Letture

Letture - Numero 19

 

"Sono dei predatori, sono sempre a caccia di poltrone. Hanno lo stesso appetito che avevano i socialisti quando entrarono al governo dopo quarant’anni di opposizione" (a proposito di AN: Domenico Contestabile, FI; fonte: La Repubblica, 3 ottobre 2003).

"Auspichiamo che la Lega non demorda nell’azione di contrasto all’eventuale approvazione della menzionata proposta di legge. Fini, ancora una volta, si mostra, assieme alla classe dirigente e ai rappresentanti istituzionali di AN, d’essere contro il popolo italiano, le sue tradizioni, la sua cultura, i suoi diritti, la sua qualità della vita" . "La Fiamma è disposta a cercare ogni convergenza funzionale con la Lega" ( Luca Romagnoli, segretario nazionale di Ms-Fiamma ; fonte: Il Giornale, 11 ottobre 2003).

"E’ forse l’atto politico più importante che fa seguito alle enunciazioni di principio che da Fiuggi in poi rappresentavano più che altro un impegno per l’avvenire" (a proposito della proposta di Fini di concedere il voto agli immigrati : Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane; fonte: Il Giornale, 11 ottobre 2003).

Prima di concedere il voto a più di mezzo milione di musulmani in Italia - esordisce Silvia Ferretto Clementi, consigliere regionale di AN - occorre predisporre un "contratto di integrazione", così come si è già pensato di fare in Francia, sottoscrivendo il quale l’immigrato si impegna a rispettare ed accettare tutte le leggi italiane. Non dobbiamo dimenticare che se far votare chi lavora, rispetta le leggi e paga le tasse da almeno 8 anni può essere un gesto di civiltà, senza le dovute garanzie, rischia di rivelarsi un boomerang davvero pericoloso. E’ evidente infatti - continua Silvia Ferretto - che fino a quando le comunità islamiche in Italia non riconosceranno ed accetteranno formalmente i principi cardine sui quali la nostra società si basa (democrazia, pluralismo, diritti civili, laicità e rispetto per il prossimo) e fino a quando non sarà lapalissiano che le donne, gli omosessuali, i credenti di altre religioni, non solo non possono essere discriminati ma devono poter godere degli stessi diritti e del medesimo rispetto è chiaro che concedere il diritto di voto agli immigrati, considerata la considerevole presenza di musulmani, rischia di essere estremamente pericoloso ed anche contrario all’integrazione stessa. Perché gli immigrati possano veramente integrarsi - prosegue l’esponente regionale di AN - è necessario che si sentano parte della nostra società ma è evidente che pratiche o principi come la poligamia, l’infibulazione, la jihad (guerra santa) e la shari’a (legge islamica), assolutamente estranei ed inconciliabili con le nostre leggi e i nostri valori, costituiscono una barriera invalicabile all’integrazione e rappresentano elementi di forte contrasto con lo Stato stesso ed i suoi cittadini. Nessuno degli altri principali paesi europei (Francia, Germania, Gran Bretagna, Austria, Spagna) ha, fino ad oggi, concesso il diritto di voto ai cittadini extracomunitari e, forse, data l’importanza della questione e le possibili ripercussioni a livello comunitario ed internazionale, sarebbe bene che il problema venisse affrontato in modo congiunto . Il mio impegno contro l’intolleranza e il razzismo, all’interno ed all’esterno del partito, non è nuovo - conclude Silvia Ferretto. E’, al contrario, una battaglia cominciata già 10 anni fa, ancor prima del famoso Congresso di Fiuggi quando costituii un comitato ad hoc e presentai, al congresso provinciale del MSI a Milano, una mozione contro il razzismo o, ancora, quando nella mia prima campagna elettorale mi rivolsi pubblicamente a naziskin e personaggi simili chiedendo loro di non votarmi perché lontana anni luce dalle loro idee.
(Comunicato stampa del 13 ottobre 2003)

"Ho finanziato due volte Giorgio Almirante: la seconda fu per Fini. Prometteva molto. Ma si è come appannato" (Licio Gelli, capo della Loggia P2; fonte: L’Espresso 9 ottobre 2003).

 

Nella produzione, ormai piuttosto rilevante, sull’opera di Tolkien, questo testo di Iannone si propone prima di tutto per la gradevolezza della lettura. Il libro affronta nel primo capitolo la tematica della letteratura fantastica; poi vengono esaminate le singole opere, per poi concludere con il caso cultural politico costituito dal Signore degli Anelli. Completano il testo alcuni riferimenti biografici e un interessante "dizionario fantastico". Molto utile, per chi vuole approfondire, l’aggiornata bibliografia di libri di e su Tolkien, seguita dall’elenco di saggi , articoli e riviste tolkieniane con l’indice di ogni numero. Insomma un buon strumento di indagine.

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UN FILOSOFO PER GUARDARE AVANTI
  • LA DESTRA IN EUROPA


    UN FILOSOFO PER GUARDARE AVANTI

    In questi giorni particolarmente tristi e drammatici, in cui, qualunque sia la nostra opinione rispetto alla tragedia della guerra, non possiamo non porci degli inquietanti interrogativi, ho ripensato alle parole di uno dei pensatori per me più affascinanti e positivi del secolo passato : Karl Popper. Popper è un intellettuale atipico nella cultura del Novecento, caratterizzata da scetticismo, perdita di valori, indifferenza; un secolo in cui troppe persone hanno avuto la presunzione di conoscere la verità e hanno posseduto gli strumenti per imporla; troppe persone hanno ritenuto di aver il diritto-dovere di soffocare la naturale inquietudine e l’aspirazione alla ricerca personale che caratterizza soprattutto le giovani generazioni. Popper ci ha insegnato non a censurare sterilmente, a condannare, a distruggere, ma a costruire….." Il mondo in cui viviamo è il migliore nella storia della specie, eppure intellettuali e media ripetono quotidianamente le loro geremiadi. Anche per questo sono ottimista. Sono convinto che possiamo salvarlo, questo mondo, anche con l’esempio della speranza nel futuro, della fede nella scienza e nella ragione." Il suo messaggio assume per tutti noi, ma soprattutto per i giovani in questi tempi così drammatici, un significato particolarmente positivo: in lui vi è la spinta verso nuovi orizzonti, il gusto della ricerca che è poi il gusto della vita, della scoperta di sempre nuovi modi e possibilità di vita. La società aperta che egli teorizza è una risposta alle ansie ed alle inquietudini, al disorientamento che circonda soprattutto le giovani generazioni: una società in cui possono e devono convivere molteplici scelte di valori, filosofie, fedi religiose, è una società in cui ci si confronta dialetticamente sui problemi e si cercano soluzioni che non siano mai esaustive e, soprattutto, che non siano mai escludenti. Solo la capacità di riconoscere i nostri errori ci permette di superare la nostra ignoranza, di non sprofondare in un baratro di insipienza. "Io penso che questo consapevole atteggiamento critico nei confronti delle proprie idee è l’unica differenza davvero importante tra il metodo di Einstein e quello dell’ameba". Sia Einstein che l’ameba errano, ma differente è l’atteggiamento di fronte all’errore. Einstein va alla caccia dell’errore e fa morire la teoria che sull’errore si fonda, l’ameba muore con la propria teoria errata. Gli uomini si dividono fondamentalmente in queste due grandi categorie : fra coloro che assumono quale modello il grande scienziato e coloro che scelgono l’ameba. Perciò Popper è stimolante, perché non propone un impossibile ed acritico" ritorno ad un’infanzia più o meno felice", ma ci invita ad andare avanti , a metterci in discussione assumendoci le nostre responsabilità di uomini, ci invita a farci carico della "croce dell’umanità, della ragione, delle responsabilità." Il messaggio di Popper è forte e concreto, è un messaggio di azione..."il segreto è che ho sempre cercato di essere attivo", di amore per la sfida che porta alla continua scoperta…" incontrare un problema ,vederne la bellezza e innamorarsene. E poi sposarlo e vivere assieme felici." Questa è la risposta alla domanda di Popper "Che cosa dobbiamo fare per rendere il mondo possibilmente un poco migliore?" Stimolare tutti noi, ma soprattutto i giovani ad affrontare nuove sfide, a percorrere nuove strade , far sì che trasmettano poi ad altri il gusto della ricerca per realizzare nel miglior modo possibile una società in cui sia possibile per tutti vivere concretamente "la sicurezza e la libertà"

