Letture

UN MONTE DI COCCI - Numero 36

 

LETTERA DALL’ EUROPA
UN MONTE DI COCCI

A Roma c’ é il monte dei cocci. Cocci accumulati dagli antichi Romani. Cocci di costruzioni diroccate, di manufatti invecchiati. Cocci.

Anche nello Stivale c’ é una montagna di cocci. Cocci accumulati dagli Italiani, nei decenni, con leggerezza. Una buona parte é stata buttata alla fine del secolo XX. Cocci di tutti i tipi e colori.

Cocci da occasioni perdute, da promesse non mantenute, da fatue illusioni poi smontate, da programmi iniziati ma poi falliti, o dimenticati, da successi mancati. Cocci. Per incapacità, per incoscienza, per insipienza, per incoerenza o leggerezza. Cocci generati da panzane, chiacchiere fatue, vendute al pubblico da pacchiani oratori. E accettate spesso da una cultura mediocre, la quale privilegia il football di serie A e le soubrettes svestite di serie B. E ammanta talvolta la furberia di un aspetto intelligente.

Molti cocci sono dovuti ai cinque spettri che aleggiano sul Bel Paese: superficialità, rassegnazione, irresponsabilità, comparaggio, allegra gestione. Altri cocci dovuti alle distruzioni di un sistema, che non sa sciegliere le persone giuste al posto giusto, ma sceglie invece le persone più spinte al posto più remunerato. In Europa si chiamerebbe la "selezione negativa", in Italia si chiama "il sistema".

Cocci incoscienti, gettati da chi ha creduto, ideologie complici, a programmi politici. I quali si sono poi rivelati mezzucci per andare al potere, poi dimenticati nella confusione creata dal sistema Italia di fine secolo XX. Confusione di proposte non studiate, di problemi non chiariti, di trovate non ragionate.

Ma sempre cocci. Cocci che si son trovati sul percorso del treno Italia. Treno programmato negli anni ’60 come treno ad alta velocità. Con gli anni divenuto un accelerato, che si ferma a tutte le stazioni, anche quelle impreviste. I ferrovieri non sono stati formati infatti all’ organizzazione, alle segnalazioni ed alla manutenzione. Per cui sono essi stessi sorpresi di tante fermate. E chiedono lumi al capotreno.

Ma che puo’ fare un capotreno, che non ha gli strumenti per l’ alta velocità ? Che non sa neanche quali leghe, olii e motori sono necessari per permettere al treno gli attesi 300 km/h ?

La quantità di cocci sembra aumentare. Rischia di espandersi in ogni regione, in ogni fabbrica, in ogni impresa. Mentre che associazioni di imprenditori, di lavoratori, di professionisti, di categorie, discutono e si beccano. Senza capirsi talvolta, senza grandi risultati talaltra. Non pensano che forse non li vedranno mai, i risultati. Per mancanza di realismo, di capacità, di metodo, di formazione seria, di apertura, di VALORI. E per la diffusione di due elementi negativi: le CHIACCHIERE VAGHE, le OPINIONI EQUIVOCHE.

Ma restano i cocci. Oltre i cocci, si notano anche i buchi nell’ acqua. Soprattutto quelli fatti in Italia da tante persone, dotate di ingegno e capacità. Fra i quali molti sono poi andati in Europa, in USA, in Australia, ove si rivelano spesso più brillanti e capaci dei colleghi locali.

Cocci e cervelli. I primi restano, i secondi se ne vanno. Speranze perdute, futuri negati, in Italia.

E’ lo Stivale oggi.

Apriamo gli occhi...guardiamo la situazione reale: non c’ é né la cultura, né la stoffa, né la chiarezza mentale per fare la competizione nel villaggio globale. L’ abbiamo persa, con leggerezza, e con un po’ di incoscienza.

L’ Emigrato
Antonio Greco
angrema@wanadoo.fr

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • LA DECADENZA DEL BEL PAESE
  • NON PERDIAMO DI VISTA IL PARTITO UNICO


    LA DECADENZA DEL BEL PAESE
    DA TANGENTOPOLI AL... SOTTOSVILUPPO ?

    Comincio’ cosi, dopo la guerra.

    La cintura era troppo stretta, bisognava soprattutto mangiare. E occorreva cominciare ad appagare i primi desideri. Il fascio, con le sue strutture, non dettava più legge. Tutti i cittadini si rimboccarono le maniche, e la ricostruzione ando’ avanti. Il Paese poté mangiare, commerciare, produrre e inventare nuovi bisogni. Anche guardando i boys americani. L’industria del mattone trascinò i consumi.

