Editoriale

UNO DI NOI... - Numero 28

 

Grande festa a Roma per il decennale di Alleanza Nazionale. E non poteva essere diversamente. Come per qualsiasi partito. Però chissà a quanti dei presenti, specialmente a quelli che provengono dal vecchio MSI, sarà venuto in mente un altro…decennale. Chissà… Il discorso del Presidente Fini è durato un’ora e venticinque minuti. La stampa ha dato rilievo alla sostanziale indisponibilità, momentanea, ad ipotizzare il partito unico, contrariamente a quanto si andava dicendo nei giorni precedenti. E Fini è stato abile, come sempre, nel passaggio cruciale in cui ha voluto segnare il programma per il futuro di AN: "Oggi è chiaro a tutti che l’allargamento passa per una condivisione del programma. Ma l’unica discussione sensata da fare è valutare seriamente se, accanto alla condivisione del programma è possibile dar vita alla condivisione dei valori. Perché il nucleo fondante di una coalizione sono i valori, non il programma. Cerchiamo dunque il nocciolo duro di questa identità di valori, quella sorta di partito degli italiani di cui a volte si parla, che ci porti ad un dibattito non accademico e dimostri un’altra nostra prova di maturità". Allargare, andare oltre. Oltre il Polo. Erano le parole di Tatarella, indimenticato. Ma, come già abbiamo richiamato in più occasioni, bisogna stare attenti a questi "slanci". Slanci che possono essere pericolosi. Si tratta di allargare la coalizione, come sta facendo Formigoni in Lombardia. Ma anche di allargare AN, anche se non sembra giunto il momento. Insomma : AN studia per diventare il partito unico del centrodestra italiano? E a quale prezzo? Riuscirà davvero a raccogliere l’eredità dei voti di Berlusconi, quando dovesse presentarsi l’occasione? Il richiamo, da parte di Fini, ai valori da condividere è certamente la strada migliore. Ma veramente crediamo di poter convivere nello stesso partito con le "guardie padane", gli ex democristiani del partito di Follini, i "forzaitalioti"? Quale sarà il collante di questa grande coalizione? La scelta liberista? Ma la destra italiana non è liberista, o perlomeno non tutta e non nella stessa misura degli altri. Perché se è vero che le differenze possono ostacolare i progetti unitari, sono anche una ricchezza che non può essere trascurata. Ecco perché, pur comprendendo il momento di particolare euforia, lo slancio retorico e carico di significati allusivi, quando Fini rivolgendosi a Berlusconi ha detto : "E ora chiamo sul palco uno di noi…", un brivido mi ha percorso la schiena. No, presidente. Berlusconi non è uno di noi. Senza offesa. E’ un compagno di viaggio, importante, "principale", come dice Storace, ma non è uno di noi. E se Forza Italia ci ha "sdoganato" lo ha fatto solo perché interessavano, ovviamente, i nostri voti. E il pedaggio lo stiamo ancora pagando. Non è moralismo, perché sappiamo che la politica si fa così ed è logico che sia così. Ma che si sia consapevoli di quello che facciamo. Almeno.

Antonio F. Vinci

 

