Editoriale

 

L’ITALIA VOLTA PAGINA

Sull’esito delle elezioni e sull’interpretazione dei flussi elettorali si è detto ormai tutto. Finalmente non c’è più nessuno che dica che nulla cambia, che viviamo in un sistema imballato, in una palude politica. Ora, finalmente, si parla di terremoto politico, di tsunami, di nulla è più come prima.

Il divario con gli altri paesi di cultura e tradizione occidentale pare si stia per colmare del tutto: non più di quattro, cinque partiti in Parlamento. Una pacchia. E a parte il rimpianto sentito su tutte le reti TV per non avere più la voce della dissidenza, Bertinotti, che è passato senza colpo ferire da Presidente della Camera a semplice cittadino, pare che gli italiani non rimpiangano più di tanto quella che era la caratteristica del nostro schieramento politico: la pluralità e la vivacità delle tradizioni,degli ideali. Perché, se è vero che nessuno sopportava più la pletora di partiti e partitini, non avere più in Parlamento vecchi e meno vecchi partiti come i socialisti, i comunisti, i verdi, i repubblicani, i liberali, ecc. ecc., fa cadere un po’ la dialettica parlamentare. Insomma: va bene non avere più tanti partiti che bloccavano la vita politica, ma il timore è che tutto si riduca a due grandi contenitori in cui c’è di tutto e di più. Mai contenti? No, non si tratta di questo; si tratta, da parte di molti, di temere la perdita delle identità, delle caratteristiche specifiche, delle proprie tradizioni a vantaggio di una melassa in cui conta il prestigio del capopartito. Già lo scippo delle preferenze ha creato un deficit di rappresentatività: i cittadini si sentono sempre più lontani da una politica che decide nelle segreterie di partito chi deve essere eletto.Ora il tanto desiderato bipolarismo, che dovrebbe portare al bipartitismo, viene temuto come l’hegeliana notte in cui tutte le vacche sono nere!

E questo è il pericolo che si avverte specialmente in Alleanza Nazionale.

AN è un partito fortemente identitario; proviene dal vecchio MSI (di cui conserva nel logo ancora il simbolo storico della Fiamma tricolore) e ha fatto della propria identità una bandiera. Il timore dei suoi iscritti e militanti è che, fondendosi con Forza Italia nel costituendo partito del Popolo delle Libertà, la propria storia finisca. Intendiamoci: chi credeva di stare in AN per cullarsi in nostalgie e ricordi, è già andato via da anni, entrando nelle varie formazioni che sono nate nel frattempo. Gli attuali iscritti e militanti di AN, però,temono che l’ingresso nel PdL sia veramente un "morire democristiani"; sia veramente diventare la costola destra, se va bene, di Forza Italia; sia veramente annacquare ideali e storia in un mercanteggiamento di posti, assessorati, consigli d’amministrazione, incarichi e cariche. Insomma la fine delle "belle idee per cui si muore" e un più modesto tener presente che "tengo famiglia".Meno eroico il secondo, ma certamente più pratico e redditizio… La Lega Nord ha fatto il pieno di voti. Specialmente nelle sue terre d’origine, Varese e varesotto, ma anche in Veneto, in Liguria, nella rossa Emilia Romagna. Ormai pare assodato che gli operai, non certo tutti, ovviamente, hanno votato Lega. E questo è un segnale ben preciso. E’ la fine delle ideologie, ora sì. La classe operaia non va più in Paradiso ma al raduno di Pontida; non più la sezione con la bandiera di Mao o la foto di Castro, ma l’ampolla del dio Po…Il fatto è che la Lega ha - e succede nella nostra storia italiana ancora una volta - detto quello che la gente voleva sentire: più sicurezza, meno tasse, federalismo fiscale, no ai clandestini. La Lega non ha un’ideologia, non è né di destra né di sinistra, ma dice ciò che la gente vuol sentire.Ora sì che siamo alla fine delle ideologie! E non si tratta di un voto di protesta, o solo di protesta, ma di un voto che vuole farla finita con le contrapposizioni tra fascismo e antifascismo, le diatribe sul sesso degli angeli, quel fumoso, a volte, parlare di ciò che solo politici cresciuti nelle segreterie di partito capiscono.La Lega ora si accredita ancora di più come forza di governo. Alle dure parole di Montezemolo nei confronti dei sindacati ha risposto con un invito alla moderazione. La Lega? Sì, la Lega! Questa volta, al di là delle frasi ad effetto di Bossi, la Lega metterà il doppiopetto (magari con il fazzoletto verde nel taschino) e si accrediterà sempre più come il partito del fare, del ben fare. E gli italiani hanno dato fiducia a questo movimento. Anche gli elettori di AN e di Forza Italia, come dimostra il sostanziale saldo negativo della somma dei due partiti nelle precedenti elezioni del 2006 rispetto a quelle di qualche giorno fa.

Ma questo non è un segnale del tutto positivo.

Il voto di protesta è un voto importante, legittimo; smettiamola di classificarlo come pochezza politica. Il cittadino perché dovrebbe continuare a votare per chi lo delude? Ma il voto di protesta deve essere legato ad una stagione politica, ad un momento storico, perché se diventa fine a se stesso, se non si concreta in una più ampia visione della vita diventa manifestazione solo protestataria, che si autoalimenta e non costruisce.Ora tutti si lanciano in odi di esaltazione della Lega, solo perché ha ottenuto un risultato che dire lusinghiero è poco; ma ora attendiamo la Lega, insieme al PdL,alla prova dei fatti.Non possiamo pensare solo ad una politica del "no" : no alle tasse di Roma, più o meno ladrona; no ai clandestini; no alla fine di Malpensa; no all’insicurezza. Bisogna costruire, o meglio ricostruire il Paese. E questo non lo si fa solo con la protesta o con provvedimenti d’emergenza, anzi. Ci vuole una politica di più ampio respiro, una politica che affronti giustamente, ed ovviamente, le emergenze (che sono tante e drammatiche), ma anche che proponga un modello di sviluppo, un progetto Italia per il futuro. E questo, scusate se è poco, non lo si fa solo protestando, ma avendo una concezione della vita condivisa e condivisibile.

Antonio F. Vinci

E ora? - Numero 43

SOMMARIO DELLA SEZIONE:

  • E ORA?
  • UN CAMMINO CHE VIENE DA LONTANO


    E ORA?