    Intanto sulle pedane delle piazze, nuovi oratori insegnavano la democrazia. Fra loro molti meridionali, usi a gestire famiglie e affari con paternalismo, compari aiutando. La gran parte di quelli che erano arrivati alla fine della guerra e del fascismo, erano entusiasti, avevano voglia di costruire, erano in buona fede. Ma alcuni, infilatisi nei palazzi del potere parlando democrazia, iniziarono a tessere le fila degli affari fra amici, servendosi del sottobosco culturale in agguato. Per scopi privati o di clans, iniziarono a condizionare i partiti, ognuno dei quali alzava una bandiera diversa, ma sempre democratica. Iniziarono i traffici di influenze, i negoziati di corridoio, usarono un esercito di galoppini di collegamento fra i vari palazzi del potere, mercanteggiarono in angoli bui di stanze segrete voti e prebende. Furono creati associazioni, sindacati, industrie del parastato. File di aspiranti gerarchi del fascio sparirono. Come era già successo altre volte, chi ebbe più fiuto, per meglio scalare le nuove strutture, gonfiò il numero di chi asseriva essere stato dall’altra parte.
    Enormi file di "resistenti" si crearono, i quali avrebbero un giorno avuto diritto ad un occhio di riguardo, o come minimo ad una raccomandazione. Era tale il numero, che qualcuno chiese: "ma allora, chi era fascista ?"

    Presero il potere in alcuni ministeri certi politici, con nuovi comportamenti, capaci di condizionare, trafficare , intermediare poteri e percentuali, nell’interesse proprio e del proprio clan… Chiamiamolo affari-politismo, commistione di affarismo privato, o di clans, e poteri politici. Sciascia scrisse che la mentalità mafiosa si estese dalla Sicilia verso il Nord con una velocità di 100 km/anno. I settentrionali in gran parte non si occuparono di quanto avveniva nei palazzi del potere politico. Curarono i loro commerci e potenziarono nuove attività, svilupparono l’industria privata. Inventarono un nuovo tessuto produttivo, con comportamenti circa mittle-europei.

    Intanto si ristrutturarono nuovi poteri pubblici, nazionali e locali, che rilevarono le briglie che erano state dei gerarchi del fascio. Lo stato intervenne nell`economia. Nei nuovi palazzi del potere prevalevano gli uomini di legge, i quali spesso avevano una limitata conoscenza delle realtà sociali, ma una ottima conoscenza delle strutture dello stato. I nuovi politici, nel fare piccole e grandi carriere, diffondevano le loro abitudini, usavano parole democratiche nelle assemblee e stilavano spesso accordi di mutua assistenza. Sulla base di scelte politiche, ma non solo, si formarono in alcuni partiti correnti e clans. Gruppi solidali presero il potere in alcuni partiti che gestivano il Paese. Una volta installati in posizioni di comando, i gruppi di potere intavolarono negoziati con gli imprenditori che producevano ricchezza e beni di produzione. Gli appalti pubblici furono gestiti con metodi sempre più "mediterranei". Le percentuali di ritorno divennero talvolta criteri di scelta nelle assegnazioni dei contratti importanti. Gli impresari, in genere gente del Nord, si indignarono, ma poi, da Italiani svegli e adattabili, capirono la musica che si andava diffondendo e impararono a suonarla. All’inizio le grosse tangenti erano l’eccezione, ma in circa un decennio divennero la regola. Tangentopoli sembra nata nei palazzi romani, ma si estese facilmente anche alle più sperdute province.

    La incapacità dei piemontesi, dalla fine ‘800, ad educare l’Italia appena formatasi, ad avere comportamenti europei o savoiardi, si rivelò alla fine del `900 un boomerang per il Paese. Il quale fu quindi facilmente permeabile, soprattutto durante la ricostruzione, alla corruzione diffusa, da Roma, da alcuni VIPs installatisi nei palazzi romani.

    Il livello dell`Italia sociale, a fine secolo, è troppo degradato. Lontano da quello europeo, esso si avvicina a quello sudamericano. Il sottosviluppo é dietro la porta. O é gia arrivato ? Forse ci conviene aprire gli occhi !

    Antonio Greco
    ANGREMA@wanadoo.fr


    NON PERDIAMO DI VISTA IL PARTITO UNICO

    Le elezioni si avvicinano e il partito unico e’ stato messo da parte. Abbiamo parlato a lungo di questo progetto ma con il tempo l’interesse si e’ smorzato visto che lo stesso entusiasmo dei politici coinvolti e’ calato. L’idea rimane ed e’ anche probabile che sia quello il futuro del centro-destra… un futuro che pero’ difficilmente sara’ concretizzabile nel breve termine. Il Polo delle Liberta’ si presentera’ quindi alle elezioni di aprile, come in passato, come una coalizione composta da singoli partiti. Una nuova legge elettorale creera’ nuovi assetti e chissa’ che dopo non si torni a parlare di partito unico. Intanto l’importante e’ rinnovare la coesione tra le anime del centro-destra per contrastare la sinistra e rimanere al governo. L’obiettivo per aprile del Polo delle Liberta’ deve essere di ottenere l’immagine con cui i conservatori in Canada il 24 gennaio o quelli in Portogallo il 22 hanno vinto. In Italia come all’estero e’ ormai palese che il centro-destra vince se e’ unito e dimostra ai cittadini che la sinistra non e’ in grado di governare in quanto incapace di creare una sintonia tra le varie contrapposte voci dello stonato coro con cui si presenta.

