Editoriale

I nani. - Numero 59

Alla vigilia della pausa estiva, ormai veramente prossima, esce questo numero del Barbarossaonline. Ne è passata di acqua sotto i ponti in questi pochi mesi, dopo la pubblicazione dell’ultimo numero! Il successo del Movimento 5 stelle e della Lega alle ultime elezioni ha sparigliato il gioco politico; unitamente alla débâcle della sinistra e al declino di Forza Italia. Una folla di “gufi” si attendeva il fallimento della formazione del governo, che invece – pur con un parto lungo e doloroso – c’è stata. E’ stata poi la volta di chi gufava, e gufa, sulla mancata tenuta dei grillini con i leghisti; sulla insanabile rivalità tra Di Maio e Salvini; sulla mancanza di dati certi, di numeri su cui discutere, a proposito delle riforme annunciate già in campagna elettorale. E in quest’ultimo caso, a dire il vero, una fondata ragione c’è. Intanto Salvini continua a bloccare l’ondata migratoria e per chi lo accusava di isolare l’Italia nel consesso internazionale c’è stata la risposta europea di sostanziale comprensione della situazione italiana e ammissione che bisognerà porvi rimedio. La cosiddetta “prova muscolare” non ha sortito quegli effetti negativi che si temeva. E così la Lega nei sondaggi veleggia verso percentuali di tutto interesse, inimmaginabili al tempo di Bossi. Salvini ha compiuto l’impresa, il “miracolo” di trasformare la Lega da movimento territoriale, fondamentalmente del Nord Italia, in movimento nazionale, espugnando anche roccaforti rosse da sempre. Ha incontrato lo stesso successo dei 5 stelle, ma da parte di un elettorato diverso. Gli analisti ormai hanno rovesciato come un guanto i dati elettorali e sappiamo ormai chi ha votato per Salvini e chi per Di Maio: il popolo degli scontenti, dei delusi dai vecchi partiti, dei precari, di chi ha paura per la propria sicurezza, di chi vuole arginare l’immigrazione. Eppure sono così diversi Salvini e Di Maio: il primo si presenta spesso senza cravatta, anche senza giacca, magari con la camicia fuori dai pantaloni, in un atteggiamento casual, immediato, da uomo pratico; l’altro perennemente in camicia bianca, cravatta e giacca che gli danno sempre un tono impeccabile. Eppure il primo si rivolge alla piccola e media borghesia, a quella industriale, che magari mette il doppiopetto; l’altro al popolo dei precari, di coloro che faticano a sbarcare il lunario, a chi spera nel reddito di cittadinanza per tirare a campare. Mi sarei aspettato, in una scenografia politica immaginaria, un Di Maio vestito in modo meno formale e un Salvini più “istituzionale”. E invece no. Ma non ha importanza.
Questo giornale, che è nato come giornale di Destra, a questo punto si dovrà porre ancora una volta la domanda che, come un mantra, ci poniamo da anni: dov’è la Destra? C’è ancora una Destra? Ed ora: Salvini rappresenta la Destra? E’ la nuova Destra? E Fratelli d’Italia? Da molti anni, sì anni, ormai andiamo dicendo che non c’è più una destra e una sinistra, ma ce lo continuiamo a chiedere, perché la risposta non ci convince. O non la vogliamo ammettere o accettare. Anche perché è più facile usare schemi vecchi ma di facile comunicazione. Indubbiamente la “destra” di oggi, se proprio vogliamo usare questa categoria, non è più quella di ieri. E forse proprio per questo Fratelli d’Italia, che alle ultime elezioni ha segnato un buon successo, pur tuttavia non decolla. Siamo stati per anni, tanti anni, vicini alle posizioni che oggi sono di Fratelli d’Italia e tra le sue fila annoveriamo ancora tanti amici con i quali abbiamo condiviso valori, ideali, battaglie politiche. Ma il tempo passa e le situazioni, come i valori e gli ideali, si presentano in modo diverso, si trasformano, parlano un altro linguaggio. Parlare oggi di Patria, di patrioti, probabilmente non raccoglie una grande platea, non si è più capiti. Lo vediamo a scuola, dove quando parli di “Patria” sembra che stia parlando un marziano. Piuttosto è più facilmente comprensibile e accettato parlare di identità. Un tema, questo dell’identità politica, culturale, religiosa, sempre più sentito a causa del fenomeno migratorio. Ma sull’identità, prima del Nord ed ora di tutto il Paese, la Lega ha seminato prima e forse meglio. Allora è la Lega la nuova Destra? Fermo restando che i termini, destra e sinistra, come detto, sono ormai logori, forse sì. Certo non basta un’affermazione, uno slogan, un riferimento per fare una corrente politica, ma aiuta… A sinistra, come noto, le cose non vanno meglio. La sinistra classica risulta sempre più divisa, con scissioni e frammentazioni ma anche con incomprensioni e divisioni al suo interno. La gente è sempre più confusa, comprende sempre meno il linguaggio della politica e, soprattutto, tutti i tecnicismi che vengono adoperati per spiegare il sistema elettorale come le scelte economiche, come tutte le quotidiane questioni sociali e civili. Una volta era stato coniato il termine “politichese” con il quale tutti ci mettevamo l’anima in pace per spiegare che il linguaggio politico è incomprensibile (chi può dimenticare le “convergenze parallele”?). Oggi non più, non cerchiamo neppure l’alibi del linguaggio tecnico: facciamo spallucce e ce ne disinteressiamo.
Allora? Non possiamo spostare le lancette dell’orologio, non possiamo tornare indietro. Dobbiamo, però, avere il coraggio di rivedere certe posizioni, certi atteggiamenti che si vanno sempre più affermando al giorno d’oggi. In nome di un nuovo modo di pensare, che sembra legittimare tutto, stiamo deviando a volte da principi irrinunciabili, non negoziabili come si usa dire. Il compito della nuova Destra, se proprio vogliamo continuare ad usare questa espressione, sarà quello di prendere atto del mutamento della situazione e, in nome di “antichi” ma eterni valori dare risposte, nuove ma non stravolgenti, per il terzo millennio.
L’emigrazione è un fenomeno epocale che investe tutto il mondo e che non si può trascurare. Chiudersi a riccio non è la risposta ma invece, come ormai si va predicando da tempo, aiutare quei popoli a restare a casa propria mettendoli in condizioni di vivere meglio. L’accoglienza, infatti, è un valore non solo cristiano ma dell’essere umano in quanto tale; non può scontrarsi però con un’apertura indiscriminata portatrice di danni maggiori del rimedio. Essere di destra, oggi, vorrà dire anche questo. E non vergogniamoci di dire che queste sono scelte dettate dal “buon senso”, senza essere ammantate da ideologismi.
C’è buon senso, ci deve essere buon senso, anche nell’ aiutare chi è in difficoltà, ma deve essere compatibile con le risorse, sempre più scarse, del Paese e evitando speculazioni.
C’è buon senso nel rivedere l’educazione dei nostri figli, dei giovani, cui è stata tolta la speranza di un futuro, ma anche non è stata data loro quell’educazione civica, quella volontà di diventare cittadini, di sentirsi comunità.
C’è buon senso nel riscoprire la nostra identità, la nostra storia, la nostra cultura, perché è la base su cui costruiamo il nostro futuro.
Diceva Bernardo di Chartres che “siamo nani sulle spalle di giganti”; la nostra cultura, cioè, si basa su quella classica, sulla tradizione. Se non la seguiamo, se la dimentichiamo, saremo solo dei nani, ma sulle spalle di nessuno.