    E ora? Questa è la domanda che si sono posti un po’ tutti, cittadini comuni, militanti di An, elettori del centrodestra. L’improvvisa svolta di Fini ha lasciato tutti spiazzati. Tutti, tranne i dirigenti del partito! Di partito unico, come si dice in altra parte di questo giornale, si parlava già da tempo, ma la velocità con la quale si è giunti alle conclusioni di questi giorni è sembrata a molti eccessiva. Ai più sospetta…Cosa è cambiato dal tempo del giudizio di essere alle "comiche finali" a dicembre, sempre a proposito della nascita di un partito unico? Fini ha detto che è cambiata, semplicemente,la situazione politica... Vero. La caduta del governo Prodi, le elezioni anticipate, l’evolversi della situazione politica con la costituzione del PD, hanno indubbiamente accelerato i tempi. Fini ha fiuto politico, indubbiamente ( anche se qualche volta ha sbagliato i calcoli…). Ma il momento è eccezionale : andava colto. Se c’è una virtù specifica del politico è quella di cogliere l’attimo. Dal punto di vista strategico andare ancora divisi , anche se collegati, ci avrebbe spiazzato rispetto al nuovo soggetto nato nel centrosinistra. L’adesione immediata, a parte il caso dell’UDC, ne è stata una riprova. Certo : una cosa è il cartello elettorale, altra il partito unico. Ma saranno le urne che decreteranno la nascita del partito unico, del PdL. Fini lo ha detto chiaramente: dalle urne nascerà il partito unico. Come dire che se i risultati dovessero essere deludenti, si potrà sempre rivedere la situazione, al Congresso d’autunno. Gli italiani, che a parole inseguono da sempre il mito della semplificazione in politica, che guardano con occhi umidi al bipartitismo secolare in USA e in Gran Bretagna, ora hanno l’occasione per dire la loro, premiando il nascente bipartitismo. La stessa UDC, che ha fatto dell’identità una bandiera, in seguito al suo dissenso di entrare nella lista unica e poi nel partito unico, sta conoscendo una stagione di fughe da far rabbrividire: a Catania - come ricorda ampiamente Il Giornale del 18 febbraio - defezione dell’assessore regionale Torrisi, insieme ai deputati regionali Drago e Mancuso, accompagnati da tutti i giovani di area UDC. Il Mpa di Lombardo, intanto, ha fatto l’accordo con il PdL ed anche questo è un duro colpo per l’UDC siciliano.Vale la pena,infatti, ricordare che la Sicilia è la regione in cui l’UDC è più forte, raccoglie infatti il 9,6 per cento dei voti. In Piemonte è poi uscito dal partito centrista Bonsignore, fondatore dell’UDC e vicepresidente del Ppe. Nella provincia di Barletta-Andria-Trani sono usciti dal partito di Casini 14 consiglieri su 20. E via dicendo, da Como a Modena, da Ferrara a Rimini. E non dimentichiamo la nascita della Rosa bianca! Ma qual è il vero timore dei militanti di AN? Essere schiacciati da Forza Italia nel calderone del nuovo partito. Il timore c’è. Ma è reciproco. Credo che anche gli iscritti di Forza Italia abbiano altrettanto timori…Ma qui non si tratta di vedere chi è più bravo, chi divora l’altro…Non si tratta di numeri, ma di persone, di qualità delle persone. Io credo che la lunga esperienza storica del MSI prima e di AN dopo abbia solidificato nei militanti di destra uno spessore che difficilmente verrà scalzato. Sarà compito dei singoli tenere viva la passione per la politica, l’entusiasmo che ci ha sempre distinto e che ci ha fatto affrontare difficoltà ben più gravi. Chi ha qualche anno di politica alle spalle sa quanto duro sia stato sopravvivere, anche fisicamente in certi casi, negli anni passati. E’ ben difficile che quel DNA, costruito con una militanza spesso dura, impietosa, scarsamente gratificante, si disciolga solo perché si amplia la base del consenso…Se ciò dovesse avvenire sarebbe solo colpa nostra. Che questa opportunità "storica" non diventi un alibi per le nostre pigrizie. Marceremo con tanti cittadini che hanno fatto la nostra stessa scelta di campo; a questi possiamo offrire la nostra esperienza, il nostro passato, la nostra fede che, se non è vuota retorica, è capace di realizzarsi nel quotidiano, cogliendo il senso della storia che passa. Non basta più essere testimonianza del passato. Chiudersi nella torre d’avorio dei "duri e puri" molte volte è l’alibi per chi non vuole mettersi in discussione; mantenere una presunta verginità è la scusa per non scommettere, per non fare delle scelte, per quella "inettitudine" che Italo Svevo aveva così sapientemente descritto nei suoi romanzi. Bisogna calarsi nella storia, sporcarsi le mani , non arroccarsi nel mondo dei miti, del passato. L’Italia non può più aspettare. La prova di coraggio l’attende da noi. Non la deluderemo, se ci faremo condurre dall’onestà delle scelte, se ci saranno di guida i nostri antichi e sempre verdi valori, ideali, certezze. Il futuro ci appartiene: realizziamolo!

    Antonio F. Vinci


    UN CAMMINO CHE VIENE DA LONTANO

    Le recenti affermazioni di Gianfranco Fini in merito all’adesione di Alleanza Nazionale al PdL e il conseguente scioglimento del Partito in autunno, hanno sorpreso non pochi. In realtà, al di là delle battute di dicembre su Berlusconi e sul suo "partito del predellino" lanciato in Piazza San Babila, il cammino verso la formazione del partito unico data da parecchi anni. Riviste, convegni, conferenze diverse hanno preparato l’evento. Basterebbe ricordare almeno la costituzione del "Comitato di Todi" ( del quale facevano parte Forza Italia, AN e UDC) che lavorava sull’ipotesi della costruzione di un partito unico del centrodestra.Già il 4 maggio 2005 il Comitato emetteva un documento dal titolo "Cominciare il cammino", firmato da Ferdinando Adornato, Sandro Bondi, Rocco Buttiglione, Fabrizio Cicchitto, Francesco D’Onofrio, Maurizio Gasparri, Mario Landolfi, Gennaro Malgieri, Andrea Ronchi, Angelo Sanza, Adolfo Urso. Ecco uno stralcio, mentre il documento intero è consultabile al sito www.centro-destra.it.

    Cominciare il cammino
    documento del Comitato di Todi (4 maggio 2005)

    La nostra opinione, già da tempo espressa unitariamente negli annuali seminari di cultura politica di Todi, è che tutti i partiti e i movimenti che oggi compongono la Casa delle libertà (Fi, An, Lega, Udc, Nuovo Psi, Pri) possano e debbano costruire, tra loro, nuovi e più efficaci strumenti di raccordo e di unità politica, culturale e organizzativa.

    All’interno di questa strada maestra è possibile immaginare la costruzione di un unico grande soggetto politico: la cui porta deve essere ovviamente aperta a tutti i partiti che intendono aderire, in condizione di eguale dignità. E registriamo come un dato assai significativo che da alcuni partiti, Forza Italia, An e Udc, siano già arrivate risposte interessate e incoraggianti: segno che già esistono condizioni sufficienti di unità da permettere, appunto, di ritenere possibile la costruzione di un solo grande Partito della libertà, architrave dell’insieme della Casa delle libertà, punto di riferimento italiano del Ppe e di tutte le forze d’ispirazione cristiana, liberale, nazionale e riformista alternative alla sinistra.

