Letture

 

Stefano Zecchi ha scritto un libro che si annuncia fortunato sul piano di un successo editoriale che ampiamente merita (Quando ci batteva forte il cuore) e che viene puntualmente confermato dalle affollate ed attente presentazioni che l’Autore ne va facendo in Italia. Si tratta, come molti sanno, di una storia familiare ambientata nell’immediato dopoguerra di Pola, del consapevole sacrificio di una madre decisa a difendere l’italianità della sua terra, della difficile fuga di padre e figlio verso la libertà, e di un’ancor più problematica ricostruzione di vita e di speranze in un esilio tanto triste quanto incompreso. Allora, il cuore batteva davvero forte, se non altro perché era in giuoco la vita, ed ogni santo giorno le emozioni si vivevano drammaticamente sulla pelle dei protagonisti. Sia pure in misura diversa, continuava a battere forte nei primi anni della diaspora giuliana e dalmata, che coincidevano con quelli delle prime rivendicazioni di giustizia per i profughi e per la stessa Italia, umiliata ingiustamente da un trattato di pace vessatorio, se non anche vendicativo. Basti pensare alle manifestazioni per Trieste che si susseguirono durante un intero decennio e che ebbero momenti altamente drammatici nella città di San Giusto col sacrificio di Piero Addobbati e degli altri ragazzi che nel 1953 diedero la vita per la loro fede tricolore. Batteva forte il cuore di coloro che partirono, ed a maggior ragione di quelli che emigrarono in Paesi lontani: almeno un quarto dei 350 mila Esuli, in gran parte senza ritorno e con la nuova amarezza di una nuova scelta irreversibile, sollecitata da un’accoglienza da parte della madre patria che non è azzardato definire matrigna. Lo stesso Zecchi ha ricordato, in una delle sue presentazioni, che l’idea di scrivere il suo libro è scaturita, fra l’altro, proprio dal ricordo infantile dei profughi che giungevano a Venezia col solo bagaglio di una povera valigia e di una grande fede, e dei comunisti che li facevano oggetto di offese e sputi, perché avevano osato abbandonare il "paradiso di Tito". Il riferimento, implicito nel titolo, ad un’epoca in cui, nonostante tutto, si era capaci di nobili sentimenti e la commozione non veniva considerata una vergogna, farebbe presumere che questa nostra epoca sia diventata talmente pragmatica e materialista da prevenire sul nascere ogni battito di cuore. In realtà, non è sempre così, e lo sa bene Zecchi, se non altro per averlo potuto constatare di persona in occasione delle sue presentazioni, accolte con forti partecipazioni di mente e di cuore, se non altro da parte degli Esuli e dei loro eredi: da questo punto di vista, Zecchi ha fatto opera altamente meritoria, perché parla proprio all’anima della gente, e quindi ad una platea largamente più ampia rispetto a quella degli storici. Tra l’altro, Zecchi è uomo di grande cultura capace di andare subito all’essenziale, come ha fatto a Trieste nell’incontro organizzato dalla direzione del "Piccolo" quando ha affermato che le Foibe furono una grande tragedia della guerra mentre l’Esodo è stato una grande tragedia della democrazia; quando ha sottolineato che quella di far conoscere quanto è accaduto sia una naturale responsabilità del momento politico; e quando ha concluso, sulla scorta del suo romanzo storico-familiare, che negare i fatti storici e gli ideali per cui tanti giuliani e dalmati persero beni materiali e tombe avite, se non anche la vita, sarebbe come negare la figura paterna. In questo senso, il "Giorno del Ricordo" che la legge ha statuito nel 10 febbraio, deve diventare un’occasione di effettiva e reale conoscenza, prendendo spunto da quanto accade per il "Giorno della Memoria" dedicato alle Vittime dell’Olocausto. In buona sostanza, non mancano i cuori che battono ancora forte: sono quelli degli Italiani degni di questo nome e di tutti gli uomini e donne di buona volontà capaci di battersi per l’affermazione della verità e della giustizia. Non è più tempo, anche in campo letterario, dei romanzi "prudenti" - per usare un’espressione dello stesso Zecchi - che furono scritti in tempi ormai lontani da Autori di prima grandezza per celebrare la Resistenza fino a determinarne la "mitizzazione". E’ tempo, invece, di visitare le tragedie italiane con l’animo scevro da ogni suggestione discriminante e di portare alla luce, come direbbe Giampaolo Pansa, anche "l’altra faccia della luna": cosa che Zecchi aveva già fatto da par suo, dedicando alla figura di Maria Pasquinelli, due anni or sono, una toccante sintesi della sua storia, pubblicata nei "Corti di Carta" del massimo quotidiano italiano. Il cuore dei giusti batte ancora forte. Lo conferma, se non altro, la capacità di rimuovere l’accantonamento dell’idea di Patria consapevolmente programmato dalla politica dominante, ben dimostrata dalla fortuna della letteratura rievocativa dei fatti d’arme e dell’eroismo gratuito di coloro che combatterono dalla "parte sbagliata" nel solo ossequio al primato dell’onore. Lo conferma la capacità di non trascurare il giusto omaggio a coloro che fecero dono della vita, sull’uno e sull’altro fronte, convinti di offrirla per una Patria migliore e per cittadini degnamente consapevoli: si tratta di una minoranza, ma la storia, come hanno insegnato uomini del calibro di Roberto Michels o di Gaetano Mosca, non è fatta dalla massa, al di là delle apparenze fallaci e delle strumentalizzazioni partitiche. Un cuore che batte forte è garanzia di fede, e vorremmo aggiungere, di onestà morale: una dote che non è propria della politica, ma che deve essere riscoperta ed attualizzata anche nella politica, se non altro al servizio della salvezza dello Stato e della comunità umana e civile che in esso si riconosce.

Carlo Montani

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • Il Giorno 15/10/2010
  • Il Giornale 16/10/2010


    I transfughi, di Paolo Girotti
    Il Giorno, edizione di Legnano, venerdì 15 ottobre 2010, pag. 5

    Oggi qui, domani là. Dall’ Udc a FI, ad An.
    Elezioni 2007: Antonino Barone, Antonio Guarnieri e Marco Commodaro entrano in Consiglio in rappresentanza di Alleanza nazionale. Eugenio Rocco viene eletto nella lista Udc. Nel febbraio 2008 Commodaro e Barone, lasciano An e passano all’Udc andando a fare compagnia a Eugenio Rocco. Novembre 2008: Barone lascia l’Udc e torna a fare compagnia a Guarnieri in AN. Anc he Rocco e Commodaro lasciano l ’Udc ed entrano in Forza Italia. Marzo 2009: Guarnieri e Barone formano da soli il gruppo di "Alleanza per Le gnano". Marzo 2010 Barone e Guarnieri entrano nel Popolo della Libertà raggiungendo Commodaro e Rocco.


    André Glucksmann: "La sinistra diventa dogmatica? Io faccio l’eretico", di Matteo Sacchi
    Il Giornale, 16 ottobre 2010, pa.30

    In Italia c’è stata recentemente una polemica, lanciata da Giuliano Ferrara, sul tema: la cultura di destra è sempre considerata di serie B, anzi quasi repellente... «Destra e sinistra sono categorie poco utili. E per fortuna sono categorie molto porose. Non mi sento neanche di parlare di due culture diverse: l’ambito della cultura è uno e molto variegato. Mi preme di più porre l’accento su quello che la destra e la sinistra trascurano in maniera bipartisan. Tanto per fare un esempio: duecentomila ceceni, su un totale di un milione, sono stati uccisi dai russi. E nessun governo di destra o di sinistra, tra quelli europei, ha protestato davvero. La vita di un ceceno su cinque vale più delle discussioni sulla destra e la sinistra».

 

Rizzoli Editore, Milano 2009, pagg. 352.