    Osserviamo piu’ da vicino il nostro "palcoscenico". Nel centro-destra abbiamo vari "attori" che, pur presentando di tanto in tanto dei contrasti sulla "sceneggiatura" o sulle "scelte teatrali" del "regista", rimangono uniti e hanno conservato il successo della "compagnia" in tutti questi anni. Nella sinistra invece troviamo tante "compagnie teatrali" diverse. C’e’ quella piu’ aperta alle collaborazioni e quella che vuol fare tutto da sola, c’e’ quella che pensa sia meglio "mettere in scena" un classico e chi preferisce l’alternativo.

    Come possono governare se non sanno trovare una strada comune da percorrere? La sinistra prima di dimostrare qualcosa agli italiani dovrebbe capire al suo interno chi fa parte della "compagnia teatrale" diretta da Prodi e chi no. Per ora l’Italia e’ seduta in poltrona a guardare la rappresentazione tragicomica proposta.

    Vito Andrea Vinci
    (tratto da www.destra.it)

    conosciuto in rete come Vav
    Fondatore e Coordinatore della principale mailing list nazionale dedicata al mondo della destra che dal 1998 riunisce e fa confrontare piu’ di cinquecento dirigenti, militanti e simpatizzanti in un dibattito quotidiano.

    Per iscriversi: azionegiovani-tribe-subscribe@yahoogroups.com

 

"Di autogol se ne fanno tanti, nel calcio come nella vita. Capita. Ma quello che i Ds hanno messo a segno nell’estate-autunno del 2005, sostenendo con una foga spropositata l’assalto dell’Unipol alla Banca nazionale del lavoro, è destinato a rimanere negli annali. Niente e nessuno obbligava Piero Fassino & C. a schierarsi platealmente al fianco di Giovanni Consorte, lo spericolato presidente della compagnia controllata dalle Coop. Nel mercato, anzi, prevalevano gli scettici, giacché la Bnl appariva un boccone troppo grosso per un predatore famelico ma gracile. Il patatrac è arrivato quando si è scoperto che il manager presunto rosso era in cordata con Gianpiero Fiorani, autore del fallito attacco della Banca popolare italiana all’Antonveneta, arrestato il 13 dicembre per associazione a delinquere; e che grazie a lui si esercitava in speculazioni a scopo di arricchimento personale, non pago dello stipendio di un milione e mezzo di euro all’anno elargitogli dall’Unipol".
(Claudio Rinaldi, I furbetti del Botteghino, L’Espresso 4 gennaio 2006)



Angelo Allegri ha intervistato lo storico francese Pierre Milza, autore di una recente Histoire d’Italie e noto anche per una biografia su Mussolini, del 2000, proprio in questi giorni diffusa nella collana delle biografie di uomini illustri pubblicata da "la Repubblica". A proposito del declino italiano, che mostra il nostro Paese come incapace di ripetere gli anni del boom economico, così risponde lo storico francese: " Francamente mi sembrano situazioni così diverse…Certo ci possono essere dei problemi economici specifici, ma se lei guarda alle librerie francesi sono piene di volumi appena usciti in cui si parla del declino della Francia; lo stesso accade in Germania. Questo mi fa pensare che il tema sia più vasto, che riguardi l’Europa nel suo complesso. Ma sono comunque scettico su quella che mi sembra soprattutto una moda. Ricorderà che negli anni ’70 ad essere in declino erano gli Stati Uniti. Poi si è scoperto che non era vero niente. In più, guardando all’Italia degli ultimi decenni, vedo tali e tante prove di vitalità…"
(Il Giornale, 5 gennaio 2006)



"E’ proprio il caso di citare un antico proverbio:"Il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi". E quello che è stato scoperchiato non è stato soltanto il tentativo dell’Unipol di scalare la Bnl con mezzi oggi accusati di aver costituito una associazione a delinquere:è l’odio reciproco che si è verificato all’interno delle componenti del futuribile Partito Democratico. E’ emerso che la lotta senza quartiere contro Berlusconi nascondeva la vera essenza del partito dell’Ulivo, cioè l’odio reciproco. Le dichiarazioni di Prodi sono apparse come una lettera accusatoria, e la loro accettazione da parte di Fassino come un atto di disperazione politica."
(Gianni Baget Bozzo, il Giornale, 6 gennaio 2006)



