sociali e di miglioramento di reddito. E’ vero : Elsa Fornero ha un po’ l’aria da maestrina. Ma è una maestrina che si commuove parlando dei sacrifici che si dovranno imporre ai pensionati. L’abbiamo vista in diretta in TV commuoversi sino a strozzarsi la voce : cosa inaudita, nel senso etimologico di mai udito… Beh noi preferiamo questi tecnici/politici ai politici di professione che imbastiscono discorsi retorici, che prend ono in giro i loro stessi elettori, che becchiamo sempre più frequentemente con le mani nella marmellata. Il governo Monti non ci piace più di tanto, ma almeno la Fornero con la sua lacrima ha dimostrato che crede in quello che fa, che sente quello che dice, che ha un’anima!


Il Barbarossa

 

Dopo quelle dalmate, dove la tragedia era già iniziata nel 1944, Fiume fu la prima città ad essere sconvolta dai delitti compiuti dai partigiani subito dopo l’occupazione (maggio 1945) e dalle tante uccisioni indiscriminate. Fra i Caduti più noti si ricordano i senatori Riccardo Gigante ed Icilio Bacci, ma anche i maggiori esponenti dell’autonomismo, tra cui Nevio Skull e Mario Blasich, assassinato nel proprio letto di invalido per essersi rifiutato di riconoscere che l’Olocausta potesse diventare jugoslava. I fiumani, quando appresero che l’Italia di Alcide DeGasperi aveva rinunciato aprioristicamente alla loro difesa, proponendo per confine la vecchia linea Wilson, non ebbero alternativa all’Esodo e partirono in massa: chi col permesso di espatrio, chi clandestinamente, chi alla luce dell’opzione consentita dal Trattato di pace del 1947. A fronte di una popolazione nell’ordine delle 60 mila unità, furono almeno 54 mila i cittadini profughi. Pola ebbe un destino analogo, maturato attraverso circostanze diverse. Dopo i quaranta giorni dell’occupazione titoista, caratterizzati da tragedie analoghe a quelle avutesi altrove, che culminarono nell’affondamento della moto-cisterna "Lina Campanella" con circa 350 prigionieri a bordo (la maggioranza scomparve nel naufragio avvenuto il 21 maggio, mentre i superstiti furono nuovamente arrestati dai partigiani ed avviati ai famigerati campi di detenzione), la città, assieme ad un piccolo circondario, era stata inclusa nella Zona anglo-americana della Venezia Giulia: quanto bastava per suffragare la speranza che col Trattato di pace almeno Pola non sarebbe stata trasferita alla Jugoslavia. Un anno dopo, quando in luglio si diffuse la notizia che la Conferenza di Parigi aveva deciso in senso contrario, la sorpresa fu pari alla disperazione. Il colpo di grazia alle attese dei cittadini di Pola sopravvenne il 18 agosto 1946 col terribile eccidio di Vergarolla ordito dall’OZNA, la polizia politica di Tito, allo scopo di azzerare le ultime resipiscenze, come autorevoli esponenti del regime, quali Edvard Kardelj e Milovan Gilas avrebbero ammesso in tempi successivi. Sulla spiaggia di Vergarolla, contigua a Pola, dove erano convenute centinaia di persone per la Giornata della "Pietas Julia", vennero fatte esplodere 29 mine contenenti nove tonnellate di esplosivo: le vittime, molte delle quali non poterono essere nemmeno identificate, furono oltre cento, in maggioranza donne e bambini, con un’età media di 26 anni. Nessuno ebbe dubbi sulla matrice dell’atto terroristico, anche se la conferma ufficiale sarebbe giunta mezzo secolo più tardi con l’apertura degli Archivi britannici di Kew Gardens. Al pari degli altri, anche l’Esodo da Pola ebbe carattere plebiscitario, completandosi entro il marzo 1947: partirono 28 mila persone su 30 mila abitanti, in larga maggioranza via mare, con destinazioni articolate fra Venezia, Ancona e Trieste. Carattere distintivo di questo Esodo fu la concentrazione in viaggi collettivi, con accoglienze negative tanto più sorprendenti in quanto gli istriani avevano dovuto abbandonare tutto e sbarcavano, al massimo, con qualche povero bagaglio: i comunisti, sobillati dalla loro stampa, non perdonavano a quegli infelici di avere rifiutato il "paradiso di Tito". A Bologna i "treni dei profughi" non poterono sostare in stazione per qualche assistenza minima perché i ferrovieri rossi avevano minacciato lo sciopero; a Venezia furono oltraggiate persino le spoglie di Nazario Sauro; a Genova, durante la campagna elettorale del 1948 i candidati del Fronte Popolare avrebbero paragonato i "banditi giuliani" a quelli che infestavano la Sicilia. I campi di raccolta frettolosamente predisposti in Italia furono 109: generalmente privi di ogni conforto sia pure ridotto all’essenziale, non furono estranei alla frequente decisione di emigrare in Paesi lontani. A fronte di un Esodo complessivo che alla fine avrebbe interessato 350 mila persone (compresi i profughi dalmati e quelli dalla Zona "B" del cosiddetto Territorio Libero di Trieste), furono circa un quarto coloro che partirono per l’Estero: più spesso verso Paesi oltremare, dove molti avrebbero affermato la dignità umana e civile della loro scelta con l’impegno nel lavoro e nella vita sociale. A proposito di Pola, si deve ricordare che il 10 febbraio 1947, mentre a Parigi veniva sottoscritto il Trattato di pace imposto dagli Alleati, la patriota italiana Maria Pasquinelli uccise con tre colpi di pistola il Gen. Robert De Winton, Comandante della piazzaforte locale, per esprimere l’estrema, disperata protesta nei confronti dell’iniqua condanna freddamente pianificata dai vincitori, in ossequio alle pretese della Jugoslavia avallate dall’Unione Sovietica. Maria, che era stata crocerossina sul fronte africano e poi insegnante in Dalmazia dove aveva collaborato alacremente alle onoranze per i Caduti italiani, si era distinta nel Comitato per l’assistenza ai profughi di Pola con grande disponibilità ed altruismo, ed aveva confidato di compiere un gesto di risonanza mondiale, nella consapevolezza di compiere un sacrificio totale. In effetti, due mesi più tardi, il processo celebrato a Trieste davanti ad una Corte Alleata si concluse con la condanna a morte, poi commutata in quella dell’ergastolo. Maria Pasquinelli, affidata alla giustizia italiana per l’espiazione della pena, sarebbe stata graziata nel 1964, dopo 17 anni di detenzione. Oggi, ospite di un pensionato, vive a Bergamo.

C.M.