L’ex vice Presidente del Consiglio Walter Veltroni, con questo romanzo, ha percorso le vicende immaginarie di una famiglia italiana di Roma, attraverso quattro generazioni, muovendo dal 1943 ed approdando addirittura al 2025, con un’interpretazione molto personale che trascende la sfera storica per giungere a quella del futuribile. L’opera è suddivisa in quattro capitoli, emblematicamente riferiti ad altrettanti anni chiave, ciascuno dei quali coincide con una stagione simbolica: il 1943 è collegato all’estate ed il 2025 all’inverno, mentre la primavera e l’autunno sono rapportati, rispettivamente, al 1963 ed al 1980. Nell’immaginazione di Veltroni, la famiglia Noi (cognome volutamente fungibile con l’omonimo pronome) muove dalla difficile esperienza della seconda guerra mondiale, culminata nel tragico bombardamento di Roma (con la famosa visita di Pio XII a San Lorenzo), seguito a breve distanza dalla caduta del governo Mussolini, dall’otto settembre e dall’occupazione tedesca: eventi di tale rilevanza da condizionare la storia successiva dell’Italia, e di quella famiglia. E’ inutile porre in luce come l’autore muova da una pregiudiziale antifascista assoluta, pur concedendo che, a conflitto concluso, la reazione rossa non avrebbe avuto alcuna parvenza legalitaria: Veltroni sembra criticare quasi di sfuggita taluni "eccessi" come quelli verificatisi nel cosiddetto triangolo della morte o nel terribile eccidio di Schio, ma non accenna, ad esempio, al genocidio delle foibe, forse in ossequio alla sua origine slovena. Gli anni della guerra furono drammatici, tanto da far pensare ad una possibile eclisse di Dio, o quanto meno, ad una sua temporanea "sconfitta", testimoniata dai campi di sterminio, a proposito dei quali si insiste nel descrivere le nequizie dei "lager" tedeschi, ma non si fa parola di quelli sovietici immortalati da Solgenitsin (a proposito: è casuale ma significativo che proprio in concomitanza con la presentazione del libro di Veltroni sia stato comunicato che nelle scuole russe la lettura di "Arcipelago Gulag" è diventata obbligatoria) : un’altra buona occasione di obiettività perduta per strada. Eppure, quegli anni videro la fioritura di valori solidali, di cui in seguito, con l’avvento del consumismo e del relativismo, si sarebbe fatto strame. Da questo punto di vista, Veltroni sembra richiamarsi alle diagnosi formulate dalla sociologia americana sin dagli anni sessanta: basti pensare a quella di Robert Nisbet, secondo cui la crisi dell’uomo moderno deve essere attribuita al crollo dei contesti di aggregazione primaria, ed in primo luogo della famiglia, della comunità parrocchiale e dell’associazionismo. Ne deriva una rincorsa individualistica verso la solitudine e la dittatura dell’ego, che peraltro non è attribuibile all’antica matrice fascista, fondata sul primato collettivo del "noi"; bensì alla nuova cultura del denaro come misura di tutte le cose, importata dall’America. Per la verità, l’inizio degli anni sessanta era parso coincidere davvero con la primavera: terminata la ricostruzione, l’Italia indulgeva alle parvenze di un pur circoscritto benessere, come quelle derivanti dagli elettrodomestici, dalla televisione, dalla motorizzazione e dalle stesse suggestioni sportive. Peraltro, di lì a poco sarebbe subentrato l’autunno, ben testimoniato dal Sessantotto, e poco più tardi, dal compromesso storico, non estraneo alla proliferazione del terrorismo; per non dire delle carenze di programmazione, anche nell’ambito della politica del territorio, matrice non ultima di tanti dissesti. Le speranze indotte dalla ripresa furono rapidamente deluse fino a perdersi nella palude della violenza terroristica, tanto più orribile, al di là del numero delle Vittime e del gesto banale di chi sparava vigliaccamente alle spalle (come nel caso Calabresi) se non addirittura nel mucchio, in quanto poteva contare su malcelate simpatie della sinistra comunista ed antagonista, su connivenze della cosiddetta cultura impegnata, e sulla pur sofferta "comprensione" di qualche frangia cattolica. Veltroni, naturalmente, si schiera su posizioni garantiste, dissociandosi nettamente dal rivoluzionarismo velleitario delle Brigate Rosse o di Lotta Continua, ma sembra insinuare che alcune matrici della loro eversione vadano cercate negli effetti a lungo termine del 1943 e del modo esasperato con cui si ricollegavano all’antifascismo delle bande armate. Sembra di capire che, a giudizio dell’Autore, talune responsabilità del terrorismo vadano cercate in origini lontane, anziché nelle metastasi dell’utopia rossa; d’altro canto, non si deve dimenticare che l’opera di Veltroni non è un testo di storia, ma un romanzo. Dal 1980 al 2025, l’anno dell’inverno, c’è un salto di due generazioni, in cui il rifugio nella torre d’avorio individualistica finisce per vanificare la stessa follia terrorista. Il salto è reso più ampio ed ancor più difficilmente colmabile dal trionfo della comunicazione informatica e dal sostanziale isolazionismo che ne è scaturito, completando un percorso critico verso dimensioni egocentriche in cui ciascun essere umano diventa davvero una monade, con una residua possibilità di salvezza intravista nel ritrovamento di pur labili vincoli d’amore: obiettivamente poco per chi, come Walter Veltroni, appena due anni or sono aveva lanciato un programma di totale recupero etico e politico, anche se può essere comprensibile la sua delusione per il disastro della sinistra italiana, di fronte alle cui avvisaglie l’ex segretario del PD aveva ipotizzato, addirittura, una personale catarsi missionaria a favore dei bambini africani. Non contento della sua carrellata quasi centenaria sulle vicende della famiglia Noi, l’autore non ha mancato di estendere gli spazi temporali della sua opera con l’introduzione di qualche "flash" non proprio ottimistico su epoche ben diverse, spaziando dall’impatto con l’asteroide che distrusse i dinosauri parecchi milioni di anni or sono, al patibolare 11 settembre 1599, allorchè Beatrice, Lucrezia e Giacomo Cenci dovettero affrontare, guarda caso nella Roma papale, un boia tanto più efferato, in quanto colpevoli di un delitto che oggi avrebbe comportato non una, ma mille attenuanti. Almeno da questo punto di vista, pare sottintendere Veltroni, la civiltà giuridica ha compiuto qualche progresso, ma la sensazione è che si tratti di un avanzamento meramente tecnico, tuttora privo di correlazioni morali lontane dall’impegno dei governi contemporanei, incapaci di comprendere che il conclamato Stato di diritto può essere veramente tale se, prima ancora, sia capace di adeguarsi al grande impatto dell’ethos. In conclusione, il rimpianto di Veltroni per ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato prova a sublimarsi in un impegno letterario che resta motivo di sofferenza e non può prescindere dal richiamo della grande politica, ed oggi più che mai, dall’ardua capacità di collegarlo, senza se e senza ma, all’imperativo categorico di una legge morale basata sulla "Grundnorm" di salvezza dello Stato, e quindi, dell’uomo. Un’altra utopia?

C. M.

Settembre 1864 - Numero 48

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • SETTEMBRE 1864
  • NEWS CURIOSE DAL MONDO


    SETTEMBRE 1864

    Il programma delle celebrazioni che avranno luogo nel centocinquantesimo anniversario dell’Unità, soprattutto a Torino, è in fase di avanzata predisposizione, e col passare del tempo si arricchisce di nuove iniziative. Ma l’omaggio ai Padri fondatori non deve ignorare che il percorso verso la conquista dell’indipendenza fu caratterizzato, come spesso accade, da ingiustizie e prevaricazioni. Il giovane Regno proclamato nel 1861, ad esempio, decise di trasferire la capitale a Firenze come passaggio interlocutorio rivolto a sottolineare, se non altro a fini di politica estera, che il completamento della strategia unitaria non avrebbe potuto prescindere dalla questione romana; nondimeno, tale provvedimento parve significare che Torino ed il Piemonte, in assenza di adeguate perequazioni, fossero ingiustamente penalizzati nonostante i sacrifici compiuti ed il tanto sangue versato nelle vicissitudini e nelle guerre del Risorgimento. In pratica, si attuava la cesura fra una Monarchia che ormai guardava dichiaratamente a Roma, e la cittadinanza subalpina, nel cui ambito vennero a maturazione diverse manifestazioni di pacifica protesta. Era logico prevedere che il declassamento sarebbe stato la premessa di una decadenza con cui il Piemonte, disgregato dai legami tradizionali col resto dell’Europa, sia pure allo scopo di "fare" l’Italia, si deve ancor oggi confrontare. Non a caso, talune tendenze centrifughe degli ultimi tempi, come quelle che hanno supportato la nota vertenza sull’Alta Velocità, traggono origine, sia pure indiretta e lontana, da antiche delusioni nei confronti di un potere centrale anonimo e sostanzialmente miope, ben diverso da quello della non dimenticata oligarchia subalpina di matrice cavouriana. Nel triste autunno del 1864 la protesta fu soffocata nel sangue ed i cittadini torinesi, nelle cui file si trovarono accomunati uomini e donne d’ogni età e condizione, vennero massacrati alla stregua di banditi o di rivoltosi, anche se inermi. In particolare, nei moti del 21 e 22 settembre si contarono 52 morti e quasi 200 feriti, caduti in un’assurda repressione indiscriminata con scariche di fucileria ed assalti alla baionetta: e quel che è peggio, senza alcuna preventiva intimazione. Ad aggravare il trauma si aggiunse il fatto che ad intervenire furono, in buona parte, militari affluiti dai nuovi territori aggregati al Regno di Sardegna coi plebisciti del Centro e del Mezzogiorno, cosa che contribuì ad accrescere la discrasia fra il Piemonte ed il resto d’Italia, di cui si avvertono tuttora alcune conseguenze. Si deve onestamente ammettere che l’oblio dei fatti di Torino del 1864, di cui non esiste traccia in gran parte della storiografia, assume una valenza emblematica: l’oleografia del Risorgimento, che non giova agli stessi valori di uguaglianza, oltre che di indipendenza e di libertà, su cui si era dichiarato di voler costruire la nuova Italia, ha censurato questo massacro, che sarebbe meglio definire strage di Stato. Non è un caso isolato: basti pensare alle migliaia di contadini meridionali e di legittimisti borbonici che vennero accomunati ingiustamente ai cosiddetti briganti, e furono Vittime incolpevoli di analoghi, ed a più forte ragione, tragici errori. Ma ciò non significa che uno Stato moderno, e sicuro dei propri valori, non possa e non debba fare massima luce, in primo luogo sulle pagine più scure e meno commendevoli della sua storia.

    c.m.


    NEWS CURIOSE DAL MONDO
      1. Nel Kentucky ottiene sempre piu’ successo l’insolito museo della Creazione. Ha raggiunto infatti i 750.000 visitatori... ma di che si tratta? Il museo della Creazione racconta la storia dell’evoluzione umana con una lettura biblica sull’idea di un universo di soli 6000 anni e creato da Dio in sei giorni. L’eta’ preistorica e’ alquanto "ristretta" in poche migliaia di anni e i dinosauri, tutti, si sono estinti nel 2.348 avanti Cristo. Ogni conoscenza storica o scientifica dell’uomo viene qui totalmente "rivoluzionata".


      1. Il patron della formula 1, Bernie Ecclestone, in un’intervista al "Times" ha lodato Hitler e la sua capacita’ di leadeship affermando "In molti modi, suppongo sia terribile da dire, al di là di cio’ che ha fatto, Hitler era in grado di comandare molta gente e di fare le cose". Ha criticato le democrazie dichiarando che "non hanno fatto poi così bene a molti paesi, compresa la Gran Bretagna". Infine ha dato il suo sostegno a Max Mosley per le sue capacita’ di comando. Max Rufus Mosley è il presidente della FIA, l’associazione non-profit che rappresenta circa 150 Automobil Club nazionali di oltre 100 paesi del mondo, nonché organo di governo della Formula 1 e di altri sport motoristici internazionali. Ma Mosley e’ anche un cognome noto in Inghilterra per altre ragioni... il padre di Max era infatti Sir Oswald Mosley, ex ministro laburista che, abbracciando ideologie antisemite e nazi-fasciste, fu il fondatore e leader della British Union of Fascists (il partito fascista britannico).