Si chiude, tragicamente per le vicende asiatiche, il 2004. Tanti momenti dell’anno corrono alla mente ma per ora chiediamoci : qual è lo stato di salute della Destra in Italia? La recente nomina di Gianfranco Fini a Ministro degli esteri è senza dubbio un momento epocale, mai prima registrato. E Fini si sta muovendo bene nel suo difficile compito; lo sta dimostrando proprio nei giorni dell’emergenza del terremoto. E aveva dimostrato le sue capacità anche nei recenti viaggi in Medio Oriente. Ma la figura di Fini è fuori discussione, per il prestigio che riveste, la stima che raccoglie anche presso avversari, per le sue capacità, per un verificato consenso. E’ il partito, Alleanza Nazionale, che sembra, invece, navigare a vista. E non è il solito piangersi addosso, lamentarsi delle cose che non vanno per (è il caso di dirlo…) partito preso…Il Partito è appannato, schiacciato su Forza Italia (e non da ora), privo di vere iniziative. Anche la piattaforma elettorale della Destra sociale in vista delle elezioni regionali (vedi Altomilanese in questo numero) rivela come tra le preoccupazioni più profonde ci siano questa mancanza di radicamento nel territorio, questo non rappresentare le categorie, questa assenza di meritocrazia che soffoca il Partito. Un malessere che - per fare qualche sporadico esempio - ha portato in questi anni due dei sei consiglieri comunali di Milano di AN a passare all’UDC e al gruppo misto. Ma altrove si notano spostamenti di simpatizzanti e militanti verso altre forze; giovani che preferiscono avvicinarsi al movimento di Alessandra Mussolini o alla Fiamma tricolore; e non ultimo, la perdita della Provincia di Milano, dove un significativo risultato l’ha ottenuto proprio Paola Frassinetti risultando prima degli eletti in AN, a dimostrazione di quanto paghi la candidatura di chi per il territorio ha veramente lavorato. Ma i risultati globali delle provinciali e delle europee parlano da soli.
Da quando lo stiamo ripetendo? Fino a quando lo ripeteremo? E’ indubbio che la partecipazione alla Casa delle libertà ha portato la Destra italiana in primo piano. Per usare un brutto termine, per fortuna ora caduto in disuso, è stata sdoganata. Ma ora ci si chiede sempre più frequentemente: a che prezzo? A prezzo della propria identità, a prezzo della perdita o dell’appannamento dei propri valori, secondo molti. La Destra italiana è diventata una Destra di governo, ma il pericolo è che per ottenere una fetta di potere, anche rilevante, ci si riduca ad essere degli "yes men"; si perda quella caratteristica d’ essere uomini critici, non subordinati al potere in quanto tale; si perda quella volontà d’essere veramente propositivi, rinnegando i valori, gli ideali da cui AN discende. Il ragionamento è vecchio quanto il mondo : essere un "partito-testimonianza", rischiando di tornare alle percentuali elettorali del vecchio MSI o gestire il potere e il sottopotere per cercare di realizzare almeno in parte un progetto di Destra? Il fatto è che l’apparenza sembra testimoniare in buona parte un’assenza di questo progetto.
Se c’è un’eredità che AN non vuole e non può ricusare è quella della scelta morale del vecchio MSI. L’insegnamento di Giorgio Almirante non può essere dimenticato. Ma allora perché dobbiamo leggere le parole di Claudio Magris sul Corriere della sera del 18 dicembre scorso? Perché ci sentiamo giustamente chiamati in causa da queste parole:
"Forse oggi sarebbe necessario un nuovo appello come quello che nel 1919, in un altro momento difficilissimo della storia italiana, Don Sturzo rivolgeva «agli uomini liberi e forti». Sarebbe opportuno rivolgerlo a tutti e in particolare, fra gli uomini liberi e forti, a quelli tra essi che militano nella destra o nel centrodestra, giacché persone oneste e coraggiose si trovano in ogni formazione politica rispettosa delle regole democratiche, a sinistra, al centro e a destra. Fra coloro che fanno parte dell’ attuale coalizione di governo o l’ appoggiano, vi sono certamente molti galantuomini di animo non servile. Essi non sono meno indignati, turbati e umiliati di quanto non lo siano gli avversari del governo dalla recentissima approvazione dell’ indecente legge che abbrevia i termini di prescrizione".
La politica arte del compromesso? Certo, può anche esserlo, ma non sui valori fondanti. Spesso la partecipazione alla politica di questi giorni ingenera disagio, quel malessere che non è il non essere d’accordo su scelte occasionali, ma il mettere in discussione principi di fondo, il nostro passato, la nostra storia, le nostre scelte morali. E per favore: non si tratta di "fare i fascisti", di guardare ad un’epoca chiusa definitivamente sessanta anni fa, improponibile da nessuno e per nessuno. Si tratta, piuttosto, di vivere seguendo il motto di Giorgio Almirante:

"Vivi come se dovessi morire subito,
pensa come se non dovessi morire mai."


Antonio F. Vinci

 