    Ma credo che illuminante sia, a questo proposito, il documento che in gennaio, in vista della Conferenza nazionale che si sarebbe dovuta tenere a Milano l’8,9 e 10 febbraio, Alleanza Nazionale aveva elaborato. Fini inviava il testo ai coordinatori regionali, ai presidenti provinciali, all’esecutivo nazionale e ai parlamentari nazionali ed europei, raccomandando «di estendere il confronto anche al di fuori di An, sia ai partiti del centrodestra sia ad associazioni, parti sociali, movimenti, categorie», con l’obiettivo di coinvolgere la più ampia parte possibile della società nella definizione del manifesto per "Un’Alleanza per l’Italia". Come è noto a tutti la Conferenza non c’è più stata, perché è caduto il governo Prodi, ma soprattutto è nato il PdL. Vale, però, la pena di riprendere quanto scritto in quel documento, perché contiene già le motivazioni dell’ingresso di AN nel PdL, prima che se ne parlasse…

    Così, già subito all’inizio del documento, si legge:

    "Vogliamo ricostruire il tessuto profondo della nostra Italia. Vogliamo creare una grande Alleanza per l’Italia, che agisca nell’immediato ma guardi al futuro, per ridare speranza, per uscire dalla sindrome di chi pensa a un’Italia priva di prospettive e relegata ai margini della Storia. An vuole essere il partito degli italiani responsabili, consapevoli delle proprie radici, capaci di fare appello alla propria tradizione identitaria per reagire a un declino che non è affatto ineluttabile. "

    Venivano declinati, come si usa dire oggi, i diversi punti programmatici e irrinunciabili:
    1. Il valore della vita e la dignità della persona come fondamento della Nuova Italia.
    2. La famiglia protagonista nella società.
    3. L’Italia giovane: merito e diritti contro tutte le caste.
    4. Il diritto a vivere sicuri legalità e certezza della pena.
    5. Petizione per un’Europa rispettosa dei popoli e per il governo della globalizzazione.
    6. Appello per la dignità del lavoro e per la libertà di intraprendere.
    7. Per il Sud: più Stato, più mercato.
    8. Dall’ambientalismo del "non fare" alla risorsa ambiente.
    9. L’Italia: un patrimonio da ri-guardare.
    10. Dal riformismo delle parole alla riforma italiana.
    Il documento si concludeva così:
    "L’appello di An. L’appello che An lancia alla società italiana per un progetto di rinascita della nazione e per un nuovo protagonismo economico e sociale, riguarda ovviamente non solo i cittadini ma anche le forze politiche, le parti sociali, le associazioni. Vogliamo avviare un confronto per costruire un nuovo centrodestra capace di allargare i suoi consensi e in grado di rappresentare una seria e credibile garanzia per chi crede nel futuro dell’Italia. L’unità della coalizione è un valore che va costruito con pazienza e profondità, coinvolgendo tutti coloro, e sono la maggioranza, che hanno valori e programmi alternativi al fallimento delle sinistre. Noi siamo pronti a fare la nostra parte. L’adesione alla nascita del PdL, dunque, era già nell’aria. I contenuti erano già tutti presenti. Senza contare la preparazione condotta negli anni addietro, ad iniziare da quello di Pinuccio Tatarella, cui - giustamente - Maurizio Gasparri dedica l’operazione unificatrice in corso, avvenuta l’8 febbraio, , giorno dell’anniversario della morte di Tatarella :

    "E’ una svolta storica quella che si registra oggi nel centrodestra. E’ una svolta alla quale molti di noi hanno lavorato per anni. Non posso che esprimere grande gioia per questa convergenza di forze, di energie e di progetti che si accinge a governare l’Italia attraverso una proposta unitaria ed una lista che sintetizza apporti ed esperienze preziose per l’intera comunità nazionale. Idealmente questo risultato va dedicato a Pinuccio Tatarella, di cui ricorre proprio oggi il nono anniversario della scomparsa. Con Gianfranco Fini è stato uno dei fautori della crescita e della modernizzazione della destra. Una coincidenza casuale fa sì che sia proprio l’8 febbraio il giorno di una nuova, grande, forte, unitaria intesa del centrodestra che si unisce per molti di noi al ricordo di un convinto fautore di questo traguardo. "(Lista unica, una svolta storica nel segno di Tatarella, Maurizio Gasparri, www.destra.it)

    Barbarossa

 

Scrivere per un periodico è sempre difficile, perché devi correre sui tempi. Mentre scrivi un pezzo e pensi di andare in stampa dopo dieci giorni, ecco che lo scenario muta improvvisamente e devi riscrivere il tutto… per non mettere on line, nel nostro caso, notizie "vecchie". Proviamo a riepilogare quanto è successo in questi ultimi giorni, con tutte le incertezze del caso…

La Destra di Storace è ufficialmente nata. L’Assemblea costituente di Roma ha firmato l’atto di nascita della nuova formazione politica. Madrina, inattesa ma graditissima alla platea, è stata Daniela Santanché, che ha lasciato Alleanza Nazionale. Ignazio La Russa, che l’aveva portata dentro il partito di Fini, ha preso le distanze dopo vari tentativi di non perderla. L’interrogativo che ci poniamo tutti è quanto la nuova formazione potrà dare "fastidio" ad Alleanza Nazionale. Sono passati con La Destra personaggi noti, ma non di primissimo piano, se si eccettua, a parte ovviamente Storace, Buontempo e appunto la Santanchè. L’interrogativo riguarda l’elettorato, i comuni cittadini, perché ben difficilmente ci saranno altre fughe in avanti di personaggi di rilievo. Non dimentichiamo, fra l’altro, che spira pur sempre il vento di nuove elezioni e certamente scoprirà d’avere un cuore "duro e puro" chi già sa che non sarà ricandidato… Secondo l’esperto di sondaggi Luigi Crespi, Storace potrebbe prendere il 3 per cento, equamente diviso tra ex elettori di AN e coloro che si sono sempre qualificati di destra ma che non votavano più. In effetti Storace in più occasioni va ricordando che non vuole fare sempre polemiche con AN; che il suo partito - come gli ha preconizzato Berlusconi - recupererà non tanto i delusi di AN ma coloro che non andavano più a votare, pur essendo di destra; che sarà fedele alla coalizione; che ha avuto il placet da Berlusconi, in quanto capo del centrodestra ( fino a quando c’era un centrodestra…), ecc. ecc. Insomma, Storace non ha mai usato toni troppo duri con i suoi ex camerati, sostenendo sostanzialmente che il percorso che ha scelto è diverso da quello scelto da AN e che quindi si chiama fuori. Eppure…eppure…la scelta di un vecchio leone come Teodoro Buontempo; la presenza di una donna fascinosa ed accattivante come la Santanchè; la folla che ha partecipato all’Assemblea costituente; il deciso schieramento a suo favore e contro AN di donna Assunta Almirante; i "però ha le sue ragioni" borbottati dai militanti di An…beh tutto questo non potrà non pesare. Sembra intanto che alcuni strappi si stiano ricucendo: Alessandra Mussolini è in marcia di avvicinamento verso AN; il leader di Fiamma tricolore, Luca Romagnoli, si è incontrato recentemente con Fini e pare stia per entrare nel gruppo di Uen, lo stesso gruppo del parlamento europeo in cui milita AN.