      1. John Sawers, il neo-nominato capo degli 007 britannici rischia ora il posto a causa di facebook... la moglie ha infatti pubblicato ingenuamente foto e dettagli sul marito causando una "falla" nella sicurezza dei servizi segreti di sua Maesta’.


      1. A Raleigh, una citta’ del North Carolina, gli addetti alle fognature stavano facendo un normale controllo, nella zona sottostante il centro commerciale Cameron Village. All’improvviso, pero’, si sono trovati un "mostro" delle fogne. Cosa sara’? Ecco il video che e’ girato per tutto il mondo.

La tragedia dell’ Abruzzo ha portato alla ribalta un patrimonio in cui l’Italia conserva un primato che è motivo di conforto e di onore: quello dei Volontari. Secondo fonti attendibili, il numero dei cittadini che dedicano una parte più o meno significativa del proprio tempo a questa nobile attività si aggira sui sette milioni, pari a quasi un terzo della popolazione attiva, ed ha raggiunto livelli assoluti e percentuali senza pari nel mondo. Il volontariato esiste in funzione cooperativa: negli ospedali, nelle case di riposo, ed in qualsiasi luogo di sofferenza, a cominciare da quelli provocati da disastri naturali come i terremoti o le alluvioni, che anche in Italia colpiscono con forza immutata tanto più che le costruzioni antisismiche sono un’esigua minoranza, e che le politiche di difesa del territorio sono tuttora carenti. Accanto al ruolo cooperativo, esiste una dimensione profondamente umana e di grande valenza psicologica, perché il Volontario non nega mai un sorriso, una parola di conforto, un incoraggiamento. La cooperazione obbedisce a prescrizioni istituzionali ed alle normali intese di buon vicinato, o comunque di solidarietà civile fra Stati sovrani, Regioni, Comuni; ma non potrebbe fare a meno dei Volontari. Lo si è visto in Abruzzo, come già in Friuli, in Molise, in Sicilia, in Umbria, e via dicendo: non solo per la grande disponibilità di forza-lavoro, ma prima ancora per il suo costo minimo, che si riduce alla copertura delle spese vive. Del resto, il volontariato non prescinde dall’organizzazione, almeno nelle espressioni più consistenti, come quelle di origine militare o religiosa (basti pensare alle iniziative dell’Associazione Nazionale Alpini o della Caritas). L’assunto assume maggiore evidenza e consistenza a livello internazionale, sia negli interventi a seguito di fenomeni naturali, tra cui si ricordano quelli in Albania, in Armenia e nei Paesi colpiti dallo "tsunami" asiatico; sia nelle missioni umanitarie collegate ad una presenza in armi a tutela dell’ordine, come in Afghanistan od in Serbia, dove i soldati italiani si fanno carico sia del compito di pacificazione, sia di quello assistenziale. E’ logico che nel territorio statale l’apporto del volontariato sia quantitativamente maggiore, grazie all’accesso più facile ed all’assenza di vincoli politici o delle cosiddette regole d’ingaggio, fatta eccezione per quella di perseguimento del bene comune. All’estero, invece, esistono impegni formali che peraltro dovrebbero ottimizzare le strategie d’intervento; se non altro, quello sottoscritto nella Conferenza di Monterrey del 2002, dove i Paesi sviluppati decisero di destinare lo 0,7 per cento del prodotto interno lordo agli interventi di cooperazione, salvo disattendere l’accordo, praticamente senza eccezioni (1). Ecco un tipico esempio di norma avente valore di mero riferimento, in quanto sfornita di sanzione: eppure, è ovvio interesse delle economie mature promuovere lo sviluppo del terzo mondo, ed in particolare dei Paesi a basso reddito (secondo la classificazione della World Bank si tratta di quelli con PIL pro-capite inferiore a 826 dollari annui), se non altro per circoscrivere sin dove possibile la crescita impetuosa delle immigrazioni. Federico Caffè, il noto economista di scuola keynesiana misteriosamente scomparso a Roma, aveva affermato che lo scopo principale dell’intervento consiste nel perseguire "la speranza che la povertà e l’ignoranza possano essere gradualmente eliminate" (2): insegnamento sempre valido, da un lato per avere disatteso in modo realistico ogni suggestione massimalista, e dall’altro perché codifica in tutta sintesi la filosofia della cooperazione internazionale e delle iniziative collaterali di volontariato. Possono sembrare valutazioni utopistiche, tanto più che la pressione demografica appare difficilmente governabile, ma giova tener presente che il ruolo della volontà, come Croce aveva più volte sostenuto, assume carattere determinante, in quanto capace di modificare la linea del possibile. E’ un’intuizione quasi tautologica ma pertinente, se non altro per avere conferito al volontariato una dignità di sistema, a corollario di quella etica che precede tutte le altre e che compete, in esclusiva assoluta, alla sua dimensione umana.


M.C.

Annotazioni

(1) - J. Stiglitz, La globalizzazione che funziona, Einaudi, Torino 2007, pagg. 62-111.
(2) - E. Rea, L’ultima lezione, Einaudi, Torino 2008, pag. 29.

 

DALLA DESTRA AL POPOLO DELLA LIBERTÀ:
IL PARTITO DEGLI ITALIANI


Alleanza Nazionale entra nel Popolo della Libertà per fondare il partito unitario di centrodestra, il più grande partito della storia nazionale, il più grande partito europeo. Costruisce il PdL, partecipa alla definizione di questo grande progetto politico, con un obiettivo chiaro: vogliamo completare un percorso cominciato quindici anni fa, senza abbandonare la strada fin qui battuta. Il nostro percorso è cominciato quando la comunità politica della destra nazionale si è fatta protagonista del processo di rigenerazione politica italiana dopo tangentopoli e il crollo del sistema di partiti della prima Repubblica. Alleanza Nazionale dà vita al PdL portando con sé la forza politica della destra, l’entusiasmo del suo movimento giovanile, l’orgogliosa dote della militanza, un patrimonio inestimabile di identità, valori, idee, programmi. AN non rinuncia alla sua storia. La tradizione politica, culturale e militante della destra italiana avrà piena cittadinanza nel PdL: questo non è un auspicio, è un impegno. Camminerà sulle gambe delle donne, degli uomini e dei giovani che hanno contribuito, in questi anni, ai successi di Alleanza Nazionale. Alle sue battaglie. Saremo i protagonisti nella prima linea della edificazione della nuova casa comune. La destra ha sempre accettato la scommessa del cambiamento e della modernizzazione. Oggi ci attende una nuova sfida, che era già scritta nello statuto ideale del partito a cui abbiamo dato vita con la svolta di Fiuggi. Nel gennaio del 1995, AN è nata già con l’ambizione di essere un partito-coalizione, guidando l’onda del successo del Polo delle libertà e del buongoverno del 27 marzo 1994. Nelle liste di Alleanza Nazionale hanno trovato subito spazio, accanto ai quadri dirigenti del Movimento Sociale Italiano, personalità politiche e culturali che non facevano parte della storia missina. È stato un evento epocale per la destra italiana: riunire in un unico partito tutteA le aree culturali in cui la destra si era divisa nel dopoguerra. Per la prima volta, agevolato anche da un rinnovato contesto politico, il Movimento sociale era uscito dall’isolamento in cui l’aveva rinchiuso la prassi dell’arco costituzionale, e si proponeva come formula vincente di governo, nei Comuni e in Parlamento, a tutti gli elettori alternativi alla sinistra e desiderosi di un riformismo che poggiasse su un nuovo schema: una lista, Alleanza nazionale, aperta anche a chi veniva da altre esperienze politiche compatibili, e un accordo di coalizione con il nuovo partito berlusconiano di Forza Italia, i cattolici moderati dell’Udc e la Lega Nord. Quelle scelte politiche sono state il primo mattone che abbiamo posato per costruire la casa comune di centrodestra. Alleanza Nazionale vede la luce come lista elettorale nel gennaio 2004 e, un anno dopo, come partito della destra. Intendevamo perseguire, come scrivemmo nelle Tesi di Fiuggi, «la politica delle alleanze e non più l’alternativa al sistema; la ricostruzione dell’Italia e non più la demolizione del regime; la destra di governo e non più la destra di opposizione». A quattordici anni di distanza, possiamo ben dire di aver assolto a tutte queste missioni. AN è una delle più grandi novità politiche della Seconda Repubblica. Nel corso della sua esperienza, il nostro partito ha dato un contributo importante, definitivo, alla "normalizzazione" del sistema politico italiano e all’affermazione di una dinamica bipolare che, oggi, permette agli elettori di scegliere tra due coalizioni come formule alternative di governo. Oggi troppi dimenticano di affermare con chiarezza un concetto: l’avvento del bipolarismo, ovvero la fine del "bipolarismo imperfetto" e della democrazia bloccata della Prima repubblica, sancisce la piena maturazione della democrazia italiana grazie all’avvio di una vera competizione per il governo del Paese. Con politiche responsabili mai populiste né estremiste, AN ha chiuso - una volta e per tutte - i conti col passato; hAa rotto schemi ideologici usurati con la forza dei fatti, con il carisma del suo leader Gianfranco Fini, con la qualità della sua classe dirigente, con la limpidezza di una scelta nazionale e democratica. AN è il primo partito radicato nella storia italiana che ha deciso consapevolmente di costruire la sua proposta politica lasciandosi alle spalle il Novecento con le sue ideologie totalitarie, configurandosi - in maniera definitiva dopo la Conferenza Programmatica di Verona, nel 1998 - come un movimento di idee, valori e programmi con l’ambizione di rappresentare gli ideali e gli interessi di tutti gli italiani. Grazie soprattutto al ruolo svolto da Fini, AN si è accreditata a livello internazionale come un serio interlocutore di tutti i partiti di centrodestra. Oggi è un partito della grande famiglia della destra europea, accanto ai gollisti francesi, ai popolari spagnoli, alla Cdu tedesca, ai Tories inglesi, alle destre modernizzatrici e di governo del Nord Europa. Oggi è un partito di massa profondamente radicato sul territorio, una visione ideale divenuta laboratorio della nuova politica, uomini di governo apprezzata a livello internazionale, una classe dirigente amministrativa che ha costruito il suo consenso grazie al lavoro quotidiano e all’etica della responsabilità.