Non si son dovute attendere le elezioni regionali perché i timori espressi nel Congresso nazionale di Nuova Alleanza ( vedi l’articolo in Speciale di questo numero) si avverassero. Il minitest delle elezioni suppletive di domenica 24 ottobre ha confermato i timori. La CdL è precipitata, perdendo in tutti e sette i collegi a favore del centro-sinistra. E’ inutile nasconderselo: sta cambiando decisamente il favore dell’elettorato. Scarsa la partecipazione dei cittadini al voto? Sì, certo; il 40,2 per cento, però non significa che sono andati a votare solo gli elettori orientati verso il centro-sinistra. E se anche così fosse, si vuole giustificare un elettorato di centro-destra che non è andato a votare? E perché non è andato? Certo nel Collegio di Napoli-Ischia la presenza della lista di Alessandra Mussolini ha fatto perdere il candidato della Casa della libertà. E a Milano? D’accordo: c’erano troppi candidati che hanno tolto voti al centro-destra, ma non era un Collegio sicuro? E poi, con tutto il rispetto per il dott. Bresciani, ma perché preferirlo all’ex presidente della Rai Roberto Zaccaria? Solo perché è il medico di Bossi? Insomma c’è anche un problema di candidati da mettere in lista. Alle rimostranze poi della Lega, che si lamenta dell’estraneità di alcune forze della Casa della Libertà nel sostenere il proprio candidato, credo si possa rispondere che è vero solo in parte. Però, però…Perché la Lega si può sfilare alle elezioni provinciali di Milano e presentare un proprio candidato in alternativa alla Colli, aiutandola a perdere; perché corre da sola nelle comunali, facendo perdere la Casa della Libertà; perché a lei deve poter essere permesso tutto e il contrario di tutto, compreso un peso ministeriale inadeguato ai voti ottenuti, e poi permetterle anche di lamentarsi? Perché agli altri partiti della coalizione non deve essere permessa un’autonomia di manovra che diventa freddezza per candidati non graditi, che è comunque cosa ben diversa dal presentare candidati propri come fa la Lega, mentre al partito di Bossi è consentito ben altro? O la Lega è con la Casa della Libertà, sempre, oppure passi all’opposizione. Non sarebbe la prima volta… Ma il "mal di pancia" della Casa della Libertà ha in serbo ben altro. Il centro-destra non riesce a comunicare - e meno male che Berlusconi è un grande comunicatore…- i suoi successi in questi anni di governo; non si riesce a controbattere la campagna del centro-sinistra che sta facendo passare il messaggio di un Berlusconi che in questi anni ha solo pensato a fare leggi per sé. Non è così, ma in politica non conta quello che è ma quello che appare…La gente votava Berlusconi perché sperava che avrebbe fatto marciare l’azienda Italia come una delle sue, cioè bene. La delusione, ora, senza interrogarsi se è stata incapacità piuttosto che la crisi economica mondiale, la litigiosità dei partiti all’interno del Polo piuttosto che il peso di una situazione pregressa vincolante, spinge l’elettorato a vendicarsi della Casa della Libertà. Il passo da un Berlusconi "taumaturgo" ad un Berlusconi che ha solo pensato "pro domo sua" è breve. E AN? AN combatte con le sue correnti interne; con Storace che fa una sua lista e viene contestato a Roma; una conduzione del partito in Lombardia, e non solo, che lascia perplessi molti; un elettorato che lo abbandona sempre di più; un’immagine deteriorata che la fa somigliare sempre più al reggicoda di FI… La strategia di AN in questi anni è stata ondivaga, con un’ alleanza ( come quella dell’elefantino) incomprensibile, con uscite a nostro avviso giuste ma mal presentate ( come il viaggio in Israele di Fini o la proposta di voto agli immigrati). L’elettorato di AN, cresciuto velocemente, è incerto ed ormai tende ad abbandonare il partito. I militanti, vera forza, si dissolvono; le sedi restano chiuse; l’impressione è che si stia trasformando sempre più in un partito della prima Repubblica… A quando un sincero mutamento di rotta? Fino a quando si pensa di poter sfruttare posizioni di rendita? Quanti altri casi come la Provincia di Milano dobbiamo attendere? Non ci bastano più le rassicurazioni di comodo; le belle frasi; le sceneggiate televisive; l’eloquio pacato di Fini ( e che il suo indice di gradimento sia più alto di quello del partito non mi sembra un dato positivo); il tentativo di recuperare immagine contestando il piano di Berlusconi sulle tasse o chiedendo a viva voce un rimpasto. Si crede che l’elettorato fedele resti tale sempre, magari con il mugugno o "turandosi il naso" come diceva Montanelli. Non è più così. Non sono più i tempi in cui l’elettorato permetteva oscillazioni di qualche punto percentuale, non cambiando sostanzialmente il sistema. I barbari sono alle porte e noi discutiamo del sesso degli angeli. O di qualche ministero…

Antonio F. Vinci

 