Gli studiosi continuano la ricerca del vero Shakespeare, vale a dire la ricerca mirante a stabilire l’identità del vero autore di quell’insieme di capolavori fin qui attribuiti al William Shakespeare di Stratford-upon-Avon. La paternità letteraria di quest’ultimo, circa l’opera cosiddetta shakesperiana, è infatti contestata da molti a causa di numerosi, consistenti indizi "contrari". Basterà dire che questo Shakespeare attore, impresario teatrale, proprietario terriero, usuraio, non lasciò, alla sua morte, libri in eredità. E del resto, anche se avesse posseduto una ricca biblioteca, come la sua creazione letteraria farebbe supporre, il lasciare libri alle figlie sarebbe servito a ben poco, visto che queste erano analfabete. Il che, dopo tutto, non dovrebbe neppure stupire più di tanto, poiché sembra che lo stesso William Shakespeare non fosse andato negli studi più in là delle elementari. Ed ecco che un serissimo studioso, John Hudson, sostiene in un articolo accademico ("Amelia Bassano Lanier; A New Paradigm") pubblicato in una prestigiosa rivista (The Oxfordian) che il vero autore delle opere attribuite a Shakespeare fu una donna, certa Amelia (Aemilia o Emilia) Bassano, figlia di un Baptiste (Battista) Bassano, musicista veneziano che era stato fatto venire a Londra a suonare nell’orchestra di corte. I Bassano di Venezia erano molto probabilmente dei "conversi" o "marrani", come venivano chiamati gli ebrei convertitisi al cristianesimo. Una tale attribuzione di paternità letteraria - e forse sarebbe più giusto dire "maternità" - sarebbe stata accolta nel passato con espressioni d’incredulità e persino di dileggio. Ma i tempi sono cambiati: che l’autore immortale sia in realtà una donna, è un’idea oggi accettabile. Gli argomenti presentati da questo studioso a sostegno della sua attribuzione dell’"identità Shakesperiana" alla Bassano, vengono analizzati con serietà anche da quella parte della critica che è in genere poco disposta ad accettare proposte troppo innovatrici. Il sesso femminile della presunta autrice spiegherebbe dopo tutto la necessità che l’autore ebbe di scrivere sotto pseudonimo in quell’epoca lontana, quando era molto difficile trovare un editore per opere letterarie femminili. Quindi che fosse donna, è un’idea oggi accettabile. Sì, donna... Ma italiana? La discendenza italiana della Bassano è per molti un fattore difficile da mandare giù. Lo mostra tra l’altro il fatto che nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti la tesi di John Hudson, l’accento non è mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. E dire che l’identità culturale è uno degli elementi base dell’operazione d’identificazione, compiuta da John Hudson, circa il vero creatore dell’universo shakesperiano, universo marcato da una forte "italianità". "Italianità" non solo di personaggi e di storie ma anche di fonti letterarie. Ebbene, torno a ripetere: l’italianità della Bassano, presunta autrice dell’opera attribuita fin qui a Shakespeare, non sembra destare alcun interesse tra gli addetti ai lavori o anche tra il pubblico profano. Nelle presentazioni, analisi, commenti riguardanti l’audace tesi di John Hudson, l’accento non è quasi mai posto sul legame con l’Italia di Amelia Bassano, figlia di un emigrato veneziano. Vivissimo interesse suscita invece il fatto che la Bassano fosse un’"ebrea", come la stragrande maggioranza dei commentatori, istantaneamente, l’acclama con compiacimento. Un’altra cosa anche sorprende - ed è questo il punto che intendo sollevare adesso, invitandovi a considerare tutto quanto precede come una sorta di lungo preambolo. Sorprende che non si citi, in questi commenti, il professore universitario Lamberto Tassinari di Montréal, autore di un documentato studio - "John Florio - The Man who was Shakespeare" (Giano Books, 2009) - anteriore a quello di John Hudson, e ricco di elementi che vanno nello stesso senso di molti degli argomenti fatti valere da Hudson nel suo saggio sulla Bassano. Tassinari nel suo libro aveva proposto, quale autore delle opere del cosiddetto "Shakespeare", John Florio; anche lui, al pari della Bassano, di origini italiane. È giocoforza constatare che l’intensità delle reazioni con cui è stata accolta la tesi di Hudson contrasta con il disinteresse che ha circondato finora la tesi fatta valere da Tassinari. Come spiegare questa differenza di trattamento? Un inizio di spiegazione ce lo dà la maniera in cui, nella stragrande maggioranza dei commenti consacrati alla tesi di Hudson, si sorvola allegramente sul legame che intercorreva tra Amelia Bassano e l’Italia, il cui padre, lo ripeto, era nativo di Venezia. Si constata insomma nei commenti uno scarso interesse per l’aspetto italiano della ricca identità culturale della Bassano. Questa del resto è identificata in più occasioni semplicemente come Amelia Lanier, con il solo cognome del marito e con l’omissione di quello suo proprio: Bassano, forse con l’intento di rendere Amelia più accettabile al pubblico "normalizzandola" anche nel nome. La Bassano è inoltre costantemente definita "ebrea" e mai "italiana". Queste constatazioni ci aiutano a capire il disagio che deve aver provocato il libro di Lamberto Tassinari, perché libro scritto su un italiano, da un italiano, in lingua italiana (la prima versione è stata in italiano: "Shakespeare? È il nome d’arte di John Florio" Giano Books, 2008). Speriamo che l’edizione inglese del suo libro venga accolta con maggior interesse, anche perché è ormai impossibile sottacere i forti apporti della cultura italiana all’opera cosiddetta shakesperiana. Mi si potrà a questo punto obiettare che l’attribuzione dell’opera shakesperiana ad Amelia Bassano, un personaggio con antenati ebraici, riesce a dare una spiegazione al fatto che le opere di Shakespeare siano ricche di conoscenze religiose, ebraiche incluse. Ebbene, anche John Florio, figlio del predicatore Michelangelo Florio, era un profondo conoscitore di testi sacri. E oltretutto non è per nulla escluso che anche i Florio discendessero da ebrei. Nel suo notevole libro, Lamberto Tassinari accenna solo a quest’ultimo particolare, senza dilungarvisi. Se vi avesse ricamato solo un po’ su, sono sicuro che avrebbe immediatamente suscitato l’interesse degli addetti ai lavori e di una larga fetta di pubblico. Per essere più chiaro ricapitolerò con parole un po’ diverse quanto già da me detto: il fatto che sull’italianità del padre di Amelia, Battista Bassano, si sorvoli quasi completamente, mentre si pone un entusiastico accento sull’ebraicità degli antenati della Bassano, ci aiuta anche a capire perché la tesi di Tassinari su John Florio, personaggio quest’ultimo troppo italiano per i gusti di esperti e profani, non abbia suscitato l’interesse che questa tesi meritava. È inutile commentare che solo certi tipi di nomi - vedi il nome "Ponzi" - sono capaci di far scattare nella mente di un pubblico un immediato legame con l’Italia e gli italiani. Noi siamo grati a Lamberto Tassinari di aver messo in ampia luce, con il suo "John Florio - The Man who was Shakespeare", il profondo legame che l’universo shakesperiano ha con l’Italia. Legame che la sorprendente, affascinante tesi di John Hudson - al di là della diversità del volto ch’egli pone dietro l’enigmatica maschera shakesperiana - riafferma e consacra. In una futura edizione - ripetiamo l’invito a Tassinari - questi farebbe senz’altro bene bene a ricamare su un fattore quanto mai prezioso in campo accademico e commerciale: le possibili radici ebraiche dello stesso Florio.

Claudio Antonelli



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • C’E’ ANCORA SPAZIO PER L’IRREDENTISMO?
  • IL TRICOLORE A FIUME



    C’è ancora spazio per l’irredentismo?