Intanto scoppia il caso Berlusconi.
Liquidata la Casa della Libertà, il cavaliere si inventa un nuovo soggetto politico. Dura la reazione di Fini e Casini. Il gioco viene sparigliato. Che succede? Che succederà? Per Vittorio Feltri, direttore di Libero, è solo questione di gnocca…A parte l’eleganza e la profondità dell’analisi…Feltri ha perso un’altra occasione per stare zitto, come si dice. Feltri ha doti di grande giornalista (come negarlo ? ) ma il suo dire ricorda spesso il Bossi della migliore tradizione…Feltri sa bene che non è possibile ridurre tutto il cataclisma che è scoppiato solo alla legittima ira di Fini per aver visto su Striscia la notizia dileggiare la sua nuova compagna. Fini se la sarebbe presa con Berlusconi e questi avrebbe rotto la CdL. Ma davvero crediamo che sia così? Forse che Fini non sa che Berlusconi non può sapere, per ovvie ragioni, i contenuti dei palinsesti delle sue trasmissioni? Ma Feltri, così pronto a mettere alla berlina la classe politica, doverosamente, cosa fa se non buttare tutto in barzelletta? Feltri è lo stesso Feltri che cura la rubrica, su una Tv locale, per attribuire il bamba della settimana a questo o a quel personaggio politico. Distribuisce pagelle, il Feltri , ma non dà il buon esempio, per amore della battuta.
Il Partito del popolo italiano della libertà, o come si chiamerà, invece, risponde ad una precisa esigenza, a nostro avviso : formare il nuovo centro, la nuova Balena bianca, la nuova Dc, che possa attrarre i Dini, i Mastella e perché no, i Di Pietro della politica italiana che nella defunta CdL non sarebbero mai entrati. Di Pietro? Certo e perché no? Forse ora sembra impossibile, ma non ha forse dichiarato in televisione che la prossima volta non sceglierà tra destra e sinistra ma per la politica del "fare"? E cosa dice Berlusconi se non che dobbiamo "fare"; che lascia a Fini e Casini i progetti e lui si prende i voti degli elettori, per operare, per fare? Con un nuovo partito, che non dovrebbe riprendere solo i voti di FI ( altrimenti che senso avrebbe questa operazione?) né i voti degli ex alleati ( altrimenti che senso avrebbe questa operazione?) Berlusconi - irrobustito dai nuovi elettori - può pensare di federarsi con AN e l’UDC per vincere le elezioni. Dov’ è lo scandalo?

Beh uno scandalo c’è, per chi è abituato a fare politica, a credere nella Politica : non si può giocare a chi stupisce di più per prendersi la scena; non si può dare un esempio di una politica che punta sull’appeal mediatico del proprio leader. E’ cattiva politica, è cattiva democrazia.

Antonio F. Vinci

 

Ormai è la notizia di questi giorni : Francesco Storace, senatore di Alleanza Nazionale, ha abbandonato il partito! La stampa nazionale e i mass media televisivi se ne sono largamente occupati. Ma che farà davvero Storace? Ha detto che non vuole far nascere un nuovo partito, ma ha dato vita, di fatto, ad un movimento : "La Destra". Ha già un simbolo : la fiaccola con la scritta " la Destra", in un cerchio che per metà ha i colori della bandiera nazionale. E già qui è nata la polemica. L’on. Giorgia Meloni, giovane e battagliera vicepresidente della Camera di Alleanza Nazionale, ha contestato lo scippo della fiaccola perpetrato nei confronti di Azione Giovani: il simbolo è proprio quello. Ma giorno 6 giugno ecco pronta la risposta del creatore di quel simbolo :"quel simbolo l’ho disegnato io nel lontano 1955, anno di gran lunga antecedente alla nascita della suddetta Onorevole, insieme a pochi ragazzi della Federazione del MSI di Genova, città in cui a quel tempo risiedevo", scrive Umberto Massimino. Era il simbolo della neonata Giovane Italia. Va da sé che Massimino si schiera con Storace :"Caro Francesco, tanti complimenti per la tua decisione. Era veramente ora! Non può esserci moralizzazione nell’Italia di oggi senza un Partito veramente di Destra. Ora cominceremo finalmente a sentire qualcosa di Destra!"

Chi segue Storace?
Nello Musumeci, leader di Alleanza Siciliana; Stefano Schiavi, uno dei dirigenti della destra giovanile romana e nazionale degli anni ’80 e ’90, che ha abbandonato Alleanza Nazionale; Costanza Afan De Rivera, dirigente nazionale e componente dell’Assemblea nazionale del partito; l’on. Antonio Pezzella; Antonella Sambruni, altra dirigente nazionale e componente dell’Assemblea nazionale; l’ex senatore Antonino Monteleone; l’ex deputato Alberto Arrighi, che non ha lasciato il partito ma si dichiara pronto a farlo ed altri iscritti. Il sito www.destrasociale.org registra una forte presa di posizione di naviganti a favore di Storace Ma, a tutt’oggi, non ci sono grossi nomi; non c’è scissione o esodo. Storace esprime un malessere che, è inutile negarlo o sminuirlo, è largamente diffuso tra i militanti di Alleanza Nazionale. E non solo tra quelli che appartengono alla destra sociale (ma non erano state azzerate le correnti?…). Cosa vuole Epurator? Come ha dichiarato a La7 :" Per entrare nei salotti buoni abbiamo proposto il voto agli immigrati, il Corano nelle scuole, abbiamo parlato del fascismo come male assoluto. Insomma, siamo passati dalla Repubblica di Salò a quella dei salotti". Storace vuole rifondare la Destra, vuole riprendere quei valori che Fini sembra aver abbandonato per spingersi verso il centro, per legittimarsi come leader successore di Berlusconi. Fini ha risposto dicendo che "nessuno in Italia pensa che AN non sia più un partito di destra. Ovviamente si tratta di capire cosa si intende per valori e programmi di destra". E qui è il punto. Non è vero che in Italia non ci sia nessuno che pensi che AN non è più di destra. E’ vero proprio il contrario; su queste pagine lo andiamo dicendo da anni. Questa è la percezione che molti hanno; che poi sia vero o meno è tutt’altro discorso. E’ vero,invece, che si fa un gran parlare di valori di destra, ma ancora non si è ben capito cosa e soprattutto come si vogliano intendere. Dati per acquisiti i pilastri della concezione tradizionale ( Dio, Patria, Famiglia), sono di destra certamente valori come giustizia, ordine, ecc. ecc. Il fatto è che continuiamo a parlare come se ancora le categorie di destra e sinistra esistessero, come se non fossero state abbandonate da decenni, come se le ideologie non fossero crollate. Perché il mondo continua a camminare e non aspetta che i politici adeguino i loro schemi mentali al presente che guarda al futuro. Bisogna capirsi: cosa vuol dire destra OGGI ? Personalmente non mi scandalizzo del Corano nelle scuole (visto che durante l’ora di religione si parla di tutte le religioni e di problemi morali quotidiani o credete che si insegni il catechismo?); non mi scandalizzo del voto agli immigrati (se sono cittadini regolari, pagano le tasse, lavorano nel nostro paese). La politica è soprattutto il coraggio delle scelte, non certo rimestare nel torbido o enfatizzare i sentimenti meno nobili dei cittadini. La politica non può, non deve, inseguire un popolo urlante, ma deve proporre modelli da seguire, tenere fermi i punti, i valori, in cui si crede e che sono condivisi. Ma deve aprirsi anche al mondo che cambia. Ciò non vuole dire, ovviamente, né cedere, né cadere in compromessi, né vendersi ecc. ecc.