Manca il passo più importante, che la nostra comunità politica si accinge a compiere. Siamo pronti ad andare oltre quella grande intuizione che è stata la svolta di Fiuggi, per completarne il senso progettuale. Oltre AN, c’è una nuova frontiera: il partito unitario di centrodestra. Dagli anni Novanta, abbiamo lavorato con costanza al consolidamento del bipolarismo, di un bipolarismo nato claudicante e messo spesso a rischio dalla delegittimazione tra i poli, dai ribaltoni e dalle eterne tentazioni tecnocratiche e neocentriste. Di più: Alleanza nazionale s’è spesa in prima linea per la semplificazione dei due poli, condizione propedeutica al manifestarsi del bipartitismo. Il nostro movimento ha sostenuto campagne referenAdarie per l’approdo a un maggioritario puro, all’anglosassone, che mettesse l’elettore di fronte a una scelta secca: o destra o sinistra. Dove non è riuscito il referendum ha potuto la forza dirompente del corpo elettorale. I cittadini, dal crollo del sistema partitocratico a oggi, hanno assimilato così nitidamente l’opzione bipolare da accelerare - e per molti versi determinare - la creazione di due grandi aggregazioni, il PdL e il Partito democratico, lasciando margini strettissimi alle velleità di terzi poli. Ma se il Partito democratico rischia di implodere nelle contraddizioni di una "unione a freddo" e di una genesi per stato di necessità tra culture politiche eterogenee ed elettorati non sempre sovrapponibili, il popolo di centrodestra è già avanti nel suo cammino di unificazione. Ne abbiamo avuto più di una dimostrazione plastica, nella imponente manifestazione di piazza San Giovanni a Roma: i milioni di persone che hanno protestato il 2 dicembre 2006 contro il governo Prodi testimoniavano un fatto significativo. Evidente. Alla nostra gente una semplice alleanza iniziava a stare stretta. Volevano qualcosa in più dalla propria classe politica. Chiedevano unità, chiedevano di unire tutte le bandiere in una.

Alleanza Nazionale, leale verso i suoi elettori, si è fatta carico di questa istanza, insieme agli alleati Forza Italia e ai partiti più piccoli, figli della tradizione repubblicana, cattolica, socialista, laica, liberale, libertaria. Ma è il patto politico con il movimento di Silvio Berlusconi, l’aspetto epocale di questa impresa. È sufficiente ricordare un dato: il rapporto con Forza Italia dura da più di quindici anni. È l’unico sodalizio, all’interno del centrodestra, che non s’è mai sciolto, né nelle fasi di governo né tantomeno negli anni della "lunga traversata nel deserto" dell’opposizione, dal 1994 al 2001. Alcuni alleati sono andati, altri venuti, altri ancora tornati. An e Fi sono il nocciolo duro della coalizione. L’anima del centrodestra.

Questa alleanza è stata il grAande valore aggiunto della seconda Repubblica. Almeno fino alla nascita del Partito democratico, solo sul nostro versante sono nate forze politiche realmente innovative (oltre ad Alleanza Nazionale, Forza Italia e la Lega Nord) rispetto al sistema partitico del dopoguerra. Nella struttura delle forze politiche e soprattutto nei programmi si è realizzato un rovesciamento di fronte: la sinistra impegnata a conservare i vecchi equilibri, il centrodestra teso alla discontinuità come visione per un nuovo futuro politico.

È vero: non tutto ci unisce. Alleanza Nazionale e Forza Italia sono due partiti con identità complementari. Simili, non uguali, mai antitetiche, anche in quei punti programmatici e in quelle posizioni politiche, dalla giustizia alla sicurezza alla politica economica, in cui nel corso degli anni sono emerse visioni non omogenee. Ciò che ci ha fatto stare insieme e ci sta portando a fonderci in un’unica, grande forza politica che si appresta a fare ingresso nel Partito Popolare Europeo, è tuttavia una cornice di valori comune - questa sì perfettamente coincidente - e una visione del mondo che fa della libertà un caposaldo imprescindibile. Ecco perché AN non deve avere timore di aderire a un nuovo progetto politico, il più grande partito europeo di centrodestra. Con una leadership forte, ma con un preciso sistema di regole a garanzia del pluralismo politico e culturale al suo interno.

Noi entriamo pieni di orgoglio e di speranza nel Popolo della Libertà. La lezione elettorale del 14 aprile 2008, e la campagna vittoriosa per il Comune di Roma, immediatamente successiva, sono, da questo punto di vista, illuminanti: quasi quattordici milioni di italiani hanno approvato la scelta di Alleanza Nazionale, Forza Italia e degli altri alleati di presentarsi sotto un unico simbolo. A noi adesso sta il compito di dare lo spessore, la consistenza e la profondità culturale di un partito politico a ciò che è stato l’esperimento vincente di un cartello elettorale, una coalizione raccolta in un’unAica lista. È un lavoro che abbiamo immediatamente cominciato con l’inizio della legislatura: il PdL è un cantiere aperto dal giorno delle elezioni. È già una realtà con i gruppi parlamentari comuni alla Camera dei deputati e al Senato. L’unione funziona. E senza crisi di rigetto. Il lavoro comune nelle istituzioni, in Parlamento e al governo, è una buona base per cominciare, ma è solo l’inizio: potremo dire che il PdL avrà vinto la sua sfida se riusciremo a costruire una comunità politica di uomini, idee e programmi capace di connotare questo secolo italiano, a prescindere dai cicli elettorali che si succederanno nel tempo e da chi di volta in volta ne incarnerà la leadership. Ma oggi, prima di ogni altra cosa, siamo ancora uomini di Alleanza nazionale, ed è doveroso riconoscere la centralità del ruolo e della funzione della destra in questo governo, come in quelli precedenti. È sufficiente analizzare la storia di questi primi mesi del quarto governo Berlusconi per constatare la capacità di incidenza delle idee-forza della destra. In questi mesi abbiamo spinto gli alleati di Forza Italia ad assumere una nettezza di posizioni, a volte inedite per la loro tradizione, nei settori chiave della nostra proposta politica: sicurezza, immigrazione, economia sociale di mercato, istruzione, etica pubblica. Un esempio su tutti è quello relativo all’affollamento carcerario: nel 2006 gli amici di FI hanno votato l’indulto per risolvere l’emergenza-carceri. Oggi, di fronte all’esplosione della sicurezza come tema fondamentale nella percezione dell’opinione pubblica, condividono il nostro stesso progetto politico. Non c’è da temere alcun cono d’ombra, allora, se si è soddisfatti riguardo a ciò che si è fatto e sereni rispetto a ciò che ci riserva il futuro. Alleanza Nazionale ha la possibilità di misurarsi alla pari con chiunque grazie alla forza delle idee e al valore aggiunto della militanza. Il vantaggio di cui disponiamo è quello di poter parlare finalmente a tutti gli italiani, raggiungendo elettori Ache non avevano preso in considerazione di scegliere i temi e le idee della destra. AN deve accettare la sfida, noi dobbiamo accettare la sfida di costruire, per noi e per le generazioni che verranno dopo di noi, un partito che non si rivolge a una sola parte, ma a tutto l’elettorato moderato italiano. Il 60 per cento degli italiani, come ci ha ricordato tante volte Pinuccio Tatarella, che non si professa politicamente di sinistra, il 60 per cento degli italiani che preferisce un progetto riformatore che viene da destra, radicato nella storia e nell’identità italiana, a un astratto riformismo che la sinistra ha cercato di imporre agli italiani, ricavandone rifiuti, insuccessi e una catena di sconfitte che rischia di mettere in pericolo, dopo pochi mesi, l’esistenza stessa del Partito Democratico. La differenza emerge con nitidezza nel diverso rendimento che, negli anni passati, hanno offerto le coalizioni di centrodestra e centrosinistra. Se una coalizione è la sommatoria di partiti più piccoli che perseguono gli interessi particolari, un grande partito privilegia l’interesse generale. In una coalizione eterogenea, ogni partito difende l’appartenenza, rivendica spazio, cerca visibilità. Frena l’azione di governo. E se in una coalizione, pur coesa, nei momenti difficili può prevalere l’istinto competitivo, un grande partito come il PdL, forte di oltre il 40 per cento dei consensi, può e deve essere anche capace di assumere decisioni difficili e impopolari, nel breve periodo. Un grande partito come il PdL può avere gli strumenti per traghettare l’Italia fuori dalla crisi economica e sociale.

Con il Popolo della Libertà entriamo nel Partito popolare europeo. L’atto di nascita del PdL, la sua carta dei valori, parla chiaro: è esplicito il riferimento alla grande famiglia del popolarismo europeo. Questo non vuol dire annacquare l’identità della destra e trasformarsi nel partito moderato del Ventunesimo secolo. Il Ppe ha smesso di essere una sorta di "internazionale democristiana", ove mai lo fosAse stato, già alla fine degli anni Ottanta sotto la spinta rinnovatrice di Helmut Kohl e grazie all’adesione di partiti non democristiani come il Partido popular spagnolo, i Tories britannici e l’Ump, il partito di Nicolas Sarkozy, che è riuscito a riunire gollisti e giscardiani. Oggi, dunque, il Partito popolare europeo è altro: un contenitore unitario di centrodestra che ospita differenti filoni politici democratici che si professano alternativi alla sinistra, in una logica bipolare. Forza Italia è già parte della famiglia dei popolari di Bruxelles. Alleanza Nazionale entra, col nuovo soggetto unitario, nel Ppe per portare più destra anche in Europa, perché siamo convinti che il Ppe sia in Europa ciò sta diventando il PdL in Italia.