    Sono passati sessantacinque anni dalla fine della Guerra, ed altrettanti dalla pulizia etnica e classista voluta da Belgrado, che dopo le anticipazioni del 1943 diede luogo alla tragedia delle Foibe e del grande Esodo giuliano e dalmata. Per usare una metafora della vita, quelle vicende entrano ora nella terza età: in altri termini, è tempo di bilanci ma nello stesso tempo di programmi, perchè la storia non finisce oggi e non sarebbe realistico indulgere alla rassegnazione ed archiviare ricordi e rimpianti, pensando che sul grande dramma sia sceso il sipario. Durante il primo ventennio si propugnava il nuovo irredentismo che già dal 1950 aveva trovato un coraggioso vessillifero nel primo giornale fiumano dell’esilio, e che più tardi sarebbe assurto a connotazioni etiche inoppugnabili nel pensiero di don Luigi Stefani, esule da Zara, secondo cui la redenzione prioritaria doveva essere quella dei popoli oppressi, da entrambe le parti dell’iniquo confine. Altre pietre miliari segnarono significativamente gli avvenimenti del 1980 e di un decennio dopo, quando la morte di Tito e la dissoluzione della ex Jugoslavia coincisero con l’avvento di nuove speranze poi deluse, ma non per questo meno vive nella comune memoria storica. Nel Duemila, le nostalgie di Josip Broz, se per caso vi fosse stato bisogno di suffragarle, trassero nuovo vigore dalla grande adunata voluta in Croazia per il ventennale della sua scomparsa e dalle celebrazioni per l’ottantesimo anniversario della cosiddetta Repubblica rossa di Albona, mentre si concludevano i lavori della "famosa" Commissione mista italo-slovena con un documento quanto meno opinabile, del resto mai accolto dal Governo italiano. Oggi, il solo parlare di irredentismo non sembra "politicamente corretto" in omaggio alla nuova realtà europea, ma prima ancora, ai rapporti di buon vicinato commerciale con le Repubbliche ex jugoslave, all’insegna di un "business" inteso come misura di tutte le cose. Se non altro per questo, sarebbe sta`to logico attendersi che le attese degli esuli giuliani, istriani e dalmati, ed ormai, soprattutto dei loro eredi, fossero prese in maggiore considerazione, onde manifestare una solidarietà sostanziale che potesse rendere meno amaro l’accantonamento dei valori etici fondamentali, codificati negli stessi Statuti associativi. Invece, anch’esse sono rimaste in una lista d’attesa troppo lunga e protrattasi per troppo tempo, per non pensare ad una precisa volontà politica di rinviare tutto e sempre, in attesa che madre natura pervenga alla "soluzione finale". Basti pensare a problemi veramente annosi come la restituzione o l’indennizzo dei beni con cui l’Italia corrispose una parte significativa dei danni di guerra e le cui soluzioni sono di là da venire; la tutela ancor oggi minima delle tombe nelle svariate centinaia di cimiteri rimasti alla mercè del nuovo padrone; l’inserimento nei testi scolastici di una verità storica oggettiva su Foibe ed Esodo, in mancanza del quale l’ignoranza continua a regnare sovrana; e le questioni di previdenza, nomenclatura ed anagrafe, alcune delle quali, oltre tutto, sarebbero prive di oneri per il bilancio dello Stato. In alcune circostanze, anche minori, il danno si è coniugato bellamente con la beffa. Per fare un solo esempio, è il caso degli automatismi sulla rivalutazione delle maggiorazioni pensionistiche a favore dei profughi e delle categorie assimilate, dove migliaia di sentenze di primo grado, Appello e Cassazione a costoro favorevoli sono state travolte da un’interpretazione retroattiva di segno contrario inserita nella Legge finanziaria per il 2008, poi avallata dalla Corte Costituzionale, e sorretta da valutazioni di costo senza alcun fondamento, essendosi parlato in sedi ufficiali di un onere annuo dapprima di 198 milioni e poi di 400 (sic!), quando le somme in giuoco a favore degli aventi causa (non certo una folla oceanica) ammontavano a pochi centesimi, sottolineando il valore meramente morale della questione. In buona sostanza, sessantacinque anni dopo, tutt`o è come prima, o per meglio dire, peggio di prima. Il nuovo imperativo sembra quello di non disturbare il manovratore e di soffocare sul nascere ogni programma serio e realisticamente concreto. La storia non può dare insegnamenti perché la pervicacia nell’errore è inestinguibile, ma "parla a chi la vuol sentire" ed avalla anche nel mondo giuliano, istriano e dalmata un pensiero critico e costruttivo che non intende restare fine a se stesso, ma tradursi in azione.

    Carlo Montani


    Il Tricolore a Fiume

    Il 12 settembre, ricorrendo il novantesimo anniversario dell’impresa dannunziana di Ronchi e della non dimenticata marcia legionaria, un’imprevista manifestazione di arditismo ha messo a rumore la città "croata" (come scrivono diversi giornali) di Fiume e taluni ambienti dell’esodo giuliano, suscitando, a seconda dei casi, apprezzamento o più spesso disagio. Il tricolore italiano, sia pure per breve tempo, ha sventolato nuovamente nella Città Olocausta, accompagnato da alcuni volantini in bianco rosso e verde inneggianti a "Fiume d’Italia", col supporto di taluni motti del Comandante, quali "hic manebimus optime" e "cosa fatta capo ha". Va aggiunto che detti volantini sono stati distribuiti anche in alcune città giuliane e friulane, ad iniziativa della Federazione Arditi d’Italia, ed in particolare delle Sezioni di Trieste e Manzano (nel cui Comune, giova rammentarlo, quelle formazioni ebbero origine volontaria durante la prima Guerra mondiale, con un forte esempio di coesione e di volizione). E’ comprensibile che il gesto, tanto più "straordinario" nel clima di rassegnato relativismo oggi imperante, abbia sollevato forti proteste in Croazia, comprese quelle della minoranza italiana, affrettatasi a denunciarlo in quanto "minaccia" dei buoni rapporti bilaterali che si sarebbero andati sviluppando fra Roma e Zagabria (sebbene sia tuttora viva l’eco della polemica di due anni or sono tra il Presidente Napolitano ed il suo omologo Mesic a proposito delle foibe e dell’esodo). Un po’ meno comprensi`bile è che analoghe preoccupazioni siano state manifestate in Italia, anche da parte giuliana e dalmata: paradossalmente, col passare del tempo l’irredentismo è diventato sempre più impopolare, fino al punto di espungerlo da qualsiasi contesto politico, e da relegarlo in una dimensione puramente storica. Il gesto degli Arditi, o di chi abbia utilizzato la loro sigla per firmare la suggestiva celebrazione del novantennale (che ricorda quella dei patrioti triestini cui proprio cento anni or sono riuscì di scalare nottetempo il palazzo comunale e di collocarvi la bandiera d’Italia eludendo l’occhiuta sorveglianza austriaca) ha avuto un’ovvia valenza morale, e l’effetto del sasso gettato nello stagno, anche se il risultato politico, naturalmente nullo, era scontato in partenza. Se non altro, è servito a ricordare che nel lontano 1919 duemila volontari seppero raccogliere il "grido di dolore" proveniente da Fiume ed offrire alla Patria il contributo della loro fede e del loro sacrificio, che l’anno successivo si sarebbe concretizzato nel tragico Natale di sangue. Non sembra che ci sia da gridare allo scandalo. Al contrario, c’è da tener presente che senza quel gesto l’impresa del Comandante sarebbe passata ancora una volta sotto silenzio, data la scarsa rilevanza della tradizionale cerimonia per pochi intimi davanti all’obelisco di Ronchi, e delle pur meritorie iniziative di carattere accademico, riservate ad una cerchia di esperti, a più forte ragione ristretta. In qualche misura, si potrebbe evidenziare che la "ribellione" degli Arditi, o meglio, dei loro eredi, ha avuto una matrice importante nel silenzio dell’Italia ufficiale, e nel timore che un semplice omaggio alla memoria degli eroi possa scuoterla, assai improbabilmente, dal suo triste materialismo edonista e consumista. Renato Simoni, che fu grande critico e giornalista, e le cui "fantasie" affidate agli elzeviri de "L’Illustrazione Italiana" e del "Corriere della Sera" ebbero grande rilevanza, tanto da essere ripubblicate nel 1953 in una suggestiva` ed elegante raccolta curata da Eligio Possenti per i tipi di Sansoni, aveva scritto nel 1919 che Fiume è italiana, perché "nostra di anima, di vita, di lingua, di fierezza e di storia"; e prima ancora, "per i segni tangibili della sua origine, per la sua unanime testimonianza, per la sua invincibile volontà, e per le ragioni più pure ed essenziali" della sua esistenza. Non a caso, aggiungeva Simoni, Fiume sarebbe stata ugualmente italiana "se invece che i vincitori fossimo stati i vinti, come Venezia e Milano erano idealmente d’Italia anche dopo Novara": ebbene, al bando le "finezze diplomatiche e gli equilibri politici", tanto più inutili al cospetto di una folla come quella fiumana che era "tutta nelle vie", e di una Città che fin dal 30 ottobre 1918 aveva attestato la sua chiara volontà, in ossequio al principio dell’autodeterminazione popolare. Nella fattispecie, la "fantasia" per Fiume poteva ispirarsi all’affermazione secondo cui "la vita è azione", ed al corollario di un "ideale che non bisogna soltanto adorare delicatamente nel segreto dell’anima, ma robustamente servire". Una conclusione che, dopo 90 anni, sembra potersi riportare con singolare precisione, a supporto del "bel gesto" compiuto dagli Arditi. Simoni aveva affermato, in quel tumultuoso 1919, con chiara allusione alla volontà altrui di penalizzare l’Italia, e nello stesso tempo al modo perfettibile con cui i nostri delegati a Versailles si erano comportati nella Conferenza della pace, che ogni decisione contraria all’annessione di Fiume (a prescindere dagli errori storici del Patto di Londra), sarebbe stata "un’infamia, una viltà, uno di quegli errori che presto o tardi si scontano amaramente". E’ facile immaginare cosa avrebbe scritto nelle sue "fantasie" di fronte al gesto dell’ultimo 12 settembre, e soprattutto, ai commenti croati di espressione italiana, senza dire di quelli formulati al di qua del confine. D’altro canto, sarebbe stato possibile attendersi qualcosa di diverso da parte di chi, nella migliore delle ipotesi, ave`va minimizzato per 60 anni le tragedie dell’esodo e delle foibe? Di chi si ostina a mettere in dubbio, nonostante la verità emersa dagli archivi inglesi, che una strage come quella di Vergarolla è da attribuire al terrorismo jugoslavo senza se e senza ma? Di chi ha votato la depenalizzazione di reati come l’alto tradimento e l’oltraggio alla bandiera, ma trema di paura quando il vessillo tricolore assurge a simbolo, non già di improbabili rivendicazioni, ma di valori perenni da affermare nel loro insopprimibile ethos? E’ stato scritto con felice sintesi che "non si mente alle proprie radici". L’assunto è stato dimostrato ancora una volta: da un lato, ad opera dei "vigliacchi d’Italia"; ma dall’altro, ad iniziativa di chi non si sottrae all’imperativo di coniugare la nobiltà del sentimento con la forza simbolica di concreti gesti prescrittivi.