La via perseguita dai "duri e puri", come in antitesi quella seguita dagli innovatori ad oltranza, è la via più semplice. La cosiddetta intransigenza non è detto che sia la strada migliore; come l’aperturismo a tutti i costi, al contrario, non è detto che sia la scelta migliore. Chi vive la propria storia, la capisce, la contestualizza, la metabolizza - se si vuole - e ne trae alimento per leggere il presente che si fa futuro, vince la scommessa.

Antonio F. Vinci

 

Ancora una volta ci dobbiamo occupare di Gianfranco Fini. E non è che questo ci dispiaccia, anzi…ma porta con sé almeno qualche considerazione. Perché quando parliamo della Destra in Italia parliamo sempre di lui? Forse perché "gli altri" della Destra nostrana esistono solo per polemizzare con lui, a torto o a ragione? Se fosse così, e qualche ragione di crederlo c’è, sarebbe ben triste. Vorrebbe dire che se "il capo" fa un’affermazione, fa un’uscita delle sue, allora ci si sveglia, allora si risponde, si minaccia, ci si strappano le vesti di dosso, si grida al tradimento o a chissà che cosa. Altrimenti…
E’ Fini che suona la carica, che scandalizza. Ricorda un po’ il Bossi dei primi tempi : quando al mattino andavi a comprare il giornale, ti chiedevi che cosa vi avresti trovato scritto. Una volta c’erano trecentomila pronti a scendere dalle valli bergamasche, un’altra c’era qualche epiteto non sempre riferibile nei confronti di avversari, o nasceva il parlamento padano o si urlava alla secessione, senza contare il dio Po, le ampolle, il recupero della cultura celtica, l’invenzione della Padania, ecc. ecc. La differenza è che i leghisti seguivano il loro capo, sempre e comunque; gli aennini mostrano solo dei gran mal di pancia…
Fini ha il pregio, grande pregio, di smuovere le acque. Lo andiamo dicendo da molto tempo, e certamente non solo noi : Fini è più avanti rispetto al partito, rispetto ai militanti, rispetto anche ai suoi elettori. Il che non vuol dire che abbia sempre e per forza ragione. Ora sta dando vita ad una Fondazione, Fare Futuro, che dovrebbe raccogliere il meglio della produttività, della cultura, dell’intellighentia non di sinistra. Una specie di Lyons della politica di Destra… E tra gli altri vorrebbe con sé anche Domenico Dolce, della nota sigla Dolce & Gabbana. E’ il segno tangibile di insofferenza nei confronti di una rigidità del partito; un volere le mane libere per poter spingere la Destra verso un approdo non da tutti condiviso. Una sorta di laboratorio politico che possa portare AN nel PPE; perché di questo si tratta, in ultima sostanza.
Certo, il personaggio non suscita sempre grandi simpatie. E’ freddo, algido, forse lo si vorrebbe più "mediterraneo", folcloristico…ma l’aplomb di Fini è, in fin dei conti, la vera base del suo successo… Ma lasciamo da parte queste considerazioni da rotocalco ed occupiamoci delle ultime sortite del Presidente di AN, di ciò che più disturba molti iscritti, mentre gli cattura la simpatia e l’attenzione di nuovi elettori.
Ad esempio i Pacs (che poi si pronunciano "pax", ma proprio pace non stanno dando…). La posizione di Fini sui Pacs può essere strumentalizzata, volutamente distorta, ma il fatto che ci si chieda una regolarizzazione delle coppie di fatto, senza per questo sostituire il matrimonio con un’altra scelta di convivenza, beh…francamente…più che dettata da revisione ideologica o scelta laicista mi sembra dettata da semplice raziocinio. Al Corriere della sera Fini aveva rilasciato un’intervista che mi sembra chiara: "Non possiamo far finta che, al di fuori del matrimonio, non esistano altre forme di convivenza. E quando parlo di matrimonio parlo unicamente di unione tra uomo e donna. Non si tratta neanche di equiparare le unioni di fatto al matrimonio, né di copiare i Pacs francesi, ma di garantire a diritti individuali non riconosciuti soluzioni normative a livello di fisco, di successione, di assicurazioni sociali. Ma escludendo l’adozione o il ricorso alla fecondazione artificiale assistita".
Stessa perplessità suscita l’idea del partito unico del centrodestra. Ma in effetti si parla, ormai,di federazione del centrodestra e non di partito unico. Il che non è differenza da poco. Ma i "benpensanti" di Destra, le vestali che custodiscono, o credono di custodire, il patrimonio genetico della Destra si scandalizzano, gridano al tradimento. Non si vuole, giustamente, perdere l’identità, si vorrebbe che si facesse "qualcosa di Destra", si teme di perdere il simbolo della Fiamma all’interno di Alleanza Nazionale. In questo nostro giornale, che è aperto alla discussione nell’ambito della Destra, ospitiamo spesso interventi in questo senso, anche in questo numero. Siamo convinti, infatti, che ognuno debba sostenere le proprie opinioni e chi difende il patrimonio di idee e di tradizioni debba essere il primo ad essere ascoltato, nella sua funzione in un certo qual modo di garante della continuità ideale. Ma essere di Destra significa proprio non fermarsi al passato, non cristallizzarsi su posizioni che, dalla storia prima che dagli uomini di oggi, sono state superate. Se è vero che chi difende, giustamente, i valori di sempre, le radici di sempre, non è un ottuso nostalgico ( che non potrebbe essere neppure per motivi anagrafici), vale anche che chi cerca di leggere nella realtà attuale, di interpretarla, non è uno che svende il partito per un posto in più in un Consiglio d’Amministrazione…Certo, i rischi ci sono, ma da ambedue le parti. L’intelligenza del politico è quella di non cadere nella trappola. E poi… Proprio chi si rifà agli uomini della tradizione, da Mussolini a D’Annunzio, da Marinetti a Pound…dovrebbe ricordare che proprio loro erano rivoluzionari, quelli meno attaccati alle sicurezze del passato, che osavano sfidare il futuro senza guardare indietro. Il coraggio delle proprie idee, il coraggio di cambiare, il coraggio di leggere la realtà, con tutti i rischi che questo comporta.