Perché, allora, la destra dà vita al PdL? Perché vogliamo costruire un "partito programmatico", dove è la piattaforma elettorale il luogo di elaborazione in cui il necessario pluralismo interno delle culture politiche e delle espressioni culturali ritrova la sua unità. Perché vogliamo un partito nel quale le diverse componenti, anime e sensibilità, esattamente come oggi avviene in tutti i grandi partiti maggioritari nel mondo, finiscono per esprimere, dopo un intenso confronto interno, coerenza programmatica e capacità decisionale, ciò che Fini e Berlusconi nei rispettivi partiti hanno già dimostrato di sapere realizzare. Perché vogliamo un partito forte, che coinvolga tutte le sue espressioni politiche e culturali nella definizione delle alleanze elettorali. Perché vogliamo un partito che esprima una leadership forte, ma che sia in grado di assumere le decisioni strategiche sulla base di criterio di collegialità, rispettoso di tutte le forze e di tutti i movimenti che vi hanno aderito. Perché vogliamo dare al nostro Paese un partito nazionale e modernizzatore, radicato nell’identità italiana, rispettoso delle istanze dell’universo religioso, del mondo dell’associazionismo e dei corpi intermedi, che affronti con nuovi strumenti e nuove visioni progettuali le sAfide che abbiamo davanti. Un partito degli italiani. Un partito per l’Italia.



LA VIA ITALIANA ALLA MODERNITÀ

La fine del Novecento, intesa come fallimento del progetto massificante e relativista, prima di marca marxista, poi giacobino-economicista, ha fatto riemergere il valore della centralità della persona, che vuole ridiventare il «cuore della società», nucleo della nazione e dello Stato. Le teorie che avevano ipotizzato e auspicato la fine della politica con l’avvento del globalismo, e la trasformazione-dissoluzione dello Stato-Nazione in una mera struttura di amministrazione tecnocratica, sono state clamorosamente smentite. Chi aveva pensato che lo sviluppo economico e civile fosse da consegnare alle sole leggi spontanee dell’economia - senza regole e senza una direzione - è stato ancor più tradito dai fatti. Queste analisi oggi sono verità incontestate: noi, da destra, abbiamo sempre sostenuto che il mercatismo, il globalismo e la massificazione materialista e consumistica fossero ideologie sbagliate e non il grande punto d’arrivo dello sviluppo umano. Oggi la destra come progetto politico, come espressione culturale e come visione per il futuro, vince con le sue idee in tutto l’Occidente. Oggi, le politiche e le idee di sicurezza, identità nazionale, patria, valore della persona, sussidiarietà, l’economia sociale di mercato come alternativa al liberismo deregolato, fino a pochi anni fa esclusivo patrimonio di una visione da destra della società, sono considerate l’unica risposta al nostro tempo di crisi. Oggi sono molti a condividere queste prospettive: noi, però, le abbiamo sostenute anche quando il vento della Storia sembrava soffiare in altre direzioni. Oggi che la destra entra nel PdL con il suo intero patrimonio di idee, visioni e valori, è giusto ricordarlo.

Il Popolo della Libertà rappresenta l’esito della volontà, a lungo perseguita e auspicata dalla destra italiana, di costruire il "partito degli italiani", capace di unire e rappresentare tutte le culture politiche espressiAone dello spirito nazionale, racchiuso nell’identità cattolica, nel Rinascimento, nel grande Umanesimo, nel Risorgimento e nei movimenti modernizzatori e riformisti del Novecento.

In questa prospettiva, la destra ha rappresentato a lungo le istanze del "partito degli italiani". Siamo stati, per anni, la forza politica che, spesso da sola, ha declinato in programmi e idee i valori e la cultura dell’identità nazionale italiana. Siamo il partito che ha indicato nella via italiana alla modernità quel filo che tiene assieme in un’unica narrazione tutte le tradizioni culturali, non solo della destra, che hanno costruito, nel Novecento, una certa idea dell’Italia, dello spirito e del genio italiano come avanguardia della modernizzazione culturale, sociale e politica. Lo abbiamo fatto riattualizzando nel Novecento le concezioni dell’umanesimo italiano, nato con Dante, Petrarca, Machiavelli, Leonardo e Vico, proseguito attraverso Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Gioberti, Cattaneo e le altre correnti filosofiche, letterarie e artistiche che hanno precisato il "carattere italiano". Quella italianità che Dante indicò in umanità, religiosità e civiltà e che ha trovato espressione nella filosofia di Croce e Gentile, nella letteratura di Pirandello, nella scienza politica di Mosca e Pareto ma pure nella riflessione etica e civile di Gobetti, nella grande stagione culturale del nazionalmodernismo del Futurismo di Marinetti e Boccioni, nell’opera di Marconi, nello slancio di Filippo Corridoni, nelle propulsioni culturali e nello slancio civile di D’Annunzio, Papini, Soffici, Prezzolini, Amendola, Malaparte, non dimenticando che anche la seconda parte del secolo scorso è ricca di personalità che, in un contesto di differenti egemonie culturali, hanno lavorato per mantenere viva l’idealità italiana, da Guareschi, a Longanesi, a Del Noce, a Montanelli, a Flaiano, a Calamandrei, a Pannunzio, a Cotta. Lo spirito della modernità italiana è lo stesso che, nella seconda metà del Novecento, si è espresso anche Ain forme culturali come il cinema, la comunicazione di massa, il design, la tecnologia: dal cinema di Fellini e Leone alla musica di Battisti, Mogol e Pavarotti, dall’applicazione industriale di Beneduce fino a Enzo Ferrari ed Enrico Mattei. È questo il Novecento che merita di essere traghettato nel nuovo secolo, a fondamento culturale del nuovo partito che stiamo costruendo.

Nel lungo dopoguerra la grande cultura italiana era stata tenuta ai margini della politica, schiacciata da suggestioni ideologiche d’importazione e solo col nuovo secolo è stata riconosciuto il valore dell’italianità quale elemento insostituibile di coesione della comunità repubblicana e nazionale. La destra rivendica orgogliosamente di aver tenuto vivi lo spirito e i simboli dell’identità italiana. Se oggi l’inno, la bandiera, il ricordo dei caduti, sono simboli condivisi da tutti, se persino la sinistra del Pd utilizza il tricolore, lo si deve alla determinazione con cui noi, la destra, li abbiamo preservati anche negli anni in cui era difficile manifestare il proprio amor di Patria. Questa determinazione nasceva dalla consapevolezza che l’Italia è un valore prepolitico, una identità culturale fatta di lingua, storia e valori, ma anche di sentimenti condivisi, che si sono definiti attraverso i secoli, anche quei secoli in cui l’Italia era solo un’espressione geografica e non un ordine politico. Una condizione che, sia pur costantemente aggiornata al tempo che si vive, deve costituire la base per la cittadinanza repubblicana.

L’identità italiana è stata a lungo il connotato culturale, passionale e prepolitico della destra. Lo diventerà del Popolo della Libertà, intesa come riconoscibilità di una forma mentis tipica di una comunità. La condivisione di valori è l’essenza di uno Stato, e la storia dimostra come tutte le grandi prospettive sono state costruite attorno all’idem sentire di un popolo.

Riteniamo, però, che l’italianità sia non un semplice dato storico ma una conquista quotidiana, non un insieme astratto di Aricordi ma il plebiscito quotidiano che fonda il senso della missione storica di una nazione. L’Italia ha vissuto per decenni nel conflitto tra la sovrabbondanza simbolica del suo passato e la constatazione della povertà di un presente mai all’altezza. In questa scissione si sono dispiegate tutte le incompiutezze della cultura civica italiana: da un lato il genio creativo, l’eccellenza individuale, le singole pagine di eroismo degli uomini, dall’altro lo scarso senso di appartenenza comunitaria, il debole sentimento nazionale, la propensione all’individualismo, il sostanziale rifiuto dei doveri verso lo Stato. È tempo che accanto all’Italia dei diritti e della solidarietà, si costruisca «l’Italia dei doveri», del senso civico, dell’etica repubblicana e del bene comune: l’Italia fatta di cittadini che intendono l’appartenenza alla nazione come un privilegio che dobbiamo meritare ogni giorno. Deve essere nostro compito elaborare una trama culturale e sociale nelle quale parole come "responsabilità", "virtù" e "senso del dovere" divengano non vuote prescrizioni, ma il valore di un esempio che nasce nella vita politica e diventa la carta d’identità della nuova cittadinanza.



I VALORI DEL POPOLO DELLA LIBERTÀ,
L’EREDITÀ DI ALLEANZA NAZIONALE


Il Novecento ha chiuso l’era dei nazionalismi e degli imperialismi, nata nel XIX° secolo, il nuovo millennio può aprirsi a un nuovo protagonismo delle comunità nazionali, cittadinanze attive e aperte che sedimentano attorno a valori storici e morali. Nel 2006 scrivevamo che «la persona e non solo il consumatore deve essere al centro dell’azione politica, la famiglia e non le occasionali convivenze, l’impresa e non solo la finanza». Negli anni abbiamo affermato che i temi della democrazia economica, della partecipazione e della sussidiarietà potevano e dovevano essere il terreno di convergenza tra cultura nazionale, cattolica e socialismo riformista. Abbiamo definito i concetti di "modernità responsabile" e "modernizzazione inclusiva" come le due sfide da vinAcere nella postmodernità per garantire all’Italia sviluppo e coesione sociale.