Il numero di chiusura in vista delle vacanze estive è sempre un po’…estivo: articoli di costume più che di politica, un vago sentore di "tutti al mare, tutti al mare", un soffuso rumore di tormentoni canori estivi, un fuggi fuggi, insomma. Questo numero di chiusura, invece, con la legnata delle elezioni europee ed amministrative ancora ben dolente sulle spalle del centro-destra, porta una gran bella novità : l’autocritica della Destra! Eh sì, ci siamo abituati a trovare alibi di volta in volta ( l’alleanza dell’elefantino era sbagliata; lo zoccolo duro non tiene ed è deluso per certe forzature, anche se subito ridimensionate; il leader della Casa delle libertà tiene costantemente la scena grazie alle televisioni, ecc. ecc.). Ora non più. La Destra fa autocritica, sul serio. E la fa, tra l’altro, da un giornale milanese, Archimede, il cui direttore politico è Massimo Corsaro. Per chi non vive in Lombardia forse vale la pena ricordare che Massimo Corsaro è tra i più attivi ed intelligenti personaggi di AN. E’ stato Assessore regionale all’Artigianato (1995-2000) e dal 2000 è Assessore regionale alle Infrastrutture e Mobilità, con il ruolo di capo della delegazione di A.N nella Giunta lombarda in sostituzione del compianto Marzio Tremaglia. E’ stato - non a caso - il primo politico al quale il nostro giornale ha chiesto un’intervista, proprio sul primo numero, ormai in quel lontano 22 gennaio 2001. Corsaro è uno dei collaboratori più stretti di Ignazio La Russa e proprio per questo la sua autocritica e quella del giornale appaiono ancora più penetranti. Già il titolo stesso del suo articolo di apertura la dice lunga : "Una lezione per la Destra che non c’è. - Non siamo soddisfatti. La coalizione è indecisa, AN oscilla tra rassegnazione e populismo. La Destra dov’è?". C’è da stupirsi di queste parole: chi rappresenta la Destra ufficialmente, che fa parte della corrente maggioritaria, che detiene una delle leve più importanti e significative del potere amministrativo e politico lombardo, si chiede :la Destra dov’è? E`rano domande che eravamo abituati a sentire dalle minoranze, dai "sociali", dai mai domi…Corsaro incomincia con il rilevare che "è finito l’innamoramento degli elettori per il berlusconismo puro, inteso come linea d’azione fondata sul tecnicismo in luogo della politica; sulla capacità comunicativa più che sulla pratica quotidiana; sulla capacità liberista di autoregolazione del mercato e dell’economia più che sulle strategie nazionali e governative". Ma è Storace che parla? No. Sotto quell’articolo c’è la firma di Massimo Corsaro: la Destra lombarda vicina a Berlusconi, quella formata dai berluscones, come li chiamano gli avversari…E più avanti: "Noi di Archimede, lo leggerete anche negli altri articoli, crediamo che il messaggio che ha caratterizzato il partito non abbia pagato perché non ha incarnato la Destra o -peggio ancora - ciò che si attende dalla Destra". Non voglio annoiare i lettori citando a piene mani, né elevare un peana al giornale di Corsaro, ma è quello che volevamo sentire. E lo abbiamo sentito. E lo abbiamo sentito proprio da chi meno ci aspettavamo.E quindi, prima di tutto, stima ed apprezzamento, per la chiarezza delle parole, per la passione che c’è sotto. Il giornale contiene anche un articolo di Alessio Butti che sottolinea come "AN non abbia brillato negli ultimi anni per l’originalità e la chiarezza della propria proposta economica ". Butti sta parlando del suo partito, di AN, del partito che ha fatto defenestrare Tremonti per la sua politica economica…E sapete come conclude? ASCOLTATE BENE. "Siamo in molti a ritenere, un po’ meno a sostenere perché c’è sempre un latente timore di ritorsioni o benevoli cazziatoni da parte di qualcuno, che AN poggi la propria politica sugli spot televisivi e sulle interviste dei suoi leader; che si viva, cioè, sull’effimero e sull’improvvisazione…a volte va molto bene, ma spesso no". INCREDIBILE. Ma forse abbiamo dimenticato chi è Alessio Butti. O si tratto di un omonimo o è quel brillante deputato comasco al quale , come recita la sua biografia nel s`ito omonimo, "nel 1999 Fini (gli) affida la responsabilità nazionale del settore informazione e comunicazione di AN. Continua ad essere il responsabile informazione di AN ". Il peso di simili affermazioni le valuti ognuno di voi. E questo splendido numero 5, anno II, luglio 2004, di Archimede, che dovrebbe essere affisso nelle sezioni di AN rimaste aperte e frequentate, prosegue con un’intervista a Viviana Beccalossi che spera di "far crescere rapidamente al Nord una figura di riferimento capace di affiancare Ignazio. Non possiamo accontentarci di sopravvivere" e con un articolo di Marco Valle che decreta la fine dell’antipolitica, la fine del berlusconismo come è stato inteso ed attuato sino ad ora. Chiedo scusa per le lunghe citazioni, ma si tratta di un avvenimento talmente eccezionale che andava evidenziato in tutte le sue parti, per scongiurare il timore che si potesse credere che chi scrive avesse preso il primo colpo di sole sulla sua rada canizie. Io credo a queste parole: voglio credere. Voglio credere che non sia uno sfogo, peggio: una presa in giro. Voglio credere che ci sia vera voglia di cambiamento quando si dice " ridare identità vera alle istanze della Destra", anche quando si dice di voler sciogliere "l’equivoco di una deriva proletaria ed assistenzialista". Voglio credere in questa Destra che dice di volere solidarietà e non assistenzialismo; che persegue il merito, la libertà d’impresa, il senso etico della famiglia e dello Stato… Voglio credere a queste parole che rivelano come il berlusconismo, nel senso negativo del termine, non ci appartiene; che siamo leali nei confronti di Berlusconi, che ci ha "sdoganati" ( ma è proprio vero?), ma che non possiamo cambiare pelle per un assessorato in più. Voglio credere in questa Destra che si pone il problema della questione settentrionale, del popolo delle partite IVA, ma non dimenticando che AN viene dal MSI, che significa Movimento sociale, dove per sociale non si deve intendere assistenzialismo. Senza diventare retorici, senza scomodare tempi,` personaggi, sigle politiche passate : è nella nostra storia, nel nostro DNA essere il sale della politica, avere il ruolo della provocazione sana e non fine a se stessa. E’ diventato ormai proverbiale dire che non vogliamo morire democristiani: non vorrei che ci accorgessimo che siamo già morti e Lapalisse diventasse il nostro leader.