Antonio F. Vinci

EDITORIALE - Numero 58

Ancora una volta rieccoci. Riprendiamo a scrivere su  Barbarossaonline con il solito impegno, anche perché quelle che il Presidente della Repubblica ha indetto per il 4 marzo sono elezioni importanti per il Paese, alle quali non potevamo non dare il nostro piccolo contributo critico. Non potevamo essere assenti, perché mai come in questo periodo l’Italia sta conoscendo una crisi profonda. E non parlo solo di quella economica, di quella che nei telegiornali e nei discorsi dei rappresentanti della maggioranza si dice essere ormai superata, ma che superata non è. E lo vediamo nella vita di tutti i giorni. Parlo di quella crisi, di quella frattura che una volta si diceva essere tra “paese legale e paese reale”. C’è qualcuno che se ne ricorda? Il paese reale, quel paese fatto dalla gente, di quella che lavora o che cerca lavoro, dell’operaio, dell’impiegato, dello studente, di chi non si sente più rappresentato – da anni ormai – dalla cosiddetta “classe dirigente”. Quel paese che si sente angariato dalle tasse, dai disservizi, dalla burocrazia, da quel malessere che ha tanti padri e che sta facendo di quest’Italia un Paese in declino, probabilmente senza rimedio. Dobbiamo accettare la realtà: siamo un Paese in declino. Non vogliamo ammetterlo, non lo dobbiamo ammettere, ma è così. Cosa ci resta da fare allora di fronte a questa situazione? Non sperare in mutamenti repentini, in salvifici interventi: non c’è più qualcuno inviato forse dalla Provvidenza…! Da qualunque parta provenga! Ancora una volta il popolo italiano deve mostrare il meglio di sé, come sempre ha fatto nei momenti più difficili. C’è da ricostruire un vissuto, un’appartenenza, una storia, una identità, Siamo un popolo che si adegua, si appecorona, senza nessun tentativo di salvaguardare le proprie tradizioni, che tifa sempre per lo straniero che vede migliore e diverso; ma siamo anche capaci di grandi imprese, di sforzi incomparabili, di “miracoli”. A questa Italia guardiamo e a questa Italia il Barbarossaonline guarda volendo dare il suo contributo, pur nella modestia delle sue forze.