"Così come in passato avevamo sollevato molte perplessità sulle disinvolte manovre di Consorte & C.,oggi non crediamo neppure all’ipotesi opposta, quella avanzata da certi ambienti della sinistra, che scarica tutte le colpe su Cric e Croc: messi da parte i due malandrini, il mondo delle coop e i Ds tornano immacolati che più bianco non si può."
(Giancarlo Mazzucca, Il Giorno, 8 gennaio 2006)

 

" E adesso, coglione di un militante? Adesso hai perso certezze, riferimenti, forse anche un po’ di orgoglio, e ti devi rimettere al lavoro con il sistema proporzionale. Cioè devi cercare di raccogliere voti che devi sottrarre agli altri della coalizione; devi convincere la gente che tu sei diverso dagli altri, che sei meglio perché tu hai identità, tradizione, coerenza, affidabilità. E se per caso non riuscirai a ricostruire in poche settimane un edificio autobombardato per qualche anno, sappiamo già che sarà colpa tua".
(Massimo Corsaro, A te, militante della Destra Giusta, Archimede, novembre 2005).

Scritti corsari - Numero 32

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • SCRITTI CORSARI
  • LA CITTA’ E’ MOBILE


    SCRITTI CORSARI

    Questo è il titolo di una raccolta di articoli di Pier Paolo Pasolini. Ma non è dello scrittore, di cui ricorre il trentesimo anniversario dell’assassinio, che vogliamo parlare. Ci riferiamo a Massimo Corsaro, invece: il capogruppo di AN alla Regione Lombardia, sino a pochi mesi fa coordinatore regionale lombardo, poi sostituito dal Presidente Fini in modo ancora incomprensibile.Il gioco di parole tra il titolo dell’opera e il cognome del rappresentante di AN è facile, forse ingenuo. Ma non è così. Massimo Corsaro ha assunto da qualche tempo, già prima della "defenestrazione", un atteggiamento deciso nell’ambito del partito, tale da ricordare l’irruenza dello scrittore.
    Ne abbiamo avuto la riprova nell’ultimo numero di "Archimede", la rivista di cui è direttore politico. Nell’articolo "L’ultima campanella", Massimo Corsaro scrive senza mezzi termini : " Non so se tutti i lettori avvertano lo stesso fastidioso imbarazzo con il quale noi di Archimede registriamo una linea culturalmente ondivaga, ma certo molti insieme a noi chiedono di tornare alla politica ragionata, non credendo che esista un grande Taumaturgo ( in grassetto nel testo) in grado di esercitare la sua salvifica azione". E più avanti, facendo riferimento alla rielezione di Bush e all’elezione di Benedetto XVI, continua:
    "E allora, nel momento in cui le istanze vincenti sono : l’orgoglio identitario; la rivendicazione delle scelte di sviluppo sociale e di convivenza proprie dell’Occidente; la battaglia contro il relativismo culturale ovvero - per citare Ratzinger - contro "quel lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina"; la sveglia all’Occidente che "non ama più se stesso"; è mai possibile che la Destra italiana continui a camuffarsi per compiacere a chissà quale salotto, rinunciando ogni giorno di più ai propri temi?".
    E, infine, "Al presidente del partito chiediamo di essere noi stessi, affidabili e credibili come tutti i hanno sempre riconosciuto, e non cedere alla tentazione di camuffarci per ottenere apprezzamenti da chi non sarà mai disposto a seguirci e - anzi - trova giovamento da una Destra che sguarnisce il suo campo d’azione".
    Sono queste le parole che volevamo ascoltare, ormai da un pezzo. Non l’unanimismo di facciata, che ha pure la sua ragion d’essere, se vogliamo salvare il Partito dall’immagine di naufragio che stiamo dando, ma che non può superare certi limiti di decenza. Massimo Corsaro rappresenta bene la componente giovane , democratica, politicamente preparata di AN, quell’anima lombarda che da sempre è stata all’avanguardia nelle scelte politiche del Paese.


    LA CITTA’ E’ MOBILE

    E’ nata una nuova rivista , Alta tensione. Il Foglio informativo dell’Associazione culturale Area, ha tra gli altri un articolo di Paola Frassinetti, Capogruppo di AN al Consiglio Provinciale di Milano. La situazione che descrive a proposito della città meneghina, vale anche per altre realtà cittadine, anche della provincia.