    Pierangela Bianco


    Cristiana Muscardini, LA DESTRA IN EUROPA, Ulisse edizioni.

    Si apre con una prefazione di Gianfranco Fini questo agile libro che ricorda l’impegno della Destra in Europa. Il Presidente di AN ricorda subito la vocazione europeistica dell’Italia, radicata nel MSI-DN che già nel 1957 aderì al progetto europeo con il voto favorevole alla Camera. La linea della Destra italiana nell’ Unione europea è sempre stata quella di " un’Unione che non sia il superamento delle sovranità nazionali, bensì una loro armonizzazione". E a questo Cristiana Muscardini si è sempre attenuta. Nelle pagine de La Destra in Europa viene ricostruito il cammino di Alleanza Nazionale dal Congresso di Fiuggi alla "Convenzione Europea", collaborando a costituire il gruppo " Unione per l’ Europa delle Nazioni" (UEN) nel 1999. Del gruppo fanno parte l’RPF ( Rassemblement pour la France), il Fianna Fail (Irlanda), il Partido Popular portoghese, il Partito del Popolo danese. Nel frattempo hanno stabilito relazioni con esso il Partito nazionale slovacco, il Partito ceco ODS, il Partito lussemburghese per la democrazia e la giustizia sociale, il Partito repubblicano albanese, la Lega nazionale conservatrice e l’Alleanza della destra polacche, il Partito del popolo estone.L’impegnativo lavoro della Muscardini ha avuto un notevole riconoscimento : nell’ambito dei 626 deputati il Parlamento europeo ha designato 16 a rappresentarlo all’interno della Convenzione : Cristiana Muscardini rappresenta la Destra europea, cioè l’UEN e Alleanza Nazionale. La Muscardini ha sempre lavorato per creare più spazi democratici in Europa e meno burocrazia; un’Europa in cui le competenze siano visibili; una casa comune in cui siano degnamente rappresentate le diverse istanze sociali, religiose,culturali. Ma in queste pagine è presente anche la decisa avversione ad una politica solo monetaria, senza una precisa politica economica dietro, senza una grande visione politica che ne costituisca l’humus in cui crescere

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • UN FILOSOFO PER GUARDARE AVANTI
  • LA DESTRA IN EUROPA


    UN FILOSOFO PER GUARDARE AVANTI

    In questi giorni particolarmente tristi e drammatici, in cui, qualunque sia la nostra opinione rispetto alla tragedia della guerra, non possiamo non porci degli inquietanti interrogativi, ho ripensato alle parole di uno dei pensatori per me più affascinanti e positivi del secolo passato : Karl Popper. Popper è un intellettuale atipico nella cultura del Novecento, caratterizzata da scetticismo, perdita di valori, indifferenza; un secolo in cui troppe persone hanno avuto la presunzione di conoscere la verità e hanno posseduto gli strumenti per imporla; troppe persone hanno ritenuto di aver il diritto-dovere di soffocare la naturale inquietudine e l’aspirazione alla ricerca personale che caratterizza soprattutto le giovani generazioni. Popper ci ha insegnato non a censurare sterilmente, a condannare, a distruggere, ma a costruire….." Il mondo in cui viviamo è il migliore nella storia della specie, eppure intellettuali e media ripetono quotidianamente le loro geremiadi. Anche per questo sono ottimista. Sono convinto che possiamo salvarlo, questo mondo, anche con l’esempio della speranza nel futuro, della fede nella scienza e nella ragione." Il suo messaggio assume per tutti noi, ma soprattutto per i giovani in questi tempi così drammatici, un significato particolarmente positivo: in lui vi è la spinta verso nuovi orizzonti, il gusto della ricerca che è poi il gusto della vita, della scoperta di sempre nuovi modi e possibilità di vita. La società aperta che egli teorizza è una risposta alle ansie ed alle inquietudini, al disorientamento che circonda soprattutto le giovani generazioni: una società in cui possono e devono convivere molteplici scelte di valori, filosofie, fedi religiose, è una società in cui ci si confronta dialetticamente sui problemi e si cercano soluzioni che non siano mai esaustive e, soprattutto, che non siano mai escludenti. Solo la capacità di riconoscere i nostri errori ci permette di superare la nostra ignoranza, di non sprofondare in un baratro di insipienza. "Io penso che questo consapevole atteggiamento critico nei confronti delle proprie idee è l’unica differenza davvero importante tra il metodo di Einstein e quello dell’ameba". Sia Einstein che l’ameba errano, ma differente è l’atteggiamento di fronte all’errore. Einstein va alla caccia dell’errore e fa morire la teoria che sull’errore si fonda, l’ameba muore con la propria teoria errata. Gli uomini si dividono fondamentalmente in queste due grandi categorie : fra coloro che assumono quale modello il grande scienziato e coloro che scelgono l’ameba. Perciò Popper è stimolante, perché non propone un impossibile ed acritico" ritorno ad un’infanzia più o meno felice", ma ci invita ad andare avanti , a metterci in discussione assumendoci le nostre responsabilità di uomini, ci invita a farci carico della "croce dell’umanità, della ragione, delle responsabilità." Il messaggio di Popper è forte e concreto, è un messaggio di azione..."il segreto è che ho sempre cercato di essere attivo", di amore per la sfida che porta alla continua scoperta…" incontrare un problema ,vederne la bellezza e innamorarsene. E poi sposarlo e vivere assieme felici." Questa è la risposta alla domanda di Popper "Che cosa dobbiamo fare per rendere il mondo possibilmente un poco migliore?" Stimolare tutti noi, ma soprattutto i giovani ad affrontare nuove sfide, a percorrere nuove strade , far sì che trasmettano poi ad altri il gusto della ricerca per realizzare nel miglior modo possibile una società in cui sia possibile per tutti vivere concretamente "la sicurezza e la libertà"

    Pierangela Bianco


    Cristiana Muscardini, LA DESTRA IN EUROPA, Ulisse edizioni.