Barbarossa

Perché la Lega - Numero 57

E ritorniamo a scrivere sul Barbarossaonline! Un silenzio durato anche troppo, dovuto a difficoltà oggettive. Ma ora ritorniamo. Come già altre volte, dopo altre interruzioni, riprendiamo  con la solita volontà di spendere una parola di riflessione in più. Il Barbarossaonline questo vuole essere: un luogo di riflessione, una pubblicazione di opinioni, un ritorno su fatti e notizie già noti o meno noti, con l’intento di non far scivolare nel dimenticatoio accadimenti e notizie travolti dalle infinite novità. Oggi tutto sembra perdere spessore; tutto viene ingoiato dalla folla di ciò che accade e che viene diffuso con sempre maggiore velocità. Ecco, noi vogliamo fermarci a riflettere su alcuni dei temi più scottanti, anche di carattere locale. Non abbiamo soluzioni preconfezionate né ci ergiamo a maestri o tuttologi. Vogliamo renderci conto della realtà che ci circonda senza uniformarci al pensiero unico; vogliamo esprimere le nostre idee magari dettate da semplice “buon senso”, senza per questo essere accusati superficialmente di populismo. Fedeli alla nostra linea editoriale, vogliamo esprimere una posizione di Destra, senza pretendere di esserne i custodi o gli interpreti.