Pensiamo che i valori di sintesi del Popolo della Libertà possano essere quelli di libertà, responsabilità, identità, comunità e autorità. In questa sintesi troviamo l’equilibrio fra la libertà della persona umana e il suo radicamento nelle identità comunitarie e nella nazione; il riferimento ai valori tradizionali, alla famiglia, al senso dello Stato e il pieno rispetto dei principi democratici e partecipativi; la libertà del mercato, delle imprese e della sussidiarietà, la solidarietà comunitaria e l’equità sociale; le pari opportunità e la valorizzazione del merito e dell’educazione; la sicurezza del cittadino e il rispetto della legalità; il controllo dei flussi migratori senza intolleranza e senza xenofobia; il senso di una missione comune continuamente rinnovato nel consenso democratico e nel libero confronto delle idee; la difesa dell’interesse nazionale nell’integrazione europea e in una cornice di coesistenza pacifica tra i popoli.

C’è un’altra caratteristica del progetto del Pdl che deve essere rivendicata con forza: il PdL non può essere un partito paternalista e conservatore. Se crediamo alla libertà degli individui, alla dinamica spontanea dei gruppi sociali, alla creatività e all’innovazione, se crediamo al cambiamento e alla rivoluzione italiana, dobbiamo puntare a un partito in grado di promuovere il protagonismo e la partecipazione degli uomini e delle donne, delle famiglie, delle comunità e dei territori che compongono l’Italia. La modernizzazione dell’Italia non può essere pensata come un progetto elitario costruito senza la partecipazione di ampi ceti popolari. Per guidare il cambiamento dell’Italia bisogna essere in grado di compiere una modernizzazione identitaria, un protagonismo sociale che rigeneri il tessuto comunitario invece di sradicarlo, una partecipazione che faccia emergere i migliori, valorizzando responsabilità, merito e capacità di rappresentanza. I valori della tradizione, quaAndo sono veri e vitali, possono e debbono incarnarsi in forme sempre nuove, rigenerandosi nella libertà degli individui, nella capacità di competere e di crescere insieme.

Dobbiamo avere il coraggio, negli anni Duemila, di capovolgere la meccanica dell’egemonia culturale che, per decenni, ha tenuto le idee, i programmi e la cultura della destra in una condizione di subalternità rispetto al "pensiero unico" liberal e tecnocratico. Oggi la destra vince perché possiede strumenti migliori per leggere la complessità sociale e risposte più efficienti ai problemi, anche drammatici, che le nostre società stanno affrontando. Se la destra si apre a un nuovo, più grande partito, è per permettere alle sue idee di occupare uno spazio più vasto e raggiungere il più grande numero di elettori. Andiamo avanti, perché la Storia cammina e ci chiede di compiere un passo ulteriore. Abbiamo vinto la battaglia della legittimazione politica. Abbiamo vinto la battaglia del governo. Dobbiamo vincere la battaglia per costruire il più grande partito europeo. Alleanza Nazionale entra nel Popolo della Libertà con le sue donne e i suoi uomini. La sua identità. La sua storia. La sua cultura. La sua volontà di continuare a vincere. Portiamo nel PdL le nostre idee-forza, come principi non negoziabili della nostra identità politica.

1. Il primato della politica e la nuova economia sociale di mercato
Il PdL nasce in un momento storico difficile e complesso, quando la crisi finanziaria globale comincia ad abbattersi sull’economia reale. Ci aspettano anni duri, sfide inedite, si rischiano scenari di aumento della disoccupazione e del conflitto sociale. Le vecchie ricette del liberismo e delle deregulation diventano armi spuntate. Stiamo ritornando nell’"era delle regole": regole della concorrenza nei mercati, regole di convivenza tra i popoli, regole di ordinamento delle comunità politiche. Gli stati nazionali si stanno riprendendo il loro posto nel mondo, che troppo frettolosamente gli era stato sottratto dalle profezie del Aglobalismo economico e del cosmopolitismo politico. La politica ritorna al centro dell’ordine internazionale e riafferma il suo primato sull’economia. Sono gli stati nazionali e i loro governi - pur nella condivisa necessità di dare forza alle istituzioni internazionali che governano l’interdipendenza - che oggi si assumono nuovamente il compito di guidare, tra mille dubbi e in mille difficoltà, il sistema mondiale fuori dalle secche della recessione. L’analisi delle risposte internazionali alla crisi ha messo in luce che il modello europeo di "economia sociale di mercato" ha un vantaggio comparato in termini di coesione sociale e maggiore ancoraggio all’economia reale. È partendo dal modello economico dell’Europa continentale che si può elaborare un sistema di governance dell’economia che impedisca il distacco della economia finanziaria dalla economia reale, rimetta al centro del sistema economico mondiale la creazione di "valore" e non la mera ricerca del "profitto", e che ripristini autentiche condizioni di concorrenza leale sul piano globale. Si tratta, in altri termini, di ricostruire un modello di economia sociale di mercato, centrata sul valore dell’impresa e un modello di sviluppo identitario, fondato sulla qualità del made in Italy, sulla valorizzazione delle risorse del territorio e della nostra identità nazionale e culturale. Il made in Italy e lo stile italiano sono concetti che rimandano al patrimonio costituito dai nostri asset industriali, turistici, ambientali e culturali, alla nostra produzione agroalimentare, alla nostra posizione geopolitica al centro del Mediterraneo, alle nostre tradizioni artigianali e artistiche, alle nostre università, alla nostra creatività. In questo modo l’Italia saprà difendere e valorizzare l’interesse nazionale, in Europa e nella sfida della competizione globale.

2. L’Italia protagonista in un’Europa che conta
Gli ultimi anni hanno comportato rilevanti sconvolgimenti e rivolgimenti sul piano strettamente geopolitico e della politica estera, chAe la crisi economica potrebbe aggravare. Nonostante gli effetti della recessione globale stiano colpendo in modo significativo tutte le maggiori economia del pianeta, il riequilibrio dei pesi specifici sul piano globale è ormai un dato di fatto. L’ Unione Europea in questo frangente sembra sempre più politicamente debole: l’allargamento ipertrofico e un sistema di istituzioni e di trattati particolarmente complesso ha permesso la creazione di un mercato senza doganieri, ma si è rivelato fin qui inadeguato a consentire all’Unione di giocare un ruolo di "attore globale". La politica estera italiana deve passare sempre più attraverso la strada europea, dove troverà - come insegna la gestione della crisi - interlocutori più disposti ad assumere responsabilità istituzionali, più attivi e quindi più disposti ad assumersi responsabilità internazionali. Inserirsi nell’asse franco-tedesco, ricostruire un nocciolo duro dell’Europa volto più all’integrazione che all’allargamento, impegnarsi per esercitare un ruolo crescente nel Mediterraneo in vista dell’aera di libero scambio euromediterraneo, elaborare politiche di cooperazione allo sviluppo tra il Nord e il Sud del mondo: tutti questi sono obiettivi possibili per un’Italia saldamente ancorata all’Unione Europea ma, al tempo stesso, fortemente consapevole del perimetro e della proiezione economica e geopolitica del suo interesse nazionale. Questo deve essere il nuovo modo di stare nell’Occidente, che non sarà più articolato in Stati Uniti iper-interventisti e in una Europa passivamente pacifista. È giunto finalmente il tempo di un Occidente articolato su due pilastri (Unione Europea e Stati Uniti) di pari dignità e di pari responsabilità, consapevoli di dover esercitare un ruolo attivo all’interno della globalizzazione.

3. Il controllo dell’immigrazione verso un nuovo modello di cittadinanza
L’immigrazione è un fenomeno che va affrontato senza pregiudizi ideologici, ponendo fine a quella retorica dell’accoglienza indiscriminata - tipica della sinisAtra - che ha prodotto l’attuale aumento di insicurezza e conflittualità sociali. Il nostro è un approccio chiaro: immigrati si, ma regolari. Nessuna preclusione agli ingressi degli stranieri in Italia, purché tali ingressi e la seguente permanenza avvengano in condizioni di regolarità. Il corollario di questa posizione è che, invece, non si può e non si deve essere indulgenti nei confronti dell’immigrazione clandestina e irregolare. L’immigrazione irregolare pone un problema di controllo del territorio, più che di controllo delle frontiere. Gli sbarchi a Lampedusa fanno senz’altro più notizia e danno immediatamente l’immagine dell’emergenza-immigrati, ma i "clandestini" costituiscono solo il 10% del bacino di irregolari totali. La vera sfida allora è avere forze dell’ordine attrezzate per individuare quel 90% di irregolari che, dopo essere entrati con un titolo legale, sono rimasti in Italia in condizioni di irregolarità. La vera sfida è quella di riuscire a rendere esecutive ed efficaci le espulsioni. E ancora, far sì che i tempi dei rinnovi dei permessi di soggiorno siano coerenti con le previsioni di legge e non si protraggano all’infinito, dilatando i tempi delle permanenze irregolari. Solo così si evitano le sanatorie che ripetutamente il nostro Paese è costretto a fare (dagli anni ’80 ne abbiamo già varate sei), pregiudicando di fatto la credibilità e l’efficacia del sistema complessivo. A livello internazionale, occorre poi muoversi su piani diversi, dal fronte degli accordi bilaterali alla definizione di una vera politica migratoria comune dell’Unione europea, fino all’incremento della cooperazione allo sviluppo. Se la gestione dell’immigrazione pone prevalentemente problemi legati alla macchina amministrativa, la questione della cittadinanza pone un problema culturale, più delicato e profondo. Occorre impostare il modello di integrazione sulla condivisione non solo delle regole, ma anche dei valori, della cultura, dei modelli di vita. Si è cittadini italiani non certo per un dato Aetnico, ma per l’adesione ad una identità storica e culturale che bisogna dimostrare di condividere. Non si è cittadini italiani se si pretende di vivere in Italia avendo a riferimento culture rispettabili ma estranee al nostro sedimento. Coloro che vogliono diventare italiani devono farlo perché credono fortemente in quella scelta: devono sentirsi italiani e dimostrare di amare il nostro paese.