    Si apre con una prefazione di Gianfranco Fini questo agile libro che ricorda l’impegno della Destra in Europa. Il Presidente di AN ricorda subito la vocazione europeistica dell’Italia, radicata nel MSI-DN che già nel 1957 aderì al progetto europeo con il voto favorevole alla Camera. La linea della Destra italiana nell’ Unione europea è sempre stata quella di " un’Unione che non sia il superamento delle sovranità nazionali, bensì una loro armonizzazione". E a questo Cristiana Muscardini si è sempre attenuta. Nelle pagine de La Destra in Europa viene ricostruito il cammino di Alleanza Nazionale dal Congresso di Fiuggi alla "Convenzione Europea", collaborando a costituire il gruppo " Unione per l’ Europa delle Nazioni" (UEN) nel 1999. Del gruppo fanno parte l’RPF ( Rassemblement pour la France), il Fianna Fail (Irlanda), il Partido Popular portoghese, il Partito del Popolo danese. Nel frattempo hanno stabilito relazioni con esso il Partito nazionale slovacco, il Partito ceco ODS, il Partito lussemburghese per la democrazia e la giustizia sociale, il Partito repubblicano albanese, la Lega nazionale conservatrice e l’Alleanza della destra polacche, il Partito del popolo estone.L’impegnativo lavoro della Muscardini ha avuto un notevole riconoscimento : nell’ambito dei 626 deputati il Parlamento europeo ha designato 16 a rappresentarlo all’interno della Convenzione : Cristiana Muscardini rappresenta la Destra europea, cioè l’UEN e Alleanza Nazionale. La Muscardini ha sempre lavorato per creare più spazi democratici in Europa e meno burocrazia; un’Europa in cui le competenze siano visibili; una casa comune in cui siano degnamente rappresentate le diverse istanze sociali, religiose,culturali. Ma in queste pagine è presente anche la decisa avversione ad una politica solo monetaria, senza una precisa politica economica dietro, senza una grande visione politica che ne costituisca l’humus in cui crescere

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • IL VIZIO OSCURO DELL’OCCIDENTE, di Massimo Fini
  • LA CULTURA DELLA DESTRA, di Marcello Veneziani


    "L’OCCIDENTE? È TOTALITARIO E INTEGRALISTA"

    Massimo Fini ne "Il vizio oscuro dell’Occidente" attacca la globalizzazione
    In nome della tradizione antimoderna e contro l’Illuminismo settecentesco

    L’Occidente? "Nonostante si definisca, in buona fede, democratico e liberale, è fondamentalista, integralista, totalitario. Perché non concepisce e non tollera l’altro da sé". Il terrorismo globale? "È una conseguenza logica, e direi prevedibile, di un movimento di globalizzazione e di mondializzazione la cui tendenza di fondo è quella di arrivare a uno stato mondiale, a un’unica polizia mondiale, a un unico mercato mondiale e a un unico tipo di individuo: il Grande Consumatore". Massimo Fini "colpisce" ancora. A modo suo, con un libro che è un vero e proprio pugno nello stomaco per tutti coloro che si vantano di essere occidentali e moderni. Non a caso la sua ultima opera si intitola "Il vizio oscuro dell’Occidente. Manifesto dell’Antimodernità" (Marsilio, 6 euro). Tesi forti, le sue. Mai banali. Spesso esagerate. Ma, attenzione, non scambiate Fini per un no global, non lo è. Critica il capitalismo, è vero. È feroce contro l’american way of life, è innegabile. Difende i paesi del Terzo Mondo (anche quelli islamici) nel confronto con il "colonialismo occidentale". Ma lo fa non nell’ottica marxista, utopista, pacifista di Agnoletto e compagni. Non guarda alle "magnifiche sorti e progressive" di Casarini e Toni Negri. No, Massimo Fini, quando cerca un modello di riferimento anti-globalizzazione, guarda indietro, ad esempi del passato, non a paradisi progressisti da costruire in terra hic et nunc. Un esempio? Beh, nel suo pamphlet critica il diritto all’uguaglianza nato nell’Illuminismo. Per lui aver codificato un diritto del genere è un "errore psicologico grossolano": dopo averlo proclamato, infatti, le disparità economiche e sociali sono aumentate. Molto meglio, invece, la società divisa in ordini e in caste dell’Europa medioevale. In quel tempo - secondo Fini - "la disuguaglianza era cioè codificata e legittimata. Ciò poneva gli individui al riparo dalla frustazione, dall’invidia, dall’odio". Per compredere meglio il suo elogio alla società medioevale basta andarsi a rileggere un suo libro precedente, "Il denaro ’Sterco del demonio’". In quelle pagine Fini sostiene che "il regime feudale della terra (chiamato anche ’regime delle terre aperte’) è un punto di equilibrio, sofisticato e complesso, fra comunismo e individualismo che potremmo meglio definire come comunitarismo". Insomma, Fini è anticapitalista e antioccidentale in nome della tradizione, dove per tradizione si intende quella ellenistica e cristiana interpretata in chiave antimoderna. Da questo punto di vista Fini è un grande "reazionario". Solo i grandi reazionari, infatti, hanno avuto il coraggio di sottolineare che il Medioevo non è stato solo un’Età oscura, ma un’epoca di progressi politici, economici e culturali. Più che un De Maistre, però, Massimo Fini ci appare come un novello Julius Evola, fatte le debite proporzioni. Come il "Barone Nero", infatti, l’autore del "Vizio oscuro dell’Occidente" afferma che "il liberalismo e il marxismo sono solo due facce della stessa medaglia" industrialista, illuminista, positivista, progressista, modernista ed economicista. Insomma, la vera dicotomia, così come per Evola, sembra per Fini quella tra tradizione e modernità. Una chiave interpretativa interessante, ma che ha molti limiti. Prendere come punto di riferimento i regimi pre-moderni può fornire utili spunti per trovare soluzioni alle distorsioni della moderna globalizzazione? Sembra improbabile, purtroppo. Le teorie economiche aristoteliche, cristiano-tomiste, medioevali prese in considerazioni da Fini (in particolare nel "Denaro") ci appaiono minoritarie, alle volte quasi dimenticate. E ribadiamo il nostro "purtroppo". Sì, perché da quelle idee sarebbe possibile ricostruire un mondo economico più a misura d’uomo. Drammaticamente, però, tutte queste teorie pre-moderne peccano oggi di "impoliticità". Poco potranno influire, cioè, sull’evoluzione della globalizzazione. Speriamo comunque di sbagliarci. Pessimista, in fondo, come ogni buon "reazionario" che si rispetti, appare anche Fini. Come interpretare altrimenti la previsione contenuta nelle ultime righe del "Vizio oscuro dell’Occidente? Si legge: "Non ci saranno guerre di civiltà perché ne rimarrà una sola, la nostra. Ma è all’interno di questa che avverrà lo scontro vero, il più drammatico e violento: fra èlite dominatrici fautrici della modernità e le folle deluse, frustrate ed esasperate, di ogni mondo, che non ci crederanno più avendo compreso, alla fine, che lo spirito faustiano, lo spirito dell’Occidente, opera eternamente il Bene ma realizza eternamente il male". Insomma, per Fini il "rischio" è "che si avveri a livello planetario la profezia che Marx aveva fallito in un solo paese". E cioè una nuova lotta di classe, questa volta tra i paesi ricchi "sempre più ricchi e sempre meno numerosi" e i sempre più numerosi paesi poveri. Sorge spontanea una domanda: ma se la globalizzazione mira a creare "un unico tipo di individuo: il Grande Consumatore" - come sostenuto da Fini - siamo proprio sicuri che la globalizzazione non darà la possibilità anche ai più poveri di entrare nel grande circo del consumismo globale?