Già ma, tanto per cambiare, cos’è la Destra? Quale è la Destra oggi? Ormai sono anni che ci interroghiamo su questa questione e, attendendo una risposta, la Destra … è scomparsa. Forse dire “scomparsa” è un  po’ troppo, ma ridimensionata sì. O almeno si è ridimensionata la Destra tradizionale, quella alla quale eravamo abituati. Ridimensionata perché, ovviamente, i tempi cambiano; cambiano le problematiche d’ordine generale, cambiano anche le persone e quelli che sostengono le idee, cambiano gli scenari interni e internazionali. D’altra parte parlare – anche in un momento  di crisi dell’  identità europea – di una Destra nazionalista ha senso? Come non ha più senso parlare di Sinistra. Ma sono temi che ormai risultano vecchi, affrontati già da molti anni. Categorie desuete ma dure a morire, perché comode per etichettare situazioni ed idee. E allora  guardiamoci attorno, guardiamo nello scenario italiano. Quanta gente, militanti, simpatizzanti, elettori di Destra, di quella Destra tradizionale di cui si diceva, si sono rivolti oggi alla Lega? E perché? Non si tratta semplicemente di gente che “sale sul carro del vincitore”, perché la Lega non ha ancora vinto, se non in alcune regioni. Probabilmente si tratta di gente che avverte l’inadeguatezza, oggi, della Destra politica come tradizionalmente si è presentata nel panorama  italiano. Una inadeguatezza che è per alcuni versi, anche se in modo minoritario,  il chiudersi in formazioni di nicchia, di testimonianza, senza alcuna reale possibilità di incidere nella realtà politica quotidiana. Per altri versi una Destra che dà  segni di logoramento dopo un periodo in cui sembrava poter rivestire un ruolo più importante nella politica italiana. La Lega, invece, è apparsa da subito come movimento legato alla figura di un leader, Umberto Bossi, e che ora con Salvini è riuscita a raggiungere percentuali ragguardevoli, facendo dal punto di vista del consenso elettorale esattamente il cammino contrario rispetto alla Destra politica tradizionale in questi ultimi anni. Salvini interpreta il malumore della gente, la paura della gente; lo fa anche Fratelli d’Italia, ma con risultati diversi. Salvini ha compiuto un’operazione importante: pur facendosi portavoce delle istanze del Nord, che appare sempre più la locomotiva d’Italia rispetto ad un Sud che fa sempre più fatica, vuole fare della Lega non più un movimento regionale ma un partito nazionale. Guardando alle prossime elezioni politiche, nell’intervista rilasciata a Paola di Caro al Corriere della sera del 24 luglio, Giorgia Meloni ha così sintetizzato : “Se si va ad una coalizione, più anime si rappresentano e meglio è. Accanto a FI che è il centro liberale, la Lega che porta avanti le istanze del Nord, Fdl che si batte per il patriottismo nazionale, si può aggiungere un centro moderato”. La gente guarda sempre più alla Lega perché si presenta come un movimento che fa della concretezza e della coerenza la sua bandiera. Salvini in TV non urla, ma fa ragionamenti : semplici, razionali e comprensibili da tutti. Appare sempre più come “uno di noi”, un cittadino stanco della situazione di degrado in cui versa il paese e la politica, senza paura d’essere tacciato di qualunquismo o di razzismo, ma anzi chiarendo con dati alla mano la situazione del Paese. Salvini ha il pregio di presentarsi come il classico “bravo ragazzo” che non offende gli interlocutori, non perde mai la pazienza (e non so come faccia …), non interrompe gli altri quando parlano ma attende pazientemente il suo turno. E’ un modo diverso di fare politica e di sostenere le proprie idee. Non indossa completi, camicia e cravatta, né tanto meno il “doppio petto”, ma jeans, camicia o una delle tante felpe che riproducono slogan o appartenenza. Ad un leader che si muove politicamente così il consenso non potrà mancare. A questo movimento guardiamo con interesse proprio noi che per mezzo secolo ci siamo identificati nella Destra. E’ in atto un’evoluzione nell’ambito della Lega: se saprà coniugare le istanze autonomistiche nell’ambito dell’unità nazionale, se saprà cogliere e far comprendere la ricchezza delle diversità regionali in un concerto nazionale, potremo dire che è nato un nuovo modo di concepire la Destra, che non è più la Destra come l’abbiamo sino ad ora intesa ma quella  che guarda alle autonomie regionali per costruire dalle ceneri di questo Paese un’Italia nuova e moderna. Un’Italia unita nella diversità.

Antonio F. Vinci

Dopo parecchi mesi di silenzio, ritorna il Barbarossaonline. Un ritorno come ce ne sono stati altri in questi anni, perché motivi tecnici hanno più di una volta dilazionato le pubblicazioni. Il Barbarossa non è più lo stesso di prima. Ha cambiato grafica, impostazione degli argomenti ed anche lo sguardo sulle vicende di casa nostra assume un’ottica diversa.  Molta acqua è passata sotto i ponti dalla prima pubblicazione: era il 22 gennaio del 2001. Sono passati 15 anni. Nella presentazione del giornale si diceva:

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il Sacro Romano Impero, aveva compiuto sei discese in Italia, aveva incendiato Asti e Chieri, raso al suolo Crema e Milano, ma la sconfitta di Legnano e la successiva pace di Costanza gli avevano fatto capire che quel sogno era ormai irrealizzabile. Dopo la sconfitta di Legnano l'imperatore, però, si riconciliò con il papa Alessandro III, alleato dei Comuni, ed andò a morire nel corso della III Crociata, annegando nel fiume Salef: era il 1190,aveva 69 anni. Il Barbarossa diventa quindi il simbolo della conciliazione, di chi accetta la sconfitta, capisce la storia, il suo tempo, va avanti e non guarda nostalgicamente ad un passato che non può più ripresentarsi. E questo è il Barbarossa al quale guardiamo.

Lo spirito di queste pagine resta lo stesso: capire la storia, il proprio tempo e guardare avanti. Resta un periodico di “Destra”, sì proprio di Destra, con la “D” maiuscola, a denotarla come categoria metastorica, ormai superata nelle divisioni partitiche, ormai  trasversale nella politica italiana. Cos’è oggi la Destra? Esiste una Destra? Ha senso ancora una Destra? Chi rappresenta la Destra? Sono quesiti che ci poniamo da anni, dopo la caduta di schemi che imperavano da decenni. E questo vale anche per la sinistra.

Il nostro periodico, quindi, rinasce e riprende le pubblicazioni partendo da questo dato, assodato ormai da tempo ma che oggi può ancora servire per fare chiarezze, per capire da che parte si sta, quali prospettive abbiamo per il futuro, che mondo vogliamo.