Antonio F. Vinci

 

Chi temeva che all’Assemblea Nazionale di Alleanza Nazionale ci sarebbero stati forti dissensi, si è dovuto ricredere. Il documento di luglio elaborato da Fini per la nuova Fiuggi di AN è passato praticamente indenne. Nonostante i malumori della base, o per lo meno di una parte della base. In altra parte del giornale pubblichiamo,infatti, due documenti, pervenuti in redazione, non propriamente esaltanti per la politica finiana. Solo a contrastare la visione del Capo è rimasta la posizione di Francesco Storace, che si è astenuto, come pochi altri dall’approvazione finale del documento. Nessuno ha votato contro. Insomma: il partito è saldamente con Fini. Si guarda alle elezioni europee del 2009, si guarda al PPE come approdo finale, si guarda soprattutto a quella destra sommersa che supera il 12/14 % e alla quale va tutta l’attenzione per il futuro da parte di AN.
Fini parte dal presupposto che "dopo dieci-dodici anni, il bipolarismo è radicato nel Paese molto di più di quanto sia radicato nei partiti. C’è un popolo delle libertà di cui tenere conto, che va ascoltato e che può agevolmente diventare maggioranza". A questo popolo AN deve rivolgersi. E fin qua nulla di nuovo, né di particolar, anzi. Come non condividere? Il timore è che questo allargamento al centro, perché di questo si tratta in fin dei conti, faccia perdere l’identità del partito, la sua specificità, annegandolo in un grigiore democristiano d’altri tempi che nessuno vorrebbe. E Fini sa bene che questo è il punto: "Pensare di non avere un recinto obbligato per il consenso non significa affievolire l’identità ma rafforzarla. L’identità non è un prodotto museale: dal culto della memoria bisogna trovare la linfa per crescere e guardare agli altri, con analisi, idee e prospettive. Il nostro progetto dev ’ essere sempre più ambizioso, l’approdo al Ppe è il suo punto conclusivo, da raggiungere grazie alla nostra capacità di essere autenticamente popolari. Però, ripeto, l’identità non è una sterile ripetizione di dogmi".
La diatriba, il dualismo è tutto qui: c’è chi teme l’ annacquamento degli ideali della Destra per attrarre i voti di chi è "in pectore" di destra e c’è chi vede i "duri e puri" come un ostacolo alla modernizzazione del partito. Perché che la battaglia si vinca al centro, ormai lo sanno anche le pietre. Allora : è la Destra che deve spingersi al centro o il centro deve venire attratto da una Destra che si interroga, e risponde, sui grandi temi del presente in modo originale rispetto alle altre parti politiche? Intanto, sia detto per inciso, vediamo come gli ex democristiani, sia che militino nel centrodestra che nel centrosinistra, si diano da fare per riconquistare il "loro" centro…
Gennaro Malgieri, che non ha bisogno di presentazioni, su Libero del 10 ottobre ha scritto un articolo il cui titolo dice già tutto : Lavoro, famiglia, soldi. La vecchia AN non c’è più. Meno tradizione più realismo, Fini l’ha resa forza riformista". Ed è vero. La Destra che Fini propone è una Destra riformista. Leggiamo ancora Malgieri :" Questo tipo di riformismo forse arriva a mettere in discussione la fisionomia della destra stessa fin qui conosciuta, ma non fino al punto di sradicarla dal suo contesto storico-culturale che è segnato da una tradizione i cui fondamenti nessuno intende cancellare, ma piuttosto vivificarli in una prassi politica che non si neghi al riconoscimento dei nuovi diritti e delle nuove sovranità". Insomma : meno intransigenza, più attenzione al mondo che cambia. Il che vuol dire rivedere alcune posizioni di intransigenza di fronte alle "nuove forme di socialità". Certo non dimenticando la centralità della famiglia. Ma qui è il punto: come? Come far sì che non si dia vita ad un "cerchiobottismo" ? Un colpo al cerchio e uno alla botte : apriamoci alle nuove realtà sociali ma non abbandoniamo l’idea tradizionale di famiglia; guardiamo all’integrazione degli immigrati ma purché non mettano in discussione i nostri valori e i nostri modelli sociali. Già: ma come?
Premesso che personalmente condivido la posizione di Malgieri, che è poi quella di Fini, osservo quanto quotidianamente tutto ciò, in Italia come altrove, che si tratti di nuove forme familiari, di immigrazione, di rapporto tra religione e cultura, non è che stia conoscendo momenti esaltanti. Il fatto, poi, di appartenere ad un popolo abituato a "mettere una pezza" sempre a tutto, a convivere con il pari e il dispari, ad avere leggi, norme, burocrazia che si affastellano, si elidono, si contraddicono a vicenda, beh…non mi consola proprio.
C’è il passo conclusivo di Malgieri che non mi convince molto : " Chi teme annacquamenti, abbandoni, "corruzioni" ideali si rassegni : le identità sono fatte per essere superate, per dar vita a nuove sintesi che saranno le identità di domani". Certo, questa visione hegeliana di Malgieri è condivisibile ma, scendendo dal piano puramente intellettuale, filosofico, cosa avverrà nel quotidiano? Insomma il problema è sempre lì: dov’è la discriminante fra nuova lettura del mondo, modernizzazione se volete, ed abbandono dei propri ideali e valori? Il confine è molto sottile. Vediamo, ad esempio, quanto avviene nella Chiesa, con la sua quotidiana esigenza di stare al passo coi tempi - pena la perdita dei fedeli - e la necessità di conservare l’autenticità del Messaggio. Certo la Chiesa è protetta dalla fiamma dello Spirito Santo. Anche AN ha la sua fiamma…ma non è la stessa cosa…

Antonio F. Vinci

 

Era il 18 luglio 2005 quando le Agenzie di stampa battevano la notizia che Fini azzerava i vertici, decapitava i colonnelli; si parlava di terremoto in AN e di resa dei conti. La revoca avveniva nei confronti dei vicepresidenti, dei componenti dell’ufficio di presidenza, dei coordinatori regionali. Fu la rivoluzione della caffetteria, ricordate?
Si vede che luglio è il mese di Fini…Ad un anno esatto da allora, il 18 luglio scorso, del 2006 questa volta, Fini ha dato lettura all’Esecutivo del Partito di un suo documento che rivoluziona AN. Non solo. Non temendo le ricorrenze storiche, convoca l’Esecutivo nuovamente per il 25 luglio prossimo. Ah, questo 25 luglio, così presente, così ricorrente…
Il testo che Fini ha letto all’esecutivo consta di ben 18 pagine ed è stato redatto in collaborazione con Adolfo Urso e Pasquale Viespoli.
Il testo? Una rivoluzione! Sì, la nuova rivoluzione in Alleanza Nazionale. La nuova Fiuggi si presenta densa di contenuti, aspettative, punti fermi.
Prima di tutto:
"la CdL come l’abbiamo conosciuta non esiste più e va ripensata; ma c’è metà Italia, la più dinamica e produttiva, la più vicina all’Europa, che sente d’essere un "popolo" e si colloca nel centrodestra, senza più trattini e distinzioni". AN si deve preparare al processo unitario, che diventa ora un punto di arrivo e non di partenza; AN come "partito-polo", capace di "rappresentare ed esprimere un’area vasta e plurale, di culture e sensibilità diverse, cattoliche, liberali e nazionali". Il documento di Fini mostra un’analisi sociologica e politica insieme, con frequenti riferimenti agli ambienti europei. E così si passa dalla citazione della Spagna del Partido Popular alla Scandinavia con il leader dei conservatori Fredrik Reinfeldt, dalla Francia di Sarkozy alla destra inglese, alla destra polacca. L’Europa, infatti, è la sua stella polare e al PPE Fini guarda con attenzione, come al naturale traguardo del suo partito: AN dovrà entrare nel PPE. AN deve diventare sempre più un partito di respiro europeo. E questa non è certo una novità nel linguaggio della Destra, ma ora diventa la condizione senza la quale la Destra moderna non nasce. Fondamentale l’affermazione che:
"la destra deve costruire anche in Italia una nuova alleanza sociale e morale, di interessi e di valori, come hanno fatto i leader conservatori nella "rivoluzione blu" degli anni Ottanta e i nuovi protagonisti del "conservatorismo compassionevole" contemporaneo". Una nuova alleanza che deve vedere insieme le categorie fondanti della nuova Destra:

  • i produttori di reddito e cioè operai, piccoli e medi imprenditori, artigiani e professionisti e ovviamente anche commercianti e agricoltori;
  • i produttori di valori e cioè le casalinghe e i pensionati, con la difesa del nucleo familiare;
  • i produttori del futuro e cioè i giovani.