Antonio F. Vinci

 

Facile fare giochi di parole con la Lega… Ma questa volta è proprio vero: la Lega si slega; si slega dall’alleanza con il Polo nelle elezioni provinciali e corre da sola anche nelle amministrative. Al grido "da soli, da soli", forse un po’ meno guerresco di "Avanti, Savoia!" o "eja eja, alalà", i leghisti vanno al voto. Ma, a dire il vero, il consenso non è poi così unanime, i plotoni sono meno compatti di quanto si creda. Infatti in alcuni centri della provincia quote considerevoli di appartenenti al partito di Bossi hanno deciso la strada della coerenza e si presentano come candidati nelle liste della Casa delle libertà. La conseguenza sarà l’espulsione dal movimento, certamente. Ma questi leghisti, da anni al lavoro con gli alleati del Polo, hanno deciso di continuare la lotta politica con gli alleati di ieri e di non cedere al successo, quasi inevitabile in alcuni casi, della sinistra. Perché di questo si tratta e non altro. Specialmente in quelle città al di sotto dei quindicimila abitanti, dove si vota con il turno unico, che senso ha andare al voto separati? Laddove si attua il doppio turno potrebbe avere senso, pur rischioso, di giocare pesantemente nell’eventuale ballottaggio per ottenere di più, per alzare la posta, ma dove questo non avviene è veramente una tattica, si fa per dire, che ricorda il marito che preferì evirarsi per fare un dispetto alla moglie. E ai leghisti, teorici del "celodurismo", questo confronto, magari non molto elegante, certamente sarà balenato in mente. C’è, poi, chi sostiene che se Umberto Bossi fosse in forma questo non sarebbe successo. Sarà, ma non mi sembra che il senatur brilli per un passato di grande coerenza. E poi i suoi colonnelli si richiamano proprio alla sua decisione, prima della malattia, di correre da soli; non se la sono certo inventata loro questa novità. Il fatto è che la Lega le gioca sempre tutte per stupire, per colpire avversari ed alleati, per tenere desta l’attenzione su un movimento che parla di Roma ladrona, ma nella capitale è al governo, gestendo il potere. Una strategia un po’ levantina, che può divertire per le sue improvvisazioni ma che mostra sempre più i suoi limiti, anche a livello di consenso elettorale. E’ pur vero che molti leghisti restano ancora affascinati da questi comportamenti, da questi salti della quaglia che permettono di salvare l’anima, di farli sentire sempre i soliti, quelli di una volta, che non si sporcano le mani, che restano "duri e puri". Ma fino a quando? Quanti ancora crederanno nel mito della diversità della Lega in campagna elettorale per poi essere a braccetto con gli altri abitanti della Casa delle libertà dopo le elezioni? E così andiamo a queste votazioni tra un panorama confuso, a dir poco, nella sinistra e un centro-destra che vive l’ultimo strappo della Lega. Una Lega che chiede coerenza e mantenimento degli accordi a livello nazionale e poi nelle amministrative lotta per la sua identità lasciando in "brache di tela" gli alleati. Perché, non ci vuol molto a capirlo, vero, che l’insuccesso della Casa delle libertà sarà anche l’insuccesso della Lega, pur mantenendosi nella sua virginale e incontaminata aura di purezza.