I tanti problemi che quotidianamente si affacciano alla vita di tutti esigono delle risposte. Non si può sempre dilazionare, spingere avanti, rinviare. I nodi vanno sciolti, con forza, con coraggio. E per coraggio intendiamo anche quello di fare scelte diverse rispetto al passato, trovare nuovi compagni di viaggio,  prospettare linee diverse per il nostro futuro.

E’ quanto incominceremo a fare da questo numero e dalle prossime pagine.

Antonio F. Vinci

 

 

 

CHI E' BARBAROSSA?
 
Un giornale telematico? Non pretendiamo tanto, ma uno spazio, questo sì, alternativo, di Destra, di una Destra moderna, europea, democratica, che non rinnega aprioristicamente il passato ma che non ripropone nostalgie rinchiuse nel libro della Storia; una Destra di governo ma che non si svende per il potere fine a se stesso; una Destra che vuole ribadire la sua identità, ma senza alzare steccati e che non vuole appiattirsi in una melassa in cui tutti possano trovare posto. Per questo Barbarossaonline non è legato a nessun partito, anche se vi scrivono uomini e donne di Alleanza Nazionale. Non rappresenta nessuno, né dietro di essa c'è nessun notabile : è uno spazio libero. Barbarossaonline vuole essere un luogo di incontro, di discussione, di informazione della Destra dell'Altomilanese, dell'asse del Sempione ma con un occhio di riguardo alla città della vittoria di Alberto da Giussano. E d'altra parte Legnano, nel suo piccolo, sta diventando sempre più metafora di un'Italia che cambia: un processo di reindustrializzazione in atto, un centro storico che muterà profondamente cambiandone la fisionomia, un'attenzione particolare al mondo dell'edilizia scolastica che creerà uno dei più bei campus d'Europa, una problematica riguardante l'inserimento del mondo degli extracomunitari sempre più viva, una presenza dinamica del volontariato. Questa è la Legnano di oggi, ma è anche la situazione un po' di tutto l'Altomilanese.
Ci troveremo qui all'inizio e alla metà di ogni mese, per scambiarci opinioni, notizie, riflessioni su quest'Italia che cambia, ma molte volte senza la sufficiente attenzione da parte nostra.

Editoriale - Numero 55

 

Sarà perché è Natale, o perlomeno lo è stato da pochi giorni; sarà perché il Barbarossaonline è una creatura che è viva, anche se conduce una vita stentata, con difficoltà tecniche ed organizzative, e non ci sentiamo di lasciarla ad un destino di oblio; sarà perché sentiamo il dovere morale di proseguire in questa stancante battaglia politica; sarà per tutto questo ed altro ancora che riprendiamo a scrivere sul nostro periodico. E’ passato del tempo e, come già altre volte, ci ritroviamo a riprendere il cammino interrotto, ma non sapendo da dove iniziare e soprattutto verso dove andare. Un cammino che mai come in questi anni produce cambiamenti improvvisi e radicali. Una strada che non si sa dove conduce, avendo perso molti dei punti di riferimento di una volta. Ma vogliamo continuare a scrivere sul Barbarossaonline, vogliamo continuare a cercare nuove strade, nuovi percorsi; anzi chiediamo ai nostri lettori di intervenire, di mandarci opinioni, lettere, messaggi. La nostra è una rivista di destra, che vuole essere aperta al cambiamento, al futuro, senza però stravolgere con opportunismi e tatticismi quelli che sono i nostri ideali. Da sempre. Ci fanno sorridere, infatti, quelli di destra che sentono l’esigenza di definirsi di "centro-destra", quasi a voler mitigare l’essere di destra, quasi a doversi scusare. Come d’altra parte ci feriscono e ci offendono quelli di centro che si definiscono di "centro-destra" pensando di accattivarsi anche le simpatie della destra, richiamandola come delle sirene nel proprio campo politico. Noi siamo di destra. Punto. E ne siamo orgogliosi. Non siamo né fanatici né tanto meno nostalgici. Sappiamo distinguere tra politica e storia e lasciamo a chi non ne è capace, in buona o cattiva fede, di rimanere fermi sulle loro posizioni antistoriche. La nostra destra non ha bisogno di revisioni, di adeguamenti, di conciliazioni, ma si rende anche conto che non può confinarsi in un recinto in cui resti come pure testimonianza, grande fin che si vuole ma sterile. E’ qui l’autentica difficoltà: avere la fedeltà a valori non negoziabili, ma aprirsi alle esigenze del mondo d’oggi, che è ben diverso da quello in cui nacque la destra italiana ed europea. I problemi del lavoro, della famiglia, della scuola, dell’immigrazione, delle scelte etiche, della finanza, dell’euro, non possono essere trattati come se il tempo fosse fermo, con schemi e soluzioni che potevano essere presi in considerazione (e forse non andavano bene neppure allora) anni fa. Ci vuole intelligenza, capire il nuovo ma capire anche che non sempre il nuovo è giusto e bello. Ed è allora che la Tradizione ( sì, con la "t" maiuscola) diventa un’ancora di salvezza, solida, su cui poter contare, e non una catena che ti lega ad un passato improponibile.