Piccola, maliziosa, osservazione sul lessico usato dal Presidente di AN. Produttori. Quando, nel 1918, Mussolini tolse da "Il Popolo d’Italia" il sottotitolo "Quotidiano socialista", vi sostituì quello di "Quotidiano dei combattenti e dei produttori"…Oggi i combattenti non ci sono più, se non come Forze di pace all’estero, ma i produttori ritornano…Dovrebbe poter bastare ai nostalgici che guardano a Fini come a chi dimentica il passato…

Ma torniamo al documento.
Fini lancia il tema della democrazia economica come caratterizzante Alleanza Nazionale; i temi "della partecipazione e della sussidiarietà quali punti di convergenza tra cultura nazionale, cattolica e socialismo riformista". Il testo è molto lungo, ma il tema del "conservatorismo compassionevole" o, come lo chiama più giustamente e in modo meno lacrimevole Fini, il "conservatorismo solidale" diventa la sfida per il futuro.


Conservatorismo compassionevole

Ecco, qui sta la vera novità del documento. Non che sia la prima volta che si parli di "conservatorismo compassionevole" o, meglio, "conservatorismo solidale".
Chi segue il dibattito interno alla Destra ricorderà che già nel 1999 fu pubblicato un libro con il titolo "Rivoluzione blu", scritto a più mani da Cannella, Di Lello, Respinti e Torriero. Esiste tuttora un sito, rinato nel maggio 2005, che diffonde queste idee (www.rivoluzione-blu.it) e che ora certamente rivivrà di nuovi impulsi.
Ma, dunque, cos’è questo "conservatorismo compassionevole"?
Sul "Il Domenicale" del 7 maggio dello scorso anno Raffaele Iannuzzi recensiva il testo fondamentale di Marvin Olasky, Conservatorismo compassionevole, pubblicato con la prefazione di George W. Bush jr. per i tipi della Rubbettino. Iannuzzi scrive: "Occorre immediatamente mettere mano al vocabolario e tradurre bene: " compassione" non sta per flebile carezza sulla guancia del sofferente, né per testimonianza fine a se stessa, priva di sbocco politico e progettuale. La compassione deriva dal latino cum-pati, soffrire assieme, e indica un’azione in cui giocano efficacemente sia la coscienza individuale sia l’etica della responsabilità. Il livello di cui parla Olasky è il frutto di una sintesi che spiazza vigorosamente le barricate ideologiche novecentesche per ritrovare i bisogni concreti della persona umana. E questi bisogni non vengono stimati importanti solo in quanto materiali, ma assumono contorni globali, unitari. Si sta parlando, qui, della persona nel senso cristiano del termine, unità di corpo e spirito". Il conservatorismo compassionevole, come idea base, porta al coinvolgimento di tutti gli appartenenti alla società, in uno spirito religioso ma non confessionale, valorizzando la responsabilità individuale con l’attenzione verso i più deboli. Un conservatorismo che è vicino al solidarismo senza, però, essere assistenzialismo; un conservatorismo che è solidarismo o, come si usa più frequentemente dire, sussidiarietà. Meno Stato più privato, più associazioni no profit, più partecipazione individuale, più attenzione alla persona.

La posizione di Forza Italia

Il documento di AN viene esaminato, ovviamente, da più commentatori politici. Interessante diventa - a questo punto - sentire l’opinione di Sandro Bondi, Coordinatore di Forza Italia. Perché? Perché proprio Forza Italia s’è fatta portatrice di questi valori, ha propagandato il conservatorismo compassionevole sulla sua stampa, lo ha fatto conoscere al suo pubblico. Ebbene Bondi su "Italia libera", Bollettino settimanale di analisi, a. I, n.9, così scrive: "A questo punto, però, non può che emergere, dal contesto dell’analisi del documento, una domanda, ineludibile: cos’è, oggi, infine, la destra? E’ possibile azzerare il mondo culturale della destra, nelle sue molteplici forme e declinazioni, così, sic et simpliciter, aprendosi al "conservatorismo compassionevole" anglosassone, che non ha radici in Italia? Si badi: questa formula politica, che non è molto complessa, può anche trovare riferimenti politici nel nostro paese, ma come fare ciò, senza prima aver ripetuto e superato una storia, con i suoi contorni e i suoi limiti?" (…) "Il documento, in conclusione,aspira ad una "destra inclusiva", secondo la formula, ben nota negli ambienti anglosassoni, dell’inclusive language, ma una destra cosiffatta, così prossima alla matrice liberal è ancora una destra nazionale e tradizionale? Cioè, è ancora una proposta politica conservatrice-popolare o rimane appesa, come i caciocavalli, nell’astratto cielo della progettazione politica di vertice? A meno che, questa marcia culturale e politica di Alleanza Nazionale non trovi uno sbocco naturale nel nuovo soggetto politico dei moderati e dei riformisti, il nuovo partito della Libertà, lascito storico dell’impresa politica di Silvio Berlusconi. Allora sì che questo travaglio culturale può avere anche un valore politico stringente e lungimirante. Io sono convinto di sì".


Conclusioni

Alleanza Nazionale e Fini sono avvertiti: che non credano di fare alzate di testa, sembra dire Bondi. Se proprio AN vuole cambiare, che lo faccia nell’ambito del nuovo partito unitario, ben segnato dall’orma di Silvio Berlusconi. Anche perché - e qui Bondi maliziosamente mette sull’avviso Fini - diversamente rischia d’essere un’operazione di vertice. Che ne penserà la base, gli elettori, di quel "caciocavallo"?
Ora l’amichevole apprensione di Bondi si può capire... Eppure io credo che AN abbia le carte in regola. Forza Italia legittimamente sente odore di pericolo; probabilmente teme che AN possa avere un successo che le tolga consensi. AN viene da lontano: ha già fatto il suo percorso, il suo - doloroso - viaggio nel deserto. La vocazione sociale di AN non è una scoperta di questi anni; la vocazione di partito laico ma non laicista non è di oggi. Va da sé, però, che questa operazione va meditata, fatta capire, spiegata, guadagnata dall’elettorato, perché è del tutto nuova per tutti. O quasi.