    Carlo Montani

 

Affermare che la vera musica ha un linguaggio universale, in quanto capace di farsi intendere dal cuore e dalla mente di tutti, non è una frase fatta, ma una realtà che i maggiori artisti sono in grado di comunicare attraverso la partecipazione coinvolgente, e nello stesso tempo con una singolare idoneità a trasferire nell’ascoltatore momenti di autentica commozione, nel senso etimologico del termine, che sottintende l’esistenza di un rapporto col Maestro in cui si ammira, ma nello stesso tempo si desidera l’impossibile, e cioè che il momento magico non abbia fine. Uto Ughi, nel concerto tenuto a Trieste ai primi di giugno, chiudendo la stagione del teatro Verdi, mai tanto esaurito ed entusiasta (con applausi convinti e ripetute chiamate), ha raccolto consensi pari alla sua fama di massimo interprete del violino, suonando il suo straordinario Stradivari in un programma dedicato a Beethoven, poi esteso a furor di popolo a Bach e Paganini, ma nello stesso tempo ha offerto l’opportunità, davvero unica, di assistere ad interpretazioni ineffabili, destinate a ricordi non effimeri. Sul proscenio della città di San Giusto, Ughi è di casa, viste le sue origini istriane, e considerato il rapporto di lunga data che lo lega a Trieste, al di là della fama mondiale e dei ricorrenti impegni intercontinentali. Ebbene, stavolta ha superato se stesso, nella duplice veste di solista e direttore di un’orchestra attenta e sensibile, ed in quella di "anchorman" che non disdegna di prendere in mano il microfono e di parlare al pubblico, alternando una lezione di grande musica alla sofferta protesta per una politica incapace di sopperire alle esigenze del teatro e della cultura. E’ banale soggiungere che al concerto si va soprattutto per ascoltare, e nel caso di specie, per essere travolti dall’onda della commozione suscitata da un’impareggiabile maestria nel cogliere gli stati d’animo, le assonanze e le sfumature quasi estatiche di compositori sommi. Tuttavia, un concerto di Ughi è anche spettacolo, se non altro per il modo ispirato e sofferto con cui dirige, e con cui ricava dal suo strumento espressioni di musica sublime, e quindi, a più forte ragione universale. Quello di Trieste non ha fatto eccezione. Critici autorevoli sostengono che esistono pochi Maestri in grado di riempire il teatro al solo annuncio del loro programma, suscitando la partecipazione di coloro che non sono o non possono essere frequentatori abituali. Uto Ughi è uno di questi: naturalmente, non solo a Trieste, ma a più forte ragione a Trieste, dove l’aria di casa costituisce un valore aggiunto che coniuga felicemente il nobile sentire dell’artista con la commozione del suo pubblico.

c.m.

E’ passato un secolo e mezzo dal fatidico 27 aprile 1859, quando il Granduca Leopoldo II venne "cacciato" da Firenze, ed ebbe origine quel governo provvisorio che sotto l’egida di Bettino Ricasoli, il non dimenticato "Orso dell’Appennino", avrebbe condotto la Toscana, dopo pochi mesi, al plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia. Si tratta di una ricorrenza che non conviene ignorare, a prescindere dalla suggestiva e doverosa celebrazione tenutasi in Palazzo Vecchio, perché se ne possono trarre ancora oggi diverse considerazioni interessanti. Anzi tutto, non è vero che il Granduca sia stato "cacciato", anche se l’ambiente era teso, alla luce di quanto stava accadendo nell’Italia settentrionale con la guerra italo-franco-austriaca e con le rinnovate speranze dei patrioti dopo le delusioni di dieci anni prima. Dal Forte di Belvedere i cannoni erano puntati su Firenze, ma il "babbo", come Leopoldo veniva confidenzialmente chiamato dai suoi concittadini, diede ordine di non sparare, raccolse pochi effetti personali e prese la carrozza assieme alla famiglia per imboccare la Via Bolognese e dirigersi verso Vienna. Sapeva meglio di tanti che il corso della storia è spesso ineluttabile. Tutto si risolse in poche ore, e senza il benché minimo spargimento di sangue: più recentemente, a proposito di altri contesti si è parlato di Rivoluzioni dei garofani, od al massimo, di velluto, ma si potrebbe dire, per analogia, che quella fiorentina del 1859 fu addirittura di bambagia, tanto che ebbe modo di compiersi in una giornata, al termine della quale, come racconta Raffaello Lambruschini, "la Rivoluzione andò a desinare" mentre i liberali potevano dedicarsi al folclore, stornellando un motivo di naturale attualità: "L’albero è fiorito, codini andate a letto, il babbo un torna più". Quanta civiltà, in quella Toscana che quasi ottanta anni prima era stata prima nel mondo ad eliminare la pena di morte, ed in quella Firenze i cui popolani, al passaggio della carrozza granducale, salutaronAo con deferenza togliendosi il cappello di testa! Del resto, non fu un caso se all’atto del plebiscito, che non è mai la quintessenza della democrazia, la percentuale dei suffragi per il regno separato espressi nell’ex-Stato lorenese fu largamente superiore a quelle del resto d’Italia: il cinque per cento, contro lo 0,1 per mille che qualche anno più tardi, al termine della terza guerra d’indipendenza, avrebbe sancito l’unione del Veneto, quasi a riscattare il triste epilogo della Serenissima per mano di Napoleone. Come non ricordare che Leopoldo II era stato un sovrano di grande apertura, al cui confronto quelli che governavano altri Stati italiani esprimevano una bieca reazione? Il Governo granducale aveva creato infrastrutture ferroviarie e stradali, aveva bonificato la Maremma, aveva animato una fiorente vita culturale, e soprattutto, aveva manifestato un’alta tolleranza nei confronti del movimento liberale, tanto da ospitare un folto numero di patrioti e di uomini di lettere, come Leopardi, Tommaseo, e quel Giampiero Vieusseux che vive tuttora nella felice realtà dell’omonimo Gabinetto. Basti rammentare che lo stesso Francesco Domenico Guerrazzi, esponente della sinistra repubblicana livornese, reo di avere pronunziato un’orazione in memoria di Cosimo Del Fante, venne confinato per sei mesi a Montepulciano, dove ebbe a soggiornare tranquillamente in compagnia del buon vino locale. Un’occasione in cui il Granduca aveva conquistato la gratitudine se non anche l’affetto dei fiorentini, fu la grande alluvione del 1844, quando l’Arno invase la città ed il Granduca diresse personalmente le opere di soccorso, non senza ospitare nella reggia di Palazzo Pitti un significativo numero di sfollati. Anche questo fu un episodio destinato a conservare per parecchi anni un buon rapporto fra monarchia e popolo. Lo stesso avvenne in occasione della "crisi lucchese", quando diventarono operative le statuizioni del Congresso di Vienna dando luogo all’incorporazione del Ducato in seno alla Toscana, e quando le proteste loAcali furono risolte con efficace tempestività da Leopoldo, recatosi personalmente nei nuovi territori per fornire tutte le assicurazioni e le garanzie del caso. Firenze aveva conosciuto, nella sua lunga storia, pagine dure e vicende drammatiche, come attestano, fra i tanti, gli esempi di Francesco Ferrucci (giustamente ricordato nell’inno nazionale italiano), di Pier Capponi o dello stesso Dante; ed altre, ancora più fosche, simboleggiate crudamente dall’uccisione proditoria di Giovanni Gentile, avrebbe conosciuto in tempi successivi. Eppure, durante il regno granducale, improntato ad un conservatorismo sostanzialmente illuminato, ben lontano dai canoni reazionari della Santa Alleanza, anche "l’ingrato popolo maligno che discese da Fiesole ab antico", come lo avrebbe bollato senza appello il sommo Poeta, aveva dimostrato una governabilità largamente superiore alle attese ed alle tradizioni: segno non casuale di quanto possano scelte di governo improntate alla cooperazione, sebbene non disgiunte dalla doverosa fermezza di cui i ministri lorenesi, da Fossombroni in poi, seppero dare costanti e valide attestazioni. Il Granduca non sarebbe più tornato a Firenze, ma dopo diversi anni di esilio a Vienna si stabilì a Roma, dove chiuse la sua vicenda terrena nel 1870, pochi mesi prima di Porta Pia, quasi a testimoniare la permanenza di un vincolo affettivo nei confronti dell’Italia, che non poteva prescindere dal suo disegno unitario, ma che non avrebbe mancato di apprezzare, anche in sede storiografica, l’opera costruttiva di Leopoldo II.