Antonio F. Vinci

 

Ad elezioni terminate, ad analisi concluse, resta ora da contare, come dopo una battaglia…i morti e i feriti! Non mi soffermerò a parlare dei tre partiti e coalizioni che hanno perso vincendo o vinto perdendo…No. Questo è un giornale della destra e della situazione della destra voglio parlare. A leggere articoli (alcuni dei quali riportati nella sezione letture), sentire sfoghi di candidati delusi, percepire eloquenti silenzi… è tutto un piangersi addosso. La destra in Italia è scomparsa. Prendiamone atto. Non ce lo aspettavamo, non a questo livello. Poco serve consolarsi di altre scomparse (c’è chi ha brindato in piazza alla scomparsa politica - almeno per il momento... - di Fini); c’è chi gongola constatando la "punizione" elettorale dell’UDC, di Casini, di Di Pietro e di tanti altri politici presenti da decenni in Parlamento. Il fatto incontestabile è che la destra italiana è scomparsa. Forte la delusione di chi sperava ne "la Destra" di Storace, miseramente crollata e che non è riuscita neppure nel suo intento, che sembrava probabile se non possibile, di fargli conquistare la presidenza della Regione Lazio. D’altra parte "la Destra" non ha avuto visibilità, almeno parliamo del milanese, dove pure poteva contare su uomini e donne di un certo rilievo. Certo la macchina elettorale è costosa, ma è mancata anche la militanza, quella che si è sempre appoggiata sul volontariato degli iscritti e dei simpatizzanti. Eppure "la Destra" aveva una sua struttura a livello nazionale. Il suo programma non è stato capito o era troppo "alto". Sta di fatto che non è stato percepito dalla gente. Non è andata molto meglio alla neonata formazione di "Fratelli d’Italia". Costola dell’ex AN, ha voluto essere in pochi mesi la proposta di un nuovo centro-destra. L’unico nome di "centro" di un certo rilievo era Guido Crosetto. Che non è stato eletto. Poi in Parlamento, con una percentuale di poco inferiore al 2%, sono giunti nove deputati. Ora i "Fratelli" postano su facebook o scrivono articoli difendendo, giustamente, il massacrante lavoro fatto in pochi giorni per farsi conoscere dagli italiani, riconoscendo che probabilmente più di tanto non si poteva fare. Sin dai primi giorni di campagna elettorale hanno sostenuto d’aver lasciato la calda casa del PdL, dove avrebbero avuto la certezza di essere riconfermati, per rischiare con Fratelli d’ Italia, in nome di una riconquistata purezza. Mi sia consentito dissentire...A parte l’anomalia politica di uscire da un partito per dar vita ad un altro che contesta la casa madre ma si allea con essa…già si parlava da mesi di un’uscita della corrente ex AN, mai veramente amalgamata con coloro che provenivano da FI. La nascita, frettolosa, di "Fratelli d’Italia" è stata invece dettata solamente dal tentativo di arginare la perdita di voti di destra che sarebbero andati alla Lega o al Movimento 5 Stelle, ma anche perché Berlusconi, pressato dai suoi fedelissimi, certamente non avrebbe potuto ricandidare tutti coloro che facevano parte della ex AN. Infatti, per coloro che sono rimasti nel PdL, non si è parlato forse di "pulizia etnica"? Ma di "Fratelli d’Italia" parliamo anche in altra parte del giornale. La costellazione dei movimenti di destra, poi, è stata quanto mai frastagliata e ininfluente dal punto di vista del risultato elettorale. E per usare una definizione che ormai ha fatto scuola, i risultati sono da prefisso telefonico… Ci sono poi gli eletti (nel senso elettorale…) di destra nel PdL. Quanto peso avranno all’interno del PdL? E, soprattutto, quanto potranno influenzare, da destra, il partito di Berlusconi? Ora: che fare? "la Destra" di Storace già da prima delle elezioni ha perorato la causa della formazione di una Costituente di destra. Su questa linea si sono mossi intellettuali come Marcello Veneziani, Renato Besana ed altri. Ma c’è anche chi, giustamente, sottolinea che la nuova destra potrà nascere non da una semplice somma delle formazioni all’interno della galassia della destra italiana. Oltre tutto con grande differenze fra di loro, divise da rivalità, personalismi, vecchi attriti. Allora c’è da chiedersi prima di tutto: ma in Italia c’è ancora bisogno di destra? La bocciatura che la destra ha avuto in qualunque formazione si sia presentata, non ci fa forse pensare che ormai la destra è legata ad un passato, ad un modo di far politica che nessuno più accetta? O forse si tratta del rifiuto di questo tipo di proposta di destra? Sono interrogativi che bisogna pur porsi, prima di parlare di Costituente di destra. E non si capisce perché si dovrebbero riunire schegge di destra che già nel passato non sono riuscite ad amalgamarsi tra loro. Insomma, dobbiamo prima cercare di rispondere a questi, drammatici, quesiti. E poi rilanciare una proposta di destra.