    Massimiliano Mingoia


    Marcello Veneziani
    "La cultura della destra", Editori Laterza 2002

    Hanno ancora senso le categorie Destra/Sinistra? Inganniamoci pure, crediamo pure che queste lo abbiano un senso, non foss’altro per aderire in modo veloce, diretto, immediato ad un orizzonte valoriale che altrimenti avrebbe mille distinguo: esistono quindi comunitari (o comunitaristi che dir si voglia) di destra e comunitari di sinistra, liberali a destra e liberali a sinistra, ambientalisti di qua e di là. Se questo è un limite -e lo è-, esso affonda le radici nella rappresentatività politica ed in generale nel sistema politico della rappresentazione del volere popolare: culturalmente infatti la destra e la sinistra hanno dei paletti ben definiti ed identificabili, si rifanno ad una visione del mondo e dell’uomo che in esso è chiamato a muoversi, designano "due mentalità che hanno senso prima della politica ". Sinistra e destra sono state affrontate da Marcello Veneziani nel 1995 -in uno stimolante saggio di risposta a Norberto Bobbio- e "superate", nel 1999 , con la proposizione -rimanendo comunque ancorato allo schema bipolare- della prossima alternativa individuata da comunitari e liberal. Ne La cultura della destra, l’autore sviluppa le idee espresse nei due precedenti saggi, concentrando la sua attenzione su quale cultura oggi possa essere definita di destra e quale cultura oggi la destra debba coltivare. Qual è il nocciolo della cultura della destra? Cos’è cambiato -e cosa dovrebbe cambiare- rispetto alle destre del passato? Quale può essere la sua cultura di governo? Queste tre domande trovano risposta nell’agile volume pubblicato esattamente un anno fa. Ma cosa vuol dire essere di destra oggi? Nella parte iniziale del libro undici tesi cercano di rispondere a questa domanda, precedute da alcune considerazioni molto interessanti. La prima considerazione mette in luce lo squilibrio fortissimo esistente "tra la destra riconosciuta e la destra che si autoriconosce. La destra presunta è largamente superiore alla destra sedicente": la destra vista dagli antagonisti è la categoria politica cha da sempre domina sotto falso nome mentre la destra vista dai protagonisti che la animano è "l’adunata dei vinti di ogni epoca", è la promessa mai realizzata. La seconda considerazione emerge prepotentemente nella quotidianità politica e sociale: in una parola, nella vita di tutti i giorni. La sensibilità popolare nei confronti delle tematiche care alla cultura della destra è largamente maggioritaria, tuttavia questa affinità elettiva non si traduce in affinità elettorale, regredendo numericamente e perdendosi fino a divenire scelta politica minoritaria, definita dall’autore residuale. La terza considerazione è un vero e proprio abuso riduzionista che tende ad identificare la cultura della destra non già come un mondo molto variegato al suo interno che presenta notevoli differenze (talvolta abissali differenze), ma come un blocco monolitico che dai liberali arriva fino ai comunitari, passando attraverso cattolici (radicali o moderati), nazionalisti, individualisti e chi più ne ha più ne metta. Questo libro è molto importante per fare un poco di chiarezza sui naturali confini della cultura della destra, senza forzature di comodo e infingimenti pinocchiari: le undici tesi snocciolano domande, propongono risposte, argomentano lucidamente l’impossibilità -a destra- di ritrovare la stessa organicità culturale degli intellettuali presenti nella sinistra; attraversano il sogno sinistro e la destra realtà, il mito e l’utopia; sondano il terreno pre-politico della cultura della destra tra adesione e rifiuto all’idea di cultura militante fino ad arrivare al mimetismo, cioè quella "destra che nega di essere tale per ragioni di opportunità e di opportunismo, o per rimozione e auto-censura"; approdano da un lato alle geniali individualità espresse dalla cultura della destra e dall’altro "al comune sentire di un popolo, alle sue tradizioni e al patrimonio di conoscenze, saperi, usanze trasmesse", passando per una non velata critica all’organizzazione culturale avente come obiettivo i quadri intermedi della società. La cultura della destra, quindi, si riferisce naturalmente a tradizioni, riti, mentalità, religioni e costumi che hanno permeato secoli e popoli: è quindi improprio "usare la definizione di cultura della destra(…), si dovrebbe piuttosto parlare di cultura comunitaria e tradizionale, ma l’esistenza di una cultura egemonica della sinistra induce a darne una denominazione antagonista". Il concetto di Patria e le diverse interpretazioni che emergono nel panorama intellettuale contemporaneo giocano un ruolo importante nell’odierna società individualista che non protegge le residue precarie forme di comunità (dalle micro alle macro); è necessario smontare la tesi che dallo Stato si faccia la Nazione, contrapponendo a questa la lettura che Gioacchino Volpe nel 1927 dà dell’identità nazionale , affermando che questa -l’italianità- "precede di secoli lo Stato unitario, affonda le radici nella romanità e nel medioevo, per poi assumere forma letteraria e unità linguistica a partire da poeti e scrittori in lingua italiana". Noi italiani riusciamo a leggere scrittori di sette secoli fa, nella stessa lingua in cui essi scrivevano; questo è impossibile a farsi per i francesi o gli inglesi, benché essi abbiano Stati unitari precedenti al nostro: l’unità nazionale è culturale prima che politica, è spirituale prima che istituzionale. Lo stato nazionale che è