Carlo Montani



SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA TRADIZIONE GUIDA IL FUTURO
  • OSIMO : IL TRATTATO SURREALE



    LA TRADIZIONE GUIDA IL FUTURO

    "Per comprendere la storia, bisogna essere all’altezza della storia". Così Oswald Spengler ne "Il tramonto dell’Occidente". Pur essendo l’opera concepita agli inizi del Novecento, bene aderisce ai tempi odierni ed il timore legato ad una destra che aderisce al PDL con il cappello in mano, offre lo spunto per richiamare i termini stessi della sua esistenza e identità oltre che suggerire una riflessione di fondo. Il nuovo soggetto, pesca a piene mani ancor prima che su un piano strettamente politico, nel tesoro storico-culturale di un’Italia costruita nel dolore e ricca di splendore, che respira la grandezza di un luminoso passato e si nutre dell’inquietudine del futuro. In questo contesto, c’è chi teme che con la nascita del PdL possa disperdersi quel grande patrimonio ideale che fu già rappresentato dal MSI prima e da AN poi, ma ancor di più ha ragioni da vendere chi in questo passaggio intravede la grande opportunità, l’occasione della propria vita militante. Accadrà in Italia quello che è ordinario nel mondo occidentale : la nascita di un movimento popolare e conservatore di massa, laddove per conservatore si intenda un aggettivo con i connotati più nobili possibili. Di più, grazie alla nostra storia siamo in Occidente laboratorio politico del tutto unico, e per questo in grado di esprimere il nuovo modello di destra del XXI° secolo ed essere volano per la cultura politica europea. Per meglio comprendere questo frangente, è strettamente necessario calarsi a fondo nella propria esperienza politica ricordando Julius Evola che ne "Gli uomini e le rovine" affermava "…non si ha futuro se non si custodiscono gelosamente le proprie tradizioni…" Alle spalle, la destra ha un vissuto tra i più discussi ed esaltanti d’Italia; il percorso non è stato agevole e a Giorgio Almirante, che negli anni più difficili e duri è stato leader indiscusso, questa comunità deve un doveroso tributo ricordandolo quanto soleva affermare : "…non rinnegare, non restaurare…" A tal riguardo, molto è stato compiuto negli storici passaggi della prima metà degli anni Settanta, quando il MSI aprì ad un’area più ampia del corpo elettorale dando vita alla Destra Nazionale e promuovendo successivamente la "Costituente di Destra" che per prima, introduceva in Italia il progetto di una repubblica di stampo presidenziale. Una strategia di così ampio respiro, permise al MSI di gettare le fondamenta di nuove prospettive di lotta politica che calavano nel futuro un nuovo modello di destra e che implicitamente richiedevano un inedito percorso che ripensasse il ventennio mussoliniano, alla cui testimonianza sino ad allora aveva provveduto. Con la nascita di AN e le tesi di Fiuggi, veniva ad essere completato quel complesso articolato di revisione politica che superava questo periodo storico come modello di riferimento, e consegnandolo all’analisi degli studiosi "partoriva" un metodo nuovo di ripensare la destra chiudendo il cerchio del pensiero almirantiano: preesistiamo al fascismo, ma certamente ci riconosciamo nella straordinaria elaborazione che lo stesso ha prodotto in termini di architettura sociale, legislazioni di assoluta avanguardia e civile modernità su cui ancora ai nostri giorni, si fondano le protezioni di uno stato sociale che tutto il mondo ci invidia. La ragione di fondo che ha prodotto questa analisi, deve essere ricercata non solo nella piena accettazione del criterio democratico, ma anzitutto nel tratto che maggiormente caratterizza la destra, essere movimentista a prescindere e non politicamente stantia, alla continua ricerca di nuovi percorsi formulati per il successo totale della migliore tra le rivoluzioni in cui credere e per cui lottare. Corneliu Zelea Codreanu ci insegna che una rivoluzione è da intendersi compiuta, laddove non si limita nell’ordinario (seppur importante) intento di rendere quanto più equa possibile la società. Essa è completata nel momento in cui produce ogni condizione a che si possa creare nella massima libertà degli individui, un’indissolubile presa di coscienza di una nuova dimensione spirituale. In sintesi, il problema non è regolare le società bensì formare un "nuovo uomo" capace di sviluppare percorsi esistenziali alternativi al relativismo materialista dominante e che solo successivamente scopre il significato più profondo dell’appartenere ad una comunità che si ritrova attorno ad un’idea di società possibile. Cos’è la destra se non un luogo prima ancora che politico, spazio culturale di rielaborazione di valori tradizionali, che si autorigenerano sulla base del loro essere eternamente attuali, patrimonio irrinunciabile dell’uomo che non fugge davanti alla sfida del futuro, perché forte e conscio delle proprie radici? L’idea guida si fonda quindi sull’urgenza e necessità di ricostruire nelle coscienze di oggi, una rinnovata dimensione etica in virtù di una continua domanda di sacro in quanto elemento intrinsecamente costitutivo di quella natura umana, che individua nel diritto naturale la culla dei valori eterni. Costruire le basi per un ritorno alla originale purezza che superi definitivamente il tentativo di modellare dall’alto l’individuo e le comunità/stato sulla base di un disegno impossibile, una società "perfetta" e "artificiale" strutturata su presupposti palesemente falsi perché non rispettosi della sua natura. Oggi ancor di più, la nostra comunità umana e politica deve serrare le fila, poiché nessuna posizione moderata può essere figlia del nostro passato e se è vero che negli anni Ottanta si chiedeva di "…andare oltre..", mai come oggi è il momento per farlo. La nostra azione sarà esaurita nel momento in cui saranno forgiate ".nuove élite fondate su di una pura aristocrazia dell’anima.." (Ion Mota "L’uomo nuovo") in grado di compiere il proprio dovere verso il bene comune. La destra nel PdL, si faccia carico di interpretare al meglio la visione sacrale e spirituale della vita propria della migliore Tradizione e guidi il nostro futuro con uomini e donne capaci di restituire dignità alla missione ed alla Nobiltà della Politica. Chiudiamo citando a tal proposito, uno tra gli autori più amati dall’universo giovanile di destra, J.R.R. Tolkien "…Non tocca a noi dominare tutte le marce, il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo, terra sana e pulita da coltivare….".