Antonio F. Vinci

 

Un numero speciale del Barbarossa dedicato ai giovani. Di questo si tratta. Un’uscita editoriale che parli del mondo giovanile di Destra: dalla politica alle Comunità, alle attività sociali, alla musica. E del Congresso di AG alle porte.

L’aspetto organizzativo, nonchè l’idea dell’iniziativa, è stato curato da Vito Andrea Vinci, conosciuto online come Vav, che è pure il webmaster del Barbarossaonline.

Chi, come me, non è più giovane anagraficamente anche se si sente tale di spirito ( e questo è un segno dell’incipiente vecchiaia...) guarda con grande attenzione ai giovani. E non potrebbe essere diversamente, considerato che sono la nostra ovvia e naturale prosecuzione. Ma chi, come me, vive quotidianamente tra i giovani, come docente in classe, non può anche che constatare quanto i giovani siano cambiati da quando giovani eravamo noi. Correvano gli anni del ’68, "mitici" direbbe qualcuno, "formidabili" direbbe qualcun altro, "tragici" per altri. Ma chi , tra i miei giovani allievi di oggi, sa cosa furono quegli anni? Senza cadere nella retorica del "come eravamo" o gridare al "O tempora o mores", resta che oggi c’è un sostanziale disinteresse, un’apatia nei confronti della vita politica, della vita sociale, di quelli che chiamiamo valori, ideali, passioni. Non che i giovani di oggi ne siano del tutto privi, ma - con dei bravi maestri come siamo stati noi... - regna la superficialità se non l’indifferenza, l’attenzione all’aspetto sociale solo quando diventa di moda grazie ai mass media, piuttosto che il ragionamento critico. Non ho certo nostalgia dell’assemblearismo degli anni Settanta, delle occupazioni quotidiane, degli espropri proletari o, peggio, delle botte, degli assalti, delle morti di quegli anni! Ma erano tempi in cui almeno si credeva, spesso in modo sbagliato, di voler cambiare il mondo, da una parte e dall’altra. Oggi al massimo - discorso generico, certo - si discute se cambiare programmi televisivi con il telecomando.

Ai giovani di AG chiedo di guardare a questi giovani, cresciuti a nutella e puffi, ai loro coetanei tutto sommato, per risvegliarli da questo torpore da decerebrati. C’era una volta la "Giovane Italia"...la ricordate? In tutte le scuole o quasi. Certo, i tempi sono cambiati, ma non arrendiamoci di fronte allo squallore imperante.

Un recentissimo sondaggio del Corriere della sera ha evidenziato che il 45,2% dei giovani tra i 18 e 22 anni non sa per chi e se votare alle prossime elezioni europee. Una bella percentuale. Forse una volta era comprensibile avere numeri di questo genere ma oggi, con la facilità di accesso alle informazioni, no; sono segno che la recessione non è solo economica, ma dei cervelli.

Al Congresso di AG mi aspetto che si parli anche di questo, non solo di correnti. Al Congresso di AG mi aspetto che ci si ponga il problema di una vera rivoluzione culturale, che aggredisca la sonnolenza dei giovani di oggi e li risvegli. Al Congresso di AG mi aspetto dei giovani che non scimmiottino i "grandi" nei giochi politici , nel fare correnti, nel tessere trame, ma che, forti del loro giovanile entusiasmo, magari un po’ ingenuo, guardino avanti. Perchè se è vero che "il futuro vi appartiene", non aspettate che ve lo diano. Prendetelo.