    "Le battaglie demagogiche e i preconcetti contro l’uso dell’automobile sono da sempre un retaggio dello pseudo- ambientalismo di sinistra(…). Si è proceduto in modo sistematico al restringimento delle strade con la costruzione di marciapiedi sproporzionati per grandezza all’uso che ne viene fatto, sono state costruite inutili aiuole ornamentali in punti centrali e cruciali per lo snodo del traffico e tutto questo ha inevitabilmente finito per penalizzare la libera circolazione dell’automobile.(…) L’ambiente non si difende predisponendo inutile aiuole spelacchiate dove il più delle volte si annida il degrado e la sporcizia, ma riqualificando i grandi spazi verdi al di fuori della metropoli, come per esempio le grandi aree verdi che circondano Milano".

 

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, questa lettera giunta in redazione. Forse varrebbe la pena soffermarsi un po’ sulle parole di questi giovani della Margherita.

LETTERA A CIAMPI
SALVIAMO LA NOSTRA BANDIERA
20-07-2005

Signor Presidente,

In questo momento difficile per la democrazia, dove molti stanno in silenzio e i mezzi di informazione troppo spesso si dimenticano di fare il loro mestiere e si trasformano in telenovela, sento la necessità di alzare la voce in difesa dei valori della nostra Patria. La scorsa sera, dopo una riunione, alcuni di noi con grande preoccupazione e sorpresa, hanno appreso che alla Camera la maggioranza ha approvato un emendamento che modifica le sanzioni per i reati di opinione; solo la Margherita e i Democratici di Sinistra hanno votato contro ed ora il testo andrà al Senato per il voto definitivo. Si tratta di un provvedimento che, tra l’altro, cancella dal codice penale reati come l’attività antinazionale all’estero e l’apologia sovversiva antinazionale. In particolare, nessuno potrà più essere perseguito per aver criticato il capo dello Stato attribuendogli la responsabilità di misure prese dal governo. In tutto ciò, ottiene un’altra vittoria ideologica la Lega, con riferimento ad una serie di reati contro la personalità dello Stato, in maniera particolare a quello concernente il vilipendio della bandiera. La mia attenzione si è concentrata, infatti, sulla depenalizzazione del reato di vilipendio alla bandiera previsto dall’art. 292 del codice penale e cioè, per coloro che non sono addetti ai lavori, la punizione per tale reato non sarà più il carcere, ma il pagamento di una semplice multa. Abbiamo capito che questo è solo il primo passo di un progetto più ampio che mira a destabilizzare nelle fondamenta l’unità del nostro Paese, progetto portato avanti da quella parte politica della maggioranza di Governo che vede nel tricolore un’ottima "medicina" contro la stitichezza o addirittura un surrogato della carta igienica. Quante persone, signor Presidente, sono morte per difendere quella bandiera che oggi vogliamo piegare e chiudere in un cassetto? Quante persone, signor Presidente, continuano a vedere in quella bandiera il simbolo dell’unità del nostro Paese? E’ la bandiera delle "5 Giornate" di Milano, della spedizione di Garibaldi, delle Guerre d’Indipendenza, dei soldati caduti nelle due guerre mondiali, dei cittadini d’Italia, ovunque chiamati a difendere l’onore della Patria, la sua unità, la sua libertà! Noi non abbiamo nessun bisogno di lezioni in tema di libertà di opinione e di libertà di idee! Noi pretendiamo che sia garantita la libertà in tutte le direzioni purché non si favorisca in alcun modo il ritorno di forme di persecuzione razziale, di persecuzione politica o di persecuzione sociale. Duole veramente constatare ciò, perché noi giovani della Margherita crediamo nelle istituzioni e nell’impegno per il bene pubblico e per noi il tricolore è e resterà sempre il simbolo dell’unità della Patria e della libertà del nostro popolo! Ci rivolgiamo a Lei, Signor Presidente, che rappresenta la personificazione dell’unità del nostro amato Paese, perché lotti insieme a noi ponendo in essere ogni strumento legislativo possibile per bloccare questo provvedimento. Uno Stato che, attraverso le sue istituzioni, non tutela e difende i propri simboli ed emblemi, non è uno Stato che tutela i valori comuni. Una nazione che non tutela i valori comuni è solo una aggregazione di persone che rischia di dimenticare la propria identità storica-culturale e le radici comuni.

Non ammainiamo la bandiera italiana, signor Presidente!

Con Stima Il Coordinatore Provinciale Giovanile Della D.L. la Margherita di Pordenone Gri Fabio

Aiutaci a difendere la nostra bandiera! Manda un messaggio a Ciampi all’indirizzo e-mail: presidenza.repubblica@quirinale.it



* "E’ passata l’assemblea nazionale, è passata la direzione nazionale, si sono confrontati ma non scontrati, per carità Dio non voglia, tengono tutti famiglia, tengono tutti l’ansia della acquisizione dei collegi elettorali da riottenere a primavera prossima, nel 2006. E quindi AN resta quel qualcosa che non si sa cos’è e da dove venga e, tutti felici, dicono adesso intanto…andiamo al mare, a settembre se ne parla. Non è un postulato politico questo, non è un postulato ideale questo, è niente, come a niente hanno ridotto AN"
(Historicus, Chi sono e cosa vogliono, in Oggi Nuovo Molise, 7 agosto).