    Gabriele Minzon


    OSIMO : IL TRATTATO SURREALE

    Nella storia dei popoli e degli Stati esistono eventi che non è possibile rimuovere dalla memoria: da un lato, per gli effetti immediati di natura politica ed economica, e dall’altro, per le conseguenze che, unitamente alle loro matrici, vanno a determinare sugli orientamenti decisionali, e sullo stesso inconscio collettivo. Il trattato di Osimo non fa eccezione, né potrebbe essere diversamente, perché ha costituito una novità davvero surreale nella storia delle relazioni diplomatiche: non era mai accaduto che uno Stato sovrano rinunciasse alla sovranità su una quota significativa del proprio territorio, senza alcuna contropartita, come accadde nella fattispecie. La firma ebbe luogo 33 anni or sono, e precisamente il 10 novembre 1975, da parte del Ministro degli Affari Esteri Mariano Rumor e del suo omologo jugoslavo Milos Minic, in un clima di frettolosa segretezza, motivata da ragioni di opportunità politica che intendevano nascondere alla pubblica opinione un evento non certo accettabile sul piano giuridico, e meno che mai su quello etico. Del resto, anche le trattative erano state condotte in analoghe condizioni di riservatezza, quasi da consorteria, ed il Governo italiano le aveva affidate, anche nella fase conclusiva, a soggetti sostanzialmente inidonei, perchè estranei al mondo diplomatico. Non era mai accaduto! Con Osimo, l’Italia volle trasferire alla Jugoslavia la sovranità statuale sulla cosiddetta Zona "B" del Territorio Libero di Trieste, che non era mai stato costituito con atto formale, sacrificando altre migliaia di cittadini, costringendoli a prendere le vie dell’esilio in aggiunta ai 300 mila che li avevano preceduti al termine delle vicende belliche, e sottoscrivendo il trasferimento alla Repubblica federativa di un’area pari al tre per mille del territorio italiano, su cui insistono aggregati urbani importanti come quelli di Buie, Capodistria, Pirano, Portorose, Umago. Naturalmente, la responsabilità politica, al di là di pur giustificati dubbi sulle reali competenze dei plenipotenziari italiani, guidati da un dirigente del Minindustria, fu soprattutto del Governo, e con esso, del Parlamento che ebbe a ratificarne l’operato, sia pure con diffuse sofferenze. Oggi, ad un terzo di secolo da Osimo, è congruo fare il punto sulle ragioni che indussero determinazioni tanto opinabili, in una prospettiva storica per quanto possibile oggettiva, ma nello stesso tempo, in un’ottica di inevitabile "contemporaneità", tanto più che la prassi "osimante" fece scuola, si tradusse in ulteriori cedimenti di carattere politico ed economico, e pervenne, quale effetto di rilievo maggiormente visibile, al riconoscimento delle nuove Repubbliche indipendenti di Croazia e Slovenia, sorte all’inizio degli anni novanta dalla dissoluzione jugoslava: anch’esso, come il trattato del 10 novembre 1975, senza alcuna contropartita. Eppure, i problemi sul tappeto, molti dei quali lo sono tuttora, non erano di scarsa consistenza: anzi tutto, il riconoscimento della verità storica, e poi, la tutela dei monumenti e delle tombe italiane oltre confine, la sorte dei beni immobili già appartenenti agli esuli, il regime delle acque territoriali, gli accordi per la pesca in Adriatico, e così via. Evidentemente, la storia non è maestra di vita, perché altrimenti non si commetterebbero gli stessi errori del passato. Nondimeno, l’analisi delle motivazioni che indussero Osimo, e delle conseguenze che ne derivarono a breve e lungo termine, è ugualmente importante: se non altro, perché risulta utile a collocare i problemi di oggi in una dimensione storica esauriente, ed a riconoscere nella politica estera italiana verso la Jugoslavia ed i suoi eredi la continuità di una posizione di "debolezza e di scarsa coscienza nazionale" (1).

    1.- Il quadro di riferimento

    Alla metà degli anni Settanta, quando il trattato di Osimo divenne realtà dopo un lungo periodo di incubazione, le condizioni politiche internazionali, ed a più forte ragione quelle interne, erano mature per l’evento. Nel quadro mondiale, il primo maggio 1975 si era conclusa la guerra vietnamita con l’abbandono di Saigon da parte delle forze statunitensi, ma già da diversi anni la politica di "non allineamento" del Maresciallo Tito, Presidente a vita della Jugoslavia, era stata premiata dalle attenzioni dell’Occidente, culminate nella visita di Stato che il Presidente americano Nixon gli aveva reso a Belgrado sin dal 1971, nonostante la negazione dei diritti umani da parte del regime, che nello stesso periodo aveva condannato a sette anni di carcere duro un intellettuale dissidente, Mirko Vidovich, responsabile di avere scritto alcune poesie critiche nei confronti del dittatore, e nulla più. Sempre nel 1971, Tito era stato ricevuto in Vaticano da Papa Paolo VI assieme all’ultima moglie Jovanka, completando il processo di riavvicinamento alla Santa Sede che era iniziato un quinquennio prima, con la ripresa delle relazioni diplomatiche. La posizione jugoslava, collocandosi in un ruolo apparentemente equidistante da Mosca e da Washington, acquisiva crescente credibilità, resa più accentuata dalla tensione col regime dei colonnelli greci che sarebbe crollato nel 1974, e dall’eliminazione in pari data di un gruppo sovversivo di ispirazione nazionalista. Tito valorizzava al massimo la sua "leadership" nel movimento dei Paesi non allineati, che giunsero ad un massimo di 44, ma con la sola Jugoslavia a rappresentarvi il continente europeo, e non trascurava di polemizzare con presunte "organizzazioni irredentiste e revansciste" italiane, sollecitando nei loro confronti un impegno a tutto campo e trovando fertile ascolto anche a Roma. In Italia si vivevano momenti difficili. Nel 1975 persero la vita non meno di dodici vittime degli "opposti estremismi", tra cui gli studenti di destra Mikis Mantakas e Sergio Ramelli, e la brigatista Mara Cagol, compagna di Renato Curcio. Il Presidente Leone, poche settimane prima di Osimo, indirizzò un messaggio al Paese per invitarlo a fare quadrato contro le difficoltà dell’ora, in un clima di forte disagio che aveva già visto il notevole successo del Partito comunista nelle elezioni amministrative di giugno, tradottosi in un avanzamento di oltre cinque punti, e non era stato estraneo all’abbassamento della maggiore età a 18 anni votato in marzo, ed al nuovo diritto di famiglia diventato legge in aprile con la sola opposizione di liberali e missini. Intanto, Pacciardi e Sogno proponevano l’avvento di una Repubblica presidenziale come possibile rimedio al male oscuro dell’Italia, tristemente simboleggiato, in autunno, dal delitto del Circeo e dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini. In queste condizioni, la politica di solidarietà nazionale che aveva coinvolto il Partito comunista nell’area di governo ebbe buon giuoco nell’incentivare, e poi nell’accelerare le trattative che condussero ad Osimo: il 20 giugno, Tito avrebbe incontrato a Brioni il Segretario del PCI, Enrico Berlinguer, tanto che più tardi fu possibile affermare, al di là della riservatezza a cui fu improntata la visita, come fossero stati costoro i firmatari sostanziali del trattato. L’eco si spense presto, nonostante il diluvio di retorica che fu carattere ricorrente nel dibattito parlamentare di ratifica ma che non avrebbe impedito alla maggioranza, irrobustita da una sinistra oltremodo compatta, di giungere ad una rapida approvazione, contrari i soli missini ed alcuni dissidenti, tra cui i democristiani Barbi, Bologna, Costamagna e Tombesi, il liberale Durand de la Penne ed il socialdemocratico Sullo (2), e soprattutto, con l’assenza tattica di parecchi senatori e deputati che non avevano avuto il coraggio di uscire allo scoperto, mentre la DC ebbe quello di deferire ai probiviri coloro che si erano dissociati dalla disciplina di partito.