Antonio F. Vinci

 

I risultati definitivi delle elezioni spagnole hanno decretato il successo, clamoroso quanto imprevisto, del Partito socialista spagnolo, il PSOE e, soprattutto, di Jose’ Luis Rodriguez Zapatero, poco più che quarantenne suo leader. La sconfitta di Aznar, o meglio del suo delfino, è cocente e viene dopo un periodo in cui la Spagna si è guadagnata la stima di tutta l’Europa per il cammino di modernizzazione che è riuscita a compiere. Eppure l’emotività dei tragici attentati dell’altro giorno ha capovolto ogni previsione; le accuse di aver taciuto la verità o di aver sottolineato per troppo tempo la responsabilità presunta dell’ETA ha giocato a sfavore del Partito popolare. Ma qual è ora il risultato? E’ La vittoria di Al Qaeda, di quanto Bin Laden vuole: il ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq. Ed infatti è quanto ha immediatamente dichiarato Zapatero subito dopo la vittoria : il rientro dei 1300 soldati spagnoli se non ci saranno novità entro il 30 giugno. E a poco vale che abbia aggiunto che le decisioni saranno prese "dopo ampie consultazioni in Parlamento". Una vittoria quella del PSOE, ma che potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro che, ovviamente, ha fatto esultare la sinistra italiana.
Facciamo qualche considerazione.
Al di là dei pacifisti in servizio permanente effettivo, credo che non tutti eravamo profondamente convinti dell’opportunità di partecipare alla guerra in Iraq. Ma noi italiani abbiamo la taccia di attendisti, di temporeggiatori (non voglio dire di opportunisti, o, peggio, traditori, da sempre…) e la fedeltà agli alleati va mostrata nei momenti difficili, non quando ci conviene. La pace la vogliamo tutti, ma quando il rischio di una catastrofe bellica di proporzioni inimmaginabili si fa presente, bisogna correre ai ripari, anche a quelli più tragici. E l’Iraq di Saddam Hussein questo pericolo lo mostrava a chiare note. Ora si scopre che le armi di distruzione di massa non si trovano, che forse non ci sono mai state o sono state ben nascoste… Al di là di qualche legittima riserva sull’efficienza statunitense in merito…va comunque detto che il pericolo Saddam non era un’invenzione. Noi ora siamo in mezzo al guado. Che fare? Gli spagnoli rimproveravano il loro governo per l’intervento ed ora, ad attentati effettuati, le interviste rilasciate alla televisione dalla gente comune erano quasi tutte improntate ad un " ce lo siamo cercati", "ecco le conseguenze".Un po’ come un certo cinismo nei confronti degli americani, anche in casa nostra, al tempo dell’attentato alle Torri gemelle…Lo ricordate? Ora tocca all’Italia, da sempre nel mirino dei terroristi. L’ articolo pubblicato sul Giornale del 14 marzo, in allegato, la dice lunga in merito. Dio non voglia che anche l’Italia, dove di attentati di ogni matrice dalla fine della seconda guerra mondiale ne abbiamo avuto in profusione, debba subire una sorte simile. In Italia è anche più facile…Ma anche se non dovesse succedere nulla di catastrofico, gli italiani alle elezioni europee voteranno per chi è contro la guerra, questa guerra, all’insegna del "tengo famiglia", del "chi ce lo fa fare". Tanto poi c’è l’America che ci protegge. E se in futuro non dovesse essere più così…

Antonio F. Vinci



Articolo pubblicato sul Giornale del 14 marzo

 

Che la relazione di Gianfranco Fini, all’Assemblea nazionale dell’11 gennaio, non volesse essere il momento in cui rispondere alle polemiche sollevate dopo il viaggio in Israele, è apparso subito. Dopo pochissime battute Fini ha tagliato ogni indugio, ha fugato ogni dubbio :

" Oggi non siamo chiamati a discutere soprattutto di noi stessi, del nostro passato e della nostra attuale identità. Abbiamo un ordine del giorno assai più oneroso : indicare a tutta la società italiana le linee che la Destra intende porre al centro dell’azione di Governo nella seconda parte della legislatura, da oggi fino alle elezioni generali del 2006".

Come dire : poche storie, basta con l’ideologia, guardiamo in faccia la realtà e lavoriamo per l’oggi e il domani, non per il passato. E che ciò che premeva più a Fini fosse l’ottenuto riconoscimento nazionale ed internazionale risultava immediatamente chiaro, già dopo poche parole:

"La nostra piena legittimazione interna e internazionale è un successo che credo sia giusto dedicare a Pinuccio Tatarella..."