Quale Destra, dunque? Le parole del documento sono chiare, anche se con qualche indulgenza di troppo ad espressioni inglesi. Alleanza Nazionale, in sintesi, si propone proprio come …un’ alleanza nazionale…, coniugando le nuove classi sociali, il loro apporto, i loro valori. Un’alleanza che tenga unite l’anima popolare e quella nazionale. Quanto sono lontani i tempi della pura nostalgia …della difesa dei ceti statali…di un corporativismo che non fa crescere il Paese. Fini, come molti ricordano, non sempre l’ ha azzeccata… Ci ricordiamo i suoi insuccessi politici, ma la politica si scontra con la quotidianità che cambia sotto i nostri occhi e spesso non riusciamo a coglierla.
Fini vuole cogliere questa realtà che cambia così velocemente; e vuole interpretarla: "Il welfare state è in declino; per costruire la welfare community occorre valorizzare la cultura della sussidiarietà ampliando un welfare opportunity che consenta un passo diverso all’ingresso della donna e dei giovani nelle istituzioni e ovviamente nei partiti, nel mondo del lavoro e della produzione". Già ci sono in giro i primi "mal di pancia", i primi distinguo ed è, ovviamente, giusto che ci sia una sana critica, un dibattito all’interno del partito. Non sarà facile far digerire ai militanti e a buona parte degli elettori la nuova concezione dell’accoglienza nell’ambito del partito; un’Alleanza Nazionale che sia un partito "accogliente", il partito della "modernità responsabile", della "modernizzazione inclusiva". Un’accoglienza che non significa solo attenzione al mondo dell’immigrazione ("per il riconoscimento a certe condizioni del diritto di voto amministrativo" e "una riflessione sul riconoscimento della cittadinanza ai figli degli immigrati nel rapporto tra ius sanguinis e ius loci"), ma soprattutto accoglienza di altre istanze, attuali, della società di oggi. E qui si sottolinea la necessità di recuperare "quel rapporto con i "produttori di idee" che gli anni di governo hanno esaurito invece di esaltare". Chi scrive è nato politicamente quando il MSI era governato da Michelini…la preistoria del partito…e quindi è anagraficamente legato al ricordo di eventi, simboli, persone… Molti sono legati a quel passato, anche tra i giovani che non l’hanno vissuto, ma la Storia, proprio quella con la "s" maiuscola, non aspetta. Non si tratta di svendersi, anche se il pericolo c’è; non si tratta di abbandonare valori ed ideali, anche se il pericolo c’è; non si tratta di diventare di centro o morire democristiani, anche se il pericolo c’è.
Leggere nella società con gli occhiali dei nostri ideali, ma leggere; interpretare la società con gli occhiali dei nostri ideali, ma interpretare. Diversamente non si rischia, ma sicuramente si finisce per perdere il senso della storia, della politica, della vita.

Antonio F. Vinci

 

Domenica 28 maggio ci saranno le elezioni amministrative. Una rivincita per la Casa delle libertà? Vedremo.
Intanto ci prepariamo al referendum del 25 giugno sulla devolution, quella che D’Alema ha chiamato la "bella", con un linguaggio ricavato dalle nostre partite di calcio da ragazzini. Ciò, però, vuol dire che le amministrative segneranno la vittoria della Casa delle libertà? Perché la bella era appunto la terza partita dopo una vittoria a testa delle due squadre; la "bella" era quella che avrebbe decretato definitivamente il vincitore.
Per ora stiamo seguendo questa campagna elettorale, specialmente in Lombardia dove, oltre Milano, ci sono città impegnate nella competizione di tutto rispetto, come Varese, Gallarate, Busto Arsizio ed altre minori ma non meno significative.
La costante delle elezioni amministrative è la presenza delle liste civiche. E di queste vorremmo parlare.
Le liste civiche se da una parte denotano una partecipazione più diretta dei cittadini alla vita politica dall’altro ne segnano un distacco. Le liste civiche nascono sostanzialmente perché gruppi di cittadini rifiutano l’etichetta partitica, vista come una sorta di impaccio, di dipendenza dalle segreterie di partito, di appartenenza. Nascono le liste di campanile (dai nomi più disparati che fanno invidia ai nomi delle operazioni antimafia delle Forze dell’Ordine, che di fantasia ne hanno da vendere in questo caso…) per costruirsi o ricostruirsi una presunta verginità. Eh sì, perché di questo si tratta! Le stesse persone che pochi mesi prima o addirittura, come in questo caso, il mese prima avevano partecipato alla campagna delle elezioni politiche, ben visibili nelle liste di partiti istituzionali, ora si aggregano con gli avversari di ieri, sparigliano i giochi, si uniscono in matrimoni elettorali da far accapponare la pelle. Si dice: ma le elezioni amministrative sono diverse. Amministrare una città non è come gestire un Paese, non è come nelle elezioni politiche…Non è vero.
Se in una città vince una lista civica, eterogenea come i colori dell’arcobaleno, frutto di aggregazioni pur lodevoli ma senza un vero collante per forze di cose, che deve decidere - ad esempio - sulla questione dell’immigrazione, sulla presenza dei clandestini, credete che sia lo stesso se la scelta ideale, religiosa, culturale delle persone non è la medesima?
L’aiuto da erogare alle aggregazioni giovanili sarà per gli oratori o per i centri sociali? Sarà pilatescamente per ambedue? La confusione regnerà sovrana.
In un Paese come il nostro dove tutti dicono tutto; dove ci sono esperti "tuttologi", ignoranti di tutto; dove tutti sono esperti di calcio ( come la mettiamo in questi giorni…?) e allenatori del lunedì, il proliferare di liste civiche è normale. La conduzione della vita amministrativa, però, è tutt’altra cosa.
Le liste civiche o sono pilotate da una forza trainante, dal classico defenestrato dalla coalizione precedente; o si compattano dietro un problema specifico della città solo per avere una visibilità, per agitare le acque; o sono manovrate da altri per togliere voti agli avversari.
Non vorrei essere drastico, ma altri motivi "nobili" non ne vedo.
Le liste civiche, pur con delle eccezioni, ma pochine pochine, lasciano il tempo che trovano. Come il mito del "tecnico prestato alla politica". E’ finita quell’epoca, per fortuna. Si faceva politica irridendo alla politica; si cercava, come Diogene con la lanterna cercava l’uomo, un politico non politico, un "tecnico" appunto, che facesse politica senza "sporcarsi le mani". I risultati, tranne le debite eccezioni, che confermano la regola, si sono visti. Personaggi noti a livello internazionale per i loro studi, per la loro professionalità, per le loro competenze, naufragavano miseramente di fronte alle scelte di largo respiro, alla quotidianità della macchina burocratica. Il "tecnico" diventava il fiore all’occhiello del politico o della forza politica che lo aveva spinto avanti.
La politica deve ritornare al suo ruolo, grande, serio, etico. Non si sostituisce la politica con i pannicelli caldi dell’improvvisazione o strumentalizzando persone. La politica è dedizione, cultura civile, passione, servizio per gli altri.

Antonio F. Vinci

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

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