    2.- Effetti e prospettive

    Gli accordi di Osimo, che assieme al trattato vero e proprio comprendevano intese sulla cooperazione economica, la cittadinanza, i beni culturali ed il traffico di frontiera (3), rimaste in buona parte sulla carta, produssero vibranti e documentate proteste nell’ambito giuliano, e più specificamente in quello triestino, con motivazioni di forte spessore non solo sul piano etico-politico, ma prima ancora su quello giuridico, che sottolinearono una lunga serie di inadempienze, se non anche di illegalità, donde la richiesta al Presidente della Repubblica di non controfirmare la legge di ratifica; istanza che venne respinta. Il trattato avrebbe potuto essere impugnato per ragioni di diritto internazionale, ma anche costituzionale ed amministrativo, puntualmente evidenziate (4), ma non fu privo di correlazioni penali, potendosi ravvisare nell’approvazione dei suoi disposti il reato previsto dall’art. 241 c.p., laddove si puniva con l’ergastolo "chiunque commette un fatto diretto a sottoporre il territorio od una parte di esso alla sovranità di uno Stato straniero". Le condizioni politiche dell’epoca non erano tali da ipotizzare l’apertura di un procedimento in tal senso, ma la violazione della legge rimane un fatto oggettivo, senza dire che nella fattispecie si tratta di un reato imprescrittibile, a prescindere dalla depenalizzazione dell’alto tradimento che sarebbe sopraggiunta in tempi più recenti (5). Nel 1975 la congiuntura italiana era ben diversa da quella del 1947, quando aveva dovuto subire il "diktat" ed i limiti della propria delegazione alla Conferenza della pace, non meno significativi dell’intransigenza alleata. Ora, l’Italia era nuovamente un’importante potenza industriale, con fondamentali di gran lunga superiori a quelli jugoslavi, ma ciò non fu sufficiente, e Tito riuscì a realizzare il suo ultimo capolavoro, cui non fu estranea la "cupidigia di servilismo" che Benedetto Croce e Vittorio Emanuele Orlando avevano bollato con nobili parole durante la discussione per la ratifica del trattato di pace. Gli effetti non tardarono a manifestarsi: la fuga a Belgrado del terrorista Abu Abbas promossa da Craxi, l’omaggio di Pertini alla bandiera con la stella rossa, e l’uccisione del pescatore Bruno Zerbin nel golfo di Trieste ad opera di una motovedetta jugoslava, furono episodi tristi, a cui avrebbe fatto seguito, come si diceva, il riconoscimento senza contropartite di Croazia e Slovenia. Il trattato di Osimo è rimasto inattuato in diverse statuizioni, talvolta grottesche se non anche inconcepibili sul piano economico, come la realizzazione della Zona industriale mista sul Carso, o la costruzione di una gigantesca idrovia dall’Adriatico al Danubio, basata su un sistema di chiuse faraoniche per il superamento di enormi dislivelli. Il rigetto fu dovuto soprattutto a due ragioni: in primo luogo, la forza delle contestazioni locali, ed in particolare della "Lista per Trieste" (che conseguì la maggioranza dei voti alle prime elezioni nella città di San Giusto), vessillifera di una nuova autonomia in chiave nazionale; e poi, perché la crisi jugoslava, deflagrata rapidamente dopo la morte di Tito, avrebbe impedito il perseguimento degli obiettivi di Osimo, limitandone l’effetto principale, e comunque determinante, al trasferimento della sovranità sul territorio della Zona "B". Le conseguenze sono state evidenti, come detto, sul piano socio-politico, e poi anche su quello economico, attraverso una serie di protocolli che raggiunse un livello emblematico nel forte supporto finanziario offerto dal Governo Goria a quello di Branko Mikulic all’inizio del 1988, e nell’accantonamento di motivate attese degli esuli giuliani e dalmati circa la questione dei beni "abbandonati", ma ad un tempo, in materia di difesa dei valori culturali e spirituali sacrificati alla logica dell’interscambio, con cui, al contrario, potrebbero utilmente convivere, in base ai principi fondamentali di una vera ed effettiva cooperazione internazionale.

    3.- Conclusioni

    Ad oltre un trentennio di distanza, si può e si deve affermare che "il trattato di Osimo fu un errore" (6), se non anche un reato perseguibile a termini di legge, basato sulla fallace presunzione che la Jugoslavia rimanesse protagonista sul proscenio internazionale, come leader dei Paesi non allineati, e sulla difficoltà di prevedere che si sarebbe dissolta in una giustapposizione di Stati minori; ma prima ancora, sulla cronica carenza di una politica estera di ampio respiro, e di un ruolo realmente propositivo nello scacchiere balcanico. Il trattato aveva nella sua stessa genesi le matrici di una condanna formale e sostanziale, e si illudeva di trovare nella Repubblica jugoslava un interlocutore privilegiato per il solo fatto di avere pianificato la cosiddetta via nazionale al socialismo, fondata sui fasti dell’autogestione, che avrebbero condotto al disastro. Ciò, al pari di un’ipotetica collaborazione interclassista che non poteva basarsi sull’annullamento talvolta fisico delle opposizioni in campi di prigionia tristemente famosi, o sulle surreali condanne di sacerdoti che avevano dato alle stampe una piccola immagine sacra, evidentemente difforme dal verbo ancora dominante nello scorcio finale degli anni Ottanta. Ad Osimo sarebbe stato molto difficile modificare i confini che erano scaturiti dal trattato di pace e dalle rettifiche del 1954, alla luce delle condizioni politiche di cui si è detto, e del potenziale coinvolgimento degli altri Stati che avevano firmato il "diktat" del 1947, ma dopo la dissoluzione della Jugoslavia le prospettive avrebbero potuto essere diverse, se non altro per alcune importanti questioni d’interesse plurimo, come quella delle acque territoriali. L’occasione fu perduta, ed oggi rimane, al massimo, una generica speranza nell’effetto Europa. Osimo è un "collo di bottiglia" ormai irreversibile, non meno di quanto si possa dire per il trattato di pace. Tuttavia, prescindendo dalla valutazione delle responsabilità, ed inquadrando lo stato delle cose in una prospettiva che vede la cristallizzazione degli accordi stipulati nel 1975, quando avrebbero potuto tradursi da istituti di diritto internazionale venuti meno per la scomparsa di uno dei contraenti, in semplici riferimenti per nuove ipotesi d’intesa, si può concludere con l’antico saggio: al di là delle apparenze, il fiume della storia continua a scorrere. Ciò significa che Osimo, ampiamente ridimensionato dalle vicende storiche, ed in primo luogo dall’implosione jugoslava, potrà essere oggetto di riconsiderazione, nella misura in cui le sue permanenti lacune di legittimità e di equità inducano valutazioni costruttivamente consapevoli nella Casa comune europea, ma prima ancora negli ambienti giuliani ed istriani, e nelle forze politiche da cui hanno mutuato nuove attenzioni con l’approvazione pressoché unanime della legge che istituisce il "Giorno del Ricordo" (fissandolo nel 10 febbraio, quale anniversario del trattato di pace). E’ sempre valido, anche nella fattispecie, il pensiero di Benedetto Croce, secondo cui la linea del possibile si sposta grandemente grazie "all’audacia ed alla forza inventrice della volontà che veramente vuole".