chiamato a vivere nella post-modernità non è -come alcuni vogliono far credere- in contrasto con le identità locali: di esse si abbevera quotidianamente non le inquina, ne esalta le differenze non le annichilisce, si fa portatore del messaggio per cui il nemico non sono le altrui comunità (leggasi identità locali) ma la negazione di queste (leggasi omologazione globalizzante). Il riconoscimento delle altrui comunità, qualunque esse siano (come quelle degli immigrati), avrebbe dovuto trovare -a mio parere- più spazio nella parte del libro dedicata alle risposte che da destra dovrebbero giungere al fenomeno immigrazione, analizzando i motivi profondi che spingono centinaia di migliaia di uomini ad abbandonare la terra natia: da destra il fenomeno immigrazione è avvertito come uno sradicamento, come una perdita di legami, come una violenza. Tuttavia, questi legami verrebbero in qualche modo ricomposti -benché vi sia la fondamentale assenza del luogo- se l’immigrato trovasse, nella "terra promessa", una comunità di valori, di usanze e tradizioni -non in conflitto con le regole di convivenza civile dei paesi ospitanti- che si rifanno alla comunità di origine. La politica e la comunità si ritagliano un posto al sole anche nella parte del libro dedicata alla globalizzazione in cui l’autore si domanda -e ne dà risposta- se la cultura della destra sia amica o nemica della globalizzizone. La distanza che separa l’approccio culturale comunitario alla globalizzazione è la stessa che lo separa dagli antiglobal che spaccano (o spaccavano) le vetrine: la destra è per antonomasia locale piuttosto che globale, realista più che utopista. In dettaglio, ciò che distingue la cultura della destra dalle spinte ideali incarnate dagli antiglobal, viene evidenziato da tre interessanti valutazioni. La prima è il rifiuto di considerare i noglobal come l’umanità contro i potenti della terra: entrambe le categorie sono minoranze e per di più autoreferenziali. La seconda individua nel moralismo astioso presente nei detrattori della globalizzazione un fattore estraneo alla destra: i giottini tendono ad individuare come male assoluto le multinazionali o le agenzie mondiali, mentre la destra pur non condividendo le aspirazioni utilitariste dei potenti della terra, ha un approccio più realista: "Chi guida un’azienda -osserva l’autore- non può avere come suo unico fine quello di redimere il mondo dalla fame e dalla miseria; piuttosto pensa ai fatturati". È la triste realtà, direbbe qualcuno. Compito della destra tuttavia, è quello di creare un contrappeso politico, culturale, sociale, solidale, comunitario alle spinte globalizzanti in atto: tale contrappeso deve essere impregnato di sano realismo, non accettando quindi le contrapposizioni manichee tra Occidente e Oriente, tra Nord e Sud del pianeta, tra Bene e Male. Al contrario deve -per esempio- esaltare le differenze in campo -…abissali- tra Europa e Stati Uniti, puntando sulla italianità, sulla mediterraneità, sull’Europa delle cattedrali, sulle profonde radici continentali. Europa? Si grazie; non come gradino verso la globalizzazione, ma come argine e confine entro cui fondare l’identità europea. Le fondamenta ideali del vecchio continente, non possono (o non potranno) prescindere dalle loro proprie radici cristiane : su questo argomento l’autore mette in evidenza il rapporto fra religione e cittadinanza. Esse non possono essere trattate separatamente, sono il frutto di una sedimentazione secolare di usi, costumi, tradizioni; "(…) nell’orizzonte comunitario non si [può] prescindere dalla religione che ha permeato nel bene e nel male per millenni la cultura, la vita e la storia di un popolo. Fa parte ormai della sua mentalità, della sua tradizione". È certamente possibile -quando non doveroso- analizzare con spirito critico questa osmosi tra vita e religione, ma risulta altrettanto doveroso non dimenticarla; "noi siamo figli di questa storia e di questa fede e non possiamo chiamarci fuori". Convinte, profonde, stimolanti considerazioni emergono dalle riflessioni di Marcello Veneziani che prima o poi -speriamo prima- dovranno confrontarsi con quello che è chiamato l’agire politico: quale continuità fra cultura e politica? Il luogo ove deve svilupparsi il passaggio tra mentalità culturale e pragmatismo politico è individuato in quei siti in cui si forma la coscienza pubblica, in quei luoghi in cui la comunità cresce e assume consapevolezza di sè: scuola ed educazione, beni artistici, culturali e storici, comunicazione e orientamenti pubblici. Il volume si conclude con un Post scriptum tutt’ altro che impertinente quando tra le sue righe osa (?) domandarsi come sia possibile conciliare nello stesso governo la cultura comunitaria e quella liberale. "Che nesso c’è -si domanda l’autore- tra la cultura della destra e il governo Berlusconi?(…) C’è un legame tra la leadership berlusconiana e la tradizione culturale della destra, in senso lato? Che attinenza c’è tra Emilio Fede [o Popper…] ed Ernst Jünger?". Non solo la linea di confine esiste ed è ben marcata ma deve essere in ogni modo evidenziata, esaltata e valorizzata; per nessuna ragione -se non per autolesionismo- dovrà essere annacquata o ignorata. Tanto inchiostro, tante parole…speriamo non inutili.

    Simone Olla

LEO LONGANESI
UN AFORISMA VI SEPPELLIRA’


"Lei è democratico?" / "Lo ero" / "Lo sarà ancora? / "Spero di no" / "Perché?"/ Perché dovrebbe tornare il fascismo; soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia".

LEO LONGANESI (Parliamo dell’elefante)