4. Il valore della vita e la centralità della famiglia
Il valore della vita deve tornare centrale in un paese a bassissimo tasso di natalità che invecchia progressivamente. La politica della natalità deve essere il principale fondamento della politica per la famiglia ma deve anche aiutare a combattere il dramma degli aborti e degli abbandoni. Ogni nuovo nato deve essere considerato un bene della comunità e nessuna madre, nessuna gestante, in nessuna condizione, deve sentirsi abbandonata a se stessa. Nell’arco opposto della vita dobbiamo invece misurarci con le necessità dei non auto-sufficienti, dei disabili gravi, dei malati terminali, degli anziani. L’ipocrisia dell’eutanasia e l’abbandono della terza età devono trovare risposte intransigenti a difesa del diritto della vita. Ma il valore della vita e il rispetto della persona chiamano in causa direttamente un altro asse centrale delle politiche della destra: la famiglia. L’Italia è stata accusata dalla sinistra di essere il paese del "familismo amorale": noi invece pensiamo che la famiglia debba essere riconosciuta al centro della realtà sociale, proprio per poterla responsabilizzare rispetto agli altri livelli di appartenenza comunitaria. La famiglia è il fulcro della socializzazione primaria, quella che plasma ogni persona e la prepara al vivere in società. Essa pertanto non può che essere il nostro punto di riferimento prioritario. È tempo quindi di impegnare il governo a realizzare quella vera politica della famiglia che fino ad oggi è mancata in Italia, ricostruendo su questo fondamento tutte le politiche sociali, educative e valoriali. È neAcessario procedere con un vero cambiamento di modello: occorre redistribuire le risorse esistenti valorizzando il nucleo familiare invece del singolo individuo. Ugualmente, solo l’applicazione del principio di sussidiarietà può permettere, in campo educativo ed in campo sociale, di realizzare quel diritto alla libertà di scelta che valorizza le famiglie e la loro autonomia. Famiglie che possono scegliere, possono più facilmente radicarsi nell’associazionismo sociale, nelle comunità territoriali, nei contesti formativi. In questo modo la famiglia non è un’isola a se stante ma il centro di cerchi concentrici che rappresentano le diverse appartenenze comunitarie.

5. Il "rischio educativo" come emergenza nazionale
L’Italia, al pari delle grandi nazioni industrializzate, è nell’Era della conoscenza, in un lungo periodo nel quale la potenza e la ricchezza delle nazioni sarà determinata dalla capacità di salvaguardare e innovare il proprio sapere e proiettarlo nella sfida globale. Questa dimensione oggettiva rende centrale il valore dell’educazione nazionale, intesa come validità del sistema scolastico e universitario ma, più in generale, di tutti gli ambiti formativi delle giovani generazioni. Quando da più parti si palesa il cosiddetto "rischio educativo", inteso come riduzione degli orizzonti di futuro per i più giovani, si indica proprio la debolezza dei modelli formativi, non solo nelle istituzioni scolastiche ma anche nei modelli culturali. Il "rischio educativo" è quello che si manifesta nel bullismo, nel cinismo, nel nichilismo e nella pseudo "cultura dello sballo", fenomeni che dilagano fra le giovani generazioni e che si esprimono anche in tratti esteriori come la degradazione della lingua italiana e della qualità della comunicazione intersoggettiva. L’Italia paga lo spirito del Sessantotto - o se si vuole, la sua degenerazione ideologica - e le mistificazioni di quella stagione che ha degradato i saperi e ha confuso i valori della cultura. Allora la cultura del merito fu espunta dalla Ascuola e dall’università per lasciare spazio a una collettivizzazione dei titoli, assolutamente effimera e dannosa. Occorre, riaffermare con forza la centralità del valore dell’educazione nazionale nella costruzione del futuro e di un progetto politico. La grandezza dell’Italia dipende dalla potenzialità di trasmettere alle nuove generazioni cultura, saperi e ricerca, partendo dall’efficienza e dalla competitività globale delle scuole e dell’università. I giovani devono essere liberi di esprimersi come meglio credono ma libertà non significa poter coltivare atteggiamenti diseducativi e fuorvianti. La reintroduzione del voto in condotta e altre iniziative del governo si muovono utilmente su questa strada ma è evidente che bisogna proseguire, incrementando la scelta delle istituzioni educative da parte delle famiglie, la cultura della meritocrazia e la crescita di centri formativi di eccellenza in un’ottica europea. L’identità culturale, la sicurezza, la qualità della vita dei cittadini, l’intero progetto della nazione ruotano attorno alla consistenza dell’educazione nazionale. Una scuola credibile e seria, un’università competitiva, non significano solo poter trasmettere conoscenze ma rappresentano l’essenza stessa dello sviluppo.

6. La Grande Riforma presidenzialista
L’elezione diretta dei sindaci e quella dei presidenti delle Regioni, che oggi sono eventi condivisi dalla comunità nazionale e fatti propri da tutti gli elettori, per decenni hanno costituito le battaglie della destra, a volte derise e osteggiate. In questo come in altri casi la storia ci ha dato ragione nel senso di aver saputo guardare all’interesse nazionale prima di altri. Questa nostra capacità che potremmo chiamare "riformismo nazionale" è una dote preziosa che consegniamo al Popolo delle Libertà. L’approdo al federalismo, inteso quale realizzazione del principio di sussidiarietà che riconosce nell’individuo e nella solidarietà, il centro della società, è solo il punto di inizio di una necessaria riforma delle istituzAioni. Il federalismo potrà e dovrà realizzarsi nel pieno riconoscimento dell’interesse nazionale, fulcro e missione della sovranità popolare. In una fase attuativa la strada da perseguire è quella di un federalismo non competitivo, ma solidale, in linea con i modelli europei. Un federalismo in cui lo Stato, oltre che offrire opportunità alle Regioni del Nord, sappia essere molto più attento alle Regioni del Sud, che chiedono più regole, più sicurezza e più sviluppo. Occorre inoltre una seria riflessione sul presidenzialismo - che da sempre è uno dei temi cardine della destra italiana - partendo dalla consapevolezza che, oggi, è necessario accorciare la distanza tra la Costituzione formale e la Costituzione materiale, che ha già istituzionalizzato di fatto l’elezione diretta del capo del Governo. Se l’avvento della "repubblica bipolare" ha rappresentato l’avvio di una nuova fase politica, dopo 50 anni di "democrazia bloccata", la forma di governo presidenziale può costituirne il completamento istituzionale. In questa prospettiva, il presidenzialismo rappresenta un fondamentale dato culturale di svolta della nostra storia nazionale. La repubblica presidenziale da sempre è stata l’aspirazione della destra e degli esponenti più avanzati del riformismo nazionale. Ora, con il PdL, quel sogno può tradursi nella realtà di una riforma condivisa. Accanto a queste grandi riforme istituzionali, il PdL dovrà impegnarsi, sul fronte più squisitamente politico, ad incrementare le prassi, il livello e la qualità della democrazia diretta e partecipativa. Nessun governo - nazionale, regionale o locale - può prescindere da una partecipazione attiva e consapevole dei corpi intermedi, delle organizzazioni di rappresentanza, del mondo associativo e del non profit e così via. La responsabilità di una classe di governo non si vede solo nella capacità di mantenere le promesse elettorali, ma anche e soprattutto nella capacità di ascoltare e coinvolgere i cittadini e di recepirne le istanze più importanti.

7. Le politiche per la sicurezza
La sicurezza è un diritto primario, una condizione irrinunciabile di libertà. Anni di permissivismo e di retorica ipergarantista e perdonista, inadeguatezza dei mezzi, immigrazione senza controllo e, soprattutto, scarsa consapevolezza della centralità del problema per la qualità della vita dei cittadini, hanno determinato l’emergenza sicurezza. La destra, da anni, e prima che si giungesse a queste forme acute e patologiche di esplosione del fenomeno, aveva denunciato la cronicizzazione del problema-sicurezza. In questo ambito, le carenze sono state legislative, strutturali, giudiziarie, ma soprattutto culturali. Esiste, in Italia, uno pseudo-garantismo che concepisce la repressione del reato e la certezza della pena come eccezioni, mentre invece dovrebbero rappresentare la regola della convivenza civile in uno Stato di diritto. Da tempo, abbiamo individuato quali nodi centrali per la soluzione dei problemi legati alla sicurezza una profonda revisione delle norme che assicurino l’effettiva certezza della pena, ponendo fine alle scorciatoie dei tanti indulti e dotando il nostro Paese di un accresciuto e umano sistema carcerario, un differente approccio mentale alla necessità di fornire risorse alla sicurezza e un migliore trattamento a chi la deve garantire, e infine il controllo e il presidio permanente del territorio. L’esperienza felice del pattugliamento compiuto da forze dell’ordine e militari in alcune grandi aree metropolitane dimostra, da un punto di vista statistico, che la presenza di uomini in divisa comprime la percentuale dei reati in quei quartieri. Questa forma combinata di presidio-rassicurazione rappresentata dai pattugliamenti a piedi e nelle ore notturna, indipendentemente da quali forze dello Stato siano chiamate a svolgerlo, dimostra, ancora, come vada perseguire la strada della presenza visibile dello Stato sui territori, accanto ai cittadini, nelle strade, tra la gente. Oggi è un’esperienza limitata alle metropoli, il nostro progetto è di estendeArla nei quartieri a rischio di tutte le città. AN ribadisce inoltre, come scritto nella legge che porta il nome di Gianfranco Fini, che drogarsi non è un diritto, ma un reato. E non intendere recedere da questa strada. Infine, senza cadere nell’erronea equazione "immigrazione = criminalità", siamo stati sempre noi i primi a sostenere la battaglia per l’introduzione del reato di immigrazione clandestina. Chi vuole venire in Italia con l’intenzione di lavorare e rispettare le leggi è benvenuto. Chi arriva per delinquere, deve essere condannato o espulso.