* "Cosa pensa delle posizione assunta dall’ Udc sui problemi della Cdl? Mi sembra che l’Udc stia scotendo l’albero senza raccogliere i frutti. Anzi i frutti li raccolgono quelli del centrosinistra.Mi costringo a pensare alla loro buona fede, anche perché negli ultimi dieci anni siamo sempre stati insieme, nella buona e nella cattiva sorte. Ma ora anch’io comincio ad avere qualche dubbio. Continuando a tirare troppo la corda rischiano di strappare la fune".
(Adolfo Urso, viceministro di AN, in un’intervista rilasciata a Il Giornale il 26 agosto).



* "La sinistra può dividersi in tanti litigi, ma si ricompatta sempre per le cose importanti perché, nella sua configurazione post 1995, serve gli interessi di gruppi economici e di potere corporativo che, alla fine, la richiamano all’ordine. Il centrodestra, invece, non è strumento di poteri forti e di interessi organizzati. Berlusconi è un potere economico in se stesso e non è mai stato cooptato dagli altri che formano l’establishment italiano. Queste due caratteristiche combinate gli hanno permesso di generare e guidare una coalizione non condizionata, anche per la natura antiestablishment di Lega e di AN, dalle oligarchie nostrane"
(Carlo Pelanda,Giochi di potere al centro, IL Giornale, 26 agosto).



* "Il peggior difetto del governo Berlusconi, a mio avviso, non sono le promesse mancate. Il suo maggior vizio, insieme allo straordinario numero di leggi ad personam, è l’incapacità di affrontare rapidamente i problemi del Paese, a mano amano che essi insorgono. Penso ai casi Cirio e Parmalat. Penso alle scalate bancarie e al ruolo della Banca d’Italia. Penso alla cronica irresolutezza di cui ha dato prova in materia di concorrenza e di politica fiscale"
(Sergio Romano in Lettere al Corriere, Corriere della sera, 29 agosto).



Sul "partito unico" molto interessante è il numero 4 di Ideazione di luglio-agosto. Tra gli altri citiamo questi due passaggi:

*"E’ lampante che la fusione dei partiti esistenti in un unico soggetto è ora impossibile, ma è altrettanto chiaro che un luogo di cooperazione rafforzata della Casa della Libertà deve essere costruito"
(Mario Sechi, Partito unico, avanti adagio).

" in conclusione, gli elementi di convergenza, sul terreno economico, per il modello in esame ci sono, fra le attuali forze politiche della Casa della Libertà. Uno schieramento, che va da Alleanza nazionale alla Lega Nord, dai liberali cattolici e laici, ai socialisti, repubblicani, radicali, liberali di sinistra, ai cattolici sociali "di centro". La condivisione esplicita di questo modello economico può dare al partito unico un importante fattore di coesione, perché in esso convergono la componente laica e quella cattolica o, in generale, cristiana. Il modello di economia sociale di mercato, in quanto fa riferimento ai valori individuali e comunitari della persona umana ( di qui la sua qualifica di sociale) comporta una sintesi - non necessariamente univoca - fra i valori della libertà e del mercato e quelli (pur sempre individualistici) della persona umana e della comunità. Più in generale una sintesi armoniosa fra i fini economici e i fini nobili dell’uomo e della società "
(Francesco Forte,La sintesi nell’economia sociale di mercato).


 

Letture - Numero 30

 

* E’ desolante che in questi ultimi dieci anni non sia stato avviato un serio, vero dibattito tra le due sponde del pensiero. Non s’è fatta cioè vera cultura nazionale.Laddove non sono partiti gli insulti, abbiamo assistito ai soliti, stucchevoli dibattiti su cosa sia di destra e cosa sia di sinistra, su chi togliere e su chi inserire nel Pantheon.Sono dieci anni che non facciamo altro che scambiarci o rivendicarci scrittori, più o meno come da piccoli giocavamo alle figurine. E siamo arrivati al punto di chiederci per chi votano Pippo, Pluto e Paperino.
E’ anche vero che questo non è forse più il tempo degli Sciascia e dei Niccolai. Non più il tempo delle splendide individualità e dei profeti solitari. E’ il tempo degli "operai" e degli organizzatori culturali.Almeno a destra. Diventiamo tutti un po’ più umili e impariamo a fare squadra. E chi vivrà vedrà.

(Aldo Di Lello in Secolo d’Italia del 26 maggio 2005).