Il Barbarossa

Rieccoci - Numero 53

 

Ancora una volta: rieccoci. Ormai, dopo i ritardi nella pubblicazione del nostro giornale, è diventata quasi un’abitudine scusarci con i lettori per il disguido. Il fatto è che ci si chiede sempre più spesso se valga la pena prendere posizione, parlare di politica, affrontare la situazione! Un attacco di scetticismo ci assale sempre più frequentemente di fronte allo spettacolo che ci circonda e in cui siamo spesso solo puri spettatori, "pupi" direbbe Pirandello... E non perché ci si voglia considerare "puri", non coinvolti perché chiusi nella nostra torre d’avorio, al riparo dell’immoralità dilagante; no, ma perché si è sempre più marginalizzati, non tenuti in considerazione, sbeffeggiati dai politici ( da qualsiasi parte provengano). Antipolitica? Sì, perché? Non vergogniamoci se ci accusano di antipolitica, anzi. Tutt’al più - e questo mi sembra doveroso oltre che corretto - dobbiamo parlare di antipartitismo, di questo partitismo. Perché la politica va perseguita, va praticata, va attuata. Se la politica è la vita quotidiana, l’esercizio del mettersi al servizio della comunità, essa è passione, volontà di essere comunità. E come tale va fatta, va insegnata, deve essere fatta amare. Invece continuiamo a parlare di antipolitica, ingenerando confusione e qualunquismo : non è la politica che va rifiutata, ma la cattiva politica. La politica di coloro che, dopo aver affossato per decenni l’Italia anche (va riconosciuto) con il nostro complice silenzio, adesso si ergono a moralisti, a salvatori della Patria. La politica di chi crede di salvare il Paese aumentando le tasse in modo indiscriminato, per coprire il buco del deficit (quanti continuano a ricordare che così si ammazza il malato? Il tutto, ovviamente, viene inascoltato). La politica di chi crede di curare la malata Italia facendola ritornare di colpo a livelli di vent’anni fa, come se la storia potesse essere cancellata. Rassomigliano questi politici a colui che rimase stupito di veder morire il proprio asino, proprio quando "finalmente" si stava abituando a non mangiare …La politica di falsi moralisti, di coloro che solo ora si scandalizzano dell’inserimento nelle liste elettorali di personaggi che poco avevano a che fare con la politica, dimenticando i loro parenti, amici e benefattori che a vario titolo hanno gratificato, inserendoli nel bosco e sottobosco politico. Come avere fiducia in una classe politica che non ha avuto il coraggio di dare un segnale a un Paese in grave difficoltà economica. E non si dica che diminuire lo stipendio di parlamentare o di consigliere regionale abbia bisogno di una prassi lunga, una legge specifica, ecc. ecc. : bastava autodiminuirsi il proprio stipendio, devolverlo alle necessità dei nuovi poveri o dei terremotati o ad un fondo per i giovani. Non si è voluto, perché ognuno pensa alla propria pagnotta. Eppure si chiedeva e si chiede un segno, solo un segno!