    Carlo Montani



    Annotazioni

    1.- Lucio Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, in "Il Giornale", Milano, 27 settembre 2005. Le carenze della politica estera italiana nei rapporti col mondo balcanico hanno matrici storiche più lontane: basti pensare alle disavventure diplomatiche in occasione delle trattative di pace del 1919, nonostante le condizioni di favore indotte dalla Vittoria, ed a quelle del 1947, quando l’Italia dovette subire il "diktat" sebbene le divisioni tra gli Alleati le avessero lasciato qualche margine di manovra, sia pure circoscritto.

    2.- Il discorso del Senatore Barbi pronunciato il 23 febbraio 1977, ed improntato a ragioni morali ancor prima che a pregiudiziali politiche o giuridiche, ebbe particolare rilevanza perché il parlamentare era Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (cfr. Paolo Barbi, La rinuncia di Osimo, Edizioni AGI, Roma 1977); Barbi, peraltro, non sarebbe stato presente al momento del voto. Non meno significativa fu l’opposizione di Fiorentino Sullo, uomo di sinistra, che volle protestare per l’affrettata segretezza e per il mancato coinvolgimento delle Commissioni Affari Esteri di Camera e Senato, senza dire che suo padre "aveva combattuto sul Carso e sul Pasubio" e che gli sarebbe parso di "tradirne la memoria se avesse votato per il Governo".

    3.- Per un esame sistematico dei testi, corredato da una lunga introduzione (orientata a favore della tesi minoritaria secondo cui la soluzione del problema confinario sarebbe stata predeterminata), cfr. Manlio Udina, Gli accordi di Osimo: lineamenti introduttivi e testi annotati, Edizioni Lint, Trieste 1979. Per un’analisi critica delle cause di lungo periodo che condussero ad Osimo, e delle sue conseguenze, cfr. Carlo Montani, Il trattato di Osimo, Edizione Risma, Firenze 1992.

    4.- Lino Sardos Albertini, Il trattato di Osimo: richiesta al Capo dello Stato di negare la ratifica, Trieste 1977. Il rifiuto non venne motivato, ma traeva evidenti origini dalla "politica di debolezza e di scarsa coscienza nazionale" perseguita da anni, e ben dimostrata, alla fine, dal dibattito parlamentare di ratifica. E’ il caso di aggiungere che il Presidente della Repubblica, Giovanni Leone, garantì alla delegazione triestina il rinvio della legge di ratifica, mentre la firma era già stata apposta poche ore prima!

    5.- La depenalizzazione dell’alto tradimento è stata approvata nel febbraio 2005 con una larga maggioranza trasversale, assieme a quella di altri reati, tra cui l’oltraggio alla bandiera, declassato a semplice illecito sanabile in via amministrativa. L’alto tradimento, reato per cui la legislazione precedente, in vigore all’epoca di Osimo, prevedeva la pena dell’ergastolo, è diventato punibile, salvo eccezioni, con dieci anni di reclusione.

    6.- Lucio Caputo, Trattato di Osimo: l’unica speranza è nell’effetto Europa, op. cit., Milano, 27 settembre 2005. In effetti, la tesi dell’errore, pur suffragata dal carattere approssimativo delle trattative, è alquanto riduttiva: a livello politico, la preparazione del trattato dimostra la volontà dell’Italia di chiudere comunque la partita con la Jugoslavia, sia pure a condizioni lesive del suo buon diritto e della sua stessa sovranità. .

 

Axum è un nome che nulla dice agli ignari ed agli immemori, ma è tornato alla ribalta nel momento in cui l’Italia ha onorato un impegno di vecchia data con l’Etiopia, restituendo l’omonimo obelisco in granito: nemmeno a farlo apposta, la cerimonia di inaugurazione ha avuto luogo, alla presenza del Sottosegretario agli Esteri Mantica e del Presidente etiope, ad appena cinque giorni dalla visita di Berlusconi a Gheddafi e dalla contestuale restituzione della Venere di Cirene al Governo libico.

La grande stampa ha prontamente esaltato l’avvenimento, non senza ricordare che l’obelisco, dopo la guerra coloniale degli anni Trenta, era stato oggetto di " trafugazione" da parte del governo fascista. In effetti, la storia del monumento è davvero paradossale: dopo decenni di attese e di trattative inutili, la spedizione era già avvenuta nel 2005, con tre viaggi aerei a mezzo di vettori russi, previa scomposizione del materiale in tre blocchi da circa venti tonnellate cadauno, non essendo stato possibile trovare un mezzo capace di riportare a casa l’intero obelisco (non è fuori luogo rammentare che il monolite del Foro Italico in marmo bianco, pesante quasi 300 tonnellate, fu trasportato da Carrara a Roma all’inizio degli anni trenta per via terrestre, marittima e fluviale).

I lavori di ripristino, effettuati sul posto da specialisti italiani, sono durati tre anni, con un costo pari a cinque milioni di euro: cifra minima rispetto ai cinque miliardi di euro donati a Gheddafi per il "risarcimento" dei danni coloniali, ma pur sempre notevole per un semplice lavoro di restauro.

Gli aspetti farseschi della vicenda non debbono far dimenticare la vera sostanza del problema, che riguarda la restituzione delle opere d’arte sottratte alle sedi originarie in occasione di vicende belliche. Al riguardo, fermo restando che sul reale diritto di proprietà di tali opere si potrebbe a lungo discutere, anche dal punto di vista formale (basti pensare all’atteggiamento assunto dal governo britannico nella lunga "querelle" con la Grecia a proposito dei marmi del Partenone), non è chi non veda come la questione sia, anzi tutto, di natura etico-politica, e coinvolga tutti i casi in cui le opere in parola siano state oggetto di "usurpazione".

Le eccezioni non costituiscono una deroga alla legge del possesso, che trova applicazione in gran parte dei casi. Quanto all’Italia, non serve obiettare, come si è scritto, che nel 1815 i cavalli di San Marco trasportati a Parigi da Napoleone fossero restituiti a Venezia: come tutti sanno, la Serenissima non esisteva più, l’Italia era di là da venire, Bonaparte era caduto definitivamente nella polvere di manzoniana memoria, e la Santa Alleanza sorta dal Congresso di Vienna aveva avuto buon giuoco nel pretendere da Luigi XVIII un gesto riparatore di chiara valenza simbolica.

Diciamo la verità: le restituzioni di opere come la Venere di Cirene o l’obelisco di Axum appartengono ad una prassi certamente minoritaria. Basta andare al Louvre per rendersi conto di quali e quante siano le statue o le pitture sottratte ad altri: la Nike di Samotracia o l’antichissima pantera in diorite nera dell’Egitto non sono certamente attribuibili ad artisti francesi. La questione, caso mai, è un’altra, ed investe l’ordinamento giuridico internazionale, o meglio, le sue carenze in questa materia: in effetti, salvo casi particolari, non esistono obblighi a questa od a quella "restituzione", pur sussistendo motivi di opportunità o più raramente, di singolari sensibilità, in cui l’Italia ha dimostrato di voler eccellere.

Qualcuno ha precisato che, vantando una disponibilità del patrimonio artistico pari alla metà di quello mondiale, l’Italia non ha problemi nel promuovere le restituzioni di competenza: osservazione obiettivamente miope, perché nella fattispecie si tratta di una questione di principio, e non certo di valore venale. Caso mai, ci sarebbe da dire che l’atteggiamento italiano non dovrebbe restare fine a se stesso, né tanto meno, costituire una manifestazione di inferiorità politica, ma tradursi nell’impegno a farne un paradigma di riferimento per tutti, da perseguire nelle competenti sedi internazionali, a cominciare dall’Unesco.

Il valore dell’arte autentica, secondo la pertinente definizione di Kant, è certamente universale. Da questo punto di vista, si può accettare anche il principio della restituzione, che suffraga l’appartenenza delle opere d’arte al patrimonio culturale e spirituale dell’umanità, ma a patto che non venga strumentalizzata, al servizio di interessi contingenti e della bassa demagogia.

Carlo Montani

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

Ultime Notizie