Scarica il pdf


 

Letture - Numero 45

 

Il centrosinistra,intanto, gode: il Pd ha appeso i manifesti nel centro della Capitale :"Roma è antifascista". Ma anche la deputata del PdL, Alessandra Mussolini ci mette del suo presentandosi a Montecitorio con una maglietta eloquente, fondo bianco e scritta nera: "Orgogliosa di stare dalla parte sbagliata". In tutto il bailamme, intanto, c’è da registrare la prima defezione, un consigliere municipale di AN, Giorgio La Porta, che si autosospende dal gruppo del PdL. Giorgia Meloni, invece, incassa il plauso dell’Unione Giovani ebrei d’Italia. Siamo molto soddisfatti dalla lettera pubblicata dal ministro Meloni e dalle posizioni da lei espresse",afferma il presidente Daniel Nahum.
(Libero, 18 settembre 2008).



Alle otto di sera, per dire, tre grintosissime parlamentari di AN - Paola Frassinetti, ex pilastro del Fronte della Gioventù milanese, la romana Barbara Saltamartini e la bresciana Viviana Beccalossi - erano riunite a discutere intorno ad un tavolino di Ciampini a piazza in Lucina. Tutte e tre molto toste e molto determinate. E tutte e tre non proprio convinte (eufemismo) del nuovo pedigree identitario "antifascista".
(Il Giornale, 18 settembre 2008).



Altero Matteoli, ministro dei Trasporti : "Chi contesta la linea di Gianfranco Fini è fuori dal partito".



Ignazio La Russa:"Fini non ha mai parlato di un acritico antifascismo valido per tutti, ma ha nettamente separato chi lavorò e combattè pr la libertà e per la democrazia e chi invece combattè per una diversa soluzione della storia italiana".



Non cadete nel tranello. Siamo stati e restiamo gente che crede nella libertà, nella democrazia, nell’uguaglianza e nella giustizia. Siamo quelli che ogni giorno consumano i migliori anni della propria gioventù per difendere questi valori, al punto che se oggi qualcuno si mettesse in testa di reprimerli - come avviene in Cina, a Cuba o in altre parti del mondo - noi li difenderemmo con la vita. Sono i valori sui quali si fonda la nostra Costituzione e che sono propri anche di chi ha combattuto il fascismo. Certo, c’è stato anche un antifascismo "militante" in nome del quale sono stati uccisi presunti fascisti e anche antifascisti, sono stati infoibati vecchi, donne e bambini, sono stati eliminati ragazzi di sedici anni che avevano come unica colpa quella di far parte della nostra organizzazione. Certo, ancora oggi, in nome dell’antifascismo "militante" ad alcuni di noi viene impedito di andare a scuola, all’università, al cinema. Si tratta della mia obiezione ed è la stessa di Gianfranco Fini che, ad Atreju, ha operato questa distinzione, parlando di un antifascismo democratico e uno non democratico, ovvero di una parte di questo fenomeno nei cui valori ci riconosciamo e di un’altra parte le cui gesta sono distanti anni luce dai principi nei quali crediamo (e nei quali dovrebbe credere anche l’altro antifascismo). Noi rifiutiamo ogni forma di violenza, oppressione e intolleranza. Gianfranco Fini ha operato questa distinzione senza soffermarcisi perché voleva che il suo giudizio sul fascismo fosse chiaro, netto, definitivo. Sapeva che molti di noi sarebbero stati feriti da questo atteggiamento, ma non ha voluto blandirci come fossimo ragazzini inconsapevoli. Sapeva di avere davanti gente piena di dignità, giovane e matura nello stesso tempo. Ed è quello che siamo. E allora guai a offrire pretesti a una sinistra terrorizzata dall’impossibilità di utilizzare ancora contro di noi quella carta jolly rappresentata dall’accusa di fascismo. Guai a farci mettere ancora sotto accusa da chi, per storia, ha decisamente poche lezioni da offrire. Così da poter essere finalmente noi a chiedere conto del perché, ancora oggi, non una parola di solidarietà venga spesa dai sedicenti democratici quando i ragazzi di Ag vengono aggrediti o le loro sedi date alle fiamme. E adesso, per favore, basta. Basta con questa storia del fascismo e dell’antifascismo. Mi rivolgo a tutti, dentro e fuori da Azione Giovani, dentro e fuori da An, dal Pdl, da Montecitorio, dalla politica italiana intera. Pietà! Siamo nati a ridosso degli anni ’80 e ’90, siamo tutti protesi anima, cuore e testa nel nuovo millennio. Dobbiamo respingere insieme questo tentativo di rinchiudere quella meravigliosa gioventù che svolgeva poche ore fa la più grande manifestazione giovanile d’Italia in uno spazio angusto di quasi cento anni or sono. Ragazzi, stiamo vincendo e questo non va giù a una sinistra sempre più priva di risposte concrete e suggestioni efficaci. Che ha completamente perso il contatto con la nostra generazione e ora cerca di costringerci all’interno di una galera civile per evitare che il nostro amore possa continuare a contagiare altri giovani italiani. Non ne posso più di parlare di fascismo e antifascismo, e non intendo farlo ancora. Voglio fare altro, occuparmi di questo presente e di questo futuro. Come ognuno di voi, voglio fare politica nell’Italia di oggi, per dare una speranza all’Italia di domani. Tutto il resto è noia.
(Dalla lettera di Giorgia Meloni ai Giovani di AG).



"Fascismo e antifascismo sono due definizioni ormai anacronistiche, la gente ha altro a cui pensare e solo per i nostalgici questi termini possono avere ancora rilevanza". Romano La Russa, Europarlamentare e presidente della federazione di Alleanza Nazionale per la provincia di Milano, spiega che "è assurdo affermare oggi che dobbiamo schierarsi con l’antifascismo, dovevamo eventualmente pensarci settant’anni fa. Adesso è tardi, inutile e dannoso". "A difendere l’antifascismo" - continua Romano La Russa - ormai è rimasto Dario Fo con quattro vecchi tromboni arteriosclerotici di sinistra e i "pacifisti" dei centri sociali. Io con i nipotini di Togliatti e del vile Morannino non mi schiero e, come me, milioni di italiani. Giusto ed ovvio non definirsi fascisti - il fascismo ormai è consegnato alla storia - ma descrivere l’antifascismo come un valore, senza alcun distinguo, ha poco senso. "L’unico antifascismo che ancora sopravvive nella mente della gente" - continua l’esponente di Alleanza Nazionale - "è quello "militante" dei Caruso, dei Farina e dei Casarin. Un antifascismo che spesso semina terrore e distrugge vetrine, macchine, treni, e mette a soqquadro le città durante le "pacifiche e democratiche" manifestazioni". "Fintanto che non vi sarà un’autocritica da parte degli esponenti della sinistra che chiarirà che vi è stato e ancora vi è un antifascismo leale e uno criminale (come abbiamo fatto noi ex missini con il fascismo) non credo sia possibile ed opportuno definirsi antifascisti" - prosegue La Russa - "Una cosa è accettare l’antifascismo come valore - con i sacrosanti distinguo - cosa ben diversa è identificarsi in esso tout court". "Spero che l’elettorato di Alleanza Nazionale la pensi come me. Se così non fosse ne trarrò le debite conseguenze" - conclude La Russa - "Noi parlamentari siamo tali perché gli elettori hanno ritenuto di premiarci - almeno quelli eletti con le preferenze - per rappresentare le loro istanze e le loro idee, se il legame con essi viene meno è giusto farsi da parte. Ad ogni livello. Dunque il mio mandato è a disposizione degli elettori, perché la Politica credo debba ritenersi una cosa seria, con la "P" maiuscola. Il giudizio sul fascismo rimanga quindi agli storici perché la Nazione deve guardare avanti e pensare a costruire il proprio futuro".
(Comunicato stampa di Romano La Russa, Europarlamentare, Assessore della Regione Lombardia e Presidente della Federazione di AN per la Provincia di Milano).



"Io sono figlio di una esule istriana e sto qui perché lei ha scelto i valori dell’italianità e della libertà. E so anche che di qua a difendere Trieste e l’Istria c’erano i volontari della RSI, mentre i partigiani erano quelli che riempivano le foibe. In questo caso mi chiedo qual è la parte sbagliata e quale quella giusta?"
(Roberto Menia, sottosegretario all’Ambiente).

Letture - Numero 44

 

Capanna e la sconfitta della sinistra.

Mario Capanna, leader storico del ’68, durante la presentazione del suo ultimo libro, "Il Sessantotto al futuro", a Varese ha rilasciato la seguente dichiarazione a proposito del fallimento della sinistra alle ultime elezioni:

"Avevo previsto questa sconfitta già nel mio libro, non perché ho la palla di vetro, ma perché ho analizzato le dinamiche: la sinistra non partiva più dai problemi della gente".
(La Prealpina, 18 aprile 2008, pag. 11)


Marco Airaghi, ex deputato di AN.

"L’amaro addio di Marco Airaghi dopo due legislature a Montecitorio: "Inaccettabile che una Provincia che ha dato al PdL quasi il 35% non avrà un deputato". Solo una remota speranza per l’esponente di AN, che accusa i vertici di "grave disattenzione verso il territorio".
(La Provincia, 16 aprile 2008, pag. 7)"


I consensi verso destra.

"La Terza Repubblica nasce oggi com’ era nata la Seconda, quattordici anni fa. Una vittoria netta e indiscutibile di Silvio Berlusconi. Uno spostamento massiccio e inequivocabile dei consensi verso destra. La storia politica della nazione si compie così, con un moto perfettamente circolare. L’eterna transizione italiana riparte dall’eterna rigenerazione berlusconiana".
(Massimo Giannini, La Repubblica, 15 aprile 2008)


Non c’è posto per la sinistra nel nuovo Parlamento.

"Ha ragione chi ha notato che il nuovo Parlamento italiano nato dalle elezioni di domenica e lunedì sarà l’unico dei principali parlamenti europei dove non troverà posto alcun partito che nel nome si richiami al socialismo o al comunismo. E questo accade nonostante che, come è noto, partiti con quei nomi abbiano segnato profondamente per decenni la storia della sinistra italiana e, insieme, la storia del Paese".
(Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della sera, 16 aprile 2008)

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

Ultime Notizie