Fini, insomma, ha voluto guardare più a quanto AN ha fatto di destra nell’attuale governo che portare la discussione sul "male assoluto". Per questo ha ricordato che, per quanto riguarda immigrazione, scuola e droga, "i valori di AN si sono tradotti in precisi provvedimenti legislativi". Ci penserà poi Mirko Tremaglia ad entrare nel vivo della questione, ricordando come AN sia il completamento della storia del MSI e non la sua negazione. Tremaglia ha poi chiesto di proclamare la giornata nazionale in ricordo delle foibe, di ricordare all’altare della patria le medaglie d’oro Salvo D’Acquisto e Carlo Borsani; di riconoscere per legge lo status di combattenti per i militari della RSI. E se Franco Servello e Teodoro Buontempo evidenziavano i toni sfumati e la volontà di minimizzare il disagio interno al partito, Ignazio La Russa meglio di altri ha colto la situazione:

" Ma dobbiamo chiederci perché il nostro consenso elettorale non è mai andato oltre il dato di nascita di AN. A lungo una fascia di elettorato potenziale si è fermata sulla soglia di casa nostra, indecisa se bussare o meno, decidendo all’ultimo minuto di ripassare più tardi: Noi oggi possiamo sperare che quell’elettorato entri perché è ormai chiaro a tutti che a Fiuggi abbiamo fatto sul serio. Ma la condizione è essere intelligenti, fare una scelta di qualità nelle liste con cui presentarsi agli elettori e non perdere la nostra identità".

Insomma : la vera svolta non è stato né il viaggio di Fini in Israele né i suoi veri o presunti giudizi sulla "Buonanima". AN ha imboccato decisamente, almeno secondo le parole del suo presidente nazionale, la via della concretezza, dei fatti e non delle parole, anche se l’abilissimo La Russa, nelle parole appena ricordate, vira all’ultimo momento in direzione della difesa della propria identità. Un bisogno di pragmatismo che mette fine alle elucubrazioni mentali, agli appelli ideali, alla memoria storica, per guardare al quotidiano, ai programmi, ai voti. Al posto di "Dio, Patria, Famiglia" "Immigrazione, Scuola e Droga", i valori di AN tradotti in provvedimenti legislativi. Va da sé che Fini è personaggio troppo intelligente per imputargli di dimenticare valori, ideali, percorsi del passato per fissare l’attenzione solo al presente; va da sé che Fini non è né un "badogliano", come qualcuno dice…,né un opportunista in cerca solo di maggiore visibilità e potere. Bisogna riconoscergli il coraggio di voler portare AN nel terzo millennio dove, al di là della retorica insita nella frase, vuol dire fare di AN un partito moderno e non più solo un circolo di nostalgici, un partito che si misura sulle cose e che non resta mummificato nel ricordo e nella difesa di ideali e valori di un tempo, rispettabili e condivisibili fin che si vuole. E su questo, diciamolo pure, credo che tutti siamo d’accordo; d’altra parte - e non facciamo gli ipocriti - è il cammino già iniziato a Fiuggi. E chi lì non era d’accordo non è entrato nel nuovo soggetto politico che si andava costituendo. Il timore è, invece, che si passi dal considerare quei valori e quegli ideali ormai metabolizzati e che costituiscono - pur nella loro lettura storica - il nostro DNA all’acquisizione di nuovi valori, di nuovi ideali che nulla hanno a che spartire con la nostra tradizione. E questo timore è reale. Il pericolo dell’annaccquamento, che significa fare operazioni di facciata, proporre candidature accattivanti, assumere atteggiamenti e fare scelte che obbediscono al trend contemporaneo, apportare lifting improponibili ma utili solo ad aumentare i voti…questo pericolo è reale. Si avverte sempre più il pericolo di una berlusconizzazione, quasi in vista di una possibile, ma improbabile, sostituzione. Se questo dovesse avvenire non sarebbe solo la perdita della propria identità. Sarebbe uno scadere nel ridicolo.

Antonio F. Vinci

Chi è Barbarossa?

L'ombra di Federico I di Hohenstaufen, il Barbarossa, appunto, si aggira tra le nostre contrade , da quando a Legnano venne sconfitto dalle truppe dei Comuni alleatisi nella Lega lombarda. L'imperatore aveva cercato di difendere le sue terre da quei Comuni che volevano la libertà, aveva cercato di tenere saldo l'Impero, ma non poteva andare contro la storia. Aveva accarezzato il lungo sogno di restaurare il... Continua >>

Ultime Notizie