* Costruirsi l’immagine di leader moderno e antioscurantista. Ma soprattutto differenziarsi da quel Pier Ferdinando Casini col quale i rapporti sono ormai al minimo storico: troppo ben introdotto Oltretevere per poterlo insidiare su quel fronte; troppo gettonato come futuro capo del centro-destra ogniqualvolta si parla del dopo-Berlusconi. Apparentemente, i motivi per cui Gianfranco Fini ieri è tornato a ribadire la sua posizione sui referendum di domenica e lunedì prossimi sono tutti qui.

(Mario Prignano, I tre motivi per cui Fini dice sì al referendum, in Libero, 9 giugno 2005)



* Sì, tutti contro Fini. Ma è con Fini e grazie alla sua leadership che siamo diventati una destra moderna e democratica. Una storia che non si può prendere a spicchi. Ce l’abbiamo fatta, oggi il nostro leader è rispettato e va in giro per il mondo come rappresentante della diplomazia italiana. Penso che bisognerebbe ripartire da qui.

(Ignazio La Russa in un’intervista rilasciata a Roberto Scafuri, Il Giornale, 11 giugno 2005).



* Il disagio parte da lontano, non è il referendum ad averlo attizzato. Anzi, tengo a dirle che Fini ha preso una posizione di coscienza che in sé e per sé è rispettabilissima. Solo che lui è leader di un partito e, metodologicamente, ha commesso un errore molto grave.Guardi i dati: al voto è andato il 25% degli elettori…come non mettere in evidenza l’incapacità di previsione quando si è sostenuto che era un errore il non voto? Avrei capito si fosse realizzato un testa a testa sul quorum, avrei capito la scelta personale - anch’io su alcuni temi ho fatto battaglie di coscienza- ma scoprire che la destra non ti ha seguito sulla strada indicata dovrebbe far riflettere. O no?

(Domenico Fisichella in un’intervista rilasciata ad Alessandro Caprettini, in Il Giornale, 14 giugno 2005).



Dicono che lei sogni una AN "ratzingeriana", è così? E’ una stupidaggine pazzesca. Fra i giovani che hanno fatto campagna per il referendum si respira l’aria di un’68 al contrario. Ha vinto l’atteggiamento attivo, non certo l’impegno di un gruppo di bigotti clericali…

Ma Fini pensa a una destra gollista e laica? Ebbene? Anche io. Però il modello che ho in mente è Sarkozy, o il partito repubblicano americano che vince quando ritorna ai valori della tradizione religiosa.

La fecondazione è stata il terzo strappo di Fini, dopo il voto agli immigrati e Salò. C’è una differenza sostanziale. A parte il metodo che non ho condiviso, quelle scelte andavano comunque in direzione di un’apertura. In questo caso, invece, i tre sì ci hanno chiuso le porte di un dialogo con il mondo cattolico che ora deve essere riaperto.

(Non voglio sfidare Fini, sfido tutto il mio partito, intervista di Luca Telese a Gianni Alemanno, in Il Giornale del 15 giugno 2005).

 

Il volume di Claudia Cernigoi, giunto alla seconda edizione riveduta ed ampliata, a seguito di quella del 1997, è stato presentato anche a Udine, il 22 febbraio, dopo le analoghe iniziative svoltesi nei giorni precedenti a Trieste e Perugia. Oltre all’Autrice, sono intervenuti l’Editore Kappa Vu, in persona di Alessandra Kersevan; il Consigliere regionale del PRC Christian Franzil; il Presidente Onorario dell’ANPI Luigi Raimondi; il Prof. Josep Pirjevec dell’Università di Trieste, ed il ricercatore storico Sandi Volk, che ha curato la prefazione.

Il taglio degli interventi è stato piuttosto omogeneo, insistendo sulla tesi secondo cui le foibe sono uno strumento di azione politica in funzione anticomunista, con lo scopo di minimizzare le responsabilità del fascismo e di ricondurre il movimento partigiano alla condizione di "banditismo"di cui ai proclami della RSI (Franzil); riproponendo un’interpretazione della storia per la quale i martiri delle foibe sono vittime del fascismo, nell’ambito di una concezione "proletaria" ben diversa da quella "borghese" (Raimondi); sostenendo che l’attuale propaganda della destra si fonda su motivi uguali a quelli utilizzati nell’ottobre 1943, dopo la riconquista dell’Istria da parte della Wehrmacht, col duplice scopo di implementare l’ostilità verso Croazia e Slovenia a supporto dell’espansionismo italiano, e di demonizzare tutta la sinistra (Pirjevec); sottolineando che la storiografia ha avallato la propaganda, con un’operazione che è diventata d’interesse nazionale con l’istituzione del "Giorno del Ricordo", ancorché di nessun onere per la finanza pubblica, e con il disegno di legge per la parificazione dei combattenti ex RSI ed il conseguente riconoscimento dei correlati diritti (Volk); ed infine,affermando che la "vulgata" ufficiale non è conforme ai documenti storici, cosa che rende necessaria, a più forte ragione, una sorta di "guerriglia" culturale contro i "cannoni" della televisione pubblica, ed il loro recente utilizzo in chiave governativa (Kersevan).