Ora si respira già aria di elezioni. Ora assisteremo sempre più allo stracciarsi delle vesti, ai tentativi di ripresentarsi al popolo italiano con un nuovo look. Come se bastasse cambiare nome, fare qualche nuova alleanza, qualche nuovo inciucio, inserire qualche faccia nuova. Certo, non tutti i politici sono così; certo, non tutti sono da condannare. Sarebbe ingiusto e ingeneroso. Ci sono uomini e donne dei diversi schieramenti che veramente si adoperano per il Paese. Sì, ma quanto incidono nella vita pubblica? Tempo fa si coniò il termine di peones, per definire quegli onorevoli che contavano poco o nulla. Nulla è cambiato. Si è coniato il termine di casta; è stata accettata, subita, come una definizione, una realtà che possiamo solo subire.

Che fare?

Tornare a fare politica, ognuno nel suo piccolo. Prendere coscienza della situazione; abbandonare - se è il caso - il falso dogma della fedeltà al proprio partito, se il partito ti tradisce, e cambiare. In qualche modo cambiare. I partiti sono un mezzo non il fine della politica. Se un partito, se i suoi rappresentanti a nostro avviso hanno tradito o si sono resi complici, anche passivamente, di una situazione che non sembra vedere la luce in fondo al tunnel, beh si cambia. Si cambiano i compagni di viaggio, perché noi il viaggio vogliamo farlo. Si lasciano gli ex amici, se non ci fidiamo più. Il viaggio è aspro, pericoloso, irto di difficoltà. Il viaggio è la nostra vita politica e sociale; e noi vogliamo farlo. In modo diverso, con nuovi compagni o anche da soli. Ma non ci faremo più prendere in giro da presunte fedeltà ad ideali, valori, tradizioni che quotidianamente vengono traditi proprio da chi fa appello alla nostra fedeltà. Cambieremo per continuare; non lasciamo la casa del padre per tradire il padre, né -ovviamente - per dimenticare la nostra storia, i nostri ideali.

Noi non ci lasceremo sopraffare dallo sconforto.
Per questo continueremo a fare politica. Per questo riprendiamo la pubblicazione del Barbarossaonline.

Antonio F. Vinci

Rieccoci online! C’è stato un lungo silenzio da parte nostra e i motivi sono tanti. Amici e lettori sempre più insistentemente ci hanno chiesto di riprendere la pubblicazione e, finalmente, ci siamo riusciti. Nel frattempo è successo di tutto : Berlusconi si è fatto da parte; abbiamo un governo di tecnici; siamo in recessione; stanno cambiando i costumi degli italiani; la disoccupazione giovanile è a livelli record; l’Italia è bloccata economicamente e moralmente. Siamo ad una svolta? Forse sì. Anzi, speriamo. Tanto per incominciare gli italiani credono meno ai partiti e alla politica. E ci credo! Non è un bello spettacolo quello che vediamo in giro! Si dice: si fa strada l’antipolitica. E cosa ci aspettavamo? La gente è stanca, è stufa dei propri "rappresentanti" che - pur con le doverose eccezioni - non rappresentano che se stessi e i propri interessi. Gli scandali si susseguono e anche la nostra Lombardia, il Pirellone prima di tutto, sembra essere travolto da un turbine di malaffare. Non si fa in tempo a leggere di un avviso di garanzia che si scopre un altro buco nero; si condanna qualcuno per mazzette, si celebra l’anniversario di "Mani pulite" e si scopre che è tutto come prima, peggio di prima. Senza contare lo tsunami che sta travolgendo la Lega. Certo è facile scaricare sul cittadino l’accusa di "qualunquismo", di fare di "tutta l’erba un fascio". E’ pur vero che bisogna fare i necessari distinguo, ma la gente prende sempre più consapevolezza della situazione in cui versiamo. Si fa sempre più strada il dualismo Paese reale/Paese legale. Eppure la politica va salvaguardata. I politici non sono tutti maneggioni; non pensano tutti solo al loro "particulare". Certo le tentazioni sono tante e "chi va al mulino s’ infarina", ma che ne sarebbe del nostro Paese (come di qualunque altro) se si abbandonasse la voglia di fare veramente politica? Politica oggi è sinonimo di corruzione, di privilegio, di casta. Ma non è sempre così. Saremmo ingenerosi. Dobbiamo tornare a fare politica sul serio. Dobbiamo tornare a dare un senso alla politica, a vederla per quella che dovrebbe essere e che non è :


Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benché in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia. Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.


Questo il Discorso che Pericle fece agli Ateniesi. Ma eravamo nel 461 a.C.…

Antonio F. Vinci

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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