"Democratico sì, ma dopo di lei". "La repubblica è fatta, bisogna compatirla". "Creda a me: non creda a nulla". "Mussolini ha sempre ragione". Tagliente, sarcastico, a volte "reazionario", mai banale. Leo Longanesi, il "carciofino sott’odio" (la definizione è sua) del giornalismo italiano, era così. Prendere o lasciare. Giornalista di genio, editore d’assalto, scopritore di talenti, virtuoso dell’aforisma. "Longanesi - ha sottolineato Marcello Veneziani, riprendendo un pensiero di Nietzsche - riusciva con un aforisma a dire quello che altri non riescono a spiegare in un libro". Fascista ma frondista, conservatore nell’Italia antifascista, pensatore "contro", sempre e comunque. Capire Longanesi vuol dire comprendere le sue (feconde) contraddizioni. Ha cercato di farlo Raffaele Liucci con il suo saggio, edito da Marsilio, "L’Italia borghese di Longanesi" (euro 18). E, lo diciamo subito, ci è riuscito. Tanti gli aspetti del pensiero e dell’opera longanesiana approfonditi nel libro di Liucci. In particolare la battaglia giornalistica condotta da Longanesi con "il Borghese" dal 1950 al 1957. Una testata controcorrente in un’Italia che si stava votando alla "religione" dell’antifascismo. E che "guardava a sinistra", per riprendere un’affermazione di Alcide De Gasperi. Beh, in quell’Italia Longanesi ebbe il coraggio di essere fieramente "di destra" e di definirsi "anti-antifascista". Ma com’era la destra di Longanesi? I suoi caratteri principali furono delineati dallo scrittore romagnolo nel suo libro "Il destino à cambiato cavallo", del 1951. Cavalli di battaglia che si ritrovano anche nel "Borghese" longanesiano: inflessibile anticomunismo, decisa avversione alla retorica dell’antifascismo, critica da destra alla democrazia dei partiti, denuncia del declino dello stato repubblicano, tentativo di formare uno schieramento di destra alternativo alla Democrazia cristiana. Ce n’è abbastanza per entrare nel mirino di tutta l’Italia della Resistenza. La destra di Longanesi era una "destra psicologica", che egli contrapponeva alla "destra economica": "La destra psicologica è un atteggiamento ideale, un modo di interpretare i fatti storici, di restare fedele a un preciso sentimento nazionale: è un atto di fede. La destra economica, al contrario, non ha idee: essa difende soltanto certe condizioni sociali o, per meglio dire, capitali e privilegi precisi; essa sta su posizioni conservatrici che hanno sì una logica, ma che non sono legate a nessuna tradizione politica". Il brano risale a un numero del "Borghese" del 1955. Ma delinea una contrapposizione assai utile anche ai giorni nostri. Sì, perché l’uomo di destra, il "vero conservatore" per dirla alla Prezzolini, è il difensore di un pensiero politico, non di interessi di bottega. È bene ribadirlo, visto che il martellamento della propaganda prima comunista, ora post-comunista, ha insinuato un pregiudizio anti-conservatore basato sulla teoria della lotta di classe. La destra psicologica longanesiana è fortemente critica nei confronti della democrazia di massa. Una critica da destra, a favore della libertà degli individui e contro i dispotismi delle maggioranze. "La democrazia delle classi aristocratiche e colte, che si chiama liberalismo, è gradevole - spiega Longanesi -; ma quella popolare è intollerabile. Una fila di carrozze è elegante: una fila di Vespe disturba". Ricorre qui il sentimento per il bel tempo passato, che ricorre spesso nell’autore di "Parliamo dell’elefante". Longanesi si sentì storicamente e culturalmete più legato all’Ottocento che al suo secolo, il Novecento. L’amore per il secolo "decimonano" (come venne scritto, ironizzando sull’altezza, anzi sulla bassezza, del Leo nazionale) non lo abbandonò mai. E costituì la forza, ma anche il limite del suo pensiero politico. Nel tempo delle masse, Longanesi parteggiava per le élite del merito. Sentimento in parte impolitico, ma legato alla convinzione che "lasciare libertà alle masse significa perdere la libertà. Sembra un paradosso, e non lo è". L’anticonformismo è la croce e la delizia di Longanesi. Nel 1939, durante il fascismo, il suo modo disincantato di fare giornalismo gli procurò la chiusura di "Omnibus", il primo rotocalco italiano, da lui fondato due anni prima e che ebbe un gradissimo successo. Nell’Italia antifascista, il suo spirito refrattario ai dogmi democristian-comunisti lo costrinse all’angolo. Ma forse era proprio questo che cercava: la battaglia solo contro tutti. Anche se, nell’avventura del "Borghese" fu affiancato da collaboratori del calibro di Prezzolini, Ansaldo, Montanelli. Una battaglia giornalistica e intellettuale, quella longanesiana, che rifiutò sempre la demonizzazione acritica dell’esperienza fascista. Un revisionismo ante litteram, sentimentale prima ancora che storiografico. E non privo di contraddizioni. Fu il leader socialista Pietro Nenni a sottolinearle, commentando il libro "In piedi e seduti": "È un libro amaro, scettico, nichilista. Una stroncatura degli italiani. Vi si sente una segreta nostalgia di Mussolini e nel contempo l’odio per il fascismo. Tutto e tutti sono messi alla berlina". Sono più le luci o le ombre nel percorso cultural-politico di Longanesi? Un merito sicuramente l’ebbe, come sottolinea Liucci in riferimento al "Borghese": il giornale da lui diretto, infatti, "si pose esplicitamente e pubblicamente il problema del rapporto tra una destra culturale e una destra politica non antisistema, che operasse nell’arena parlamentare". Una riflessione seria. Per vederne gli esiti politici si è dovuto però aspettare fino agli anni Novanta, con la nascita del Polo delle libertà. Ma chissà se l’identità dell’attuale destra italiana sarebbe piaciuta al liberal-conservatore Longanesi. E chissà cosa avrebbe detto, il "carciofino sott’odio", della sinistra post-comunista, no global e girotondina. Azzardiamo la risposta, riprendendo un altro dei suoi celebri aforismi: "La destra? Ma se non c’è nemmeno la sinistra in Italia! (…) Qui non c’è nulla: né destra, né sinistra. Qui si vive alla giornata, fra l’acqua santa e l’acqua minerale".

Massimiliano Mingoia

11 SETTEMBRE, L’ORGOGLIO E LA PAURA

Due libri a confronto sugli attentati alle Twin Towers: "La rabbia e l’orgoglio" di Oriana Fallaci e "La paura e l’arroganza", a cura di Franco Cardini.