Il Prof. Pirjevec ha soggiunto, tra l’altro, che qualche violenza indubbiamente ci fu, ma che fu abbondantemente enfatizzata da parte italiana, e soprattutto, che il movimento partigiano era improntato ai principi fondamentali dell’internazionalismo, propugnava l’idea della fratellanza, ed era ben lungi, in definitiva, dall’avere assunto tattiche persecutorie, ed ha posto in luce la gravità di una strategia mirante ad invalidare questi caratteri essenziali della lotta partigiana. Del pari, Volk si è soffermato sulle falsità (a suo giudizio totali) della propaganda di destra, anche a proposito di aspetti collaterali, ma psicologicamente condizionanti, come il presunto getto di un cane nero nelle voragini carsiche, unitamente agli infoibati.

L’intervento conclusivo dell’Autrice, Claudia Cernigoi, ha spiegato le matrici dell’opera, riassumibili nella necessità di ricostituire una "contabilità" attendibile delle vittime, sia per i fatti istriani del 1943, sia per l’occupazione di Trieste, e degli altri centri giuliani, nella primavera del 1945; e nell’opportunità di approfondire le ragioni specifiche per cui vi furono manifestazioni di "giustizia proletaria" a carico di persone che si erano rese responsabili di delitti a sfondo politico. In particolare, l’Autrice si è soffermata sulla storia della miniera di Basovizza, in cui la propaganda di destra colloca un numero incalcolabile di vittime, mentre i documenti ufficiali, e le stesse testimonianze, a suo dire, non attesterebbero alcunchè, fatta eccezione per una spia dei nazisti che sarebbe stata fucilata dopo un processo sommario, e quindi, gettata nella miniera.

In guerra, ha soggiunto la Cernigoi, vige la legge cruda della violenza, nei cui confronti la sola alternativa, come si legge nella conclusione del volume, è quella della pace. Motivo di più, a detta dell’Autrice, per esprimere rammarico e sconcerto, a fronte di un atteggiamento della sinistra di sostanziale adesione alle tesi della propaganda ex-fascista, riassunta dalle recenti affermazioni de "L’Unità" circa l’odio slavo nei confronti degli italiani.

Diverse affermazioni contenute nelle relazioni del 22 febbraio non possono essere condivise, pur dovendosi dare atto alla Cernigoi di avere evidenziato la necessità di una storiografia basata sulla raccolta e sull’interpretazione di documenti probanti, e non già su illazioni, nè tanto meno, sulla distorsione dei fatti. In questa sede, è improponibile formulare contestazioni analitiche ad un’opera estremamente dettagliata come "Operazione foibe tra storia e mito": tuttavia, a parte il fatto che la stessa Cernigoi indulge abbastanza spesso a supposizioni, e ad affermazioni per sentito dire, non confortate da indiscutibili elementi oggettivi, nessuno potrà negare, perchè confermato dagli stessi interessati, che furono i delfini di Tito, Edvard Kardelj e Milovan Gilas, ad ammettere il disegno di pulizia etnica impostato dal Maresciallo a danno degli italiani, nel quadro di un comunismo nazionale non certo conforme alla descrizione di Pirjevec, come avrebbe dimostrato già dal 1948, del resto, la rottura con Mosca.

L’utopia comunista, alla luce dell’esperienza di tanti Paesi, è costata milioni di vittime innocenti, ed il fatto che la sinistra italiana lo ammetta in modo sempre più sistematico, torna a suo onore. Non si vede perché analoghe ammissioni non debbano valere anche per le foibe, a prescindere dalle eleganti disquisizioni di Claudia Cernigoi, che talvolta sembrano scaturire dalla penna di un legale, anzichè da quella di una ricercatrice storica: ad esempio, sulle condizioni in cui furono recuperati i cadaveri di Norma Cossetto o di Giuseppe Cernecca, due Nomi emblematici della tragedia giuliano-dalmata. Le vittime restano tali, senza vita e senza colpa: al pari, per dirne una, di quelle dei garibaldini e dei piemontesi, durante la conquista del Sud, anche se l’oleografia del Risorgimento le ha negate con singolare pervicacia. E’ auspicabile che analogo errore non venga permanentizzato, a proposito delle foibe, nell’oleografia della Resistenza.

Intanto, per dirla con l’antico saggio, "indocti discant, et ament meminisse periti".

Carlo Montani

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