"La rabbia e l’orgoglio"? Oppure "La paura e l’arroganza"? Oriana Fallaci o Franco Cardini? L’invettiva anti-islamica e filo-occidentale della scrittrice fiorentina o gli argomenti anti-americani e filo-terzomondisti raccolti dal professore medievista? Non si può che ragionare per contrapposizione parlando di questi due libri. Il primo, quello della Fallaci, è stato scritto subito dopo gli attentati alle Torri Gemelle newyorkesi. A "caldo". Il secondo (che, oltre a quello di Cardini, raccoglie i saggi, tra gli altri, di Marco Tarchi, Alain de Benoist, Massimo Fini, Noam Chomsky) è uscito a un anno dall’11 settembre 2001. Entrambe le opere contengono spunti interessanti, pur rappresentando due generi letterari assai diversi. "La rabbia e l’orgoglio" della Fallaci è un’invettiva che mantiene, a un anno di distanza dalla pubblicazione, una grande forza. Sia letteraria che argomentativa. Un attacco in grande stile e dai toni ruvidi al mondo e alla cultura musulmana. Un esempio? Scrive la Fallaci: "Sto dicendo che da noi non c’è posto per i muezzin, i minareti, i falsi astemi, il fottuto chador, e l’ancor più fottuto burkah. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che abbiamo bene o male conquistato, la democrazia che abbiamo bene o male instaurato, il benessere che abbiamo indubbiamente raggiunto. Equivarrebbe a regalargli la nostra Patria, l’Italia. E l’Italia io non gliela regalo". In questo brano c’è tutta "La rabbia e l’orgoglio". Rabbia contro i terroristi islamici che hanno infranto il mito dell’invulnerabilità americana. Una rabbia che - è opportuno dirlo - fa un po’ impropriamente di tutta l’erba un fascio. I musulmani non sono tutti terroristi o "incivili", come emerge dalla prosa fallaciana. Anche se il terrorismo islamico esiste perché il sentimento anti-americano (e anti-occidentale) nei paesi musulmani, dall’1989 in poi, è cresciuto. Gli Stati Uniti vengono percepiti (e non sempre a torto) come uno Stato che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, sta perseguendo una politica imperialista. In senso economico e militare. In questo brodo di coltura anti-americano le organizzazioni terroristiche islamiche trovano facilmente seguaci, militanti. E persino kamikaze assassini. Se la "rabbia" della Fallaci, dunque, non è condivisibile al cento per cento, il suo "orgoglio", invece, sì. La sua difesa dell’Occidente è sentita e trascinante. In tempi in cui lo sport più praticato è quello della demonizzazione del nostro modello di vita (liberaldemocratico, consumista, globale), una difesa dell’Occidente andava fatta. Soprattutto quando dall’altra parte, a contrapporsi, c’è la cultura e la religione musulmana. Che noi rispettiamo. Ma di cui non condividiamo nulla. Perché priva l’uomo della libertà di espressione, perché pone la donna in uno stato di schiavitù, perché erge a legge di Stato i precetti della religione. La difesa del nostro mondo manca totalmente, invece, nel libro curato da Cardini. Di più: Marco Tarchi, criticando l’intolleranza liberale dei Panebianco, dei Sartori ma anche di Cacciari, fa un elogio indiretto del relativismo culturale. Stessa cosa fa Massimo Fini. Insomma, secondo Tarchi e Fini, meglio che non esistano metri unici in base ai quali stabilire gerarchie fra le civiltà. Un metodo rispettabile. Che aiuta la tolleranza. Ma che è ambiguo. Perché i due intellettuali, predicando la tolleranza tra Occidente e Islam, nella realtà però riservano tutte le loro critiche a una parte sola, quella che fa capo agli Stati Uniti e, di riflesso, anche all’Europa. Se la Fallaci, secondo alcuni, può peccare di eccesso di apologia dell’Occidente, Cardini, Tarchi, Fini, Chomsky sbagliano in senso opposto, demonizzando non solo la politica estera americana (critica in buona parte condivisibile) ma anche il nostro modello culturale: il liberalismo è il loro bersaglio, la globalizzazione il loro incubo. Tante critiche contenute ne "La paura e l’arroganza", intendiamoci, sono fondate. Ma è il giudizio finale che è sbagliato, a nostro modesto parere. Perché - per usare le parole di Samuel P. Huntington - "l’essenza della civiltà occidentale è la Magna Carta, non il Big Mac". Insomma, noi alla civiltà fondata sul Corano continuiamo a preferire quella occidentale, con la sua eredità classica, con il suo cattolicesimo (ma anche protestantesimo), con la sua separazione tra autorità spirituale e temporale, con il suo stato di diritto, con il suo pluralismo sociale, con i suoi corpi rappresentativi, con il suo individualismo, quando esso è in difesa della persona. Questa civiltà, fallacianamente, è il nostro orgoglio. La cultura islamica, lo ammettiamo, è la nostra paura.

Massimiliano Mingoia

BIBLIODESTRA, ECCO I "MAGNIFICI DIECI"

Da Evola a Tolkien: viaggio tra i libri più letti dai militanti di AN e di AG

La fantasy di Tolkien. Il tradizionalismo di Evola. Il "romanticismo fascista" di Drieu La Rochelle, Brasillach e Céline. La rivoluzione conservatrice di Schmitt e Jünger. E, immancabile, la storia del fascismo di De Felice e la memoralistica della Repubblica sociale italiana. Passano gli anni ma gli autori preferiti dai militanti di Azione Giovani sono gli stessi dei loro precedessori del Fronte della Gioventù. Dal Msi ad An, dai congressi almirantiani a quelli finiani. Dalla prima alla seconda Repubblica. Tutto cambia, ma i libri nella biblioteca dei "camerati" rimangono più o meno sempre gli stessi. Vediamo i testi che campeggiano nella classifica degli "ever-green" del pensiero di destra. Primo tra tutti, supportato anche dal colossal cinematografico, "Il Signore degli Anelli" di J.R.R.Tolkien, la storia di elfi e hobbit che a partire dagli anni ’70 è diventata una lettura classica prima per i ragazzi del FdG e ora per quelli di AG. "È il libro dei libri, il libro che più di tutti spiega che cosa vuol dire essere di destra": parola della 25enne Giorgia Meloni, attuale presidente di Azione Giovani. Ma anche le dissertazioni sul tradizionalismo del "Barone Nero", al secolo (novecentesco) Julius Evola, risultano intramontabili. In particolare i suoi "Orientamenti" (pamphlet che va esaurito ogni 2-3 anni) e la monumentale "Rivolta contro il mondo moderno", che vende 100-150mila copie l’anno. Amatissimi anche i "maledetti" francesi Pierre Drieu La Rochelle, Robert Brasillach e Louis-Ferdinand Céline. Del primo è assai apprezzato "Il socialismo fascista". E si attende ormai da anni la ristampa della sua opera cult, il romanzo "Gilles", raccolto del "sogno" politico di Drieu: una piazza di bandiere nere e rosse, unite in un’unica causa rivoluzionaria. Di Brasillach viene letto in particolare "Lettera ad un soldato della classe ’40", che contiene un saggio di Adriano Romualdi. Di Céline rimangono ai posteri (non solo a quelli di destra) due capolavori del Novecento: i romanzi "Bagatelle per un massacro" e "Viaggio al termine delle notte". Una curiosità: i racconti celiniani sono tra i preferiti anche del "compagno" Fausto Bertinotti. Uno dei "breviari" del militante di AG continua ad essere il "Trattato del ribelle" di Ernst Jünger, il soldato-scrittore tedesco che ha lasciato in eredità ai lettori del nuovo secolo anche il libro forse più significativo sull’esperienza esistenziale nelle trincee della Prima guerra mondiale: "Tempeste d’acciaio". Del politologo e giurista Carl Schmitt, invece, i "camerati" apprezzano in particolare "Il nomos della terra". L’uomo di destra è un po’samurai? Sembrerebbe proprio di sì, visto che ormai da un paio di generazioni le "Lezioni spirituali per giovani samurai" di Yukio Mishima sono un "classico" per le biblioteche prima del Fronte della Gioventù, ora di Azione Giovani. Non si possono poi dimenticare gli autori del revisionismo storiografico. Se molti continuano a leggere le opere sul fascismo di Giogio Pisanò e Pino Rauti, il nome che ormai dal 1970 è diventato abituale nelle discussioni tra militanti è quello di Renzo De Felice. Chi non ha mai sentito parlare della sua "Intervista sul fascismo"? Pochi, pochissimi - pensiamo -, almeno tra i quadri di AG. Tra le letture sul fascismo e sulla Repubblica sociale italiana vanno forte anche i romanzi di Ugo Franzolin. Uno tra tutti: "Il repubblichino". Infine, grande sorpresa (ma non per tutti), alla libreria Europa di Roma (www.libreriaeuropa.it), meta obbligata per i gli amanti della cultura di destra, sono molto venduti i libri di un militante di sinistra, che più di sinistra non si può: Ernesto "Che" Guevara. Proprio così, il mito stampato sulle magliette di due generazioni di "compagni". Nulla di che stupirsi. A destra in molti credono ancora in una rivoluzione che vada "al di là della destra e della sinistra". Ci fermiamo qui con la "classifica" dei magnifici dieci della cultura di destra. Scusandoci per quanti libri (e autori) non abbiamo citato. Ci rimane un’ultima cosa da dire. La base più motivata e militante di AG continua a leggere i testi classici del pensiero di destra, quelli, per intenderci, che già leggevano i loro predecessori missini e frontisti. Questo ci pare un fatto. Ma, è bene ribadirlo, gli orizzonti culturali della destra sono assai più ampi di quelli sopra delineati. Lo testimonia la rubrica "La Libreria", contenuta nel sito di An (www.alleanzanazionale.it/archivio/libreria+.html), curata dal professore e vicepresidente del Senato Domenico Fisichella. In quelli scaffali "virtuali" si possono trovare i libri di Almirante e Antiseri; De Benoist e Aron; Evola e Tocqueville; Jünger e Messori; Schmitt e Von Hayek. Insomma, dalla destra tradizionalista, pagana e anti-moderna a quella liberale, cattolica e moderna. Tante letture, tutte feconde. Ma un partito come An, che vuole darsi un’identità definita e non ambigua, può permettersi di "leggere" tutto e il contrario di tutto?

Massimiliano Mingoia





RECENSIONE
SERGIO ROMANO, "CONFESSIONE" DI UN CONSERVATORE


Sergio Romano - "Memorie di un conservatore" - Ed. Longanesi, Milano 2002 - pagg. 229, 14 euro.

Prima si è definito "revisionista". Ora si dà del "conservatore". Non c’è che dire: Sergio Romano non ha certo paura di cadere nelle forche caudine costruite dai teorici del politicamente corretto. Anzi, si attribuisce due appellativi che gli hanno attirato (e gli attireranno) attacchi violenti e spesso scomposti. Tant’è. L’ex ambasciatore non se ne cura e va avanti per sua strada anticonformista. Le sue "Confessioni di un revisionista" (pubblicate nel 1998) sono tra le letture più illuminanti per capire (in sole 150 pagine) bugie, distorsioni e teoremi della storiografia progressista. Ora Romano ha dato alle stampe un libro altrettanto interessante: "Memorie di un conservatore". Un sorta di storia autobiografica dall’infanzia ai giorni nostri in cui l’editorialista del Corriere della Sera ci racconta la sua formazione culturale, gli aneddotti storici vissuti e la sua carriera da ambasciatore. Non solo. Nell’ultimo capitolo, intitolato "Confessione", l’autore traccia un ritratto filosofico-politico della figura del conservatore liberale, definizione in cui egli stesso si riconosce. Lo diciamo subito: poche volte abbiamo letto un ritratto così sintetico e convincente sulla figura del conservatore. Romano si rifà a quella tradizione whig, che caratterizza i conservatori di origine liberale, contrapponendoli ai liberal, i liberali di sinistra o progressisti tout court. Dicotomia classica del pensiero politico anglosassone, nelle sue due versioni inglese e statunitense. Ma che cosa pensa un conservatore liberale? Egli, secondo Romano, è prudente e scettico; riconosce la libertà ma non crede che tutti possano farne buon uso; crede che tutti gli uomini siano stati creati uguali ma riconosce la gerarchia; non si oppone al suffragio universale ma diffida della democrazia, che può degenerare in tirannia democratica; sa che la distanza tra democrazia giacobina e Stato totalitario è corta rispetto anche a quella tra società elitaria e dittatura; riconosce l’utilità delle riforme; ha una mentalità storica, attenta alla realtà diversamente dalla cultura illuministica del liberal, fondata su una sorta di razionalismo messianico; riconosce la guerra ma ne diffida; come diffida delle novità, perché ne teme le ricadute rivoluzionarie, ma non è un Don Chisciotte. Nella genealogia del suo conservatorismo, Sergio Romano indica statisti come Valéry Giscard d’Estaing, Margaret Thatcher, Ronald Reagan, Luigi Einaudi. Ma anche Charles de Gaulle, Konrad Adenauer, don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi. Nel ritratto del conservatore liberale si sentono anche gli echi del pensiero di Edmund Burke, di Alexis de Tocqueville, di Friedrich von Hayek. E, per restare in Italia, Romano sembra ricalcare le orme di Giuseppe Prezzolini, che con il suo "Manifesto dei conservatori" è stato uno dei pochi intellettuali italiani a tentare - con successo - di delineare l’identità del conservatorismo. Una "Confessione" assai feconda dunque quella dell’ex ambasciatore. Ma godibilissime sono anche le 223 pagine precedenti a quest’ultimo capitolo. Il racconto della vita di Romano si mischia a giudizi storici sempre lucidi. E controcorrente. Emerge ancora una volta quel "revisionismo", quel senso di intendere la storia, proprio del conservatore, con cui l’editorialista del Corriere della Sera legge la storia del Novecento. Basti citare questo passo. È il 29 aprile 1945: "La nonna paterna abitava in viale Gran Sasso, dietro piazzale Loreto, ma rifiutai di andare a vedere il corpo di Mussolini e dei suoi compagni. La vista di tanti soldati stranieri - inglesi, americani, canadesi, australiani, indiani, brasiliani - mi incuriosiva e mi infastidiva. Non cercai mai la loro compagnia. Avevano vinto la guerra e avevano tutti i diritti, fuor che quello di pretendere la mia cordialità". Per Romano, l’Italia aveva perso la guerra e non c’era di che rallegrarsene. Un giudizio che, non c’è che dire, dimostra ancora una volta il coraggio del revisionismo dell’ex ambasciatore contro ogni "vulgata" resistenziale.

Massimiliano Mingoia

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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